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BOLLETTINO 



DELLA 



mm PAVESE DI STORII PATRIA 



VOLUME SETTIMO 
190T 




PAVIA 

PREMIATA TIPOGRAFIA SUCCESSORI FRATELLI FUSI 
Largo di Via Roma N. 7. 

1907 






a. 



ATTI DELLA SOCIETÀ 



Processo ve?^bale della Seduta ordinaria del 20 gennaio 1907. 

Oggi, 20 gennaio, alle ore 15 ha avuto luogo, in seconda convo- 
cazione, nell'Anfiteatro anatomico del Palazzo Botta, la prima seduta 
ordinaria della Società Pavese di Storia Patria, per trattare il se- 
guente ordine del giorno : 

1. Rendiconto morale per l'anno 1906; 

2. Rendiconto finanziario ; 

3. Elezione del Presidente in sostituzione del prof. G. Romano, 
scaduto per compiuto triennio ; 

4. Elezione di due Vice-Presidenti in sostituzione del defunto 
Sen. C. Cantoni e del Conte A. Cavagna Sangiuliani, scaduto ; 

5. Elezione di due Consiglieri e di un relatore ; 

6. Elezioni del Segretario e dell' Economo-Cassiere in sostituzione 
di mons. R. Majocchi e del prof. M. Mariani, dimessi. 

Presiede il prof. G. Romano, presidente; funge da segretario il 
prof. Gr. Mondaini ; sono presenti i soci signori: prof. P. Bastari, 
prof. C. Beccalli, prof. G. D. Belletti, prof. L. C. BoUea, ing. cav. 
A. Campari, prof.^ F. Compagnoni, avv. L. De Silvestri, prof. S. De- 
Dominicis, prof. A. Faggi, prof. G. Ferrara, sig. L. Fontana, avv. 
G. Franchi, prof. cav. L. Friso, sig. E. Gerardo, prof. E. Gorra, prof. 
G. Mantovani, ing. G. Manzi, prof. A. Marcacci, avv. E. Mussini, 
maestro P. Muzio, prof. G. Natali, prof. G. Niccolini, prof. G. Patroni, 
prof. comm. grand' uff. P. Pavesi, iiìg. U. Pavesi, dott. P. Pignatari, 
cap. A. Porro, prof. A. Predieri, avv. E. Predieri, on. R. Rampoldi 
dep. al Parlamento, sig. C. Ridella, prof. L. Rossi, prof. L. Sala, 
prof. F. Salveraglio, dott. L. Scaglioni,, sig.* M. Setti, prof. S. Tollio, 
prof. G. Villa. 



549A19 



Aperta la seduta, il Presidente legge la seguente relazione: 

Signori^ 

Giammai come quesfc' anno ho affrettato col desiderio il giorno 
di questa convocazione, molte e gravi essendo le cose che devo 
comunicarvi e sulle quali siete chiamati a pronunziare il vostro 
giudizio. Come gì' individui, anche i sodalizi hanno i loro pe- 
riodi di crisi. La Società Pavese di Storia Patria attraversa ora 
la sua. Sta a voi il decidere se questa crisi debba essere, come 
io mi auguro, il punto di partenza di una salutare rinnovazione. 

Ma, prima di ogni altra cosa, non tanto in omaggio alla con- 
suetudine, quanto per dovere e per uno spontaneo sentimento 
dell' animo mio, permettete che io rievochi brevemente la me- 
moria di due soci altamente benemeriti la cui perdita io e voi 
egualmente deploriamo. 

Il senatore Carlo Cantoni è morto il l'2 settembre del 1906 nella 
sua dimora di Gropello, e con lui abbiamo perduto il venerato 
vice-presidente, che fu una vera forza de] nostro sodalizio, le 
cui vicende egli seguiva con premurosa benevolenza, e a cui, 
colla sola autorità del suo nome, aveva reso e poteva rendere 
ancora molti e segnalati servigi. Carlo Cantoni non era cultore 
di studi storici, perchè la tempra del suo intelletto lo portava 
a spaziare nel campo vasto e geniale della speculazione filoso- 
fica, ma degli studi storici comprendeva tutta l' importanza, 
massime di quelli diretti ad illustrare le vicende della sua Pavia, 
che egli amava con affetto di figlio e della cui Università era 
invidiato ornamento. Perdita non meno dolorosa è stata quella 
di Guido Gnocchi, morto a 50 anni il 17 ottobre ultimo scorso, 
in mezzo al compianto degli amici, da cui era amato, e dell' in- 
tera cittadinanza, che lo stimava per i servigi resi alla cosa pub- 
blica e per le sue elette doti di mente e di cuore. Io non posso 
parlare di quest' uomo senza sentirmi preso da una profonda 
commozione. Come fu giustamente osservato, egli realizzava in 
pieno secolo XX il tipo di quei mercanti fiorentini del quattro- 
cento che alla pratica della mercatura univano il gusto squisito 



5 - 



delle lettere e delle arti e sapevano nel tempo stesso attendere 
al banco e dedicarsi ai piaceri più alti dello spirito. Ma dove 
sopratutto rifulgeva la figura di Guido Gnocchi era nel culto 
che egli professava alle memorie della sua patria. Pochi hanno 
amato Pavia quanto il povero Gnocchi ! Perciò, appena sorse il 
nostro Sodalizio, egli fu dei primi a dargli il suo nome, e per 
sei anni gli rimase fedele, interessandosi delle sue pubblicazioni 
e compiacendosi dei suoi progressi. 

Una perdita non meno grave, ma di altro genere, fece il So- 
dalizio nel corso dell' anno 1906, e su questa, per la sua parti- 
colare importanza, richiamo la vostra attenzione. 

In febbraio, pochi giorni dopo la convocazione dell'assemblea 
generale, che l'anno scorso ebbe luogo il 28 gennaio, giunse a 
questa Presidenza un piego raccomandato, con ricevuta di ri- 
torno, contenente otto lettere di dimissioni di soci, tutti sacer- 
doti pavesi. Alcune davano semplicemente l'annunzio delle 
dimissioni, altre ne spiegavano anche il motivo ; e il motivo 
era questo : perchè nell' ultimo fascicolo del nostro Bollettino 
era stato pubblicato il principio di una memoria scritta dal 
dott. Ettore E-ota Sulla reazione cattolica, a Milano^ che essi 
ritenevano non in tutto conforme ai loro sentimenti religiosi. 

Devo premettere che il dott. Rota fa parte del nostro Soda- 
lizio da oltre tre anni, ha studiato nella nostra Università ed 
attualmente è insegnante di storia nel E,. Istituto Tecnico di 
Aquila. La nostra Società non ha che a lodarsi di lui, non solo 
per 1' operosità spiegata nel campo della storia pavese , a 
cui ha dedicato parecchi lavori, ma anche pel disinteresse 
dimostrato in varie circostanze, e specialmente in un viaggio 
ohe egli fece a Basilea nel 1904 per collazionare, percento del 
Sodalizio, un codice di quella biblioteca, viaggio che gli costò 
una somma non indifferente, di cui non chiese né volle alcun 
rimborso. In secondo luogo è da sapere che la Memoria del 
dr. Rota non era che la tesi da lui presentata per la sua laurea 
dottorale, tesi che dalla Commissione aveva ottenuto i pieni voti 
e la lode. Era infatti un lavoro fortemente pensato e nelle sue 
conclusioni originalissimo, un lavoro che attesta nel giovane au- 



Il — 



tore studi severi e vigoria di mente atta ad affrontare i problemi 
più oscuri e complessi della sboria. Certo in quello scritto non 
mancano aifermazioni, su cui io stesso farei delle riserve, come 
non mancano giudizi che ad uno spirito indotto, ignaro dello 
stato presente della scienza, possono sembrare un po' insoliti. 
Ma che perciò? La nostra Società è una Società scientifica, e 
non una Società confessionale ; il nostro Bollettino è, nel campo 
degli studi storici, aperto a tutte le opinioni e a tutte le cre- 
denze. Cosi vuole lo Statuto, e cosi vuole la logica : perchè, se 
quella libertà mancasse, come sarebbe possibile una Società 
storica, non solo in Pavia, ma in qualunque altra città del mondo? 

Invece, dunque, di dimettersi, le egregie persone, a cui ho 
accennato innanzi, potevano e dovevano fare una cosa migliore 
e più utile per loro e per tutti : scrivere la confutazione del- 
l' articolo del dr. Rota e chiederne 1' inserzione nel Bollettino. 
E il Bollettino sarebbesi onorato di accogliere il loro scritto, 
perchè esso è una palestra in cui e' è posto per tutti i lavora- 
tori volonterosi e in buona fede, e mira alla verità attraverso 
r indagine e la gara feconda delle idee e delle opinioni. Essi, 
invece, preferirono appartarsi, ed io rispetto la loro decisione ; 
ma ognun vede che la responsabilità di quell' atto non può ri- 
cadere su di noi. 

Altre volte delle dimissioni dei soci 1' ufficio di Presidenza 
aveva preso atto senz' altro. Ma in quella circostanza parve a 
me che le dimissioni avessero una importanza eccezionale e che 
involgessero una questione di principi, sulla quale era neces- 
sario eliminare ogni dubbio. Perciò convocai subito il Consiglio 
di Presidenza e nella seduta del 17 febbraio esposi il fatto 
senza tacere quali fossero le mie idee in proposito. Il processo 
verbale di quella seduta esiste negli atti, e chiunque può leg- 
gerlo. Il Consiglio di Presidenza, di cui facevano parte il sena- 
tore Cantoni, il conte Cavagna, il cav. Campari e i professori 
Rossi, Mariani, Bellio, Salveraglio e Mondaini, non fu d' avviso 
diverso dal mio. 

Fra le otto dimissioni presentate, ce n' era una che aveva 
una particolare importanza per noi: quella del socio mons, Ro- 



— 7 



dolfo Malocchi. Il Malocchi era stato per cinque anni nostro 
segretario, e per i primi tre uno de' principali collaboratori 
del Bollettino. A lui io resi più volte giustizia, e quelli che 
hanno assistito alle precedenti relazioni annuali devono ricor- 
dare che io non lesinai ne lodi ne incoraggiamenti a uno stu- 
dioso che aveva agli occhi miei un grandissimo merito, quello 
di una operosità instancabile che, ben guidata, ben diretta, pò- 
teva riuscire altamente proficua al nostro Sodalizio. E vero che 
quando nel 1904 egli prese a dirigere un altro periodico, inti- 
tolato Rivista di Scienze Storiche, la sua operosità parve di- 
minuire fino al punto che la sua collaborazione nel 5oZ/^//n?o venne 
a cessare interamente ; è vero che, dato il carattere confessionale 
della Rivista da lui diretta, T ufficio di direttore di quella Rivista 
poteva sembrare in certo modo incompatibile con quello di re- 
dattore di un periodico come il nostro informato a vedute più 
larghe e ad una maggiore libertà di discussione; è vero infine 
che 1' aver accolto in quella sua Rivista, fin dal principio, ar- 
ticoli d' argomento pavese poteva far sorgere il sospetto di una 
dannosa concorrenza al nostro BolletiinOy il quale, in una città 
come Pavia e dati i suoi modesti intenti, è più che bastevole 
ad abbracciare 1 più svariati argomenti di storia locale ; ma, non 
ostante tutto questo, il prof. Malocchi rimase nostro segretario, 
per un doveroso riguardo del Consiglio direttivo verso questo 
socio fondatore, che era stato nostro compagno di lavoro e 
per mezzo del quale la Società Pavese sentiva di possedere un 
utile ed immediato contatto colla benemerita schiera degli studiosi 
locali. Si aggiunga che a mons. Malocchi era stata affidata la 
pubblicazione del 2. volume del Codice diplomatico dell' Uni- 
versità, e importava a tutti che un' opera iniziata sotto 1 mi- 
gliori auspici non venisse ritardata o compromessa pel solo fatto 
che chi ne aveva preso 1' assunto era divenuto dimissionario. E 
però quando il prof. Mariani, nella seduta del 17 febbraio, ci 
diede la notizia che mons. Malocchi avrebbe atteso alla Dub- 
blicazione del secondo volume del Codice, il Consiglio direttivo 
ne prese atto e se ne compiacque. 

Ma la collaborazione di mons. Malocchi a quell'opera non 
era possibile che ad una sola condizione ; che egli, pur appar- 



- 8 — 

tandosi dalla Sooietà, non facesse nessun afcfco ostile contro di 
essa e mostrasse di voler mantenere con noi que' rapporti cor- 
retti che devono sempre intercedere fra collaboratori. E la 
cosa era tanto più sperabile, in quanto che il Maiocchi era bensì 
dimissionario, ma non dimesso dalla Società per l'anno 1906, 
perchè 1' art. 8 dello Statuto dice che le dimissioni da socio de- 
vono esser date entro il mese di settembre per essere valide 
per l'anno successivo. Il mio proposito di conservare le migliori 
relazioni con mons. Maiocchi era cosi sincero, che aiiche quando, 
di lì a pochi giorni, la Rhnsta di scienze storiche^ accentuando 
una polemica non da me provocata e da me tenuta ne' limiti 
della correttezza scientifica, pubblicò al mio indirizzo (1) un 
articolo altrettanto ingiusto nella sostanza quanto sgarbato nella 
forma, mi guardai bene dal rispondere, perchè mi parve che su 
qualunque risentimento personale dovessero, in quel momento, 
prevalere le ragioni della prudenza. 

Tutte precauzioni inutili! Perchè, o Signori, quando nell'aprile 
del 1906 il Bollettino fu pubblicato, non solo il Maiocchi respinse 
il fascicolo a lui diretto, rifiutando di pagare la quota sociale, 
ma respinse anche il fascicolo di cambio colla sua Rivista, mo- 
strando così di voler rompere ogni rapporto personale e di studi 
col nostro Sodalizio. Ora, o Signori, noi potevamo tollerare la 
rottura personale, perchè la nostra Società era stata anche altre 
volte molto larga e liberale nell' applicare 1' art. 8 dello Statuto; 
ma potevamo tollerare che ci venisse respinto con mal garbo il 
fascicolo di cambio, il cui invio significava da parte nostra il 
proposito sincero di vivere in buon accordo? Il nostro Bollet- 
tino^ signori, rappresenta la vita di questo Sodalizio, e n' è 
1' emblema ; noi vi siamo affezionati, perchè esso è frutto delle 
nostre fatiche, e vi spendiamo attorno le maggiori cure e la 
parte migliore di noi stessi. Noi questo fascicolo lo mandiamo 
in giro per Italia e fuori d' Italia, e dappertutto esso ha trovato 
e trova buona accoglienza. Prima era esso che chiedeva d'essere 
accolto, ora sono gli altri che chiedono con premura la sua 

(l) Hlvista di scienze storiche, ^8 febbraio 1906, pp. 33-36, 



9 — 



compagnia e mostrano di gradirla e di apprezzarla. Ebbene, 
questo Bollettino, a cui uomini consumati negli studi e giovani 
egregi collaborano con tanta fede e con tanto disinteresse, do- 
veva essere respinto proprio dalla Rivista di Scienze Storiche, 
diretta da colui a cui la Società Storica aveva dimostrato sempre 
la maggiore benevolenza, ed aveva affidato la più importante 
delle sue pubblicazioni, quella del Codice diplomatico dell' U- 
niversitày lasciandone a lui tutto l'onore, sebbene l'opera fosse 
eseguita sotto la vigilanza e il controllo di una Commissione ! 

Il fatto grave in sé, aggravato vie più dall' inopportuno in- 
tervento di chi, pur fornito di titoli accademici, non aveva ne 
diritto né autorità di pronunciar giudizi sopra un dibattito a 
cui era estraneo, e che mirava forse a seminar zizzania nel 
nostro Sodalizio, non poteva passare inosservato, né rimanere 
senza risposta. Il decoro della Società esigeva che l'intervento 
fosse rintuzzato e che si richiamasse ad un più esatto apprezza- 
mento de' propri meriti e del proprio valore chi aveva dimenti- 
cato per un istante il dovere della modestia. 

E fu scritto quello che tutti anno potuto leggere nel fa- 
scicolo di giugno. 

Si è sollevato da taluno il dubbio che il giudizio da me 
pronunziato su chi fu già nostro collaboratore potesse infir- 
mare il valore del Codice diplomatico ; ma è un dubbio 
infondato ; perchè il Codice diplomatico è protetto abbastanza 
dal nome della nostra Società e da quello del collega Vittorio 
Rossi che con dottrina e con amore ne sorvegliò 1' edizione. 
Ad altri appunti non rispondo, perché attendo che sieno 
nettamente formulati ed esposti con franchezza in questa As- 
semblea. Nulla io desidero di meglio che appagare la legittima 
impazienza di chi vuol chiedere al Presidente la ragione di 
ogni minimo suo atto. Oggi è il giorno del Rendiconto, e voi, 
o signori, siete i miei giudici. 

Del resto, questi non furono che semplici incidenti, i quali 
non m' impeiirono di dedicare al Bollettino la maggiore atti- 
vità, pur essendo privo di segretario e dovendo correggere dal 



— 10 



primo all' ultimo i fogli di stampa. E, in complesso, dell'annata 
1906 possiamo essere soddisfatti. Oltre al lavoro sulla Reazione 
cattolica, il dr. Rota ha pubblicato una memoria sul Gianse- 
nisyno dell' Università pavese^ che è parte di un lungo lavoro 
sulle origini del nostro Risorgimento. Fu iniziata e spinta molto 
innanzi 1' edizione del Breve mercadancie mercatorum Papiae, 
affidata all' avv. M. Ghiri, la cui andata a Roma non mi fa 
perdere la speranza che egli possa compiere il largo studio da 
lui promesso su quel documento cosi importante per la storia 
economica di Pavia. Un curioso episodio della politica sforzesca 
fu illustrato dal prof. L. Rossi del nostro Ginnasio Ugo Foscolo. 
Il prof. BoUea, forte tempra di lavoratore, ha fatto rivivere la 
figura oramai sbiadita di A. M. Spelta e promette di pubblicare 
dello storiografo seìcentista la storia ms. della guerra del Monfer- 
rato, che giaceva inedita e quasi sconosciuta nella nostra biblioteca 
Universitaria. Un lavoro di grande importanza è quello del dr. Piero 
Ciapessoni sull' economia e sulla finanza pubblica pavesi sotto 
Filippo Maria Visconti, Il dr. Ciapessoni, giovane di anni, ma 
dotato di larga cultura, ha dimostrato quale profitto per la storia 
sociale ed economica possa trarre uno studioso serio da carte 
dimenticate che per tanti altri sarebbero state argomento di una 
sterile erudizione. Il dr. Leopoldo Fontana ha dato interessan- 
tissime notizie sugli ostaggi pavesi del 1796, e finalmente ^1 
chiaro prof. Patroni ha continuato ad illustrare le nostre anti- 
chità con quella competenza che non à bisogno di lodi per es- 
sere^riconosciuta. Nella parte bibliografica abbiamo cercato di 
non omettere nessuna notizia che potesse direttamente o indi- 
rettamente interessare i cultori della storia patria, e finalmente, 
quanto al codice diplomatico dell' Università, ho fondata spe- 
ranza che esso possa essere ripreso e continuato al più presto 
con sicurezza di buona riuscita; ma su di ciò non ho preso 
alcun impegno, trattandosi di argomento importante sul quale 
intendo lasciare alla Società e al mio successore piena libertà 
di azione. 

Signori ! quando sei anni addietro fu fondata la Società 
Pavese di Storia Patria, fu pensiero degli iniziatori di racco- 



— 11 — 

gliere in nn fascio le forze vive degli studiosi e degli amatori 
delle cose patrie per dotare Pavia, non inferiore ad altre città 
italiane per antichità di passato e per nobiltà di tradizioni, di 
un sodalizio che fosse ad un tempo un organo di cultura citta- 
dina ed un laboratorio di ricerche originali. Ed un altro intento 
si proposero : quello di aprire un campo di esercitazioni e di 
addestramento a' giovani della nostra Facoltà Letteraria, i quali, 
guidati da' loro maestri, mirassero più specialmente a colti- 
vare le discipline storiche, letterarie, archeologiche. La no- 
stra Facoltà di Lettere, o Signori, non ostante la forza e 1' au- 
torità de' suoi insegnanti, si trova in una condizione di mani- 
festo svantaggio rispetto alle altre del Regno. Essa ha, a poca 
distanza, un' altra Facoltà, quella di Milano, che le fa una pe- 
ricolosa concorrenza, e non può offrire ai suoi studenti tutti 
quegli svariati mezzi di studi (biblioteche, archivi, musei) che 
abbondano invece nelle grandi città. Combattere questi svan- 
taggi con tutti i mezzi che può suggerire 1' amore del bene e 
la giusta persuasione che la forza di una Facoltà si misura non 
dal numero degli scolari, ma dalla somma di energie vive che 
sa sprigionare da' giovanili intelletti, compensare il difetto del 
numero colla qualità, mediante una maggiore intensificazione 
di cultura e un più immediato contatto col materiale di studio: 
questa parve a me e a molti altri un' opera utilissima in sé, 
doverosa poi di fronte al problema complesso dell'Università 
nostra da tante parti insidiata ; e sembrò che la fondazione di 
una Società storica potesse servire egregiamente a quegli scopi. 
Dopo sei anni noi possiamo dire con soddisfazione che il 
duplice obbiettivo è stato raggiunto. La nostra Società è dive- 
nuto un organismo robusto, ha prodotto intorno a se un movimento 
fecondo di studi, ha richiamato l'attenzione dei dotti sull' im- 
portanza della nostra storia che è parte nobilissima della 
storia nazionale. Ha pubblicato sei volumi di atti, che abbrac- 
ciano 90 memorie originali^ 258 tra recensioni e resoconti di 
opere nella massima parte relative alla storia pavese o lombarda, 
87 piccole comunicazioni, un grandissimo numero di notizie di 
pubblicazioni che direttamente o indirettamente si collegano 



— 12 — 

coi nostri studi. Inoltre, ha pubblicato un indice dell'Antico Bol- 
lettino storico pavese dell'egregio conte Cavagna e delle Memorie 
e Documenti del Moiraghi, e iniziato la pubblicazione di un Codice 
Diplomatico dell' Università che sarà il miglior monumento in- 
nalzato alla gloria del nostro Ateneo. Nessun altra Società sto- 
rica ha fatto in cosi pochi anni quello che ha fatto la nostra, 
colle sole sue forze e senza sussidio del Governo. 

Ma la nostra Società ha fatto una cosa non meno impor- 
tante. Ha creato un vivaio di energie giovanili che non può 
non essere per noi argomento di legittimo orgoglio. Accanto ai 
vecchi e benemeriti cultori della storia locale è passata e passa 
tutta una schiera di bravi giovani educati nel nostro Ateneo, 
che alla storia pavese lianno dedicato tutto 1' ardore del loro 
giovanile entusiasmo. Questi giovani si chiamano Armida Sac- 
chetti ed Evelina Menghini, Ettore Galli, Andrea Damiani, Et- 
tore Rota, Baldo Peroni, Piero Ciapessioni, Mario Chiri, Carlo 
Invernizzi, Ezio Levi, Leopoldo Fontana, già studenti della 
Facoltà di Lettere e di Giurisprudenza, ora dottori, professio- 
nisti od insegnanti. Lo spettacolo di tanti giovani lombardi 
che, venuti a Pavia, s' innamorano della sua storia e vi fanno 
le prime armi e gustano le prime gioie della ricerca scientifica, 
è per noi altamente confortante. Essi hanno servito astringere 
vie più que' vincoli di affiatamento morale tra Pavia e le Pro- 
vincie lombarde da cui le sorti della città nostra e del suo 
Ateneo nou possono che essere avvantaggiate. 

Questo è stato il miglior compenso delle mie fatiche e di 
quanti insieme con me nel Consiglio direttivo hanno in questi 
sei anni dirette le sorti del nostro Sodalizio. Ma, Signori, come 
godo dei risultati ottenuti, cosi non m' illudo sulle difficoltà 
del mio ufficio e sul giudizio che altri può portare su tutti gli 
atti compiuti nel non breve periodo della mia presidenza. Ogni 
tempo ha i suoi uomini, come ogni uomo ha il suo momento. 
Forse per costituire la Società e guidarla ne' primi passi, che 
sono sempre difficili e incerti, erano necessarie certe doti di 
energia e di organizzazione, che a me non mancano, e che però 
potevano additarmi all' alto onore di presiedervi. Ma ora la si- 



- 13 - 

tuazioiie è cambiata. Il sodalizio ha passato il suo periodo di 
prova e la sua esistenza è assicurata. Esso ha bisogno di tran- 
quillità e di raccoglimento, perchè tranquillità e raccoglimento 
sono condizioni essenziali degli studi. Nel nuovo periodo in cui 
entra la Società nostra altre tempre ci vogliono, e la mia po- 
trebbe essere di ostacolo a quel bene, che è nostra comune 
aspirazione di raggiungere. 

Venga dunque a questo posto altri che abbia maggiore au- 
torità della mia e che col tatto e colla prudenza sappia guidare 
il Sodalizio vei'so le sue alte e serene finalità. Tornando fra i 
gregari, conserverò intera la gratitudine verso tutti coloro che 
mi confortarono de' loro consigli e mi onorarono della loro 
collaborazione. Ringrazio 1' on. Consiglio direttivo, in cui trovai 
sempre largo consenso di intendimenti e che mi seppe compa- 
tire anche nei miei difetti. Ringrazio in particolar modol'ing. 
U. Pavesi che accettò la carica di economo-cassiere in un mo- 
mento difficile e 1' ha tenuta fino ad oggi inspirandosi ad un 
alto senso di patriottismo. Ringrazio infine questa città, che mi 
fu tanto liberale di stima e di benevolenza, questa città che 
oramai, dopo venti anni di soggiorno, considero come mia seconda 
patria, e da cui ripeto con gratitudine i migliori e più forti 
impulsi alla mia modesta carriera scientifica. 



Letto il Rendiconto, il Presidente dichiara aperta la discussione 
sul medesimo. 

Il prof. De Dominicis propoae che il prof. Romano sia rieletto 
Presidente della Società per acclamazione. 

Il prof. Gorra osserva che, prima di passare alla votazione sulla 
proposta De Dominicis, bisognerebbe sentire l'opinione sui fatti ri- 
feriti nel Rendiconto anche delle persone, che meglio delle altre sono 
in grado di giudicarli, cioè dei membri del Consiglio direttivo, i quali 
o non sono presenti o, se presenti, non hanno manifestato il loro 
pensiero al riguardo : chiede quindi al Presidente se non gli sembri 



14 



forse opportuno di discutere soltanto l'argomento in questa seduta, 
rimandando ad altra il voto sul Rendiconto. 

L'ing. Oampari risponde che da parte del Consiglio direttivo, di 
cui è membro, nessun appunto crede possa muoversi all' esposizione 
de' fatti contenuta nel Rendiconto, perchè le linee direttive di questo 
furono stabilite di comune accordo fra Presidente o Consiglio diret- 
tivo : all'osservazione Campari si associano, asserendone la perfetta 
esattezza, i prof. Mondaini, Salveraglio e ing. Pavesi, membri essi 
pure del Consiglio direttivo. 

Il Presidente ringrazia i colleghi del Consiglio direttivo delle loro 
parole cortesi, ma dichiara che non è alieno dall' accettare la proposta 
del prof. Gorra, di rimandare cioè ogni discussione e deliberazione 
ad altra seduta. 

Il prof. Gorra, constatando che l'Assemblea non è favorevole al 
rinvio della discussione, dichiara che, dopo le affermazioni esplicite dei 
membri presenti del Consiglio Direttivo e nella mancanza di qualsiasi 
riserva scritta sul Resoconto, presentato dalla Presidenza, da parte 
degli assenti, si possa proceder senz' altro seduta stante nello svolgi- 
mento dell' ordine del giorno sino al completo esaurimento di esso. 

Il Presidente quindi invita l'ing. Pavesi, economo-cassiere provvi- 
sorio, di cui elogia altamente l'abnegazione addimostrata nella deli- 
cata bisogna, a fare il Rendiconto finanziario. 

Prima che si venga ad esso però il prof. Mondaini osserva che 
non è stata messa in votazione la proposta DeDominicis: egli crede 
che si deva non solo metterla in votazione, ma approvarla, perché 
essa, a prescindere dall'affermazione della Società sul nome del be- 
nemerito Presidente, implica la consacrazione solenne dell'indirizzo 
scientifico e pratico, illustrato appunto nel Rendiconto morale. 

Il Presidente, pur ringraziando, prega il proponente ed i signori 
ad esso associatisi di non insistere, preferendo egli che la elezione 
del Presidente avvenga nelle forme statutarie consuete: la sua pre- 
ghiera è accolta. 

L'ing. Pavesi espone quindi il Rendiconto finanziario, che viene 
approvato con un avanzo nella parte attiva di lire 1163,07. 

Si procede infine alle elezioni che, su 38 votanti, danno i risul- 
tati seguenti : 



- 15 



Presidente : 


Prof. Romano 


con voti 


37 




Prof. Pavesi 


n 


1 


Vicepresidenti : 


Prof. Taramelli 


n 


38 




Ing. Campar! 


n 


34 




Conte Cavagna 


n 


1 




Ing. Sassi 


ìì 


1 




Prof. Villa 


' n 


1 


Consiglieri : 


Prof. Grorra, relatore 


n 


36 




Ing. Sassi 


lì 


33 




Prof. Niccolini 


11 


2 




Prof. Patroni 


ri 


1 




Prof. Salveraglio 


11 


1 


Econo mo-cassiere 


: Rag. Stucchi 


11 


30 




Ing. Pavesi 


11 


2 


Segretario : 


Prof. Natali 


11 


32 




Avv. De Silvestri' 


11 


2 




Prof. De Dominicis 


11 


1 




Prof. Mondaini 


11 


1 



In seguito a tali risultati, il Presidente proclama eletti i signori : 
prof. G. Romano a Presidente, prof. T. Taramelli e ing, A. Campar! 
a Vicepresidenti , prof. E. Gorra ed ing. E. Sassi a Consiglieri, col- 
1' ufficio il primo di Relatore, rag. A. Stucchi ad Economo-cassiere, 
prof. A. Natali a Segretario. 

Esaurito l'ordine del giorno, la sedurla è tolta alle ore 16.30. 



Il Presidente 
G. ROMANO 



Il Segretario 
G. Mondaini 




U STORIA DELL 





l A Pilli 



NEL SECOLO XVI (i) 



Le condizioni dei vari stati italiani nel secolo XVI diffe- 
renziavano tra lóro più di quello che non fosse ducent' anni 
addietro prima che l' umanesimo, fecondo in alcune terre, sterile 
in altre, avesse rimufati i lineamenti ed il colore al vecchio 
giardino dell'impero; eccome in certe regioni dell' Italia supe- 
riore la borghesia aveva percorso lungo cammino sulle vie della 
civiltà industriale, in altre appena usciva dalle fasce del feuda- 
lismo ed affacciavasi timida ancora alla vita nuova. Indifferente- 
mente e capricciosamente s'avvicendavano a brevi passi l'un dal- 
l' altro centri di avanzata cultura e centri di cultura ancor ristretta 
nell'ambito delle idealità medievali; si vedevano floridissime 
città da cui partivano tentativi di unificazione italiana, accanto 
a città resistenti e renitenti a qualunque nuova idea, ricoverate 
all'ombra del campanile o trattenute dalla forza dei pregiudizi 
innanzi al santuario di un mito locale ; regioni ove 1' uragano 
della Kiforma metteva negli animi un entusiasmo coraggioso, 
regioni sulle quali il soffio del luteranesimo passava inosser- 
vato od incutendo puerili terrori. 

Fu in mezzo a condizioni di grandi discontinuità economiche 
e morali che irruppe la reazione cattolica, contraccolpo vio- 



(1) Da alcune cartelle che si conservano nell'Archirio Storico Civico Pavese 
(ce. 520, 521, 522) sopra 11 tribunale Hell' inquisizione a Pavia nella seconda 
metà del sec. XVI. 



— 18 



lento di un fenomeno che aveva colpito terre lontane dalle 
nostre; e l'Italia divenne la barriera di difesa contro il prin- 
cipio del libero esame introdottosi nelle nazioni germaniche. 
Esclusa dai privilegi e dai benefìci che agli stati cattolici offriva 
il moto protestante, scontò ed accolse in sé stessa tutti i danni 
che per parte di esso avrebbe dovuto subire il cattolicesimo. 

Indubbiamente, dopo il grido di Lutero che ammoniva i 
popoli di staccarsi da Roma per ritemprare a nuove fonti di 
gioventù e di vita la fiacca civiltà del mondo occidentale, a 
E/Oma spettava un diritto di legittima difesa ; ma è pur certo 
che il papato considerando 1' Europa come un organismo in 
tutte le sue parti uniformemente costituito, al quale si potes- 
sero impoi're una regola morale una devozione ed un metodo 
religioso d' una uniformità rigidamente assoluta, gli stati catto- 
lici dovevano incorrere in quelle crisi fatali a cui dà occasione 
chiunque cerchi, anche nel mondo fisico, di fare violenza alle 
leggi della vita o di interrompere il loro processo naturale. 

L' Italia presentava al di dentro quelle stesse disformità che 
l'Europa mostrava al di fuori; e, come nelle varie nazioni la- 
tine, cosi nelle regioni d'Italia si possono osservare i disastrosi 
effetti che seguirono all'assolutismo di Roma: lo sviarsi della 
vita dalle sue proprie e genuine correnti, le inquietudini del 
sentimento ed i contorcimenti del pensiero incapace di reagire 
contro la pretensiosa voglia di foggiare entro uno stampo unico 
il pensiero e la vita di popoli e di città separate fra loro per 
abito spirituale, per tendenze di fede, per forma di economia 
interna. 

Come tutti i fenomeni artificiali che sono importati dal 
di fuori o dal di fuori traggono la loro estrinseca ragion d' es- 
sere, cosi la reazione cattolica che orientavasi in Italia non 
tanto secondo le condizioni locali, ma volgendo lo sguardo 
sempre atterrito alla Germania, visse dei propri eccessi e si 
nutri delle proprie esagerazioni. 



— 19 



Ad ogni città doveva presiedere un proprio tribunale d' in- 
quisizione al quale si potessero immolare degli eretici ; ogni 
provincia doveva di quando in quando celebrare i propri sinodi 
in cui si riproduceva, a linee minori, il grande convegno di 
Trento ; ogni terra doveva avere il proprio predicatore che de- 
stasse le paure dei fedeli attorno alle massime dei luterani. Gli 
uomini che il papato destinava alla difesa del cattolicismo di- 
sponevansi a vedere ovunque minacce d' eresia ingrandite se- 
condo la lente di Roma: il barocchismo nella politica e nella 
condotta della Chiesa precedeva il barocchismo nell'arte e nella 
letteratura dei popoli cattolici; esso era una conseguenza legittima 
della distanza che separava l'Italia vera dall'Italia quale veniva 
raffigurata e concepita da Roma; un effetto della sproporzione 
fra l'entità del pericolo eretico in Italia ed i mezzi impiegati 
dalla Chiesa per reprimerlo. 

Quindi si nota da una parte, che la rigidità dell' assolutismo 
papale più volte si spezza contro le varietà locali a cui tenta 
invano di sovrapporsi, e che la politica di Roma continuamente 
si corregge si modifica e vive di compromessi ; d' altro lato, 
che i nuovi istituti, usciti dal ceppo della contro-riforma e sorti 
con intento religioso, sono inevitabilmente trascinati dalla 
loro inoperosità fuori dei propri confini giurisdizionali e 
vanno rintracciando altrove quelle vittime che l'eresia pro- 
duce troppo scarsamente nel proprio seno ; e il Santo Ufficio 
allarga la propria sfera d' azione entro campi estranei al suo 
potere e si interessa d'omicidi, di sortilegi, di violazioni delle 
leggi canoniche, di competenze civili, di cause matrimoniali, e 
confonde le proprie radici con quelle dello stato, i propri attri- 
buti con quelli del foro ecclesiastico o del foro laico, trasfor- 
mandosi via via in un tribunale di disciplina, in un ufficio di 
polizia, in un centro di conquiste temporali (1). 

(l) Cfr. Battistella, Notizie sparse sul Sani' Officio in Lombardia duì^ante 
i secoli XVT e XVIT, in Archivio storico loìnbardo, 1902, pp. 132 e segg. 



so 



Qaal meraviglia che gli inquisitori, scelti da Roma tra i 
più ferventi e scrupolosi ortodossi, capitando in regioni che la- 
sciavano inerte il loro zelo e insoddisfatte le loro avidità di 
preda, creassero quasi istintivamente, con esagerate predicazioni, 
un' atmosfera atta ad una propaganda anti- eretica e quindi, 
padroni della pubblica coscienza, abusassero del loro potere 
trasmodando in atti illeciti, ingerendosi in affari estranei al loro 
mandato, mirando a soddisfare le ambizioni personali di dominio, 
anziché l'interesse della causa strettamente religiosa e cattolica? 

Questo fu il caso di un inquisitore pavese. 






Pavia non era terra feconda d' eretici ; dai ricordi che a noi 
restano della pietà e della fede del suo popolo, appare che 
l'idea luterana non raccoglieva tra i figli di S. Siro né oppo- 
sitori terribili né seguaci sicuri ; in mezzo al fanatismo po- 
polare ostinatamente restio a novità religiose, le opinioni d'ol- 
tralpe trascorrevano quasi inosservate ed incomprese, u Questa 
è vigna buona (scrivevano quelli del Comune al Loyola solle- 
ticandolo a predicare in Pavia), qui si possono trarre a riva nu- 
merosi pesci TI. 

Spesseggiavano, come risulta dai processi d' inquisizione, i 
negromanti e gli alchimisti, i cultori d'arte magica ed i ricer- 
catori della pietra filosofale. Erano frutti della bacchettoneria 
largamente diffusa certe visioni di imagini semoventi che da- 
vano motivo al sorgere di nuove Chiese o di nuovi altari ; ma 
quale cosa appunto distava dallo spirito del protestantesimo più 
che le credenze esteriori del culto ? 

Nel 1568 era stato chiuso nel carcere del Sant' Ufficio un 
tal Bernardino de' Cristiani detto Della Polvere che voleva 
scrivere, in collaborazione con parecchi, un trattato di arte 
magica ; aveva fama di grande astrologo e di infallibile indo- 
vino ; studiavasi di mutar 1' argento in oro e vantavasi di saper 



— 21 - 



guarire gli spiritati ; la professione più lucrosa era per lui la 
ricerca di tesori perduti o rapiti e la scoperta del ladro ; e vi 
riusciva, pare, con soverchia facilità, mediante certe figure geo- 
metriche eh' egli stesso sapeva comporre insieme ; « si entra, 
egli diceva, nella casa dove è il tesoro et si tira una corda per 
cantone della casa, di sorte che le due corde nel mezzo della 
casa rimangono in croce; poi si getta la figura et con quella si 
vedrà in qual parte della casa sia il tesoro ». E i buoni pavesi 
ci credevano ! Tra le sue colpe v'era pur quella di voler tingere 
la lana in modo diverso dagli artigiani e di ricercare nelle 
acque poteri miracolosi. 

Nello stesso anno furono processati per accuse di sortilegio 
un tal Giuseppe de' Pazzi, pavese, Fulvio de Ferrari di C^hi- 
gnolo, Paolo Pauza di Binasco, Pietro Antonio Taccone genti- 
luomo pavese mago e negromante, Giovan Battista Peroni con- 
cittadino a incantator et divinus ac rerum occultarum inventor:^: 
quest' ultimo andava insegnando che per scongiurare i pericoli 
della grandine bastava descrivere sui campi una croce con cera 
ed olio benedetto quando minacciava temporale. 

Tra la nobiltà pavese v'era qualche spirito liberale, rcwa avis^ 
che accennava simpatie pel protestantesimo: Francesco Suinigno 
aveva osato pensare che pregando dovevasi invocare Dio solo e 
non i santi ; che i cristiani erano tenuti a santificar le dome- 
niche, ma non le altre feste di precetto; che i lumi che s'accen- 
dono sui sepolcri dei fedeli meglio verrebbero convertiti in ele- 
mosine a prò' dei poveri ; aveva dubitato che la confessione 
auricolare e sacramentale fosse de iure divino ; che i suffragi 
dei cristiani viventi giovassero ai defunti ; e infine, che il papa 
fosse vicario di S. Pietro. 

A dir vero per un nobile il fatto era scandaloso. Ma le in- 
terposizioni del vescovo sgombrarono i mali dubbi del Suinigno 
e questi abiurò pubblicamente nella Chiesa di S. Tommaso, 
riconducendo col suo esempio all' ovile anche le altre pecore 
smarrite. 



— 22 



Pavia non era dunque una città matrigna alla Chiesa, né 
tale da poter dare gran filo da torcere agii inquisitori. 

Ma quando vi mise piede uno spirito bizzarro che propone- 
vasi di spadroneggiare a suo arbitrio servendosi del Santo Uf- 
ficio come di uno strumento di dominio, furono presi alla lettera 
gli ordini di Koma e si finse la città invasa dal morbo eretico, 
e si seminarono negli animi inquietudine e sgomento sotto co- 
lore di liberare il popolo pavese dal pericolo della eterna per- 
dizione. 

Era questi il frate Pietro da Quinzano. Entrato nella città 
egli esordi con animatissime prediche informate a quel senso 
di esagerazione eh' era il caratter^^ di tutta la politica vaticana 
d' allora ; prese a far credere u che la città de Pavia era lute- 
ranissima et la più infestata città (diceva) eh' oggi vi sia in 
Italia d' heresia, et peggio eh' un altra non ce n' era, et eh' el 
Signor Idio 1' haveva mandato lui qua in Pavia per discerner 
le pecore buone dalle cattive et che questo era in general cosi 
jielli grandi come nelli piccoli, tanto negli uomini come ne le 
donne. ?? 

Non è a dire come il frequente ripetersi di simili calunnie 
pronunciate in pubblico dalla bigoncia delle chiese principali 
e in di festivo, quando tutti, nobili e professori dell'Ateneo, 
borghesi ed operai, stavano raccolti nei templi, toccasse al vivo 
la suscettibilità dei pavesi, magnati e popolani, coinvolti ugual- 
mente nella stessa accusa fantastica di luterani. 

Della pubblica indignazione si fecero interpreti Orazio Sa- 
lerno e leronimo Beccaria, due gelosi custodi del decoro citta- 
dino, insieme con altri nobili che passavano per la maggiore. 
Nelle loro proteste vibrava la nota del risentimento generale ; 
non ci aspettavamo, essi scrivevano, che Pavia a sempre osser- 
vatrice della sua religione, invece di ricordare che sempre fu 
tale come lo attestano i suoi cenobi e luoghi pii e i privilegi, 
sia uscita per bocca del suo inquisitore in parole disoneste e 
contrarie..., in luogo pubblico, in prediche, al cospetto non solo 



- 23 — 

del popolo pavese ma di tutta l'Accademia Ticinese, e non per 
una ma più e ripetute volte ti. Alle giuste querele si ebbe cura 
di allegare valide testimonianze del clero a sostegno della reli- 
giosità pavese; e in queste leggevansi brani significanti: a ho 
sempre conosciuta questa città, stava scritto in uno di essi, 
viver cristianamente, vedendo che tutti generalmente si confes- 
sano et comunicano alli tempi debiti, vanno alle prediche, 
messe et altri divini offici con devotione n. 

Fra Pietro non davasi per vinto e batteva imperturbato la 
sua strada quasi fosse la via maestra per conquistare il dominio 
morale della città. Né valse a fargli mutar rotta il proposito di 
un tale, Giuseppino de' Pazzi di professione sarto e sortilego, 
che voleva organizzare una congiura per toglier di mezzo 1' in- 
discreto inquisitore. 

Minacciato e da tutti inviso, egli affettava una rigidezza 
eccessiva nell' infliggere pene, pari soltanto alla licenziosità del 
suo modo di vivere. Superbamente altero trascorreva in mezzo 
al pubblico disprezzo, armato di tutto punto come uno sche- 
rano; archibugi, pugnale, pistola, arnesi proibiti ad un inqui- 
sitore, cui solo era concesso farsi scortare da una famiglia d'ar- 
mati, pendevano dal suo fianco; sdegnoso del nero pallio, 
usciva avviluppato in bianco e ricco mantello di feltro, stretto 
alla cintola da un cordone policromo, e cavalcava con sandali 
e coturni cercando gli sguardi della folla, a guisa di valoroso 
cavaliere, 7nore strenui mililis dice appunto la vecchia carta 
dalla quale togliamo fedelmente questi e gli altri particolari (1). 
ce pulchra gravitas et modestia et vite exemplar inquisitoris 
talis et tante civitatis ac immense diocesis ! ti Esclamano i pa- 
vesi querelanti e indignati. 

Amante di viaggi, traeva occasione dall' arrivo in città di 
qualche sconosciuto mercante forestiero per arrestarlo sotto pretesto 
d'eresia e cavargli più denari potesse a prezzo della sua libera- 
ci) Cart. 520, f. 49. 



24 



zione ; tenevalo per più giorni custodito in carcere e frattanto 
scorazzava di città in città fingendo di assumere notizie sul 
suo conto e, tornando, addossavagli tutte le spese, in proporzioni 
enormi, contratte durante le sue lunghe scorrerie. 

Commetteva inaudite atrocità ed insospettabili arbitri ; oc- 
cultava l' incartamento dei processi più irregolari ; sottoponeva 
a spasimi crudeli degli innocenti capitati per caso nelle sue 
mani; ricordasi nelle inchieste del tempo il caso di una vecchia 
che per aver donato una calamita ad un rigattiere, fu tratte- 
nuta in carcere per ben quindici giorni, sottoposta alla tortura 
e restituita in libertà a stropiata d' uno brazzo 11 dopo il paga- 
mento di quindici lire imperiali. 

Oompiacevasi frate Pietro da Quinzano d'unirsi al popolino 
durante le solennità festive per dividere insieme gli ozi ed i 
passatempi più ameni ; cibavasi di prelibati manicaretti e di 
tutti i cibi proibiti ne' giorni sacri in presenza de' suoi dioce- 
sani ; e vedendo che questi mostravansi scandolezzati e non 
osavano imitarlo in sua presenza, li incoraggiava a smettere 
ogni scrupolo religioso assicurandoli eh' egli li avrebbe assolti 
dal peccato se altri si fosse rifiutato di farlo. 

Ne mostravasi alieno da certe passioni amorose ; commetteva 
adulteri e citava spose a comparirgli innanzi sotto accusa di 
eresia per intrattenerle a in ecclesia de media die it sopra ille- 
citi parlari; e se alcuno gridava o protestava, egli, falsificando 
le relazioni; scritte e corrompendo il clero, assicuravasi l'impu- 
nità ed il silenzio. 

Un fatto che mise a rumore tutta Pavia e provocò l'espul- 
sione del frate, colpiva nel giugno del 1668 la persona di un 
ricco mercante pavese. Angelo Migliavacca, allora d' anni 52 

Il tre giugno di quell' anno, avuto ordine di comparire in- 
nanzi air inquisitore entro il termine di un'ora, sotto pena di 
scomunica e di mille scudi in caso d' infrazione, fu subito cat- 
turato, dietro accusa d' eresia, sebbene si dichiarasse pronto a 
dare sicurtà per la somma di scudi 10.000. 



- 25 — 

La ragione vera di quella citazione era ben diversa. Il Mi- 
gliavacca aveva venduto al u inagnifico auditor di rota » sin 
dall' anno 1560 in occasione del suo dottorato, parecchi metri 
di panno per 1' abito di laurea; richiestolo ora dei denari e degli 
interessi saliti col ritardo di pagamento, n' ebbe in risposta che 
u l'avrebbe bensì pagato, ma a suo modo ti : ed infatti il di 
appresso, invece delle monete, trovavasi... a con le manete tì. 

Il figlio del Migliavacca, Antonio, ricorse al podestà chie- 
dendo giustizia contro il nuovo sopruso : ma quegli appose al 
ricors;) la propria incapacità a procedere essendo il padre im- 
putato d' eresia. Dopo il terzo giorno dall' arresto, protestando 
il povero detenuto d' essere innocente e di avere contratto, quale 
mercante, forti impegni commerciali con Pavia, l' inquisitore 
interruppe ogni comunicazione scritta od orale col di fuori, e 
lo dichiarò molit proprio scomunicato. Il figlio ricorse a Roma, 
mise in moto i professori dell' Università e agitò la pubblica 
opinione. Giunse il chiasso alle orecchie dell' inquisitore che 
ordinò la cattura di Antonio Migliavacca alla quale di li a poco 
segui r imprigionamento del servo per aver tentato d' introdurre 
occultamente una lettera in una cuffia indirizzata al padre. 

Frate Pietro, sospettando che qualche bufera scoppiasse sul suo 
capo, andava raccogliendo fra i debitori del mercante testimoni 
mercenari per dare validità in qualche modo alla falsa accusa d'e- 
resia; adulterava i registri del tribunale d'inquisizione, ne modifi- 
cava le date per trasportare ad anni anteriori fatti avvenuti durante 
il suo ufficio, sottraeva i fogli che recavano memoria di pro- 
cessi irregolari e scorretti, tutto alterava e rifaceva a suo ta- 
lento. Ne perciò trattenevasi dal commettere contro chicchessia 
atti vessatori e rapine di danari ; capricciosamente carcerava, 
imponeva multe oltre i limiti fissati dai canoni, confiscava pa- 
trimoni a tutto suo profìtto, legittimando le spogliazioni colle 
spese di processo. Ad un tal Andrea Mollio, vittima della sua 
avida tirannide, inflisse la perdita di tutti gli alberi dei suoi 
estesi poderi, fatti tagliare e venduti con atto di indebita ap- 



— 26 — 

proprìazione. Nelle ore notturne andava visitando i suoi carce- 
rati e con minacce li intimoriva. Contro il figlio del Miglia- 
vacca adottò una procedura cosi spietata, clie ne morì per le 
atroci sofferenze. 

I ricorsi di vari giureconsulti a Roma avevano sortito qualche 
effetto salutare ; un breve papale ordinava clie l' inquisitore, 
nell' affare Migliavacca, operasse coli' intervento del vescovo di 
Pavia e che dalla causa fosse rimosso Vauditore e l'ufficiale fi- 
scale, quali parti interessate, e che a propria difesa l'imputato 
scegliesse 1' avvocato Gerardo Papiniano e Matteo Cellanova 
come procuratore. Frate Pietro finse di non sentire : tenne se- 
grete le disposizioni prese da Roma ed ammise Vauditore ed il 
fiscale in tutti gli esami a cui fu sottoposto il Migliavacca du- 
rante 1' istruttoria del processo ; per colmo d' audacia convali- 
dava di suo pugno con aggiunte arbitrarie le deposizioni che 
non offrivano garanzia di serietà e dava la parte maggiore ai 
testimoni meno attendibili, curando sempre di esaminarli in 
ore illecite e fuori d' uso ed in luoghi più adatti ad impressio- 
nare 1' animo loro. 

Ma le ribalderie dell' inquisitore non potevano durare a 
lungo : caduto il fatto in preda alla curiosità dell' opinione 
pubblica, doveva sorgere ben presto anche il bisogno di un 
pubblico controllo per la tutela della giustizia e della proprietà 
dei molti imputati: Francesco Bozzolo e Iacopo Beccaria, ambedue 
professori di giurisprudenza ali' Università pavese, chiesero di 
poter vedere i processi, inspicere processus dice più esatta- 
mente la vecchia carta. Poco, a dir vero, essi capirono dai libri 
dell' inquisitore, attesa la dicitura capziosamente e artificiosa- 
mente oscura; ma già questo era infallibile indizio dell'irrego- 
larità colla quale erasi istruito il processo. Si formularono le 
proteste e si inviarono a Roma alla Congregazione centrale del 
S. Ufficio, qualificandosi il frate quale spogliatore delle sostanze 
altrui, crassalor alienarwn substanliaru^n. 



- 27 



Da Roma furono subito richiesti gli atti del processo, si 
comprese u il modo di procedere non esser stato con quella 
gravità e considerazione ohe s' attiene all' ufficio di un inquisi- 
tore n ; e perciò il 18 sett. 1568 davasi ordine al vescovo di 
Montefeltro residente in Milano, di verificare attentamente la 
causa del Migliavacca e di trasferire in altro luogo il frate. 

Poco dopo il Migliavacca veniva assolto per deliberazione 
del Cardinale di Pisa, generale della congregazione romana del 
^Santo Ufficio, ed all' inquisitore veniva spedita dallo stesso la 
lettera seguente : 

Reverendo Padre come fratello. 

Il Processo del Miliavacca che noi mandasti, s' è visto in 
congregazione di questo S. Offitio, la quale ha risoluto et cosi 
vi ordina et cornette eh' assolviate a' processi il detto Gio. An- 
gelo Miliavacha et il figlio rilassandogli di pregione e liberando 
li fideiussori dati da loro per conto della cause eh' hanno ha- 
vuto innanzi a voi. Questi signori miei sono restati molto scan- 
dalezzati di detto processo, e gli è parso che si sia dato a' 
testimoni esaminati più fede di quello che conveneva, attenta 
maximamente la qualità loro e detti suoi, e 1' interessi eh' ha- 
vevano con il Miliavacha; oltrache, la maggior parte delle cose 
che dicono sono frivole, et anco non pertinenti alla heresia, 
et in quella che potevano toccarla, poco verisimili ; sono stati 
interrogati di mal modo et con interrogatori suggestivi ; et il 
mettere prigione quel testimonio et fare alli altri precetti pe- 
nali pecuniari! in simil caso non è stato laudato, et in somma 
non s' è proceduto con quella saldezza e gravità che conviene 
a tanto Tribunale, massime che dalli stessi testimoni! essami- 
nati ad instantia del fisco contro lui, si prova eh' egli, cioè 
detto Miliavacha, faceva di molte cose che considerate torna- 
vano a suo favore e mostravano eh' egli non era heretico, se 
bene non haveva nome d' essere il più leale e da bene huomo 



— 28 — 

del Mondo, la qual cosa potrà conoscere e castigare Monsig. il 
Vescovo perchè non a lutti i delitti dovete attendere voi, ma 
solameiite alle heresie et a quelle cose che sapiunt manifestam 
heresim. Ne quali casi, d' ogni dovuta diligenza e severità eh' u- 
sarete, si nel procedere come nel inquisire et condennare, ne 
reporfcarete sempre lode di zelante. 

Tutte queste et alti-e cose che questa santa Congregazione 
ha giudicato errore non s' attribuiscano né a difetto di vostra 
bontà né ad altre cose che all' haver voi dato troppo credito 
al li nostri fiscali et consultore, i quali si sono veramente mo- 
strati indegni di servire a un tanto Tribunale, cosi il fiscale per 
li essamini suggestivi fatti da lui, come il Consultore Galina 
il quale o per malitia o per ignoranza vi ha fatto mettere pre- 
gione uno, cioè detto Miliavacha, come convitto di heresia in 
genere ; e nondimeno a questa S. Congregazione é parso e così 
ha giudicato che non solo non fosse convitto, ma che ne anco 
vi fossero iuditii legittimi ad capturam prò haeresi, appresso a 
un giudice saldo et che avesse consideratione a tutte le cose 
che convenevano d'essere considerate. 

Però questo S. Officio et io in nome suo col megio di questa 
mia vi ordino et cornetto che diate licentia a detti fiscali e 
Consultore e che per 1' avenire non vi serviate più di loro ma 
procuriate con ogni diligenza trovare huomini che per buona 
fama, esperienza, gravità, maturità d' anni et di zelo, siano 
degni di servire quello S. Ofìfitio e nostro Signor Dio in si 
Santo Ofìitio. 

S' è poi ricevuta la vostra di XXII di Settembre prossimo 
in risposta della quale li dico eh' ella fu letta a N. S. il quale 
lauda la diligenza vostra : nondimeno ordinò che io vi scrivesse, 
come fo, eh' el vostro principal scoppo deve essere 1' attendere 
alli heretici e sospetti di heresia et in questo ogni severità che 
debitamente usarete sarà sempre da S. Beatitudine laudata e 
presa in buonii parte come cosa molto necessaria alla presente 
malignità de tempi, però che avvertirete di non toccar mai qual 



- 29 



non sapiat manifestcun heresim^ però che per molte cose illecite 
che si fanno vi sono li ordinarii i quali, caso che siano e fos- 
sero negligenti, potrete o dovrete avisarne N. S.; et in fatto non 
intricarete 1' offitio e la libertà con la quale si dà la corretione 
perchè tutto procede dall' opinione che s' ha che non habbiate 
errato per malitia e che per V avenire non siate per mancare 
di quella diligenza, zelo, prudenza, e carità, che si devono ba- 
vere si nel procedere come nel avisare qua di quanto corre 
alla giornata, perchè non si mancherà di avertirvi acciò non 
erriate e di favorire acciò possiate far 1' offitio vostro. E così 
me n' offero et raccomando come fratello il Cardinale di Pisa. 

Di Roma il XVI d'ottobre 1568. 

A tergo : Al Reverendo Padre come fratello il P. Fra Pietro 
da Quintiano Inquisitore di Pavia (1). 

La lettera è una mite condanna dell' opera di Frate Pietro 
da Quinzano. Questi poco dopo lasciò la città forse per nuovi 
scandali venuti alla luce; Antonio Migliavacca fu tosto liberato 
dal carcere. Ma il povero mercante disse d' avere speso per la 
sua liberazione mille scudi, d' aver sofferto danni per una somma 
di duplice portata e d' avere perso un figlio ventenne senza ve- 
derlo. Il che dice chiaramente in quale modo fosse tutelata 
dalle curie locali e dal foro ecclesiastico la giustizia pri^•^ìta, e 
per quali vie fosse possibile fare un po' di chiaro sulla proce- 
dura indisciplinata di certi inquisitori. 

Ma il Sant' Ufficio di Pavia, e lo stesso può dirsi per altre 
città, continuò a considerare 1' eìi'ore eretico in un senso molto 
largo; e non mancano per gli anni che seguirono al 1568 altri 
esempi d'abuso di potere che ben possono figurare accanto a quelli 
che già abbiamo notato: il 27 giugno del 1591, per ricordare un 
caso un po' singolare, fu condannato a tre colpi di fune ed all'e- 
silio un pavese per avere percosso una persona che gli aveva 
denunciata la moglie all' ufficio di inquisizione come sospetta 

(1) Archivio Storico Civico, Milano : Località foresi i080 (Pavia — Culto). 



30 - 



d' eresia ; il 15 agosto 1621 furono puniti al carcere temporaneo 
alcuni studenti dell'Ateneo per avere a forza strappato dalle 
mani dei famigli del S. Ufficio un loro compagno mentr' era 
tratto alle carceri. 

Il che ci richiama alle nostre premesse : mancando un vero 
e proprio focolare eretico, i tribunali destinati a vegliare sul- 
r eresia dovevano espandere la loro giurisdizione, quasi per 
necessità di lavoro e per legge d' esistenza, sopra altri oggetti 
che originariamente non entravano nell' orbita della loro com- 
petenza immediata ; dovevano aprire alla loro attività nuove vie 
di sbocco che dapprima erano chiuse : di qui gli arbitrii, i so- 
prusi, le usurpazioni di poteri, le ingerenze in affari estranei e 
tutte quelle novità che a poco a pcco finivano per trasformare 
totalmente la struttura ed il carattere genuino dei Santi Uffici 
e per giustificare col tempo dinnanzi al popolo ed alle autorità 
civili le loro più ampie attribuzioni. Da ciò si comprende perchè 
i tribunali d' Inquisizione fossero aboliti nel secolo XVIII da 
quei principi medesimi che proteggevano il cattolicismo e fa- 
vorivano 1' opera della censura religiosa. 

Ettore Rota. 



IL BRKVK 

DELLA MERCANZIA DEI MERCANTI DI PAVIA 



(Continuazione: vedi fascicolo precedente). 

ccxLVìij (ccxLV erroneamente per ccxliiii). Item emendaverunt Ca- 
pituluin quod loqaitur de penis et bannis aufferendis illi vel illis 
qui fecerint rixam et insultiim in consules, rectores, Camararios et 
notarios raercatiouis subter palacium et cetera, quod addatur ipsi ca- 
pitalo, quod eadem pena sib et aufferatur cuilibet de dieta mercatione, 
qui predicta comiserint contra dictos officiales vel aliquem ipsorum 
alia parte faciendo regimine diete mercationis et eorum officium. 

ccxLviiij (ccxLv). Item statutum est et ordinatum quod si aliquis 
de dieta mercatione in iudicio et coram rectoribus diete mercationis 
in causa aliqua quam baberet vel movetur coram eis vel aliquo ip- 
sorum negiverifc veritatem, vel sacramentum falsum fecerit^ solvat et 
solvere teneatur comuni diete mercationis prò qualibet vice solidosXI 
papié quam pe.iam consules teneantur excutere vinculo sacramenti. 



[e. 69v.] In nomine domini Amen. 

Hec SLint statuta et emende statutorum mercadancie papié facta 
et compillata per Infrascriptos novem emendatores brevis diete mer- 
cadancie eleetos ad facienda predicta statuta et emendaciones per. 
Syllanum muricullam consulem diete mercadancie quod per reforma- 
tionem conscilii diete mercationis extitit ordinatum M.occ.vj Indictione 
iiij in primo dimidio anno de mense lulii, nomina quorum sapientium 
sunt hec. Thebaldus bozulus. Magister lanfrancus bellerieus, Ayme- 
ricus de figaria, Johanes guastonus, Anselmus christianus, Pau- 
linus tuseanus, Guillelmus de conrado, Francesebinus maguzanus et 
Rodulfas codagnellas de ebristianis. 

coxLviiij (ripetuto) (ccxlvi). In primis statuerunt et ordinaveruiit 
quod consules et rectores diete mercadancie qui prò temporibus fue- 
riut possint precipere et preeepta facere unieuique de districtu ipsius 



— 32 — 

mercadancie cum expedierit efc causa intervenerit usque In quanti- 
tatem solidoruin sexaginta papié, Inspecta qualitate persone et facti 
salvis sernper permaneutibus aliis lurisdictionibus quas habent et 
habebunt per fonnain statutorum et Reformationis consciliorum fac- 
torum et faciendorum per dictam mercadanciam. 

COL (ccxLVii). Item statutum et ordinatum est quod aliquis homo 
vel persona de dieta mercadancia qui habet vel habuerit causam sive 
questionem cum Oomunitate vel Uuiversitate diete mercadancie, non 
possit esse consul diete mercadancie nec officialis ipsìus mercadancie 
donec ipsa questio duraverit et finita fuerit quod capitulum sit pre- 
cisum. 

[e. 70r.] ccLJ (coxr.viii). Icem statutum et ordinatum est quod quili- 
bet homo et persona de dieta mereadancia teneatur et debeat infra 
octo dies postquam prece nizatum fuerit vel eis denunciatum iurare 
attendere precepta consulum et rectorum diete mercadancie et eis dare 
forciam et adiutorium de eorum Regimine faciendo et quod atfeendent 
et observabunt statata et ordinamenta diete mercadancie et Reforma- 
tiones consciliorum que prò temporibus fient et si quis predictum 
sacramentum facere nolnerit auferatur ei prò hanno et pena solidos 
decem papié prò qualibet vice qua contraveniret. 

cclìj (ccxlviiu). Icem statutum et ordinatum est quod aliqua iu- 
dicatura que solvi debeat occasione alicuius cause sive que'stionis 
que de cetero movebuiitur coram Rectoribus diete mercadancie non 
possit nec debeat exygi ab aliqua parte litigantis cum alia parte nisi 
prius cognitum et diffinitum fuerit de ipsa causa sive questione. 

cclììj (col). Item statutum et ordinatum est quod servitor diete 
mercadancie non possit nec debeat habere aliquid ab aliqua persona 
de aliqua crida que fieret occasione devetorum et bannorum neque 
de extraendo aliquem de deveto et hanno, neque de sacramentis [e. 70?;.] 
que de cetero fierent coram Rectoribus diete mercadancie per aliquem 
modum. 

ccLiiij (ccLi). Ttem statutum et ordinatum est quod si consules vel 
Rectores ipsius mercationis iverint per Oivitatem papié cum notarlo 

ccLJ. Millesimo cccviiij emendatum est quod omnes mercatores diete mer- 
ca^io lis scribantur in quadam matricula per dies XV post introytum dic- 
torura consulum. 

cclìj. Vachat. 



- 33 — 

et servitore diete mercationis occasione excuciendi banna et deveta, 
qiiod nor.arius diete mercationis habeat prò qiiolibet pignore quod 
acceptiun fuerit occasione predicta, denarios sex papié tantum et 
servitor diete mercadancie habeat prò quolibet dictorum pignorum 
denarios quatuor papié tantum et non plus per aliquem niodum. 



[e. 71>\] Hec sunt statuta et ordinamenta facta addita et C'>nfirmata 
in brevi mercationis papié per consciliuni generale mercationis papié 
in favorein paratici fenestrariorum papié existentibus consulibus diete 
mercadancie Tsnardo de irmengarda et Angustino tuscano. m. cccvij. 
Indictione V. 

ccLV (ccLii). In primis statuerunt et ordinaverunt quod consules 
seu rect ires mercadancie papié teneantur sacramento costringere 
eorum posso omnes venditores formagii, carnium sicearum, oley olive, 
piperate, salis et leguminum qui venduntur ad penssam et mensuram 
ad minj.itulum et ad retaliuin in papia et burgis civitatis papié, tam 
mercatores quam alios homines et personas ad iurandum et standum 
sub consulibus paratici fenestrariorum papié et ad solvendam Introytum 
dicti paratici, si ipsis consulibus et rectoribus mercadancie denun- 
tiatum fuerit. 

ccLVi (ccLiii). Item statuerunt et ordinaverunt quod consules seu 
rectores diete mercadancie teneantur sacramento excutere seu excuti 
facere eorum posse omnia banna condemptaciones et deveta que da- 
buntur et fient alieni de dicto paratìco formagiariorum per consules 
dicti paratici occasione sui offìcii. [e 71z;.] Et qui eorum mandata et 
statuta brevis dicti paratici non attendat seu qui centra predicta sta- 
tuta dicti brevis faceret vel tractaret, si ipsis consulibus mercadancie 
denuntiatum fuerit. Quorum bannorum condempnacionum et devetorum 
medietas sit comunis mercadancie et alia comunis dicti paratici. 

ccLVii (ccLiv). Item teneantur pi-edicti consules seu rectores diete 
mercadancie ponere in deveto diete mercationis quemlibet hominem 
et personam de dicto paratieo fenestrariorum qui fuerit in deveto 
dicti paratici de quo non possit exire nisi prius steterit mandatis 
consulum dicti paratici et diete mercadancie. Si ipsis consulibus 
mercadancie denuntiatum et manifestum fuerit. 

3 



— 34 



ccLViii (ccLV). Item teneantur predicti consules seu rectores diete 
mercadancie sacramento manutenerc et defendere eorum posse pre- 
dictum paraticum formagiariorum papié et attendi facere statuta et 
ordinamenta eorum brovis que laudata et approbata fuerint per ca- 
pitaneum populi papié vel per eius iudices cuilibet de dicto paratico. 
Si ipsis consulibus et rectoribus mercadancie denuntiatum fuerit. 



[e. 72r.] 



MOOOVI 



E nendatores Infrascripti emendaverunt Infrascriptas emendas 

primo 

Thebaldus bozulus 

lacominus funarius de Sanato maiolo 

Petrus tortus 

Aymericus de figaria 

Georgius bertonus 

Mohillanus tuscaiius 

Syllanus muricula 

Johannes guastonus 

Thomay de fa^iadeo 

Suprascriptus Georgius fuit emendator et notarius 

Sapientes sunt electi per consules diete mercadancie 



Thebaldus bozulus 
Lanfrancus bellericus 
Aimericus de figaria 
Sylanus muricula 
Antonius or9onus 
Anselmus Cristian us 



Cupa bastonus 
Lafrancus de olezana 
Paulinus tuscanus 
Johannes baralconus 
Buca Ducis (?) 
Petrus Paterius 



lln un quaderno di formato più piccolo, di 8 foglia di cui solo 5 facciate 
sono scritte^ ma anche tutte le altre numerate']. 



[e. 73r,] ccLviiij. Pro evidenti publica utili tate comunis papié et 
bono statu diete civitatis declarando antiquissimas consuetudines 



— 35 - 

UsancJas et Statuta dicti Comunis observatas et observata per di- 
ctum comune tanto tempore cuius contrarii memoria non extitit. 

Dominus Gruillelmotus de baratis de parma index et generalis [vica- 
rius]. Nobilisviridomini Karloti de Suardis potestatis papié, Consensu 
voluntate et auctoritate duodeciui sapientum presidencium factis et 
negociis dicti Comunis habeucium a generali Consilio dicti comunis 
auctoritatem dicfci generalis cousilii Et dicti duodecim sapientes 
consensu voluntate et auctoritate dicti domini Vicarii. Et omnes in 
symul unanimiter et concorditer statuunt et ordinant et declarant 
statuerunt et ordinaverunt et declaraverunt omnia et singula Infra- 
scripta prout infrascripta sunt perpetuo valitura etiam si non forent 
in volumine Statutorum comunis papié. 

COLX (ccLVi). In primis statutum et ordinatum est quod Statuta et 
ordinamenta collegii sive Universitatis mercatorum papié sint ipso 
facto et iure et esse [e. 73y.] debeant statuta et ordinamenta comunis 
papié et (1) prò statutis et ordinamentis dicti comunis ab omnibus 
hominibus et personis debeant effectualiter observari. Et quilibet 
potestas Index Rector et Ofiicialis dicti comunis presens et futurus 
et quelibet alia persona teneatur et debeat dieta statuta et ordina- 
menta observare et observari facere cum effectu non obstante alia 
exceptione iuris vel facti in contrarium faciente nec aliqua denuncia- 
tione appellacione vel supplicacione nec sapientis peticione nec aliquo 
statuto comunis papiL' generali vel speciali in contrarium faciente. 

ccLxj (cci.vii). Item statutum est quod de cetero laudes, Represalie 



ccLx. In margine : CLXV In libro statutorum de regimine potestatis est 
hoc. 

(1) Nel marg. inf., ad un segno corrispondente ad uno qui intercalato nel 
testo : hic MCCCXI.VllI die XI augusti per XVII statutarios comunis papié 
additum est : quantum est inter ipsos mercatores et etiam centra illos vel 
illum qui est vel sunt vel erunt mercator vel mercatores papié vel terre papié. 
Et intelligatur mercator esse et iam qui faceret mercadanciam, ut patet vel 
hibetur ex libro Gapitulo MCCXXIII. in margine: scilicet In libro statuto- 
rum comunis papié. 

ccLxj. Dall' altro lato : CLXVj. In libro statutorum de regimine potestatis 
est hoc statutum. 



— 36 



et contracambia non dentar nec concedantur nec dari debeant vel 
concedi possinfc per comune papié sive per aliquem dicti comunis 
nisi de et cura. Consilio et assensu petito et obtento consulum et 
consilii collegii sive Universitatis mercatornm papié. Et si secns 
date et concesse fuerint de cetero non valeant nec teneant ipso iure 
et facto, set siut ipso iure invalide et nullius valoris et momenti, 
non obstante aliquo statuto decreto permissione et reformacione vel 
ordinamento comunis papié. 

[e.74r.J ccLxij (cclviii). Item statutum est quod quilibet potestas Index 
rector et oflicialis Comunis papié preaens et futurus teneatur preci- 
pere omni tempore etiam feriate, et sine libello, et sine quali [quali] 
scriptura et sine strepitu et figura ludicii Et omnium Statutorum et 
luris sollempnitate obmissa ad requixicionem advocati vel Rectoris, 
vel Vie irii vel consulis collegii, sive universitatis mercatoriim papié 
facere pignorari, capi, detineri, incarcerari, et in carcerem detineri, 
et etiam costringere reaìiter et personaliter ad solvendum et sati- 
sfacieiidum omnibus et sytigulis iuris remediis, quamlibet personam, 
que est vel fuerit in banno et deveto dicti Rectoris vel consulis dicti 
collegii vel dicti collegii sive universitatis vel que est vel fuerit prò 
mercadancia, vel causa executionis alicuius statuti Mercatorum con- 
dempiiata per advocatum sive vicarium sive consulem dicti collegii 
sive Universitatis. Et quamlibet personam cui fuerit prò factis de 
comune mercatorum sive collegii vel Universitatis imposita aliqua 
talia. Et hoc usque ad integram solutionein et satisfacionem dictorum 
banni deveti condempnacionis talie et statuti. Et hoc statutum sit 
ipso iure trunchum et precissum et perpetuo valiturum. Et servetur 
[c.74 y.] sine aliqua exceptione et servar! debeat per quamlibet per- 
sonam et personatum, est scriptum est, nullo iure facto vel faciendo 
obstante. Et si quid obstaret sit ipso iure cassum. 

Compilata et facta fuerunt predicta omnia singula suprascripta in 
civitate papié in domibus habitacionis domini potestatis papié in 
camera cubiculari suprascripti domini Vicarii. In qua fiunt et fieri 
consueverunt Consilia duodecim sapientum dicti comunis. In pieno 
Consilio dictorum duodecim sapientum anno currente Millesimo Tre- 

ccLxij, In margine : CLvij In libro statutorum de regimine potestatis est 
hoc statutum. 



— 37 



scentesimo Trigesimo quarto, die lovis vigesimo mensis lanuarii, in 
octavis, presentibus Francisco muricule notarlo et Marchete de ver- 
zario testibns. 

(Sigaum tabellionis) Ego cristianus de Rampis notarius comunis 
papié ad Consilia de mandato suprascriptorum domini Vicarii et duo- 
decim sapientum suprascripta statata et ordinamenta scripsi. 

[f?.75''.] Lecta et pubblicata fnerunt suprascripta et ul trascripta statata 
per me cristianum de Rampis notarium super lapidem alciorem comunis 
papié que est in curia que dicitur curia episcopi papié, In Arengho 
publico. In magna liominum quantitate ibidem sono campanarum 
et: tubarum et more solito convocato et congregato convocata et 
congregata premisso et premissa de mandato nobilis viri domini 
Karloti de Surdis lionorabilis civitatis et districtus papié potestatis. 
Anno currente Millesimo Trecentesimo trigesimo quarto, Indicione 
secunda, die lune vigesimo primo mensis februarii bora mane pre- 
sentibus testibus Rogherio catassio, Marchete de verzario et laco- 
mino rogna testibus. (1) ^ 

(Signmn tabellionis) Ego Cristianus de Rampis notarius comunis 
papié predicta statuta legi et publicavi. 



{^Seguono : la e. 75 f. bianca ; e. 76r. recante nel margine superiore, 
in carattere moderno, 1780 Camera mercantile ; e. 7Qv., 77, 78, 79r. e 
V. e 80r. tutte in bianco. • La pag. 80u. (2) contiene varie annotazioni 
che hanno, più che altro, il carattere di appunti e richiami personali, 
che non crediamo di riprodurre'].. 



[e. 81r.] (3) Hec sunt statuta mende et addiciones facta et facte in brevi 
mercationis papié per . Thebaldum bozulum, Magistrum lanfranchum 

(1) In margine : lecta et publicata fuerunt suprascripta et ultrascripta 
statuta etc. in arengho publico etc. anno currente Mcccxxxiiij indicione se- 
cunda, die lune xxi mensis februarii bora mane etc. 

(2) Ultima del quaderno di dimensioni minori. 

(3) Nel marg. sup. : In quaterne stante sine assibus et sine copertura vide 
infrascripta quae infra proxime scripta statuta abinde fuerunt co))iata et hic 
infra proxime scripta ab inde. 



— 38 — 

bellericum, Aymerioum de figaria, Petrum paterium, Gruillelmum de 
coarado, Albertinum bastonum, Gruillelmum furnarium, Augustinum 
tuscanum et Franceschi num inagazannm sapientes diete mercationis 
et novem emendatores ad lioc constitutos per consules et Rectores 
mercationis predicte Millesimo Tricenteximo nono. 

(Senza numero) Item statutum et ordinatum est quod quando securi- 
tates candidatorum vornabule recipientur per consules vel Rectores 
diete mercationis de salvando et custodiendo et reddendo merca- 
ciones que in eorum pervenerint potestate ad eorum candida quod 
ipsi rectores. . . et debeant vinculo ... (1) [e SU\] re consulte et sapienti 
conscilio alicuius lurisperiti quod ipse securitates tradentur et fiant 
cum malori promisione et obbligatione quod fieri et provideri poterit 
ultra modum deterniinatum in statuto quod loquitur de ipsis securi- 
tatibus faciendis. In favore tantum hominum et personarum civitatis 
papié et ad hoc quod de eorum mercacionibus pocius sint securi 
intelligatur et non aliter. 

ccLix. Item statuerunt quod cumsules et rectores diete mercationis 
teneantur et debeant sacramento precise inquirere et examinare 
omnes pensas fabrorum ad quas vendunt aurum argeutum et perlas 
et ipsas reduci facere ad legalem modum [et pensam] et ipsas rectas 
et legales segemari facere. 

[e. 82r.] ccLx. Item statutum est et ordinatum quod electio Vicari! 
sive aduocati diete mercationis fiat in conscilio generali diete mer- 
cationis ad scurtinium absente advocato mercationis predicte et in 
quem maior pars ipsoruni credendariorum pervenerit vel qui plures 
voces habuerit sit vicarius sive advocatus qui vicarius sive advo- 
catus habaat prò eius feudo quolibet dimidio anno solidos Oentum 
papié. ^- 

coLxi. Item statutum et ordinatum est, quod- ille qui fuerit vica- 
rius sive advocatus mercaciouis predicte iurare debeat ad sancta dei 
evangelia venire omni die" In mane quo mercatura adfuerit ad palacium 
mercationis et ibi morari donec mercatum expletum fuerit, et manu- 

(1) Le parole sono canee-Hate, mediante raschiatura della pergamena. 
CCLIX. In margine ; factum. 



— 39 — 

tentare et defendere omnia lura et homines mercationis predicte 
[^'. 82i\J et inanutenere et defendere quemlibet (1) de dieta merca- 
tione in oinni suo iure et attendere et observare statuta contenta 
in brevi mercationis predicte et hoc bona fide toto suo posse. 

ccLXii. Item statuerunt et ordinaverunt quod conscilium presens 
diete mercationis cambietnr et fiat de novo per illuni modum et 
fortna-n quod coatinetur in brevi mercationis quod loquitur de con- 
scilio faciendo et in illa quantitate sint credendarii quod continetur 
in i{)SO capitulo. 

rci.xiir. Item statutum et ordinatnm <^st quod predicta statuta et 
mende scribantur (2) et exemplenter in cartis membranaceis et poni 
debaant et ligari in volumine brevis mercationis predicte et hoc fieri 
facere teneantur consules futuri. 



[a. 83r.] Hec sunt emendaclones et statuta ordinata et corapillata 
et facta per Thebaldum boculum, Greorgium bertonum, Lanfrancum 
de oltrana, Sylvanum muriculam, Bertolinum de Sancto Gregorio, 
Girarduni de raynerio, Anselmura christianum, Isnardum de hemen- 
garda, et Michaelem de Calvino formagiarium, emendatores brevis 
universitatis mercationis papié, Electos per advocatum et consules 
diete universitatis mercancie et per credenciam ipsius mercacionis 
secundum formam statuti super h e facti de emendando breve diete 
mercacionis, Millesimo Tricenteximo decimo, Indicione octava. 

cCLxiiii. Primo statuerunt et ordinaverunt prò meliori ipsius mer- 
cationis et ad evitandum falsitates quod aliquis [e. 83?;.] homo vel 
persona papié vel terre papié nec aliquis undecumque sit in civi- 
tate papié et terra papié audeat vel presumat signare aliquam peciam 
fustanei de aliquo signo vel bulla nisi de suo proprio signo tantum. 
Et si aliquis homo vel persona stans vel habitans et utens in papia 
vel districtu papié signaverit vel bollaverit aliquam peciam suam de 
alieno signo vel bulla vel sub signo alicuius mercatoris papié vel 
terre papié quod consules diete mercadancie teneantur et debeant 

(1) quenlibet. 

ccLxui. In margine : factum. 

(2) scrii^hantur . 

ccLxnn. In margine : factum. 



- - 40 -- 

ei aiferre prò pena et hanno prò qualibet pecia et vice solidos xx 
papié iu denariis numeratis tantum. Et ipse contrafaciens teneatur 
solvere ipsam penam ipsis consulibus et dicti consules teneantur 
ipsum coiitrafacieiitem poni in deveto diete mercancie donec solverit 
infrascriptain penam et infrascriptum devetum et [e. 84/*.] destruxerit 
infrascriptum signum, nisi fuerit de voluntate illius cuius fuerit si- 
gnum et bulla. 

ccLxv. Item statuerunt quod quilibet homo et persona undecumque 
sit possit (1) et ei licitutn sit impune ducere vel duci facere a qua- 
libet parte loco ve! villa et civitate cinerem causa duceudi dandi et 
vendendi caudidatoribus papié et vernabule sine molestacione alicuius 
persone. Kt quod consules diete mercaoionis teneantur ipsos dacentes 
cinerem defendare (2) et manutenere contra quaslibet personas volentes 
contradicere eius et nocere ne cineris ducatur in papiam (3). Et hoc 
teneantur attendere vinculo iuramenti. 

cCLxvi. Item statuerunt et ordinaverunt quod omnes speciarii 
qui vendunt specias [e. 84'?.] ad minutulum et ad pensara et omnes 
illi liomìnes et persone qui vendunt ad minutulum ad pensam aliquam 
mercadancie teneantur et debeant jurare sub consulibus diete mer- 
cadancie qui nunc sunt et prò temporibus fuerint et esse de univer- 
sitate diete mercadancie et teneantur facere rationem coram consu- 
libus et rectoribus ipsius mercadancie de liiis que pertinent ad mer- 
cadanciam et jurare precepta dictorum consulum tociens quociens 
Requixiti fuerint de mandato dictorum consulum et rectorum et hoc 
facere teneantur sub pena solidorum xx papié prò qualibet vice et 
quod consules teneantur predicta attendere et attendi facere. 

ccLxvii. Item statuerunt et ordinaverunt quod si contingerit 
quod consules paratici formagiariorum vel paraticus et homines 
[e. Sòr.] ipsius paratici ab inde in antea dederint devetum alieni 
mercatori papié habenti aliquem formagium foresterium vel nostranum 
causa vendendi et ordinaverint contra eos quod aliquis formagiarius 
non audeat vel presumat emere de caseo (4) et formagio vel aliqua 

(1) posit. 

(2) deffendere. 

(3) in papié. 

(4) casseo. 



41 



re victuali venali ab ipsis vel aliquo ipsius mercadancie quod con- 
sules diete mercadancie teneantur et debeant auiferre prò pena et 
banno ab ipso paratico libras decein papié et a quolibet coiisule 
ipsius paraticis solidos LX papié et quod consules dicti paratici 
forinagiariorum et ipse paraticus teneantur predicta attendere et 
observare et non contra facere vel venire sub predictis penis et 
bannis. 

ccLxviii. Item quod consules futuri teneantur vinculo iuramenti 
ponere ipsa statuta seu poni facere in libro statutoruni [e. Sbv.] de 
litera formis infra quindecim dies post introytum eorum regiminis. 

cci-xix. Item quod consules futuri teneantur iuramento et sub pena 
eoriim fendi excutere infra quindecim dies postquam fuerit notum 
eis totum id quod examiuatum et ordinatum et provissum fuerit per 
sapientes electos ad inquirendum racionem diete mercadancie versus 
quamlibet personam debentem diete mercadancie et habentem penes 
eos aliquid de avere diete mercadancie iniuste secundum formam 
statutorum diete mercadancie cum penis continentibus ^1) in ipsis 
statutis. Et hoc facere teneantur sine aliqua remuneracione inde 
habenda. 

cci.xx. Item statuerunt et ordinaverunt quod si aliqua peticio ab 
inde in antea fieret [e. 86r-] et faeta fuerit coram eonsulibus ipsius 
mercadancie aliqua occasione (2) et lix contestata fuerit inter partes 
quod tune faeta contestacione liceat ipsis eonsulibus (3) et possint 
afferre et aceipere prò eorum judicatura de qualibet libra petita de- 
narium unum papié prò parte et prò qualibet libra incontinenti. 
Salvo eo quod de debitis confessis in eorum presencia non possint 
nec debeant habere aliquid. 



. Hee sunt statuta et ordinamenta mercatorum et mercadancn'e papié 
faeta et couipillata per sapientes ipsius mercadancie, Auctoritate 
consilii ipsius mercadancie et consilii generalis ipsius, Anno currente 

CCLXix. In margine : factum. 

(1) ccntinemtihus. 

CCLxx. In margine : factum. 

(2) occaxione. 

(3) consilibus. 



42 



Millesimo trìcenteximo decimo septimo, tempore vicariatus domini 
Becarii de becaria ludicis, et Bay de bais et Saglini alacioxi, con- 
siiluin ipsius mercadancie. 

[e. 86y.] ccr.xxi Ciim propter statntum comunis papié quo cavetur 
inter cetera quod laudes et reprexalie non concedantur per comune 
papié nisi ;1) voluntate vicarii et consilii mercadancie papié multa 
aiiimarum pericula incurant ipsi vicarius et consiliarii et incurrere 
possiat et multa dainpna rerum et personarum per mundum eundo 
et multas iuimicicias hominum et maxime nobilium et potentum ci- 
vitatis et districtus papié ad hoc ut predicta et singula evitari pos- 
sint et ut Iniusticia nemini fiat, Statutum et ordinatum est quod de 
cetero alique laudes et contracambia (2) non laudentur, concedantur, 
retifìcentur, approbentur, laudeantur, nec laudari concedi retifìcari 
et approbari laudari debeant nec possint aliquo modo per vicarium, 
consilium consules et comunitatem mercatorum papié, alicui comu- 
nitati vel persone centra [e. 87r.] aliquam civitatem, terram vel locum 
personam vel personas aliqua de causa vel iure nisi prius consti- 
terint legitime Vicario et consulibus qui nunc sunt et prò tem- 
poribus erunt, qualiter dieta persona que reprexalias petit sibi lau- 
dari et approbari vel alio modo per se vel aliam legitimam personam 
prò eo steterit . . . . , viginti diebus continuis in illa terra contra 
quam petit reprexalias omni die ibi petendo (3) a rectore illius terre 
sibi restitucionem fieri vel sumarie iusticie complementum. Et nisi 
dieta terra per comune papié fuerit requixita per litteras (4) et am- 
bassadorem secundum formam statutorum comunis papié. Quibus 
omnibus sic factis et jure ipsius pectentis cognito per dictum vica- 
rium et consules silicet tali propter quod sibi sint concedende per 
statutum comunis papié vel iura [e. 87i?.] comunia. Et missis literis 
illi terre vel persone contra quam reprexalie pectantur et comunitati 
mercatorum ipsius Ex parte dicti vicarij, consulum et mercatornm 
papié continentibus inter cetera narracionem processus et facti et 
quod concedeut et coucordari faciant cum dicto pectente vel saltim 
eis placeat comparere per discretam personam si placet papié cetra 

(1) nixi. 

(2) co7itracabia. 

(3) pettendo. 

(4) literras. 



— 43 - 

ipso vicario et consulibus (1) ad hostendenduin si hostendere voliint 
et possunt quod contra suiim comune et personam ipsius Reprexalie 
non laudentur dari debere per comune papié predicto pectenti et 
quod alioquim vel petticionem dicti pectentis '2) procedent licet In- 
vidi secundam quod ordinamenta et iura Kequirant. Et nulla per- 
sona prò dieta terra comparente ad predicta, vel comparente [e. 88r."l 
et justam deifensionem non faciente arbitrio dicti vicari] et consulum 
flat postea In Consilio ipsius mercadancie papié que narret factum 
et accideucias facti, et quid videtur vicario et consulibus, et au- 
ditis dictis consiliariorum Reformetur quod malori parti ipsius 
consilii placuerit, facto Inter eos partito. Et si aliter diete laudate 
vel approbate vel concesse fuerint non valeant iiec teneant et vicarij 
et consules et consiliarij penam periurij incurrant ipso facto. Salvo 
quod si aliqua persona comparuerit ad contradicendum et sapien- 
tem pecierìt quod dicti vicarij et consules dare teneantur duos 
mercatores et unum juris peritum de collegio papiu partibus non 
suspectum Et secundum eorum consilium precedere ad voluntatem 
consilij mercadancie papié [e. 88i;.] Et in laudacione datione et apro- 
bacione predictarum reprexaliarum fionda per dictum Vicarium con- 
sules et consilium mercadancie papié apponatur quod comune et 
consilium papié cum eas dederit debeat facere Gridari publice per 
papiam quod omnes et synguli diete terre contra quam reprexalie 
date sunt, Infra mensem tunc proximum, In avere et personis si in 
personas date fuerint debeant se partire de civitate et districtu (3) 
papié et in ea terra et districtu (4) papié nullatenus in rebus et 
persona si in persona date fuerint debeant attendere cnm contra 
eas date sint Reprexalie. Et quod ille qui a comuni papié, eas ha- 
buerit teneatur hoc statim denunciare vicario consulibus mercadancie 
papié ut mercatores papié [e. 89r.] possint ipsarum reprexaliarum 
pericula evitare. Et si aliter factum fuerit laudacio consilij merca- 
dancie non valeat, nec ille qui reprexalias habuerit a comuni papié, 
valeat eis uti. Et hoc statutum sit precisum et trunchum et aliis 
derogatorium et legi (5) debeat (6) in Consilio mercadancie ubi repre- 
xalie approbantur. 

(1) consilibus. 

(2) pententis. 

(3) discritu. 

(4) discrictu. 

(5) legit. 

(6) debeant. 



44 



Heo siint statuta et ordiiiainenta et emendacioiies statutorum 
facta et facte super statatis brevis coUegij seu uuiversitatis Merca- 
toram papié et districtus per Sapientes viros de dicto collegio seu 
universitate statutarios et einendatores dicU brevis electos per do- 
miiium Beccarium de beccarla Egregium militem et doctorem legum 
atque [e. Sdv.] vicariuni, Petruiu naxura, Bertolinum alacioxum con- 
sules dicti collegij seu uuiversitatis auctoritate et baylia eisdein 
dominis statutariis et emeDdatoribus data et concessa per conscilium 
generale dicti collegij seu uuiversitatis factum presencia et mandato 
dictorum douiiuorum vicarij et consulum Millesimo Trecentesimo 
quinquagesimo secondo indicione quinta die iovis tercio madij bora 
octave subtus et intra palacium Mercadancie collegij et uuiversitatis 
Meroatorum de cuius conscilij retormatione constat publico instru- 
mento iusso et rogato lacomino de palacio notarlo dicti collegij seu 
uuiversitatis, quorum statutariorum et emendatorum nomina sunt hec. 
[e. 90?".] Domlnus Rolandus de fianbertis 

lì Ayraldus lanarius 

5) Marchexinus de orconibus 

11 Nicolinus de castelleto 

n Johannes de carbono 

11 Olivetus de figaria 

11 Albricus de octonibus 

5) Petrus de pergamo 

11 Rosinus de penegiariis. 

ccLxii. Rubrica de elemosina fienda omni anno. 

Primo quum nascimur omnes filli ire et si dixeremus quoniam 
peccatum non habemus ipsi nos seducimus et veritas in nobis non 
est. Et cum scriptum sit in libro Tobie peccata tua elemoxinis re- 
dime, Statuerunt et ordinaverunt quod ad honorem dei omni anno 
semper et in perpetuum in remissionem peccatorum omium fidelium 
defunctorum [e. 90t?.] et defonturorum de dicto collegio seu univer- 
sitate fieri debeat una elemoxina de starijs duodecim furmenti vel de 

cCLxn. In margine, si noia un I ; ed il capitolo corrisponde al primo degli 
Statuti del 1360 ; cosi altri capitoli sono contrassegnati con numeri corrispon- 
denti a quelli di tali statuti e noi li segneremo in nota. 

In margine pure : factum. 



— 45 — 

valore ipsius furinenti de redditibns dicti collegij seu universitatis 
quam eliinoxiaain fieri facere teiieantar et "debeant domini vicarius et 
consules prexentes et futuri in Anno presente et deinde singulis annis 
et in ilio loco et per illas personas que eis fidebuntur et prout eia 
videbitur cum conscilio illorum quinque Sapientum qui erunt ellecti 
penes ipsos super factis et negocijs dioti collegij seu universitatis, 
et hoc statutuni sit tronchum et precixum ac Inviolabiter perpetuo 
observandum. 

cCLXxiii. Rubrica qiiod omnes reformaciones aonsciliariormn facte ah hodic 
retro et que de celerò fieni per vicarium et consules collegij et [e. 91r.] uni- 
versitatis mercatorum valeant et [aggiunto in inchiostro diverso : teneant et] 
habeant vini statutorum. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod omnes reformationes con- 
siliariorum (1) facte ab hodie retro per vicarium et consules et Sa- 
pientes dicti collegij sive universitatis et omnes reformationes con- 
siliariorum (2^ que de cetero fient per vicarium consules et Sapientes 
eligendos secundum formam statutorum inferius descriptorum in pre- 
senti compilatione seu per maiorem partem duarum parcium ipsorum 
sapientum valeant et teneant et habeant vim statutorum et ordina- 
mentorum dicti collegij seu universitatis. Et quod predicti domini 
vicarius et consules presentes et futuri eorum posse vinculo sacra- 
menti teneantur [e. 91?;.] et debeant ipsas reformationes attendere et 
observare et executioni mandare in totum aliquo statuto vel ordina- 
mento jure seu consuetudine in contrarium loquente vel faciente non 
obstante quod in ipsis reformationibus hinc retro factis non fuisset 
observata omnis solempnitas statutorum dicti collegij, et hoc statu- 
tum sir tronchum et precixum ac omnibus alijs derogatorium. 

ccLxxiv. Rubrica de registro fiendo in quo scribantur nomina et cognomina 
omnium mercatorum et hominum paraticoruni seu arcium subdictorum dominis 
vicario et consulibus collegij et universitatis mercatorum papié et ipsi collegio, 
et fnstrumenta et lura dicti collegij et universitatis. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod [e. 92?'.] fieri debeat unus 

CCLxxni. In margine : 71 (v. nota al cap. ccLxxii). 

(1) consiliorum : evidentemente era scritto consiliarioriim ; la pergamena 
è raschiata nel luogo delle lettere ar. 

(2) consiliorum. 

ccLxxiv. In margine : 54 (v, sopra, nota al cap. cclxxii). 



— 46 — 

liber de cartis membranis qui liber nominetnr registrimi Mercadancie 
papié in quo scribanfcur per* notarium dicti collegij seu universitatis 
mercatoruin pa[)ie omnia nomina et cognomina mercatorum papié, et 
disfcriotiis, et nomina et cognomina omnium artistarum pararicorum 
seu arcium subdictorum dominis vicario et consulibus collegij seu 
universitatis mercatorum papié, et ipsi collegio seu universitati (Ij 
qui se scnpbì facere voluerint et qui fecerint sacramentum obser- 
vandi statuta et ordinamenta dicti collegij seu universitatis et obe- 
diendi precepta dictorum dominorum vicarii et consuUum presencium 
et futurorum et sacramenta ipsorum. Et in quo scribantur et regi- 
strdutur om.ii i inscrumenta et lura que pertinent [6". 9'2z?.] dicro col- 
legio seu universitati tam aquistorum quam investiturarum et tam 
creditorum quam confessionum et pactorum et generaliter omnes 
scrìpturas notabiles et utiles prò dicto colegio seu universirate. Et 
in quo scripbantur nomina et cogncimina omnium Intermediatorum 
seu miloserioram aprobatornm per dictos dominos vicariuni et con- 
sules et sapientes qui penes eos erunt et sacramenta et promissiones 
que et quas fecerint, et securitates quas presteterint. 

ccLxxv. Rubrica de beneficio facientium se scribi in registro per notarium 
collegij et universitatis vìeì'catoruni. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod quilibet mercator seu artista 
pai'aticorum seu arciam subdictorum dictis dominis Vicario et con- 
sulibus et ipsi collegio civitatis papié et districtus qui [e. 93?'.] velit 
gaudere de beneficijs et Turibus dicti collegii seu universitatis Mer- 
catorum papié, et aiuctorio conscilio et favore dominorum vicarij et 
consulum dicti collegij seu universitatis et tocius ipsius collegij seu 
universitatis teneatur et debeat se scripbi facere per notarium dicti 
collegij seu universitatis in registro Mercatorum collegij et universi- 
tatis predictorum et teneatur et debeat facere sacramentum de ob- 
servando et attendendo statuta dicti collegij seu universitatis et de 
parendo Mandatis dictorum dominorum vicarij et consulum, qui no- 
tarius teneatur et debeat scripbere sacramenta omnium mercatorum 
qui luraverint ut supra et nomina et cognomina eorum in dicto re- 
gistro, habendo a quolibet quem scripserat denarios quatuor papié, 
Et qui non fecerit se scripbi ut [e. dSv.] supra non gaudeat de be- 

(1) universitatis. 

CCLXXV. In margine : 3 (\. sopra, nota al cap. ccLxxii). 



— 47 — 

neiicijs et luribus statutoram et reformati onum dicti collegij neque 
de aiuctorio Consilio et favore dictoruiu domiiiorum vicari] et con- 
saluin dicti collegij nec ipsius collegij inercatornm papié, prò toto 
eo tempore quo se scripbi non fecerint in dicto libro registri mer- 
catoruin papié. 

ccLxxvi. Rubrica de maUoseriis et Intei'metiadorihus recipiendis et apro- 
bandis. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod suprascripti domini vicarius 
et consules presentes vel futuri seu alter ipsorum cum conscilio 
quinque sapientum qui penes eos erunt eligendorum secandum formam 
statuti inferius descripti in presenti compilacione possint et valeant 
recipere et aprobare quemcumque hominem volentem esse Interme- 
diatorem seu malosserium si eis videbitur ipsum esse sufìcientem 
[e. 94r.l ad dictum officium exercendura dummodo ipse talis homo 
velit iurare et iuret ad sancta dei evangelia in manibus dictorum 
dominorum vicarij et consulum vel alterius ipsorum anuatim exer- 
cendi predictum officium bona fide legalitor et sine fraude Inter 
venditorem et eraptorem rerum seu mercadanciarum quas vendere et 
emere feceri[n]t in Civitate vel districtu papié, et Iuret attendere et 
observare omnia statuta et ordinamenta dicti collegij seu universitatis. 
Et volentem prestare et prestantem anuatim ipsi collegio seu univer- 
sitati bonam et ydoneam securitatem de libris quinquaginta papié at- 
tendendi et observandi omnia predicta et singula et solvendi banna 
et; penas in quibus incurerit prò predictis non attenditis et non ob- 
servatis, et quod statutum [e, 94zV.] factum et poxitum in volumine 
statutorum <licti collegij. M. CCC. XVij tempore vicarij domini Be- 
carij de becaria et consulatus Bay de bais quod est numero CCLXXViiij 
quod loquitur de censalibus eligendis et quot habere debeant prò 
sua censaria sit cassum et iritum et nullius valoris roboris et ob- 
servacionis vigore presentis statuti. 

ccLxxvii. Rubrica quid et quantum habere et accipere debeant Intermedia- 
tores et malloserii prò eorum Industria mercatanciarum quas vendere et emere 
fecerint et non plus. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod quilibet Intermediator seu 

ccLxxvi. In margine: 22 (v. sopra, nota al cap. cclxxii;; in marg. pure: factum. 
ccLxxvn. In margine: 22 (v. sopra, nota al cap. cclxxii); in marg. pure; factum. 



- 48 — 

malosserius receptus et aprobatus ut supra sit et esse debeat con- 
teiitus habendi et recipiendi prò eius industria et labore cuiusque 
mercati quod siiprascripti fecerit in papia [e. 95>'.] vel districtu de 
qualibet re seu mercancia quam vendere et einere fecerit quantita- 
tem inferius deaotatam et non ultra aliquo modo vel ingenio (1) qui 
dici passit vel cogitari, et si ultra dictam quantitatem taxatam ac- 
ceperit vel receperit quod cadat in penam dupli eius quod accepisset 
et habuisset vel recepisset prò predictis ultra Infrascriptam taxa- 
cionem, et quod quilibet Mercator teneatur et debeat (2) solvere eu 
dare Intermediatori seu malosserio qui vendere seu emere fecerit 
aliquam rem seu mercanciam prò eius Industria et labore totideni 
denarios quod taxatum est et si aliquid ultra dederit vel solverit 
aliquo modo vel ingenio quod incidat [segno di richiamo e in calce : 
in penam suprascriptam quantitatisj denarios quos debeat solvere 
venditoris et totidem Emptoris suprascriptis Intermediatoribus seu 
malosserijs [e. 95t;.] de quibuscumque rebus et mercanciis infra- 
scriptia. 

Primo videlicet de qualibet pecia panni papienssis tinti et albi 
larghi prò qualibet parte solidos duos. 

Icem prò quolibet centenario lane ruelente taui forensis (3) quam 
nostrane (4) prò qualibet parte - danarios ceto. 

Item prò qualibet pecia panni albi et albaxij in rotela prò qua- 
libet parte . solidum unum. 

Item prò qualibet pecia drapi albaxii de mediolano de novaria 
de mediis lanis de brissia prò qualibet parte solidum, unum. 

Item prò qualibet pecia panni forenssis prò qualibet parte salvo 
de nominata supra solidos duos. 

Item prò ([uolibet centenario lane lavate tam forensis (5) quam 
nostrane prò qualibet parte solidum unum. 

Item prò quolibet centenario savonis ['•. 96y'.] prò qualibet parte 

solidus unus. 

Item prò qualibet docena fustanei prò qualibet parte solidos duos. 

Item prò qualibet torta lini prò qualibet parte denarios sex. 

(1) ingenuo. 
(2j debeant. 

(3) forensi. 

(4) nostrana. 

(5) forrenssis. 



^ 49 



Item prò qaolibefc centenario brachiorum telle lini prò qualibet 
parte solidum unum. 

Item prò quolibet centenario brachiorum telle de caneva prò 
qualibet parte denarios sex. 

Item de parefcibus oentum prò qualibet parte (1) solidos duos. 

Item prò quolibet sacheto barabaxii de rubis novem prò qualibet 
parte solidum unum denarios sex. 

Item prò quolibet sacho grosso bambaxij prò qualibet parte 

solidos tres. 

Item prò centenario piperis gingebri cuchari cere canele prò 
qualibet parte solidos duos. 

Item prò quolibet barloto melis prò qualibet parte denarios sex. 

[e. 96y.] Item prò quolibet centenario pelium agninarum prò qua- 
libet parte solidum unum. 

Item prò quolibet centenario pelium advoltronorum prò qualibet 
parte denarios sex. 

Item prò quolibet centenario formagij grassi prò qualibet parte, 

denarios sex. 

Item prò quolibet pelle oley que (2^ sit libras centum quinqua- 
ginta prò qualibet parte solidum unum. 

Item prò quolibet centenario carnis salate nostrane prò qualibet 
parte denarios sex. 

Item prò quolibet centenario carnis salate forenssis prò qualibet 
parte solidum unum. 

Item prò qualibet libra precij rerum et mercadanciarum de quibus 
non sìt faota mencio supra prò qualibet parte denarium unum. 

cCLXxvni. Rubrica quod nomina et cognomina [e. 97r.] omnium Interme-^ 
diatorum seu malosseriorum et eorum, sacramenta permissiones et fideiussiones, 
scripbi debeant per notarium, dicti collegij et univ er sitati s. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod notarius dicti collegij seu 
universitatis scribere debeat nomina et cognomina omnium Interme- 
diatorum seu Malosseriorum et sacramenta et promissiones et fide- 
iussores qaos et que prestiterint et dederint In registro dicti collegij 
seu universitatis. Et quicumque Intermediator seu Malosserius qui 

(1) Le parole in corsivo sono cancellate con punteggiatura. 

(2) qui^ 

ccLxxYiii. In margine : 22 (v. sopra, nota al cap. cclxxii). 



-50 - 

reperiatur scriptus in dicto libro prestìtisse sacraraentum et fideius- 
soreru dedisse prout in statutis superius continetur habeatur et 
teneatur prò publico Intermediatore seu Malosserio dicti collegij 
seu universitatis, et quod eidem intermediatori seu Maloserio in 
omnibus [e. 97v.] que con sacramento tunc sibi prestando dixerit 
super mercatis quos fieri fecerit et denarios dei dixerit se dedisse 
adhibeatur fides et sibi credatur quamtum si duo vel plures testes 
testifìcarentur et dicerent vel dicere possent si presentes fuissent 
dicto mercato et pactis. Et si aliquis ex predictis intermediatoribus 
seu maloseriis in deposicione suprascripti dicti vel testificacionis 
reperiatur fraudem vel defectum in aliquo comisisse quod ipso Iure 
et facto sit cassus in perpetuum a predicto officio Ita quod numquam 
esse possit Intermediator seu Malosserius dicti collegij seu universi- 
tatis, et quod dicti intermediatores seu malosserij nichil teneantur 
solvere dicto collegio prò dicto officio exercendo non obstante alio 
statuto antiquo quod loquitur de solidis xx solvendis. 

[e. 98r,] ccLxxix Rubrica de sexaginta consiliariis (1) eligendis qui nomi' 
nentiir credendarij dicti coltegij seu universitatis. 

Item statuerunt er ordinaverunt quod dominus vicarius et con- 
sules seu alter ipsorum con illis sapientibus quos secum habere vo- 
luerint teneantur et debeant Infra dies tres post publicacionem (2) 
presentis statuti eligere sexaginta consiliarios sapientes et discretos 
viros de dioto collegio seu universitate qui consiliarij norainentur 
credendarij dicti collegij seu universitatis et qui credendarij vel 
maior pars ipsorum con predictis dominis vicario et consulibus pre- 
sentibus vel futuris seu altero ipsorum semper habeant et habere 
debeant auctoritatem et bayliam in omnibus et per omnia super om- 
nibus negocijs seu necessitatibus specialibus vel generalibus [e. 98v.] 
dicti collegij seu universitatis quam habet totum suprascriptum col- 
legium seu universitas mercatorum papié et districtus et in Consilio 
ipsorum quando fiet sint et esse debeant ad minus due partes dic- 
torum consiliariorum quorum maior pars ipsorum sint in concordia, 
et quod nomina et cognomina dictorum credendariorum scribi debeant 
et scripbantur in libro fiendo qui nominabitur seu qui nominari 

ccLXxix. In margine: 127 (v. sopra, nota al cap. cclxxii),* in marg. pure: factum. 

(1) constar iis. 

(2) plubicacìonem. 



- M-^ 



debet reglstrum collegij seu universitatis mercato rum papié, qui cre- 
dendarij lurare debeant ad Scincta dei evangelia tactis scripturis in 
manibus predictorum domini vicarij et consulum seu alterius ipsorum 
consulendi et dicendi et faciendi id qaod crediderint esse prò maiori 
utilitate et honore dictì collegij seu universitatis. 

ccLXxx. Rubrica quomodo et qualiter eligi [e. 99r,] debeant quinque sa- 
pientes diati collegij et universitatis et guam et quamtam et qualem auctori- 
tatem et bayliam habeant. 

Item quia dificile esset prò omni negocio et necessitate dicti col- 
legi] seu universitatis habere ad consilium dìctam credenciam et 
etiam quia ipsis credendariis foret grave et laboriosum prò uno 
quoque negocio se ad invicem congregare, statuerunt et ordinaverunt 
quod per dictum dominum vicarium et consules seu alterum ipsorum 
con illis sapieutibus quos secum habere voluerint eligantur quinque 
sapientes ex predictis credendarijs in hunc modum scilicet quod 
predicti sexaginta credendarij scribi debeant super duodecim scripta 
super quibus scripbantur scilicet super quolibet scrìpto nomina et 
cognomina quinque dictorum credendariorum tantum equales quantum 
melius [e. i)9f.] fieri poterint in prudencia et bonitate, que duodecim 
scripta involvantur ad modum sortis et fieri debeant duo sacbeti 
unus albus et alter niger, in quibus scilicet in albo primo ponantur 
dieta duodecim scripta de quo sacheto per unum ex suprascriptis 
consulibus extray debeat unum sp.riptum die penultima mensis pre- 
sentis vel ante kalendas mensis subsequentis qui legatur in presencia 
dictorum domini vicarij et consulum seu alterius ipsorum et dictorum 
sapientum quos secum habere voluerint et illi quinque sapientes 
quorum nomina scripta reperieatur super dictum scriptum sint et 
esse debeant consultores super factis et negociis dicti collegij seu 
universitatis penes dictos dominos vicarium et consules per unusi 
mensem prosimum subsequentem, [e. lOOr.] et dictum scriptum re- 
ponatur in sacheto nigro et sic fieri debeat de mense in menssem 
die penultima cuiuslibet mensis vel ante kalendas mensis subse- 
quentis et quando omnia scripta erunt poxita in dicto sacheto nigro 
revolvatur, et hoc inde idem fiat de predictis scriptis semper omni 
mense de sacheto nigro in album reponantur, et per istum ordinem 
fiat usque in pernetuum revolvendo dictos bachetos de uno in alium. 

CCLXXX. In margine : factnm. 



- 52 



Qai quidem quinque sapìentes quando extracti fuerint de uno dic- 
torum sachetorum et lecti fuerint ut supra, requirantur ex parte 
suprascriptorum dominorum vicarij (1) et consulura presencium vel 
futurorum vel alicuius ipsorum et in presencia ipsorum vel unius 
ipsorutn lurare cogantur ad sanata dei evangelia [e. lOOy.] essendi 
ad conscilia tociens et quandocumque per suprascriptos dominos 
vicarium (2) et consules presentes et futuros seu aliquem ipsorum 
requirentur seu postulabuntur vel per servitorem diete mercancie ex 
eorum parte et consulendi dicendi et faciendi id quod credid^rint 
esse prò maiori utilitate et honore dicti collegi] seu universitatis et 
dicti quinque sapientes seu maior pars ipsorum si omnes non ad- 
fuerint ad conscilium una cum predictis dominis vicario et consulibus 
presentibus et futuris seu altero ipsorum habeant et habere debeant 
in omnibus et per omnia illam auctoritatera et bayliam super om- 
nibus negocijs et necesitatibus dicti collegij seu universitatis quam 
habet tota credencia dicti collegij seu universitatis cum presencia 
volumtate et consensu predictorum dominorum vicarij [e. lOlr.] et 
consulum presencium et futurorum seu alterins ipsorum, salvo quod 
de avere dicti collegij seu universitatis nichil expendere remitere vel 
donare possint nec debeant, de reditibus vero dicti collegij seu uni- 
versitatis que ab hodie ante precipi debent predicti quinque sapientes 
si omnes adfuerint ad illum conscilium in quo tractabitur de expen- 
dendo de reditibus dicti collegij seu universitatis cum predictis do- 
mino vicario et consulibus presentibus vel futuris vel altero ipsorum 
habeant bayliam et auctoritatem expendendi in tote tempore illius 
mensìs quo erunt consultores usque ad quantitatem librarum viginti 
quinque papié et non ultra in negocijs vel necesitatibus (3) dicti 
collegij seu universitatis si opus fuerit et similiter in aiuctorio et 
servicio cuiusconque [e. lOlv.] mercatorum papié vel districtus qui 
esset vel qui erit Impedictus in avere vel persona extra civitatem 
papié, aliquo modo cauxa vel facto fuerit inpedictus salvo si fuerit 
Inpedictus prò suo facto vel cauxa quod tunc in eo casu nichil ex- 
pendere possint nec debeant nec teneantur quod suum factum Iute* 
ligatur quando Inpedictus esset prò aliquo suo debito proprio vel 
fideiussione alicuius alij et Inteligantur esse mercatores illi qui reperti 

(1) vìcariorum. 

(2) vicarios. 

(3) necesitatatihus. 



53 - 



fuerint scripti super registrum diete mercancie se luravisse et pro- 
misisse (1) dandi auxilium concilium et favorem eorura posse in om- 
nibus negocijs et necessitatibus dicti collegij seu universitatis, pre- 
diotis dominis vicario et consulibus presentibus et futuris tociens 
quociens fuerint requixiti per ipsos dominos vicarium et consules 
[e. 102r.] vel alterum ipsorum vel per servitorem dicti collegij seu 
universitatis et hoc eciam Intelligatur de filijs et fratribus omnium 
illorum qui fecissent suprascriptum sacramentum et promissionem 
obediendi preceptis predictorum dominorum vicarij et consulum set 
quoniam raortales sumus et eciam quia prò multis accidentibus ino- 
pinatis multa poterunt evenire multis de causis prò quibus erit ne- 
cesse ponere aliquem credendarium loco alicuius ex predictis sexaginta 
credendariis qui decessisset vel qui prò aliqua alia causa adesse 
non posset ad Consilia quando requiretur tunc dicti dominus vicarius 
et consules seu alter ipsorum cum illis sapientibus quos secum ha- 
buerint eligere debeant unum sapientem et discretum virum de dicto 
collegio seu universitate [e. 102r.] qui ponatur loco illius defuncti 
vel qui prò alia causa adesse non posset ad predicta conscilia quando 
requiriretur et ille sic ellectus scripbatur in registro dicti collegij 
seu universitatis et similiter scribatur super illum scriptum supra 
quo scriptum erit nomen illius defuncti vel illius qui prò alia causa 
adesse non posset ad predicta conscilia quando foret requixitus et in 
uno predictorum sachetorum ponatur. 

ccLxxxi. Rubrica quod omnia (2) Instrumenta carte et lura et scritture 
notahiles dicti collegij reponi debeant In scripneo uno dicti collegij seu uni- 
versitatis. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod omnia instrumenta carte 
et lura dicti collegij seu universitatis reponi debeant In scripneo 
uno dicti collegij seu universitatis et omnes scripture notabiles et 
utiles prò dicto collegio seu universitate et eciam liber registri 
[e. 103r.] diete mercadancie in ipso scripneo reponantur qui scrineus 
stare debeat penes saeristam dicti collegij seu universitatis clavatus 
de tribus clavibus quarum unam dominus vicarius teneat aliam vero 
unus ex consulibns dicti collegij seu universitatis et aliam predietus 

(1) promissise. 

ccLxxxr. In margine: 54, (v. sopra, nota al cap. ccLxxn); pure in marg.: factum, 

(2) omina. 



— 54 — 

sacrista, qui dominus vicarìus consul et sacrista copiara facere te- 
neantur de Instrumentis et cartis et de libro registri et scripturis 
omnibus cuiconque persone cui (1) interest veì intererit Ita tamen 
quod semper sint in dictorum dominorum vicarij consulis et sacriste 
forcia et baylia. 

ccLxxxii. Rubrica quod vicarìus et consules et edam llli quinque consul- 
tores qui penes eos erunt teneantur (2) et deheant vincido sacramenti eorum 
posse facere et curare sic et taliter quod omnia Instrmnenta et lura dicti col- 
legi] sint et esse deheant penes sacristam [e. 103v.] dicti collegij. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod predicti domini vicarius et 
consules et eciam illi quinque consultores qui penes eos erunt te- 
neantur et debeant vinculo sacramenti eorum posse facere et curare 
sic et taliter et con efectu quod omnia Instrumenta et lura que 
pertinent dicto collegio seu universitati sint et esse debeant penes 
sacristam dicti collegij seu universitatis et In scripneo suprascripto 
et eciam quod sint (3) registrate et scripte in registro diete mercancie 
et hoc infra duos menses proximos venientes et quod predicti do- 
mini vicarius et consules et quinque sapientes habeant bayliam ex- 
pendendi de redditibus dicti collegij seu universitatis totum id quod 
eis videbitur esse lustum et oportunum (4) ad omnia predicta ex- 
plicanda et facienda [e. 104r.] et quando predicti domini vicarius 
consules et quinque sapientes non possint predicta adjmplere et fa- 
cere quod tunc predicti domini vicarius et consules seu alter ipsorum 
teneantur requirere totam credenciam suprascripti collegij sea uni- 
versitatis super predictis. 

cCLXxxiii. Rubrica de promissionibus et ohligacionibus et fideiussionibus 
fiendis et dandis per caìuararium dicti collegij. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod presens camararius et futuri 
dicti collegij seu universitatis Mercatorum papié teneantur et de- 
beant facere bonam et ydoneam promissionem cum obligacionibus et 
renunciacionibus oportunis in manibus dictorum vicarij et consulum 

(1) cuia. 

ccLxxxii. In margine ; factum. 

(2) teneatur. 

(3) sit. 

(4) oprotunum. 

ccLxxxiii. In margine: 4 (v. sopra, nota al cap. cclxxii); in marg. pure: factum. 



- 55 



Mercadancie papié et notarij diete Mercadancie seu collegij et uni- 
versitatis diete mereadancie recipiencinm [e. 104z;.] et stipulancinm 
nomine et vice et ad partem dicti collegij seu universitatis de cu- 
stodiendo et salvando totum et quicquid de avere dicti collegij seu 
universitatis ad eorum manus pervenerit et promissionem redendi et 
faciendi ipsi collegio seu universitati bonam et rectam rationem et 
adininistracionem tocius eius quod ad manus eorum pervenerit et 
ipsum totum quod ad manus eorum pervenerit si ultra expensas per 
eos factas et aprobatas per sapientes dicti collegij aliquid repertum 
fuerit de avere dicti collegij seu universitatis penes eos vel aliquem 
ipsorum restituendi et dandi dicto collegio seu universitati vel agen- 
tibus prò eo tociens quociens fuerint requixiti. 

(Continua). Dott. Mario Ghiri. 



LI CflIESi DI Si? un W ilTE 1 

E UN AFFRESCO DA ESSA ASPORTATO 




Una piccola chiesa ed un modesto Monastero, da gran tempo 
dimenticati, ricordano agli studiosi vicende storiche, patetiche 
memorie, amarezze artistiche di singolare interesse nella vita 
pavese dal VII al XX secolo. 

Il solo compendiarle, sebbene 1' ora presente richiami sulla 
chiesetta di Sant'Agata 1' attenzione degli amatori d' arte, dopo 
quanto si scrisse suU' affresco da essa asportato, ruberebbe 
troppo spazio al nostro Bollettino. Cosi mi limiterò a quei 
pochi cenni che potranno legare la sua origine a quella gran- 
dezza che oggi la fa nota nel mondo artistico, nel momento 
del lamentato suo estremo abbandono. 

Sorge la chiesa di Sant'Agata su un breve rialzo di terreno 
che domina le limpide acque del nostro Ticino e lo splendido 
panorama delle amene colline che coronano lo storico Agro 
Vogherese, e che venne, fino da antichissimi tempi, innalzato 
all'importanza di un monte nella denominazione di Sant'Agata. 
La sua costruzione originaria si collega a quelle gelosie di potere 
che come vivamente si agitarono tra i maggiorenti, in Pavia, 
durante il Regno Longobardo, pare non siano finite del tutto du- 
rante il Regno Italiano. Le passioni politiche sono tra quelle 
che più difficilmente possono essere spente. Nella pienezza della 
vita longobarda, e, a Pavia, Capitale del Regno, più che altrove 
esse si acuivano. 

Il Re Grimoaldo sapeva che il nome di Bertarido, nipote 
della famosa Regina Teodolinda, era assai caro ai Longobardi; 
egli, temendo di perdere la corona e fors' anche la vita, divisò 



- 5t - 

nel suo animo la morte di quel principe. Bertarido ne ebbe 
sentore, pensò alla sua sicurezza e, coli' aiuto di vari suoi fe- 
deli, fattosi calare dalle mura della città, verso il Ticino, riusci 
a fuggire. 

Morto Grimoaldo e ritornato nel Regno, (a. 672) Bertarido, presso 
il Ticino, ove aveva trovato, colla fuga, la sua salvezza, pensò di 
far innalzare un Monastero, dedicandolo a Sant'Agata Vergine e 
Martire (1), per ricordo di quel fatto non solo, ma anche, pare, 
per devozione verso quella Martire, antica nella sua famiglia, 
e volle che fosse liberata dalla prigionia di Benevento la moglie 
Rodelinda ed il figlio Cuniberto (2). Due fatti son questi che 
ci fanno più care le origini di Sant'Agata, e ci ricordano in- 
sieme il ritorno a Pavia di quel E-e, così desiderato dai Pavesi. 

Il Monastero di Sant'Agata fioriva ben presto per le molte 
vergini che Bertarido vi riunì e pei favori che gli accordò (3). 

Fu detto nuovo da Paolo Diacono forse perchè in Pavia già 
esisteva il Monasterhim Velus o S. Marìae VeteìHs detto di 
S. Maria delle Stuore (4). 

Cento sessantasette anni dopo la fondazione sappiamo che 
l' Imperatore Lotario si interessava del Monastei'O di Sant'Agata, 
confermando nell' 839 una permuta di beni tra Teutberga sua 
Badessa e Asia Badessa del Monastero di Theodote cioè della 
Pusterla (5), e pochi anni dopo, altro Sovrano, Ludovico Re di Ger- 
mania, trovandosi nel palazzo di Francofort, sua abituale residenza, 



(1) Pauli Diaconi Bist. Lang. V 34 in Script, ver. germ. in usum scho- 
larum, ed. Waitz , Hannoveral 1878 :« qui ut regni jura suscepit, in loco ilio, 
qui a parte fluminis Ticini est, unde ipse olim fugerat, monasterium quod 
Novum appellatur, Domino et liberatori suo, in honorem Sanctae Virginis et 
Martyris Agathae construxit. In quo multas Virgines adgregavit, rebusque et 
diversis pariter eundem locum ornamentis ditavit ». 

(2) Paolo Diacono, V 33 « qui statini Beneventum misit, exindeque Rode- 
lindam suam conjugem et Cunicpertum filium suum revocavit ». 

(3) Paolo Diacono. Vedi sopra, n. 1. 

(4) RoBOLiNi Giuseppe gentiluomo Pavese. Notizie appartenenti alla Storia 
della sua Patria. Pavia, 1823. Voi. primo, pag. 154. Nota V. 

(5) RoBOLiNi. Ivi. Voi. II. p. 29 par. V. 



58, - 



con diploma dato il 26 febbraio dell'anno 875, donava il no- 
stro Monastero, dettovi Noviim Monasterium in Papìa^ alla sua 
pronipote Ermengarda (1). 

Un altro Imperatore, Guido, ottenuta la corona imperiale 
in Roma, il 21 Febbraio 891, vi dava tre diplomi, con uno dei 
quali assegnava all' Imperatrice Ageltruda, di lui consorte, il 
Monasterium in honorem S. Agathae qiiod dicitii?" Novum con- 
slructum Ticinensi in civitate (2). Come si vede, il nostro ce- 
nobio era caro a Principesse ed Imperatrici. 

Robolini, citando il manoscritto Chiese del Bossi, nel Voi. Ili 
delle sue Notizie^ riferisce che il Papa Urbano III si ricordò 
delle Monache Benedettine di Sant'Agata. Infatti egli nel 1 187 
confermava ad esse il juspatronato sulla Chiesa di S. Michele 
in "Monte che era contigua al loro Monastero, il quale, secondo 
il P. Romualdo (3), aveva anche il juspatronato sulle chiese 
di S. Michele di Mortara, di S. Martino, di S. Donnino in Zerbo, 
e di S. Michele in Roncaro ; come sappiamo che possedeva al- 
cuni boschi che Lanfranco Vescovo di Pavia, con privilegio del 
24 febbraio del 1190, permetteva fossero ridotti coltivabili a 
grano (4). Ma poco poi le buone suore venivano molestate dai 
consoli del comune in modo che dovette intervenire il Papa 
Innocenzo III, con un breve del 12 dicembre del 1208, per in- 
timare, sotto pena della scomunica, consitlibus Societaiis S. Syri 
Papiensis^ di desistere dagli atti di violenza da essi usati contro 
le monache di Sant'Agata, come contro quelle di altri Mona- 
steri di Pavia. Forse per questi fatti, o per altre ragioni, il Mo- 
nastero di Sant'Agata in seguito decadeva e non vi restavano 
che solo tre monache (5). Perciò Innocenzo IV Papa con una 
sua Bolla del 1242 trasferiva qui, da Piacenza, alcune religiose 

(1) Muratori. Ant. Italiae. Voi. 2. col. 215, 216. 

(2) Muratori. Ivi. Voi. 6. col. 339. 

(3) Flavia Papia Sacra. Part. 1. pag. 95. 

(4) La notizia è data dal Robolini {Notizie. Voi. III. par. XXXIII. pag 188, 
189]", che la trasse dal Ms. del Bossi, Chiese. 

(5) Maiocchi Don Rodolfo. Le chiese di Pavia. Notizie. Voi. primo. Pavia, 
1903, pag. 13. 



— 59 



francescane, che si trattennero lungamente nel Monastero di 
Sant'Agata. Esse furono tosto prese sotto la protezione dello 
stesso Papa, come pure sotto quella del Papa Urbano IV. Il 
primo, nel 1244^ e il secondo, nel 1262, concedono a quelle mo- 
nache r esenzione di certe decime e di certi carichi, giovando 
cosi al nuovo rifiorimento della Pia Casa (1). 

Il passaggio dalle suore Benedettine alle suore Clarisse era 
avvenuto già assai prima che l'Anonimo ticinese scrivesse le 
lodi di Pavia. Infatti egli dice : Ecclesia Sancte Agathe de 
Monte. In qua jacent covpora Sanetorum Martirum Primi et 
Feliciani. Olim Monasterium nigraìniìn. Monasterimn Soro7^nm 
Sancte Clave {2). Infatti in una pergamena del 1204, conservata 
nell'Archivio di Stato di Milano, troviamo sci'itto che Suor Ra- 
sina Badessa del Monastero di Sant'Agata convocava nel giorno 
25 di luglio le suore di Santa Clara (3), che pare fossero ve- 
nute a Pavia prima dell' ordine dato da Urbano IV Papa, forse 
chiamate dal Vescovo. 

* 
* * 

Nell^Archivio di Stato a Milano si conservono molte perga- 
mene e varie carte che ci danno preziose notizie storiche riguar- 
danti il Monastero di Sant'Agata. Cosi sappiamo, solo di volo, 
che le monache, già arricchite, possedevano beni e decime nel 
territorio di Roncaro che concedono alla chiesa di S. Michele 
di quel luogo, che era di loro juspatronato, e ciò con atto in 
pergamena del 24 febbraio 1190. Nove anni più tardi, il 
31 agosto, comperano un vasto terreno della misura di 140 
pertiche. 

Da atti degli anni 1204, 1233, 1258, 1277, 1287, 1314, e cosi 



(1) Come da carte citate dal Robolini. 

(2) Anonimi Ticinensis Liher de laudihus civitatis Ticinensis, ed. a cura 
di Rodolfo Majocchi e Ferruccio Qiiintavalle. Città di Castello, 1903-1904. In: 
Raccolta degli storici ordinata da L. A. Muratori — Tomo XI, parte I, p. 10. 

(3) Archivio di Stato di Milano — Pergamene — Mon. di Sant'Agata in Pavia. 



- 60 -^ 

di seguito, sappiamo che il Monastero possedeva varie case 
nelle parrocchie di S. Teodoro e di S. Eufemia a Pavia. 

In un'investitura, in pergamena, pure nell'Archivio di Stato 
a Milano, del 23 marzo 1318, troviamo il nome di un artefice 
pavese che forse avrà lavorato intorno alla chiesa di Sant'Agata 
quando era già stata iniziata la sua trasformazione. Egli era 
Prando Cappellanio Mastro di Muro, marito di Polla, cui si 
concedeva 1" uso di una casa posta in Porta Pertusi nella par- 
rocchia di S. Teodoro, forse a compenso dell' opera prestata. 

Le monache di Sant'Ao;ata andavano di mano in mano 
estendendo la loro proprietà fondiaria nei secoli XII, XIII, 
XIV, XV, XVI, in modo che le vediamo possedere vasti fondi, 
oltre che in Pavia, a Santa Maria della Strada nel Siccomario, 
a Santa Maria di Travacò, in Nazzano, in Lardirago, in Cornale, 
in Casteggio, in G-erola, in Casei, in Sommo di Lomellina^ alla 
Guazzerà, in Borgofranco (1). 

La Badessa che reggeva il Monastero coli' annessa chiesa di 
Sant'Agata, aveva il diritto di nomina dei cappellani e dei 
rettori delle varie chiese che ne dipendevano. Così avveniva, 
come risulta da pergamene dell'Archivio di Stato a Milano, 
negli anni 1353 ^ e 1354, "quando provvide alla Rettoria dei 
SS. Donnino e Martino e della cappella di S. Cristina pure a 
Zerbo, come aveva fatto nel 1219 e nel 1298 nominando il ret- 
tore della chiesa di S. Michele in Roncaro. 

Tra gli anni 1233-1297 governarono il monastero come ba- 
desse le Suore Agata, Antola, Gualtelina, Rufina, Celestina; ma 
non sappiamo le famiglie a cui appartenevano. Sappiamo bensì 
che neir anno 1268 le suore erano nove. Più tardi dagli atti 
dell' antico Archivio del Monastero di Sant' Agata, andati a 
Milano, apprendiamo che governarono questo Pio Luogo, quali 
Badesse, distinte dame di illustri famiglie pavesi, come gen- 
tili damigelle di altre nobili famiglie vi entrarono monache. 
Così nel 1350 vi è Badessa Guglielmina de Beccaria; nel 1414 (2) 

(1) Archivio di Stato in Milano — Pergamene — Mon. di Sant'Agata a 
Pavia — Molti di questi terreni erano stati venduti da varie distinte famiglie 
pavesi come quelle dei Beccaria, dei Campeggi, ecc. 
(2) Ivi. 



— 61 — 

sotto la direzione di Beatrisìna de Parona vivono a Sant'Agata 
le monache Isabela de Canibus, Augusti n a ecc comitibus de 
Mede^ Giovanna de Grassis, Catterina de Sancto Giiillelmo, 
Francesohina de Lazaris, Isabetta de Carte, Johanna de Cro- 
saJii'Sj Domeneghina de Malelis e Franceschina de Caslronooo^ 
che dovevano osservare rigorosamente 1' obbligo della clausura (1). 
Si succedono come Badesse: Emilia de Galinis nel 1472, Isa- 
bella de Sachis nel 1479, Maddalena de Peronis nel 1491, Madda- 
lena de Binascho per ritornare ad essere governato il Monastero 
nel 1504 dalla Maddalena Pessani quando il nobilissimo uomo 
Franciscus de Varixio de Roxate vi era procuratore (2). Tanto 
i Visconti quanto gli Sforza ebbero a cuore queste Signore di 
alto linguaggio, come anche i loro successori. Varie esenzioni 
vennero ad esse accordate e lo stesso presidente delle entrate 
cesaree, con un suo decreto del 30 dicembre 1541, concede al 
nostro Monastero la facoltà di acquistare il sale al prezzo che 
costava alla Camera, e cosi prima che esso dalla dipendenza 
dei PP. Francescani passasse sotto quella del Vescovo di Pavia 
Ippolito Rossi, nel 1568, con bolle Pontificie imperative (3). 
Da qui innanzi nulla d' interessante nella vita delle monachelle, 
finché nel 1782 dovettero uscire dal loro Monastero (4), che ve- 
niva acquistato nel 1784 dal Marchese Abate Andrea Bellingeri 
ed era da lui trasformato in un Ricovero per i pazzi. Traspor- 
tati i pazzi altrove, nel 1794 egli donava il locale alla Pia 
Opera Pertusati che vi collocò i suoi vecchi fino al 1813, anno 
in cui la chiesa di Sant'Agata cessò di essere ufficiata^ Da essa 

(1) Pare che più tardi la vita claustrale vi fosse diminuita di severità perchè 
il Vescovo Peruzzi nel 1576, nella sua visita al Monastero, impone la chiusura 
di certe finestre e dà alcune regole alle 24 Clarisse professe che vi erano 
raccolte. 

(2) Archivio di Stato in Milano. Pergamene. Monastero di Sani' Agata di 
Pavia. 

(3) Ivù 

(4) Esse, con atto, in pergamena, esìstente nel detto Archivio, del 5 marzo 
1707, avevano comperato dai Falchi un'Ospizio al segno della Scaletta altre 
volte al segno del Cappello, situato nella Parrocchia di S. Giorgio in Monie 
Falcone, presso la Porta Borgorato di Pavia, al prezzo di 6400 lire imperiali. 



- 62 — 

però fino dal 1783 erano state asportate le reliquie sepolcrali, 
che furono raccolte nella chiesa di S. Teodoro. Il Conte Gio- 
vanni Fanfconi, divenuto possessore di tutto il recinto colla 
chiesa e colle attigue case, ridusse il luogo a bagni e giardini (1) 
e lasciò sussistere la chiesa che divenne poi un magazzino. 

* 

Volendo discorrere della chiesa di Sant'Agata, debbo innanzi 
tutto esternare una mia opinione. Io credo che in un tratto 
della parte esterna del lato prospiciente la viuzza di Sant'Agata 
ci rimangono tuttavia le traccie della chiesa che sostituì il 
tempio originario, riadattata cosi prima d' essere ridotta alle 
proporzioni attuali. Queste traccie ci rammentano le opere sacre 
degli artefici lombardi del XIII e del XIV secolo, perchè tanto 
la costruzione muraria in solidi laterizii, quanto le semplici 
decorazioni che la riquadrano, essendoci di guida nel nostro 
giudizio, ci fanno pensare a quell' età nella quale appunto l'at- 
tività dei mastri comacini, dei nostri artefici, si indirizzava alle 
sensibili modificazioni architettoniche dal romanico al lombar- 
desco (2). 

A tale proposito è bene prendere in considerazione, che i 
nostri simpatici scrittori. Defendente e Giuseppe Sacchi (3), in 
quanto riguarda la primitiva forma della chiesa di Sant'Agata, 
e ai cambiamenti che vi si fecero, riferendosi ad una lettera 
pubblicata dal Marchese Bellingeri, nel secolo XVIII, che 
tratta di alcune controversie .relative al possesso di essa, scri- 
vevano « questa era composta di tre navate ed aveva la porta 
d' ingresso a ponente, la quale fu poi dopo alcuni secoli tra- 
slocata a levante, come in oggi esiste, e siccome per la sua 
grande vetustà minacciava rovina fa poi ristretta per sostenerla 

(l) Capsoni. Notizie della città di Pavia. Pavia, 1876. — Franchi. Il Pio 
Albergo Pertusati e i suoi benefattori. Pavia, 1896. — Majocchi. Le chiese 
di Pavia. Notizie — Pavia, 1903. 

/2) Vedi la tavola innanzi a questa memoria. (Tav. 1). 

(3; Intorno ali" architettura simbolica civile e militare usata in Italia nei 
secoli VI, Vile Vili, Milano, 1828. 



— 63 — 

alla sola navata di mezzo e questa fu rinforzata poi con bar- 
bacani di cotto nell' esteriore e con due arcate interiori come 
anche oggi si scorgono le insegue sopra l' interno delle porta 
presentanea della detta chiesa che altre volte serviva di Coro n (l). 

Abbiamo infatti nell' interno le traccie della più antica 
chiesa, in capitelli elegantissimi, egregiamente scolpiti, e nella 
stessa volta; come vi troviamo pure gli arconi più recenti, qui' 
malamente indicati. Questa parziale trasformazione, o meglio 
questa quasi radicale riduzione, si deve per certo a ragioni sta- 
tiche, e forse si lega alla costruzione degli archetti che de- 
corano il lato esterno della chiesa prospiciente la viuzza di 
Sant' Agata, come, assai presumibilmente, tutta quella parete, 
in visibile laterizio, di eletta fattura (2). Forse dopo, e magari 
qualche tempo dopo, si sarà dato mano ad iniziare la decora- 
zione delle interne pareti della chiesa, ridotta già da tre navate 
ad una sola navata, con affreschi lungo il muro perimetrale 
della navata residuata e nello sfondo absidiale, ove si vol- 
lero incastonare anche scolture marmoree per darvi maggiore 
magnificenza. L' affresco dell' abside, asportato, del quale trat- 
terò in seguito, e le smunte figure affrescate su di una parete 
e le traccie della crocifissione su il contraforte di uno degli 
arconi, ci provano 1' interessamento delle monache Clarisse del- 
l' annesso Monastero di Sant' Agata, salite in grande ricchezza, 
per la loro chiesa, verso la fine del XV secolo, dopo che erano 
state fatte ad essa le più salienti modificazioni costruttive. 

Ciò è provato da un' iscrizione ivi collocata, e che venne 
cosi trascritta dal Bossi : Hoc altare est constructum ad honorem 
Sanclae Mariae de Angelis Die 1 Febritari 1504 (3j. Trattandosi 
dell' altare maggiore, arricchito da un' alta ancona, dobbiamo 
ritenere che 1' affresco dell' abside era stato dipinto prima del- 
l' ingombrante costruzione di quest' altare. 

(1) Memorie antiche e ristabilimento nuovo della chiesa dedicata nella 
città di Pavia alla gloriosa Vergine e Martire S. Agata. Pavia, 1793. 

(2) Vedi Tav. 1. " 

(3) Ms. Chiese. — Dalla visita di Monsignor Peruzzi, avvenuta nel 1576, 
poco si può raccogliere sulle opere d' arte, e tanto meno sulle condizioni ar- 
chitettoniche della chiesa di Sant' Agata. 



- 64 - 

Un' altra iscrizione ricordata da Monsignor Maj occhi (1) 
si riferisce ad alcuni restauri della chiesa, nel suo interno, av- 
venuti nel 1502. Come è a ritenersi che 1' abside sia ancor quello 
della chiesa a tre navate, come si deve supporre che 1' affresco, 
a decorazione della sua calotta, sia stato dipinto prima che vi 
si innalzasse, immediatamente innanzi, l'alta ancona dell'altare 
maggiore, costruito nel 1504, cosi pare si potrebbe far coincidere 
quei restauri del 1502 coli' affrescamento della grande scena 
di sfondo della chiesa, se non forse portarlo ad età anteriore, 
come crederei più ragionevole. 

La lunghezza della chiesa di SanfAgafca che ora è di 23 metri 
appare eccessiva di fronte alla sua larghezza di meno di 9 metri. 
Pensate che si crede sia stata mozzata! Ciò ci persuade che la 
chiesa attuale non è altro se non la navata centrale di quella 
originaria, o per lo meno di quella che si era conservata fino 
alla sua riduzione avvenuta o nel XIII o nel XIV o al principio 
del XV secolo. Cosi nulla contrasta che 1' affresco sia stato di- 
pinto nell' abside originaria verso la fine del XV secolo, se non 
fors' anco prima, come si può presumere. 



* * 



Ormai riducendorai all' ultima ragione di questa memoria, 
qui solo riassumerò quanto riguarda un' av^eìiimento artistico 
che commosse fino dal 1895 molti fra i nostri cultori di studi 
patrii, e strettamente si lega alla storia di questo insigne mo- 
numento, che era da un pezzo caduto in dimenticanza, perchè 
divenuto un magazzino di granaglie (2). 

« Il compianto Don Pietro Moiraghi, il focoso sostenitore 
delle glorie della nostra Pavia, un giorno della Primavera 
del 1895 correva da me, tutto trafelato, per dirmi, con commossa 
parola: « ma non sa, signor Conte, che si sta per vendere lo 



(1) Op. cit. 

(2) Non pochi vecchi pavesi anche in elevata posizione sociale, e forniti di 
seria coltura, mi chiesero « ma dove è questa cliiesa di Sant'Agata?». 



Tav. 1. 




LATO DELLA CHIESA DI SANT'AGATA 



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- 6d - 

splendido affresco dell' abside della chiesetta di Sant' Agata in 
Monte, ora magazzino » (1). 

L' affresco, per quanto si sia fatto per trattenerlo qui (2) 
ora è a Parigi. Lo stato di conservazione è buono; nella parte 
centrale della sua vasta composizione (l' asse della rotondità 
della calcita dell' abside tutta fresc-ata misura oltre sei metri) 
è rappresentato il Redentore che incorona la Vergine : (3) i due 
personaggi sono seduti dinanzi ad ricchissimo tabernacolo fatto 
a loggie sormontato dalla Divina Trinità; gruppi di angeli, parte 
sulla base del tabernacolo, parte librantisi nello spazio, suonano 
diversi strumenti; il paesaggio del fondo, assai scenico, di splen- 
dido effetto, riproduce torri e castelli addossati alle colline. 
Sul davanti dell' incantevole paesaggio spiccano le intere figure 
dei Santi Primo e Feliciano (4), di Sant' Agata e di un' altra 
Santa, disposte a due a due ne' lati della mirabile scena centrale. 
L' imponente composizione è contornata da due fasce ornate 
di grottesche monocrome su fondo in parte rosso in parte nero. 
In altra zona, più larga, anteriormente al catino dell" abside, 
spiccano vivamente le belle figure dei quattro Dottori della 
Chiesa Latina in atto di scrivere, racchiuse entro cornici com- 
poste da una serie di figure e di ornati da farci meravigliati 
non sappiamo se più per la loro grande eleganza o per la loro 
esilarante vivacità (5). 

Questo grandioso affresco fu studiato la prima volta dal 
ben noto pittore Prof. Pietro Michis direttore della Scuola di 
Pittura di Pavia. Io ebbi 1' onore di pubblicare quella relazione, 
inedita, nella mia « nota documentata » che vide la luce nel 

(1) A. Cavagna Sangiuliani. U affresco nella chiesa di S. Agata in Monte 
a Pavia e le pratiche per non lasciarlo asportare. Nota documentata con tre 
tavole. Pavia, Tip. Succ. Fusi, 1907, in 4°. 

(2) Ivi. 

(3) Vedi r illustrazione generale dell' affresco, Tav. II. 

(4) Vedi la tavola num. III. — Si crede che i corpi di questi Santi riposas- 
sero nella chiesa di Sant'Agata, come è attestato dagl'i antichi cataloghi delle 
reliquie di Pavia. 

(5) Vedi la tavola num. IV. 

5 



— 66 — 

decorso mese di febbraio. Il Prof. Michis vuol dipinto quell'af- 
fresco nel 1400 e forse anteriormente « per lo spirito della com- 
posizione alquanto giottesca ». Egli trova che « V insieme è 
caratteristico e dà un' idea spiccata dell' arte d' allora » ; trova 
pure che le figure dei Dottori della Chiesa sono : u cosi magni- 
ficamente disegnate e robustamente colorite, che sembrerebbero 
d' altro autore » (1). 

Ne parlò poi 1' apprezzato critico d' arte nobile Francesco 
dei Conti Malaguzzi-Valeri quando lo vide a Milano , nella 
raccolta G-randi, trasportato sulla tela, e gli dedicò vari dotti e 
calorosi studi usciti in diverse pubblicazioni illustrate (2). Egli 
giudica che: « il tono generale di queste grandiose pitture è 
caldo e non sembra aver sofferto assolutamente : 1' esecuzione 
vi è rude, sommaria; gli effetti violenti, quali si convenivano 
a una composizione che doveva essere osservata a grande di- 
stanza ». Dopo aver raccolte le ragioni per attribuire l'affresco 
al Butinone da Treviglio egli conclude: « nell'insieme, tenuto 
conto del momento della Scuola locale, l'abside dei Sigg. Grandi, 
con la sua ricchezza di quadri e di decorazioni, nel natura- 
lismo delle figure e nell'amore con cui i motivi classici son 
profusi dovunque, benché di carattere prevalentemente deco- 
rativo, rivela ancora V influsso della Scuola di Padova e rap- 
presenta un'opera degna di considerazione » (3). 

Dopo i giudizii del Malaguzzi altri critici d' arte si interes- 
sarono della pittura emigrata per attribuirla chi a Bernardino 
de Rossi di Pavia (4), chi a Bernardino Lanzani da San Co- 
lombano (5). In mezzo a tutte queste incertezze il Malaguzzi 

(1) A. Cavagna Sangiuliani. Op, cit, 

(2) Rassegna d' arte, Luglio 1901. / pittori Lombardi, Milano. 1902. — 
L' Illustrazione Italiana, del 10 Febbraio 1907. 

(3) I Pittori Lombardi — 1902, pag. 35 e seg. 

(4) Majocchi Mons. Don Rodolfo. In varie pubblicazioni. 

(5) Mariani Prof. Mariano. Di un altro lavoro di Bernardino Lanzani 
da S. Colombano. In «• Rivista di Scienze Storiche ». Anno 2. Fase. 10. (31 ott. 
1905). — Io crederei che raffresco absidiale di Sant'Agata si abbia ad attribuire 
ad un pennello antecedente a quello del Buttinone, del Rossi e del Lanzani, 
per le ragioni che esposi antecedentemente. 



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conohiude collo scrivere: << indipendentemente del problema 
critico della paternità del dipinto l'affresco rappresenta un no- 
tevolissimo esempio d' arte lombarda primitiva in cui la com- 
posizione a figure si fonde, con vivacità di motivi e di colori, 
■ con la parte decorativa. Nelle candelabre ornamentali che s' in- 
curvano nei sottarchi è tutta una gaja ridda di puttini suonanti, 
di chimere alate, di griffoni affrontati, di mascheroni, di sati- 
retti : e i motivi classici — ^ loriche, scudi, cartelle, cornucopie — 
si alternano alle piccole figure dei fregi con una festosità cosi 
spontanea e fresca quale non sarebbe facile trovar 1' uguale nel 
ristretto e severo repertorio dell' arte lombarda primitiva. Al- 
meno per questa felice fusione di motivi e per 1' esempio che 
rappresentava nel campo tutt' altro che abbondante di grandi 
opere di pittura lombarda del XV secolo era a desiderarsi che 
questo affresco non passasse i confini » (Ij. 

Noi ci uniamo al Malaguzzi quando con animo evidente- 
mente assai addolorato esclama: « La vuota e fredda abside 
dell'antica chiesa pavese, priva oggi del suo festoso rivestimento 
nel quale il pennello del vecchio maestro s' era industriato a 
soddisfare alla pietà dei commiteiiti, rimarrà a rappresentare, 
nella sua rigida nudità, la mala sorte che incombe oggi su tanta 
parte del nostro patrimonio artistico nazionale » (2). 

, La scomparsa dell' insigne ed immaginoso affresco come aveva 
agitati gli studiosi nel 1895 (3) quando essa era un pericolo, 
cosi si agitò assai più oggi quando essa è divenuto un fatto 
compiuto (4). Senonchè la chiesa di Sant' Agata altre perdite 

(1) Malaguzzi-Valeri. — Illustrazione italiana. 10 Febbraio 1907. 

(2) Ivi. 

(3) Vedi il Corriere Ticinese. Giorn. quotidiano. Pavia 17-18 Maggio 1895. 
Anno. XI. num. 117. — Il Ticino. Gior. della città e Prov. di Pavia, 20 maggio 
1895, anno IV. nnnfi. 56. Le apprensioni vi si addimostrano grandissime. 

(4) Vedi il: Corriere della sera del 25 e 26 gennaio, 5 e 19 febbraio 1907. 
— Lega Lombarda del 25 gennaio, 25 Febbraio 1907. — Il Ticino del 26 
gennaio, 4, 20, 25 febbraio 1907. — Gazzetta di Pavia del 27 gennaio, 3, 10, 
17, 24 febbraio 1907. — L'Avvenire di Pavia, del 27, e 31 gennaio, 19 Feb- 
braio 1907. — La Democrazia, di Pavia, del 30 gennaio, 3, 6, 20 febbraio 
19t)7. — Il giornale d' Italia, del 22 febbraio 1907. — La Lombardia del 10 e 



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aveva subito assai prima quando da essa furono tolte le opere 
pregevoli di Cari' Antonio Bianchi, Tommaso Gatti e Fran- 
cesco Ciceri indicateci dal Bartoii (1). Ora, nello stesso suo 
squallore, presentasi tuttavia come una costruzione di elette 
forme architettoniche e non priva di effetto. Ci fa pena 1' assi- 
stere al triste spettacolo che oggi ci offre il sopravvento delle 
considerazioni bottegaje sulle idealità che formavano un tempo 
•la gloria dei nostri antenati; ma dobbiamo chinare il capo in- 
nanzi alle nuove teorie, che schiacciano ogni sentimento. 

So, con mia vivissima compiacenza, e, sicuramente, con 
grande conforto di tutti gli studiosi d' arte, che lo Stato si è 
preoccupato, in modo energico e severo, della sparizione del- 
l' affresco reclamato dall' onore nazionale, e tenta di riaverlo e 
castigare chi ci ha procurato, colla sua esportazione all' estero, 

cosi vivo dolore (2). 

A. Cavagna Sangiuliani. 

del 16 febbraio 1907. Vedi pure gii ; Atti parlamentari della Camera dei de- 
putati. Legislatura XXII. Prima s^essione — Discussioai e tornata dell' 8 Feb- 
braio 1907. (Interpellanze degli on. deputati Cameroni e Rampoldi ; risposta 
dell' on. Rava, Ministro dell'Istruzione Pubblica). Si può dire unanime il nobile 
concerto, altamente patriottico, nelT apprezzare il valore dell'affresco di Sant'A- 
gata e l'opera di coloro che tentarono ogni mezzo per trattenerlo fra noi. 
Forse poche altre opere d'arte hanno avuto maggiore consenso nello scongiu- 
rarne e deplorarne la perdita. Sì trattava di opera nostra apprezzatissima! 

(1) Notizie delle pitture, sculture ed architetture che ornano le Chiese e 
gli altri luoghi pubblici di tutte le più rinomate città rf' Italia. In Venezia, 
1777. Tomo secondo, pag. 1. — Sappiamo che l'affresco asportato, dai Trabucchi 
passò all'antiquario milanese Mencatini, indi ai Grandi, i quali lo vendettero, 
in Milano, all'antiquario Hailbronnen, per lire 12.000, dopo essere stato offerto 
al Municipio di Milano pel suo Museo al Castello Sforzesco, e alla Regia Pi- 
nacote:a di Brera, che ci pare le'feinarono troppo i quattrini, per quanto l'ac- 
condiscendenza dei Grandi fosse davvero meritevole di riguardo. 

(2) h' Ars et labor (marzo, 1907), ha da Parigi « che 1' antiquario Hail- 
bronnen non vuole dare spiegazioni sul modo con cui acquistò l' affresco... » 
W Avvenire di Pavia (16 marzo "1907) annuncia che « la Procura del Re di 
Verona, dietro denuncia del Sopraitendente d' arte del Venito, ha istituito 
procedimento contro la ditta Raoul Halilbronnen di Parigi per il trafuga- 
mento degli affreschi che ornavano 1' abside della nostra chiesa di Sant'Agata 

in Monte » Le osservazioni d-^U' Ars et labor sono p ingentissime, ed hanno 

... * 

le più. vive approvazioni di tutt' coloro che amano la Patria. 



CARLO GOLDONI A PAVIA 



I. 



Quando Carlo Goldoni, entrato nel 1723 nel Collegio Ghi- 
slieri, studiava in qnesta città, Pavia non era ancora la visoria 
insubre Alene che il Parini cantava nel 1777 nell' ode per la 
laurea di Maria Pellegrina Amoretti. Solo dopo la riforma di 
Maria Teresa (1765) lo Studio pavese ebbe insuperato splendore 
dal Mascheroni, dal Rasori, dallo Spallanzani, dal Volta, dallo 
Scarpa e da altri insigni fino al Romagnosi, al Foscolo, al Monti. 

Ma al te'mpo del Goldoni giovine non insegnavano a Pavia 
uomini il cui nome meritasse d' esser tramandato ai posteri ; 
egli, scrivendo da vecchio le sue Memorie, non ricordava che 
due professori : Francesco Lanzi o e G. F. Bernerio. 

Il primo era milanese ; fu lettore prima di diritto civile, poi 
di diritto canonico; mori nel 1745. Non lasciò, ch'io sappia, 
opere stampate. E ricordato da una lapide murata sotto il por- 
tico d' uno dei cortili dell' Università. L' inscrizione è questa : 

D. 0. M. 

FRANCISCO. LAVTIO 

IN. REG. TICIN. ACADEMIA « 

IVRTS. CANONICI. PKTMARTO. INTERPRETI 

REPVDIATIS. EXTERAE. AVLAE. HONORIBUS 

SIBl. LITTERIS. PATRIAE. DIVTIVS. VICTVRO 

SVPREMVM. AMORIS. MONVMENTVM 

MOESTISSIMI. FILII 

POSVERE 

OBIIT. V. ID. FEBR. 1745 

AET. AN. 67 . . 



- 70 



L' abate Griacomo Francesco Bernerìo, di Arena Po, già pro- 
fessore di retorica nel Seminario di Pavia, insegnò diritto ca- 
nonico air Università ; fu protonotario apostolico e prefetto del 
Collegio Ghislieri. Morì il 14 febbrajo 1725 (1). Di lui si co- 
nosce uuOrazioìie funebre per il prof, A. De Gasparis (Pavia, 
Gradignani, 1716) e un' altra In laurea uiriusque juris Ignatii 
de Trevaìio, che si trova nella raccolta Componimenti di lode 
nella laurea legale dell* ili. sign. can. d. Ignazio di Trevaìio 
allievo deW almo Collegio Ghislieri, stampata a Pavia dal 
Magri nel 1722. 

II. 

Nei registri dell' amministrazione del Collegio Ghislieri si 
leggono le seguenti due annotazioni (2) : 

Al N. 1362. 

D. Carolus Guldonus Venetus electus, et nominatus per 111.™""^. 
Compatronum ad Locum supranumerarium, vacantem ob Doctoratiim 
D. Josephi MariseVierner, ut ex Lifcteris patentibus diei 25 Septeinbris, 
praesentatis die 26 Novembris 1722: fuit in Oollegium admissus ser. 
ser. hac die 5 lanuarii 1723: fidejubente M. R. D. Can.o Joseplio Jgnatio 
Graminea, ut ex Instrumento possessionis, recepto per D. Joannem 
Bernardum Canevarium. 

Al N. 1362. - 1727. 

Contrascriptus D. Carolus Guldonus Venetus ob satiricam poesim 
fuit ejectus. ■ 

Dunque Carlo Goldoni fu ammesso nel Collegio il 5 gen- 
najo 1723, e ne sarebbe stato espulso nel 1727, non è detto in 

(1) Meni, e docum. p. la st. d. Un. di Pavia, Pavia, Bizzoni, 1878, p. I, p.95. 

(2) Furono ^ià pubblicate, ma non senza qualche errore di trascrizione, da 
Antonio Zoncada in appendice al suo racconto C. Goldoni a Pavia (Pavia, 
Bizzoni, 1866), che è una parafrasi, in forma di romanzetto storico, de' capi- 
toli V-XIV delle Memorie di Carlo. 



71 — 



che mese. Dal frammento autobiografico preposto al tomo Vili 
dell' edizione Pasquali delle Commedie^ resulta che 1' espulsione 
sarebbe accaduta di maggio ; nelle Memorie invece il Goldoni 
ci fa sapere che nelle vacanze di natale avrebbe dovuto sostener 
la tési per conseguire la laurea, che non consegui grazie alla 
satira (1). 

Un' altra discordanza. Mentre i documenti citati ci atteste- 
rebbero la presenza del Goldoni a Pavia dal 1723 al 27, dalle 
Memorie resulta invece che egli avrebbe soggiornato in questa 
città solo tre anni. S' è pensato naturalmente a un error di 
memoria, giustificabilissimo 'in chi scriveva una sessantina 
d' anni dopo. 

Ancora. Egli parla della morte del prefetto Bernerio come 
avvenuta durante le vacanze precedenti il suo terzo e ultimo 
anno di collegio. Ora il Bernerio, come sappiamo dall' epigrafe 
della sua tomba nella soppressa Chiesa della Trinità, mori il 
14 febbrajo 1725. Nonostante quest' altra discordanza, questa 
data ci fa ritenere improbabile la permanenza del Goldoni a 
Pavia oltre il 1725. 

Ma, qualunque siano i termini cronologici del soggiorno di 
Carlo a Pavia, resta intatta la verità sostanziale del racconto ; 
e giova rileggerlo non nel detestabile italiano delle anonime 
traduzioni, ma nell' arguto francese dell' edizione originale delle 
Mémoires (2), delle quali riferirò qualche passo. 

Il dottor Giulio Goldoni, avendo stretto relazione col mar- 
chese Pietro Aimo Goldoni Vidoni di Cremona, senatore di 
Milano, da lui ottenne pel suo Carlo un posto rimasto vacante 
nel Collegio Ghislieri, detto allora del Papa, 

Ma quando il padre e il figlio si presentarono a Milano al 
senatore Goldoni, seppero da lui che, per entrare in collegio, 
occorreva che i convittori fossero tonsurati, che avessero un 
attestato della loro civile condizione e della loro condotta e di 

(1) Questa discordanza fu già notata da Ermanno von Loehner nel suo scritto 
Carlo Goldoni e le sue Memorie frammenti, in Archivio Veneto, 1882, t. XXIIl, 
p. I, p. 48. 

(2) Mémoires de M. Goldoni, tome premier ; Paris, Duchesne, 1787. 



— 72 — 

non aver contratto matrimonio e la fede battesimale. Bisognò 
scrivere a Venezia per ottenere gli attestati e le lettere dirais- 
soriali dal Patriarca. Restarono quindici giorni a Milano, gra- 
ziosamente ospitati dal senatore Goldoni ; poi partirono per 
Pavia, muniti di lettere commendatizie. Carlo aveva una lettera 
del Senatore pel signor Lauzio, il quale lo condusse egli stesso 
all' Università. 

M. Lauzio étoit un Jurisconsulte du plus grand mérite. Il avoit 

une Bibliothèque très-riche ; j'en étois le maitre comme je 1' étois 
de la table, et Madame son épouse avoit beaucoup de bontés pour 
moi. Elle étoit encore assez jeune, et elle auroit dù étre jolie, mais 
elle étoit furieusement défigurée par un goìtre monstrueux qui lui 
pendoit du menton à la gorge. Ces bijoux ne sont pas rares à Milan 
et à Bergame: mais celui de Madame Lauzio étoit d'une espèce par- 
ticulière, car il avoit une petite famille de petits goìtres autour de 
lui. La petite vérole est un grand fléau pour les femmes ; mais je ne 
crois pas qu'une jeune personne qui en seroit picotée, troquàt ses 
piqùres contre un goìtre milanois. 

Je profitai beaucoup de la Bibliothèque du Professeur: je par- 
courus les Instituts du Droit Bomain, et je meublai ma lète des 
matières pour lesquelles j'etois destine. 

Je ne m'arrétois pas toujours sur les textes de la Jurisprudence ; 
il y avoit des tablettes garnies d'une collection de Comédies ancien- 
nes et modernes, c'etoit ma lecture favorite; je me proposois bien 
de partager mes occupations entro 1' étude legale et 1' étude comique, 
pendant tout le tems de ma demeure à Pavie ; mais mon entrée au 
Collège me causa plus de dissipation que d'application, et j'ai bien 
fait de profiter de ces trois mois que je dus attendre les lettres di- 
missoriales et les certificats de Venise. (Mémoires, I, 8). 

Rilesse i poeti greci e latini. 

Pouillant toujours dans cette Bibliothèque, je vis des Théàtres 
Anglois. des Théàtres Espagnols et des Théàtres Francois ; je ne 
trouvai point de Théàtres Italiens. 

Il y avoit par -ci, par -là, des Pièces Italiennes de 1' ancien teras^ 
mais auciin Recueil, auoune Colleotion qui pussent faire honneur à 
ritalie. ♦ 



73 



Je vis avec peine qn' il manquoit quelque chose d' essentiel à 
cette Nation, qui avoit connu l'Art dramatique avanb tonte autre 
Nation moderne; je ne pouvois pas concevoir comment l'Italie l'avoit 
negligé, 1' avoit avili et abàtardi.: je^ desirois avec passion voir ma 
patrie se relever au niveau des autres, et je me promettois d'y con- 
bribuer. [Ivi). ^ * 

A Pavia dunque, e precisamente nella biblioteca del Lauzio, 
il Goldoni vagheggiò prima la sua grande riforma. Si suol dire 
che non dall'imitazione ne da impulsi esteriori, si dalla propria 
natura e da spontanea vocazione, il Goldoni fu spinto alla ri- 
forma 0, meglio, alla creazione del teatro comico italiano; che 
non e' è genio più nalivo del suo ; che pochi libri egli lesse, 
ma molto lesse il gran libro della vita. Tutto ciò è, sostanzial- 
mente, vero : ma né mancarono al Goldoni i precursori, nel suo 
secolo stesso ; né egli era cosi ignorante come molti fingono di 
credere. Il citato episodio della sua vita pavese lo dimostra. 

Ma ecco una lettera di Venezia con le dimissoriali, gli atte- 
stati, la fede di battesimo. Poco mancò che quest' ultima non 
mettesse il povero Carlo in un novo impiccio. Bisognava aspettar 
due anni, perchè egli giungesse all' età richiesta per essere ac- 
cettato in collegio. Bast.a : non si sa per merito di qual santo, 
una sera se ne andò a letto che aveva sedici anni ; la mattina 
dopo si svegliò che ne aveva diciotto. 

Ricevè la tonsura per mano del cardinale Agostino Cusani, 
vescovo di Pavia ; e andò a presentarsi al Collegio, dove fu 
ricevuto dal prefetto, che era il già menzionato abate Bernerio, 
dal viceprefetto e dal camarlingo, i quali gli fecero una breve 
predica e lo presentarono ai più anziani del Collegio. La vita 
dei collegiali è ritratta dal Goldoni in una pagina, che è note- 
vole documento della storia del costume. 

Nons étions bien nonrris dans ce College, et très-bienlogés; nons 
avions la liberté de sortir pour aller à l'Université, et nons allions 
partout: 1' ordonnance étoit de sortir denx à denx et de rentrer de 
mème ; notis nons qnittions à la premiere me qui tournoit, en nons 
donnant rendez-vous pour rentrer ; et si nons rentrions seuls, le 



74 — 



Portier prenoit la piece et ne disoit mot. Cette place lui valoit celle 
d'un Suisse de Ministre d'Etat. 

Nous étions bien mis aussi élégamment que les Abbés qui courent 
les sociétés; drap d' Angleterre, soie de Trance, broderies, dentelles, 
avec une espece de robe-de-chambre sans manches par-dessus 1' habit, 
et une étole de velours attacbée à l' epaule gauche, avec les armes, 
Ghislieri brodées en or et argent, surmontées par la thiare pontifi- 
cale et les clefs de Saint Pierre. Cette robe, appellée sovrana, qui 
est la devise du College, donne un air d' importance qui releve la 
coquetterie du jeune homme. Ce College n'étoit pas, comme vous 
voyez, une communauté d' enfans: on faisoit précisément tout ce 
que Fon vouloit ; beaucoup de dissipation dans l'intérieur, beaucoup 
de liberté au dehors. C est là où j'ai appris à faire des armes, la 
danse, la musique et le dessin; e' est là aussi où j'ai apris tous le 
jeux possibles de commerce et de hasard. Ces derniers étoient dé- 
fendus, mais on ne les jouoit pas moins, et celui de la Prime me 
conta cher. 

Quand nous étions sortis, nous regardions l' Universitè de loin, 
et nous allions nous fourrer dans les maisons les plus agréables ; 
aussi les. Collégiens à Pavie sont regardés par les gens de la ville 
comme les Officiers dans les garnisons; les hommes les détestent, 
et les femmes les recoivent. 

Mon jargon Vónitien plaisoit aux Dames, et me donnoit quelqu' 
avantage sur mes camarades ; mon àge et ma figure ne dóplaisoient 
pas; mes couplets et mes chansonnettes n' étoient pas mal goùtées. 

Est-ce ma fante sì j'ai mal employé mon tems? Qui; car parmi 
les quarante que nous étions, il y-en avoit quelques uns de sages et 
morigenés que j' aurois dù imiter; mais je n' avois que seize ans: 
j'étois gai, j'etois foible: j'amois le plaisir, et je me laissois séduire 
et entraìner. (Mémoires, I, 9). 

Il frontispizio del tomo Vili della citata edizione del Pa- 
squali s' adorna di una vignetta, della quale mi rincresce di non 
esser riuscito a procurarmi una riproduzione, che rappresenta 
il Goldoni, vestito della sovrana^ tra i suoi colleghi del Collegio. 

Una certa notorietà che il Goldoni si acquistò sùbito con la 
sua facilità di far versi, per la quale era divenuto le fanégy- 
viste des bons et des maicvais svjets ; la protezione del marchese 



- 75 - • 

Goldoni, che una volta, venuto a Pavia, per parecchi giorni lo 
volle seco ; la manifesta deferenza del Prefetto destarono 1' in- 
vidia de' suoi compagni, i quali meditarono di vendicarsi. Due 
di loro gli tesero un laccio che per ' poco non lo rovinò. Lo 
condussero in una casa infame. Egli voleva uscirne ; ma le porte 
erano chiuse. Saltò dalla finestra ; fu visto e riconosciuto ; il 
Prefetto lo seppe. Dovette giustificarsi e non potè farlo senza 
scoprire i colpevoli : dei quali 1' uno fu espulso, l'altro carcerato. 
.Questo fatto aumentò il numero de' suoi nemici. 

Al prefetto Bernerio successe 1' abate Scarabelli, il quale, es- 
sendo amico del senatore Goldoni, assicurò il giovine poeta 
della sua benevolenza. E già Carlo si preparava a sostenere la 
sua tèsi di diritto civile, e si credeva al colmo della felicità, 
mentre era su 1' orlo della rovina. 

Esce per far visite : nessuna famiglia vuole riceverlo. Tur- 
batissimo torna al Collegio, dove quattro suoi amici gli fanno 
sapere che i cittadini di Pavia, nel tempo delle ultime vacanze, 
avevano congiurato contro gli scolari, decretando che qualunque 
zitella avesse ricevuto uno scolaro, non fosse chiesta in isposa 
da nessun cittadino. Questo decreto era corso per ogni casa ; e 
le madri e le figlie fuggivano gli scolari come il diavolo l'acqua 
santa. Quei quattro amici erano quattro traditori che volevano 
perderlo ; e cominciarono intanto col munirlo di pistole, accu- 
sandolo poi a' superiori di essere armato. Gli furon trovate le 
pistole, e fu sequestrato in camera. Egli, uomo pacifico e se- 
reno anche negF impicci e tra i dispiaceri, voleva profittare di 
questo tempo per attendere alla sua tèsi : ma i perfidi vennero 
a tentarlo novamente, solleticando questa volta il suo amor 
proprio, consigliandolo a fare per mezzo d' una satira le ven- 
dette di tutti gli studenti, e giurando che manterrebbero il se- 
greto. Lasciamo la parola al Goldoni. 

J' étois foible par tempórament, j'étois fou par occasion ; je cédai, 
j'entrepris de satisfaire mes ennemis, je leur mis Ics armes à la 
main contre moi. 

J' avois imaginé de composer une Comedie dans le gout d'Ari- 
stophane; mais je ne me connoissois pas assez de force pour y róussir, 



• - 76 - 

d' ailleurs le tems ne.m'anroit pas servi, et je composai une ^^6;Z/rt??^, 
genre de Comédies informes (chez les Romains) qui ne contenoient 
que des plaisanteries et des satyres. 

Le titre de mon Atellane étoit le Colasse. Pour donner la perfection 
à la Statue colossale de la Beante dans tontes ses proportions, je 
prenois les yeux de Mademoiselle une telle, la bouche de Mademoi- 
selle celle- ci, la gorge de Mademoiselle cette autre, etc. aucune 
partie du corps n' étoit oubliée; mais les Artistes et les Amateurs 
avoient des avis différens, ils trouvoient des défauts par-tout. 

C étoit une satyre qui devoit blesser la délicatesse de plusieurs 
familles honnètes et respectables, et j' eus le malheur de la rendre 
intéressante par des saillies piquantes, et par de traits de cette 
vis comica qui avoit chez moi beaucoup de naturel^ et pas assez de 
prudence. {3Jémoires, I, 13). 

Ai quattro amici-nemici la satira parve felicissima ; e la 
sparsero nelle conversazioni e nei caffè. Non lo nominarono ; 
ma, avendo egli fatto in altri tempi una quartina nella quale 
era incluso il suo nome e cognome, perfidamente la apposero, 
al Colosso^ come se egli stesso avesse avuto 1' audacia di van- 
tarsene. 

L'Atellana era la novità del giorno. GÌ' indifferenti la leg- 
gevano con piacere, pur coildannando 1' autore. Ma dodici fa- 
miglie gridarono vendetta ; lo volevano morto ; egli per fortuna 
era in arresto ; parecchi collegiali furono insultati ; il Collegio 
assediato. Invano il senatore Goldoni, il prefetto del Collegio, 
il senatore Erba Odescalchi, governatore di Pavia, il vescovo 
che aveva tonsurato 1' imprudente poetino, lo stesso marchese 
Ghislieri, che lo aveva nominato, si adoperarono in suo favore. 
Doveva essere sacrificato; e senza il privilegio del luogo ov' egli 
era, la Giustizia si sarebbe impadronita di lui. Gli si annunziò 
1' espulsione dal Collegio ; e si aspettò che la tempesta si se- 
dasse alquanto per farlo partire senza pericolo. 

Disgraziatamente di questa Atellana non restano tracce, se 
ne togli il cenno che ne fa lo stesso autore, nel passo citato. 
L' autore stesso dovè adoperarsi a farla dimenticare. Anima 
onesta, nelle Memorie (I, 14) scriveva ancora : 



- si - 

Si depuis soixante-ans il reste encore a Pavie quelque souvenir 
de ma personne et de mon imprudénce, j'en demande pardon à ceux 
que j'ai offensés, en les assurant que j'en ai été bien puni, et que 
je crois ma fante expiée. 

III. 

Ma già pochi anni dopo la sua espulsione dal Collegio, il 
Goldoni aveva per mezzo della sua prima commedia meditata, 
indirettamente ma nobilmente, chiesto perdono a' Pavesi dell'of- 
fesa fatta alle loro donne. 

La prima commedia di carattere, interamente scritta (1742), 
del Goldoni fa La donna di garbo. Egli con piacere la vide 
rappresentare a Livorno nel 1746, sostenendo la signora Medebac 
la parte della protagonista. Era allora la sua commedia predi- 
letta. Dopo quella rappresentazione egli si legò col capocomico 
Medebac, dandosi unicamente e definitivamente al teatro. Con 
questo fatto finisce, secondo le Memorie, il primo periodo della 
vita di Carlo Goldoni. E La donna di garbo, tutta piena di 
ricordi pavesi, à per me il sapore d' una vera e propria pali- 
nodia. Ne giudichi il lettore. 

Rosaura — la donna di garbo — dice sùbito 1' esser suo a 
Brighella : 

'Sappiate ch'io sono della città di Pavia, città celebre per il fa- 
moso studio di quella Università, che gareggia colle principali di 
Europa. Mio padre serve per bracciere a una dama di quella città, 
e mia madre serve di lavandaja uno di qne' Collegi. Io pure mi eser- 
citava nell' inamidare le camicie dei Collegiali, ed appunto da ciò 
ebbero origine le mie sventure. Sapete, che gli scolari del Collegio 
in Pavia hanno la libertà di girare col pretesto di portarsi a' pub- 
blici stiidj. Ora vi dirò, che uno di quelli in casa mia s'introdusse. 
Mi piacque il bel volto, e l'aspetto di lui; ma piii mi soprese il 
suo bello spirito : onde poco tardai a innamorarmi di esso perduta- 
mente; egli, secondo l'uso degli scolari, si prevalse della mia debo- 
lezza, si rese padrone del mio cuore, e di tutta me stessa. Final- 
mente, dopo un anno di reciproche tenerezze, cominciò a raffreddarsi 



— t8 - 

V infedele, e rallentando le visite, cambiò in complimenti gli affetti, 
e a poco a poco da me e dalla mia casa interamente si tolse. (A. 

r, se. 1). 

Rosaura dunque è corsa dietro a Floidndo, ed è giunta prima 
del suo amante a Bologna, in casa del Dottore, padre di lui. 
Con 1' ajuto di Brighella è accettata cameriera dalla cognata 
del suo infedele; sa cattivarsi l'affetto di tutta la famiglia, ed 
è oramai sicura che ognuno difenderà le sue ragioni. 

Il padre di Florindo è avvocato ; ella, che à cognizione del 
diritto romano e pratica della curia, gli dà utili consigli. Il 
figlio maggiore, Ottavio, à passione pel gioco del lotto ; ella gli 
parla di cabale e di sogni. Beatrice, moglie d' Ottavio, è civetta; 
ed ella ne lusinga mirabilmente la vanità. La figlia minore del 
Dottore, Diana, à un'inclinazione segreta per Momolo veneziano, 
studente a Bologna : ella se n' accorge, fa parlare la santarellina, 
incoraggia il timido amante, promette di sollecitare la loro 
unione. Rosaura insomma sa meritarsi il favore di tutti e fa 
innamorare di sé tutti gli uomini che incontra in quella casa. 
Non è però una fraschetta. 

Mi dirà taluno: che vuoi tu far di tanti uomini? Sei forse scolara 
della celebre Corisca del Pastor fido, che insegna agli uomini: Molti 
averne, un goderne, cangiar spesso? Guardimi il cielo: non sono di 
questa taglia. Amo l' onestà più della vita medesima. Io non cerco 
che far vendetta contro Florindo, e contro tutto l'orgoglioso sesso 
virile. (A. I, se. X) . ' 

Ma il suo fine principale è quello di guadagnarsi 1' animo 
del Dottore ; e ci riesce, tantoché il vecchione si risolve a spo- 
sarla. 

Torna Florindo ; il padre gli dichiara il suo proposito, e il 
figlio vi si oppone. Bisogna dunque eh' ei renda conto della 
sua opposizione ; ed eccolo perciò forzato a confessare i suoi 
impegni con la cameriera di sua cognata. Il padre, vedendo 

V impossibilità di sposare Rosaura, costringe il figlio a dar 
soddisfazione alla giovine da lui ingannata, obbligandolo a man- 



79 — 



tener la parola. Fiorinolo recalcitra, tanto più che *à un altro 
impegno ; ma tutti son contro di lui; ne arrossisce, ne è con- 
fuso, e fa il suo dovere. Ecco il trionfo di Rosaura. La quale 
dà il signor Lelio, cavalier servente di Beatrice, in marito alla 
giovine Isabella degli Ardenti, figlia d' un lettore dell' Univer- 
sità di Pavia, che Florindo avea rapita e condotta con sé a 
Bologna, travestita da studente. Ecco la Dorina di garbo. 

Questo titolo suscitò molte discussioni ; ma Rosaura stessa 
al termine della commedia lo giustifica : 

Tutti mi hanno detto finora Donna di Garbo, perchè ho saputo 
secondare le loro passioni, uniformandomi al loro carattere. Tale 
però non sono stata, mentre l'adulazione mi ha fatto usurpare un 
titolo non meritato. Per essere una donna di garho avrei dovuto 
dire quello, che ora dico. Alla signora Beatrice, che le donne savie 
si contentano dell'onesto, e la vanità delle mode rovina la famiglie. 
Al signor Ottavio, che il lusingarsi troppo della fortuna è una pazzia, 
e le cabale sono imposture e falsità. Alla signora Diana, che la 
finzione è dannata, e che la donna d'onore deve essere sincera e 
leale. Al signor Lelio, che l'affettazione è ridicola, e che il cavaliere 
non dev'essere millantatore. Al signor Momolo, che lasci le ragazzate, 
attenda al sodo, e non faccia disonore alla patria. Al signor Dottore, 
che il buon avvocato deve amare la verità, e non ingannare i clienti. 
Dirò altresì alla signora Isabella che una moglie deve amare, e ri- 
spettare il marito. Dirò al mio caro Florindo, che un marito deve 
amare e compatire la moglie. Dirò a tutti che l'onore è piìi della 
vita pregievole; che il far bene ridonda in bene, e che chi ha per 
guida la verità, e l'innocenza, non può perire. Tutto questo a voi 
dico, e se vi pare, che il mio dire meriti approvazione, o compati- 
mento, ditemi allora, che io sono una Donna di Garbo. 

Questa commedia è molto notevole, in quanto dimostra che 
la riforma goldoniana non fu, almeno nei primi tentativi, che 
l'innesto della commedia di carattere sul tronco sempre vitale 
della commedia dell' arte. Delle commedie dell' arte à tutto il 
brio (non dico la scompostezza e 1' indecenza), che si rivela spe- 
cialmente nelle astuzie di Brighella e nei lazzi di Arlecchino ; 



— 80 - 

e non solo* ritrae feliceraenbe un bellissimo carattere femminile, 
ma rappresenta al vivo con garbato intreccio il c(>stume della 
società borghese del Settecento, le mode, il lotto, le conversa- 
zioni, le carte, il cicisbeismo. 

Ma ai Pavesi essa dev' essere singolarmente cara, in quanto 
è, lo ripeto, una vera e propria palinodia della satira che aveva 
offeso la città e eh' era stata la prima sventura di Carlo Goldoni. 
Infatti il Groldoni ne La donna di garbo mette in non buona 
luce la sregolata vita degli studenti e glorifica una pavese, quasi 
a mostrare la stima eh' ei faceva di quelle donne che, studente 
scapestrato, avea poco delicatamente messe in canzone. 

IV. 

Da quanto ò detto finora si può concludere : primo, che 
Carlo Goldoni ebbe a Pavia, e precisamente nella biblioteca del 
Lauzio, il primo incitamento alla riforma del teatro comico in 
Italia, e quasi la rivelazione del proprio genio; secondo, che a 
Pavia egli fece il suo primo tentativo comico, scrivendo la di- 
sgraziata atellana // Colosso; terzo, che, pensando a Pavia e per 
riparare al malfatto, egli diede alla commedia Una donna di 
garbo una protagonista pavese e vi ritrasse la sregolata vita 
studentesca. 

Per tutto ciò mi parea doveroso che Pavia, in occasione del 
centenario goldoniano, mostrasse con qualche pubblico segno 
d' onore di ricordarsi del grande poeta. In mancanza d' altro, si 
contentino i lettori di questi, ahimè! troppo affrettati e miseri 
appunti. 

Un' idea. Non si potrebbe porre presso la lapide del Lauzio 

una inscrizione che ricordasse il soggiorno pavese di Carlo 

Goldoni ? 

Giulio Natali. 



MUSEO PAVESE DEL RISORGIMENTO ITALIANO 



Doni perveuuti al Museo negli anni 1904, 1905 e 1906 



La raccolta del Generale Gaetano Sacchi acquisita al Museo 
per consentimento unanime della rappresentanza comunale con 
deliberazioni 16 e 27 dicembre 1905, assenziente la vedova del 
Generale, ed il dono del museo privato, raccolto con lungo 
amoroso lavoro dal Rag. Pietro Agosteo, hanno deciso la Com- 
missione del Museo Civico e la Giunta Municipale ad assecon- 
dare le vive istanze della Commissione del Museo del Risorgi- 
mento, colla cessione delle sale sufficienti, almeno per ora, a 
mettere in mostra gli oggetti raccolti. 

Si impose cosi la necessità di continuare la pubblicazione 
dei doni pervenuti al Museo, momentaneamente sospesa per non 
ripetere i lamenti sulla mancanza di locali ed evitare la pos- 
sibilità che alcuni concittadini, detentori di memorie, le desti- 
nassero altrimenti che ad arricchire il nostro Museo. 

Ai donatori che contribuirono ad aumentare la raccolta in 
modo da recare un nuovo e prezioso sussidio alla storia del risor- 
gimento ed a mettere in bella luce la parte che vi ebbero i Pa- 
vesi, i nostri sentiti ringraziamenti per le fatte donazioni, e le 
debite scuse per il ritardo nel renderle di pubblica ragione, do- 
vuto, come si disse, a cause estranee alla nostra volontà, persuasi 
che tali ringraziamenti verranno accolti cogli stessi sentimenti 
che li hanno dettati, e che si terrà conto, se non altro, della nostra 
buona volon-tà di fare le cose nel migliore dei modi. 

6 



— 82 — 

La i)isiifficieiiza dei locali fa certamente causa del rallenta- 
mento delle donazioni, perchè a molti non garba punto il pri- 
varsi di preziosi ricordi per vederli accatastati, come è avve- 
nuto fino ad oggi, nell'angusto locale ex porteria del Museo 
Malaspina, Domani, convenientemente disposti nelle nuove sale, 
tali ricordi serviranno non solo a persuadere altri possessori 
che coi loro doni onoreranno i congiunti e gli amici, cui si ri- 
feriscono i ricordi, ma a rendere anche più vivi nelle giovani 
generazioni quei sentimenti di amor patrio, che se furono tanto 
necessari per costituire 1' Italia, sono indispensabili oggi per 
conservarla rispettata dalle altre nazioni. 

I pochi viventi che hanno provate le delizie della domina- 
zione austriaca possono dirne qualcosa, ma 1' insegnamento dato 
dai ricordi e dai documenti esistenti nel Museo danno un' idea 
più complessa della preparazione, dei tentativi, delle lotte com- 
battute attraverso le rivolte civili, le cospirazioni e le battaglie; 
in quelle battaglie, in prima sfortunate, poi vittoriose, che co- 
ronarono infine gli sfo!"zi della generazione in gran parte scom- 
parsa, e in cui la fede nel sommo duce che riposa a Caprera, 
e 1' entusiasmo per la santa causa, supplirono tante volte alla 
insufficienza delle nostre armi. 

Elenco dei donatori e dei doni. 
1904. 

Dal Slg. Obicini Doli. Giuseppe^ oìb'c i doni del 1902 : 

1. Dichiarazione N. 37 del Geu. Medici che Gius. Pedotti 
fu nel 1849 uno dei valorosi difensori del Vascello. 

2. Due copie del brevetto colla relativa medaglia di bronzo 
a G. Pedotti altro dei benemeriti per la liberazione di Roma. 

3. Sciabolone portato da Gius. Pedotti a Roma nel 1849 re- 
cante sul fodero l'iscrizione: vivre libre ou nioiirir. 

4. Due spade appartenute a; (rius. Pedotti. 

5. Medaglia d'argento al valore militare e brevetto stessa 
medaglia stata assegnata a G. Pedotti pei combattimenti del 
maggio 1859. 



83 



B. Lettera del Col. G. Medici alla, madre del G. Pedotti 
nella quale attesta degli esempi di valore dati ai commilitoni 
dal Pedotti. 

7. Spallina levata dalla tunica del sottotenente G. Pedotti 
morto eroicamente a S. Fermo. 

Dai S'ig. Scolimi Alessandro: 

Due palle da fucile francesi della campagna 1859, estratte 
dal Doti. Pietro Scotfcini medico primario nell' ospitale di Pavia 
da feriti austriaci 1859. 

Dal Sig. Zea a Doli. Salai e : 

1. Autografo dell'ex Padre Alessandro Gavazzi. Pistoia 6-9-66. 

2. Volume — Felice Venosta - I Fratelli Cairoli, 1864. 

Dalla Signoì'a Arì'ìv abene Nob. Pierina Ved. Villani : 

Opuscolo — Luisa Anzoletti — Nel 50. anniversario di 
Belfiore. 

Alcune lettere di Teresa Arrivabene. 

Dal Sig. Lanfvanchi Giuseppe, pitlore : 

1. N. 5 biglietti di moneta patriottica 1848 da lire due. 

2. N. 7 biglietti di moneta patriottica 1848 da lire tre. 

Dal Sig. Marozzi Carlo : 

Medaglia d'oro dell'ex deputato al Parlamento Nazionale 
avv. Giovanni Mai, legislatura Vili. 

Dal Sig. Ballerini Giuseppe-. 

1. Fotografia dell' ossario di Monte Snello. 

'2. 57 interno chiesa di S. Stefano a Brescia. 

3. 77 monumento ai caduti il 21-7 1866 a Brescia. 

Dalla Sig. Corti Elvira : 

1. Capelli di Donna Adelaide Cairoli. 

2. Medaglia metallo bianco con le effigi di Vittorio Em. II 
e Napoleone III. 

Dal Sig. Belli Avv. Cornm. Carlo : 

Un assegnato da L. 10 del primo anno della Repubblica 
Francese. 



— 84 — 

Dal Sig. Ganora Doti. Giovanni : 
Moneta di carta — 10 kraizer — Ofen 1 Augnst 1849. 
Dal Sig. Pollini Giuseppe di Garlasco : 

1. Litografia della prima bandiera tricolore italiana decretata 
il 7 gennaio 1795. 

2. Indirizzo degli Ufficiali del 16. Bersaglieri alle donne 
Perugine. 

3. Gavetta da zuavo, acquistata dal donatore a Volta Man- 
tovana dopo la battaglia di Solferino 1859. 

4. Giberna di un volontario lombardo del 1848. 

Dal Sig. Capsoni Camillo : 

Un fascicolo di carte relative al pittore Pasquale Massacra. 

Dal Sig. Scolari Doli. Lodovico di Molla Visconti : 

Moneta d' argento di L. 5 del Governo Provvisorio Lom- 
bardo, 1848. 

Dal Sig. Carnevale-Gay^é Cav. Gap. Francesco: 

1. Tre pezzi palla austriaca estratti dalla ferita avuta dal 
donatore a Custoza 1866. 

2. Libretto di deconto del donatore Compagnia, Veterani 
recante le note delle campagne 1859-1860-1866. 

Dal Sig. Griziotti Aiw. Aìitonio, oltre i doni precedenti : 

Medaglia d' argento data dal Municipio di Roma al donatore 
per la famiglia di Moruzzi Giuseppe ferito a Villaglori e morto 
a Roma nell' ottobre 1867. 

Dal Sig. Rosa Angelo di Milano'. 

La carabina appartenuta al proprio fratello Eugenio Rosa 
dei 70 di Villaglori ; di quelle Tower 1860, distribuite ai volon- 
tari italiani in Tirolo nel 1866 dopo la battaglia di Bezzecca, | 
in numero di venti per ogni compagnia. 

Dal Sig. GuangiroU Dott. Giuseppe di Saronìio : 

1. Statuetta in gesso di Garibaldi, 1848. 



- 85 — 

2. Ritratto Daguerotype del colonnello garibaldino Giacomo 
Griziotti fatto durante il suo esilio nel 1855 ad Alessandria. 

3. Litografìa del 1819, in cornice e vetro, del Generale della 
Repubblica Romana G. Garibaldi. 

Dal Sig. Buzzacchi Bortolo di Medole : 

Palla da cannone austriaca, raccolta dal donatore sul campo 
della battaglia di Solferino 24 Giugno 1859. 

Dalla Sig. Beffa Antonia Ved. Buzzacchi di Medole: 

1. Fotogiafia del Dott. Giovanni Buzzacchi dei Mille, 

2. Cinque lettere dirette da S. Maria e Caserta nel settembre, 
ottobre e novembre 1860 al padre e ad una amica, con notizie 
della guerra. 

Dal Stg. Rossetti Avv. Giuseppe di Cittadella: 

Fotografìa dell'Avv. Giovanni Rossetti dei Mille. 

Dal Sig. Cavagna Sangiidia^ti Conte Antonio : 

Due timbri del Comitato di Guerra in Pavia del 1848 uno 
ad umido recante la scritta Comitato di guerra ììì Pavia, l'altro 
a secco colla scritta Comitato di guerra Pavia. 

Dal Sig. Truffi Prof. Mario : 

N. 21 fotografie ciascuna con un ritratto di volontario mu- 
tilato nella campagna 1866. 

Una fotografia con tre ritratti di volontari, come sopra. 
n 77 con quattro ritratti ii n 

N. 7 77 con un ritratto di soldati dell'esercito italiano 

mutilati come sopra. 

Una fotografìa con tre ritratti come sopra. 

Dal Sig. Monti Avv. Nob. Enrico: 

1. Elenco volontari pavesi per V indipendenza, in cornice. 

2. Quadro con gruppo fotografìco dei Prof. Cesare e Luigi 
Meriggi e dell' Ing. Architetto Vincenzo Monti volontari nel 
5. Regg. Volout. It. 1866 ; acquerelli di Pieve di Bono e delle 
posizioni del combattimento di Storo e del bombardamento di 
Ampola, 17, 18 e 19 luglio 1866. 

3. Tre stampe relative alla Guardia Nazionale 1863-64. 



— 8G 



Dalla Sig. Mangili Emilia di Calohio : 
Fotografia di Achille Sacchi dei Mille di Marsala. 

Dal Sig. Ballerini Giuseppe: 
Fotografia di Caffaro e Monte Snello. 

Dal Sig. Aìw. Ambrogio Della Croce: 

Discorso pronunciato dal Parroco Giuseppe Robecchi nella 
chiesa di S. Pietro Martire a Vigevano il 22 agosto 1848. 

Dal Sig. Pollini Giuseppe di Ga^'lasco : 

1. Fotografia del tenente -Pollini Enrico del 14. battaglione 
Bersaglieri ferito alla presa di Perugia 14-9 1860. 

2. B^otografia del Colonnello Palliani dei Bersaglieri, morto 
il 20 settembre 1870 alla breccia di Porta Pia. 

Dalla Sig. Spargella Marianna: 

Calendario dell' anno 1850, recante rimembranze di Re Carlo 
Alberto. 

Dal Sig. Olioli Carlo di Borgonìanero^ a, mezzo delVEgr. 
Sig. Dep. Prov. Avv. Ambrosini Natale: 

Bandiera che sventolava dalla propria casa in Borgomanero 
il giorno 21 maggio 1859, al passaggio di Garibaldi coi Cac- 
ciatori delle Alpi diretti a Sesto Calende. 

Dal Sig. Burzio Gen. Emilio, oltre i doni pì'ecedenti'. 

Tunica indossata nel 1848 dai ragazzi del battaglione sco- 
lastico di Pavia. 

Dal Comm. Bozzi Angelo^ Primo Pi'esidente della Corte 
d'Appello a Casale Monferrato : 

1. Epigrafe, entro cornice, di Ponti Antonio, morto a Pie- 
tole nel 1848 sergente nel Batt. Voi. Lombardi. 

2. Due gruppi fotografici degli Ufficiali Garibaldini del 9. 
J^®o':5- ^^^' Italiani : Cairoli Enrico, Bozzi Dott. Cesare, Merighi 
Augusto, Pietrasanta Luigi, Salvioni Antonio ed altri ; tre fo- 
tografie degli Ufficiali Garibaldini Perduca Biagio, Galli Carlo 
e Bozzi Dott. Cesare, 



— 87 — 

3. Ode a Giuseppe Garibaldi pel suo arrivo a Pavia nel 1862 
stampata su seta rossa. 

4. Discorso dell' On. Benedetto Cairoli Pres. del Cous. dei 
Ministri al banchetto dei suoi elettori 15-10 1878. 

5. Dissertazione inaugurale di laurea, di Enrico Cairoli. 

6. Verbale di costituzione e statuto organico del Comizio 
Lombardo dei Veterani delle guerre 1848-49. 

7. Decreto 2 mao'Sfio 1859 di nomina del Dott. Cesare Bozzi 
a medico aggiunto nel corpo sanitario militare. 

8. Nomina del Dott. Cesare Bozzi a medico agg. presso la 
5. Divis. a Valenza. 

9. Concessione di licenza 24-9 1859 al Dott. C. Bozzi. 

10. Accettazione di volontaria dimissione del Dott. C. Bozzi. 

11. Comunicazione 4-11 1859 di Valzania al Dott. C. Bozzi 
di accettazione della dimissione volontaria di e. s, 

12. Brevetto 11-3 1860 di nomina del Dott. Cesare Bozzi a 
chirurgo magg. della Settima Legione Guardia Naz. di Pavia. 

13. Partecipazione del Sindaco di Pavia al Dott. Bozzi di detta 
nomina. 

14. Nomina del Dott. Bozzi a medico di regg. 24-8 1860 col 
visto 9-11 1860 del Generale Sirtori. 

15. Dichiarazione 13-3 1861 di consegna atto N. 14 al Can.'''' 
Dep.*° 52 Regg. fanteria. 

16. Dispensa 24-3 1861 da servizio militare del Dott. Bozzi 
Pietro su dimanda. 

17. Brevetto 4-12 1861 di medaglia in argento del valore al 
Dott. C. Bozzi. 

18. Nomina 2-6 1866 del Dott. C. Bozzi a medico di batta- 
glione nel 6. Regg. volontari italiani. 

19. Promozione 2-7 1866 a firma Bertani del Dott. C. Bozzi 
a meclico di Regg. presso il 9. Regg. volontari italiani con in- 
carichi speciali. 

20. Nomina 21-7 1866 del Dott. C. Bozzi a chirurgo maggiore 
in prima della Legione Com. della Guardia Naz. di Pavia. 

21. Brevetto medaglia commemorativa guerre per 1' indipen- 
denza colla fascetta campagna 1866. 

22. Decreto 13-9 1866 di conferma della promozione di cui 
all' atto N. 19. 

23. Dichiarazione 16-10 1866 dei servizi prestati dal Dott. Ce- 



- 88 



sare Bozzi quale medico di battaglione e di reggimento nel 
corpo dei volontari italiani. 

24. Decreto 28-11 1866 di licenza dal servizio militare del 
Dott. Bozzi. 

25. Decreto 7-2 1867 di nomina del Dott. C. Bozzi a Cava- 
liere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. 

26. Brevetto medaglia commemorativa guerre per l'indipen- 
denza colle fascette 1848-60-61. 

27. Circolare 1 agosto 1866, ai medici di reggimento, del 
capo medico Bertani al ff. medico del 9. Regg. Luogotenente 
Cesare Bozzi. 

28. Richiesta di rapporto sulle attitudini e coraggio addimo- 
strato dai medici dipendenti dal Dott. C. Bozzi fF. di medico 
del 9. Reggimento. 

29. Diversi istromenti notarili a comprovare servizi resi dal 
compianto Bozzi Pietro, padre del donatore, all' emigrato politico 
Antonio Guy dall' anno 1848 al 1859. 

Dall' Avv. Giacomo Franchi : 

Opuscolo a Quattro giorni di prigionia nel Castello di Mi- 
lano nel Marzo 1848 ^i del cittadino Giuseppe Franchi. 

Dal Sig. Ximenes Cav. Prof. E. E. : 

1. Fotografia di Stefano Tiirr. 

2. TI 11 Della Torre Ernesto dei Mille. 

3. 11 11 Camicia rossa di Ricci Armentario. 

4. 11 11 Moncherino di Carlo Rodi. 

5. Cartolina Generale Damis. 

6. Lettera di Garibaldi a S. Tiirr (facsimile). 

Dal Sig. Rondina Vincenzo dei Mille: 

Undici ritratti (fotografile) di Livornesi che presero parte 
alla spedizione dei Mille nel 1860. 

Dal Sig. Pavesi Ing. Urbano^ oltre i doni precedenti : 

N. 26 stampati e documenti relativi al risorgimento italiano 
ed alla dominazione austriaca. 



- 89 - 



1905. 



Dal Sig. Toììimasi Prof. Annibale : 

Fotografìa del quadro eseguito nelle carceri del Castello 
S. Giorgio a Mantova dal pittore Boldini Giuseppe di Mogliano 
Veneto, raffigurante i detenuti politici Tito Speri di Brescia, 
Fattori Carlo Augusto di Venezia, 1' autore del quadro, Giaco- 
melli i^ngelo di Treviso, Lazzati Antonio di Milano, Montanari 
Ing. Francesco di Mirandola, insieme al capo guardiano delle 
carceri Casati Francesco di Milano. 

Dal Sig. Pellegrini Rag. Attilio : 

Ritratto in fotoo-rafia del Colonnello Pietro Strambio. 



o 



11 11 n Luigi Strambio. 

Dal Sig. Grossi Ing. Giuseppe : 

N. 44 fotografie di ex studenti dell' Università di Pavia, 
otto dei quali della spedizione di Marsala. 

Dalla Sig. Maddaleìia Sara : 

1. Quadro con fotografia rappresentante schizzi militari della 
battaglia 24 giugno 1866 1. corpo d' armata 3. divisione. 

2. Sette fogli d' album del Prof, pittore Carlo Sara con 
schizzi in matita delle posizioni dove si svolse la detta battaglia. 

3. Altri quattro fogli, come sopra, con ritratti e gruppi di 
granatieri stessa divisione. 

4. Fotografia del Prof. Carlo Sara. 

Dai Sigg. Romeo^ Carduccio, Clelia, Borgognone e Gracco 
f.lli Borgognoni colla loro madre Teresa Bartoleiti 
ved. Borgognoni : 

Tre lettere di Aurelio Saffi dirette al loro padre Chiar. Prof. 
Adolfo Borgognoni, due in data 19 ottobre 1872 e 3 novembre 
1874 di argomento politico, ed una del 26 gennaio 1873 di ar- 
gomento letterario. Le lettere accompagnate da altra nobilissima 
dei donatori. 



— 90 



Dal Sig. Baìlerini Giuseppe: 

Stampa rappresentante la lettura della sentenza ai condan- 
nati dell'Austria per alto tradimento, esposti sopra un palco 
davanti al palazzo di giustizia in Milano — febbraio 1853. 

Dal Geneì'ale Einilio Biirzio^ oltre i doni 'precedenti : 

Medaglia bronzo commemorativa inaugurazione Museo Ma- 
laspina. 

Dal Municipio di Pavia oltre i precedentemente elencati: 

1. Lettera 27 aprile 1848 del Comitato di Guerra di Pavia alla 
Commissione di Milano incaricata dell'arruolamento degli stu- 
denti, con annesso elenco degli studenti dell' Università di Pavia 
che si presentarono onde essere arruolati nei battaglioni degli 
studenti. 

2. Incarto relativo al processo del prete Paganiiii e cioè : 
1 supplemento al n. 14 delia gazzetta dei Tribunali di Genova 
col ritratto del prete Paganini. 

3. Tre lettere di Gio. Batta Paganini in data 29 e 31 marzo 
e 22 maggio 1850 questa con ricevuta di ritorno dirette al po- 
destà di Pavia. 

4. Esami testimoniali assunti dall'Avv. Cattaneo }iodestà di 
Pavia, in 6 fogli, nei giorni 4 e 5 aprile 1850. 

5. Lettera del Podestà di Pavia A. Cattaneo in data 6-4 1850 
a Paganini Gio. Batta a Genova. 

Dal Sig. Castelli Carlo di Lecco : 

1. Fotografa del monumento a Garibaldi in Lecco coi ga- 
ribaldini che lo contornano il 16 maggio, 16 novembre 1884 
giorno dell' inaugurazione. 

-2. Fotografia di quarantanove garibaldini convenuti in Lecco 
il 19 luglio 1903. 

Dal Sig. Ing. Achille Cadeo : 

Fotografia del Dott. Francesco Ziliani dei Mille. 

Dal Barone Ernesto Ghishmzoni'. 

Due fotografie del Barone Ghislanzoni altro dei difensori di 
Venezia nel 1849. 



91 



Dal Dott. Aì'chiniede Griziotti, oUì'e i doni preceden(i\ 

1. Due fotografie del Teii. Co], Giacomo Griziotti altro dei 
difensori di Venezia 1849. 

2. Due fotografie del Dott. Maurilio Marozzi, come Ksopra. 

Dal Dott. Eiììiliano Gannssini : 

Due fotografie di Carlo Tribisvain altro dei difensori di 
Venezia 1849. 

Dal Sig. Ferdinando Malocchi: 

Otto fotografie di ufficiali del 5. Regg. volont. italiani 1866. 
Fotoo-rafia del Generale. 

Dal Sig. Mario Tollini fotografo : 
Fotografia del Prof. Carlo Sara. 
Dal Prof. Giulio Beì'elta : 
Documenti del Capitano Enrico Novaria : 

1. Brevetto della medaglia dei Mille 1860. 

2. Relazione al Comand. della 2. Brigata 15. Divis. sui fatti 
d'armi del 1 e successivi dell'ottobre 1860. 

3. Dichiarazione di benemerenza 19 ottobre 1860 del Te- 
nente Col. Cosovich. 

4. Brevetto di nomina a Capitano 20-12 1860. 

5. Brevetto medaglia al valore, 9 marzo 1862. 

Documenti del Tenente Luigi Novaria : 

1. Dichiarazione di distinzione durante la campagna 1848 
del Generale Grifini. 

2. Fede di nascita. 

3. Brevetto medaglia dei Mille. 

4. Brevetto di Luogotenente 2 ottobre 1860. 

5. Brevetto medaglia al valore 4 dicembre 1861. 

6. Medaglia dei Mille. 

7. Medaglia d' argento al valore militare. 

8. Medaglia delle campagne d' Italia con cinque fascette — 
elenco dei Mille. 



92 — 



Dal Sig. Castiglioni Noò. Cesare : 

La provincia di Como nei Mille di Mai-sala^ grande foto- 
grafia coi Mille di Como ed il Geu. G. Garibaldi riuniti insieme 
a trofei, episodi della spedizione. 

Dal Sig. Carlo Pizzocaro : 

Fotografia di Gaetano Pozzi dei Mille. 

Dal Sig. Luigi Torre di Casale Monfen-ato : 

L' opuscolo : Ricordi della difesa di Casale Monferrato contro 
gli Austriaci nei giorni 24 e 25 marzo 1849, pubblicati dal do- 
natore. 

Dal Rag. Pietro Agosleo, olire i doni precedenti : 

L' opuscolo: Commemorazione del combattimento di S. Fermo 
fatta il 26 maggio 1892 dal Prof. Antonio Cipolla. 

Dalla Sig. Luigia Torre ved. Robecchi : 

1. Ritratto di G. Garibaldi con dedica al benemerito Ing. Er- 
cole Robecchi. 

2. Sciabola di un ufficiale tedesco morto il 20-5 1859 a 
Montebello. 

3. Una daga di soldato della Repubblica Cisalpina. 

4. Un mazzo di carte colle quali giuocavano i garibaldini a 
Montebello nel 1859 prima di partire per Genova. 

Dal Sig. Dott, Carlo Fossati : 

1. Sei lettere dirette al donatore, volontario nei Cacciatori 
delle Alpi in Valtellina, dal proprio padre egregio cittadino 
pavese Giuseppe Fossati in data 8, 17, 21 e 22 luglio, 1 e 23 
agosto 1859. 

2. Carta di soggiorno dello studente Carlo Fossati rilasciata 
dall'I. R. Comissario di polizia Rossi in data 3 novembre 1858. 

Dal Sig. Cesare Vigoni: 

1. Attestati di ferita e di morte a Roma di Angelo Vigoni 
di Marcignago, studente all' Università di Pavia milite nella 
legione Medici alla difesa di Roma nel 1849. 



— 93 - 

2. Documento relativo alla diserzione dall'Esercito Austriaco 
dello stesso Vigoni Angelo. 

3. Brevetto e medaglia di bronzo ai benemeriti della difesa 
di Roma concessi dal Municipio di Roma ai parenti dell'An- 
gelo Vigoni. 

U. Pavesi. 



RECENSIONE 



F. Malaguzzi Valeri, Milano. Bergamo, Istituto italiano d' arti 
grafiche, 1906 ; parte I e II. 

Ohi dalla guglia maggiore del Duomo di Milano guardi per la 
prima volta la sottostante città, à sùbito la visione d' un' immensa 
foresta di fumajoli. Mila\io è conosciuta come la più industriosa ricca 
allegra mondana città d'Italia; ma pochi ricordano lo splendore 
artistico del suo passato, pochi conoscono le superstiti glorie della 
sua arte, che sono molte e grandi, tantoché non può dire di cono- 
scere r Italia chi non conosce Milano. 

Di questo s'accorse un francese, che pubblicò recentemente una 
monografia di Milano (1). Ma la compilazione era tanto affrettata e 
seminata di errori, che un noto e valoroso cultore di storia dell'arte, 
da parecchi anni ospite di Milano^ dove dedica gran parte della sua 
operosità all'incremento del massimo istituto artistico cittadino, 
senti il bisogno di sorgere in difesa della sua patria d' adozione. E 
il degno uomo ora à fatto di più : à pubblicato nella serie Italia 
artistica, edita dalla Casa di Bergamo, in due magnifici volumi, 
adorni di circa .800 illustrazioni, una monografia di Milano artistica, 
che è qualche cosa di più e di meglio d'una guida anche diligente: 
è anzi una vera e propria storia dell'arte milanese, con l'intento 
d'illustrare le opere create sul luogo dai tempi romani a oggi. Né 
l'opera del Malaguzzi é una semplice compilazione: che anzi con- 
tiene molte notizie inedite, pescate dal nostro amico negli archivii, 
de' quali è assiduo e felice esploratore, e non poche vedute originali, 
che non sarà inutile far conoscere ai lettori del Bollettino. 

I pochi avanzi dell' arte romana (tra i quali insigni le colonne 
corinzie di S. Lorenzo) non bastano a farci credere a tutte le mara- 
viglie che di Milano cantava Ausonio. Non mancano cimelii dell'arte 

(1)P. Gauthiez, Milan, nella collezione Les villes célèbres d'art, Paris, Laurens. 



- 95 



cristiana dei bassi tempi. Già, la Chiesa di S. Lorenzo (ricostruita 
al tempo di S. Carlo) è oggi considerata coeva al S. Vitale di Ra- 
venna {VI secolo). In S. Vincenzo in Prato, in S. Satiro (il cui cam- 
panile è il protòtipo dei campanili lombardi), nella Chiesa di S. Ba- 
bila, in S. Calimero, S. Eustorgio, S. Celso, S. Nazari o cerca il Ma- 
laornzzi srl' incunaboli dell'architettura lombarda. Intorno al Mille 
frequenti sorgevano le chiese costruite di bel laterizio rosseggiante 
al sole : maggiore fra tutte S. Ambrogio, che, se non la madre, come 
il De Dartein la chiama, è certamente la regina delle chiese lom- 
barde. Essa fu rifabbricata, come molti oggi credono, a partire dal 
secolo XII. Queste chiese sono tutte severità di linea, e diligenza 
di esecuzione, e potenza di statica; mentre l'architettura che io 
chiamo lombardesca, cioè la lombarda del Rinascimento, è il trionfo 
dell* eleganza e della ricchezza. Il Malaguzzi descrive anche S. Sim- 
pliciano, S. Marco, S. Griorgio in Palazzo, S. Sepolcro. 

Del periodo comunale si à ricordo negli archi di Porta Nova, 
vero palladio di Milano, in alcuni frammenti di scultura serbati nel 
Museo archeologico, nel Palazzo del Podestà, compiuto nel 1233, con 
la statua del podestà Oltrado da Tresseno, ultima opera di Benedetto 
Antelami, massimo tra gli scultori romanici dell'Italia settentrionale. 

Il gotico trionfa a Milano col Duomo, iniziato nel 1386 da Gian 
Galeazzo Visconti. Benché sia " il fratto d' un entusiasmo tardivo 
per lo stile gotico, non richiesto da esigenze di clima o di tempo ìi, 
il Duomo, montagna di marmo trasparente, è un monumento senza 
pari, che produce su 1' immaginazione un effetto straordinario. Par- 
ticolari gotici non mancano a S. Eustorgio, a S. Simpliciano, a 
S. Marco. Belli alcuni campanili gotici, tra i quali il più ricco ed 
elegante è quello di S. Gottardo. Attraenti esempi di stile gotico 
nell'architettura civile sono la Loggia degli Osii e la porta e il cor- 
tile di Casa Borromeo (principio del sec. XV). Quanto alla scultura 
del Trecento, il Duomo invitò numerosi scultori italiani (massime 
campionesi) e stranieri : ma già il versatile Giovannino de' Grassi 
appartiene allo stile di transizione. L'arte dei Campionesi fu rinno- 
vata, com'è noto, da Balduccio Pisano, autore dell'Arca di S. Pietro 
martire in S. Eustorgio. Quantunque il Malaguzzi creda, col Meyer, 
che u il buon frutto dell' arte pisana trovò terreno poco adatto a 
Milano il, descrive poi non pochi sarcofagi bassorilievi monumenti, 
che rivelano l' influenza di Balduccio ; sebbene accenni anche a in- 
fluenze venete, specialmente dei Dalle Masegne. 



— 96 - 

Il periodo di transizione, che ingentilisce le vecchie forme me- 
dievali, adornandole di nuove decorazioni più fresche e più vivaci, 
comincia assai tardi a Milano. Benché iniziata alla metà del Quat- 
trocento, la fabbrica del Castello s' inspira specialmente nelle porte 
e nelle finestre allo stile archiacuto. Al periodo di transizione appar- 
tengono le costruzioni in laterizio, parcamente ornate, di Guiniforte 
e Griovanni Solari : al primo de' quali il Malaguzzi attribuisce la 
Chiesa di S. Maria delle Grazie (tranne 1' abside, bramantesca), la 
Chiesa di S. Pietro in Gessate, la Chiesa del Carmine, e alcune parti 
gotiche dell' Ospedale Maggiore, che il Filarete avea cominciato, con 
poca fortuna, secondo le norme dell'arte antica rinnovata dal Bru- 
nellesco. Degli scultori di transizione il più geniale parmi Jacopino 
da Tradate, autore della statua di Martino V (1435) nel retrocoro 
del Duomo. 

Come nega importanza all' apostolato del Filarete, cosi non crede 
il Malaguzzi alla grande influenza di M. Michelozzi, a cui non toglie 
per altro, com' altri fa, la Cappella Portinari in S. Eustorgio, nella 
quale anzi, a suo avviso, il Fiorentino fece qualche concessione ai 
gusti della Lombardia. Il vero riformatore dell' architettura in questa 
regione, come più tardi a Roma, fu Bramante : il cni intervento è 
palese in S. Satiro, in S. Maria delle Grazie, nella Canonica di 
S. Ambrogio. Egli iniziò un" arte che deve la sua attrattiva al ritmo 
e al contrasto degli effetti più che alla sovrabbondanza della deco- 
razione. Nomina il nostro storico parecchie opere di seguaci di Bra- 
mante, tra cui S. Maria presso S. Celso del Dolcebuouo, che iniziò 
forse anche S. Maurizio. 

Nella scultura milanese dell'età dell'oro trionfano il pavese 
G. A. Amadèo, fecondissimo e fantastico e smagliante decoratore, di 
cui si serbano alcune sculture nel Museo archeologico, e i suoi se- 
guaci, quali i Cazzaniga e B, Briosce. All'Amadèo dedicò già il nostro 
autore una compiuta monografia, che fu riassunta a suo tempo in 
questo Bollettino (a. IV, fase. IV). Seguono il grazioso Andrea Fu- 
sina e il lezioso Agostino Busti, detto Bambaja. Al Caradosso toglie 
il Malaguzzi le opere, che gli si attribuiscono, di scultura, le quali 
non anno che fare con le sue eccellenti opere di oreficeria. 

Quanto alla pittura, l'influsso giottesco poco s'era sentito a Mi- 
lano : dove nulla si serba di Giovanni da Milano, che lavorò dal 1365 
in poi, la cui attività si manifestò a Firenze. Bassanolo de' Goareti 
e Simone da Corbetta sono umilissimi frescanti. Molto più notevoli 



— 97 — 

i miniatori : importa a noi ricordare il Plinio dell'Ambrosiana mi- 
niato nel 1389 da fra' Pietro di Pavia (p. I, p. 145). Buon maestro 
milanese dell'ultimo Trecento è Giovannino de' Grassi, precursore 
di quel Michelino da Besozzo, vissuto nella prima metà del sec. XV, 
al quale taluno attribuisce i freschi d' una sala del Palazzo Borromeo, 
vivacissima rappresentazione della vita signorile lombarda di quel 
tempo: donzelle e cavalieri intenti ai giochi del tarocco e della danza 
in aperta campagna. 

Il primo rinnovatore della pittura lombarda è Vincenzo Poppa 
(1425-30 - 1515-16?), molto rappresentato nelle pinacoteche milanesi e 
ne la Cappella Portinari. L'azione di questo artista, che importò in 
Lombardia il rude realismo padovano, si sente in B. Zenale, B. But- 
tinone, Donato da Montorfano, V. Civerchio. Vera originalità non si 
può negare a B. Suardi, detto Bramantino, e ad Ambrogio da Pos- 
sano, detto Bergognone, che conservò nel Cinquecento inoltrato lo 
spirito d' un primitivo. 

Quanto alle industrie artistiche, dalle officine milanesi, massime 
sotto il dominio degli Sforza, uscivano sciami d' artisti, che si spar- 
gevano in Ispagna, in Francia, in Germania, nella stessa Firenze, 
ed erano spesso geniali, come il miniatore Antonio da Monza, l'in- 
cisore di pietre dure Domenico de' Cammei, l'orefice Caradosso. 

La venuta di Leonardo coincide con l'inizio del più glorioso pe- 
riodo dell'arte lombarda. Ludovico il Moro gareggiava col magnifico 
Lorenzo. A proposito del monumento equestre a Francesco Sforza il 
Malaguzzi ci fa sapere che Leonardo dovette inspirarsi alla statua 
(da lui lodata in un suo frammento) d'Antonino Pio, detta Jìcgisole^ 
che si conservò sino a tutto il sec. XVIII a Pavia (p. II, p. 13). 
Della statua sforzesca non restano pur troppo che le descrizioni dei 
contemporanei. E la Vergine delle Rocce, il deperito Cenacolo, la de- 
corazione della Sala delle Asse nel Castello sono troppo poco al 
nostro desiderio. 

Non senza notare che la presenza di Leonardo, se risvegliò le 
forze locali, impedi anche lo svolgimento autoctono dell'arte lom- 
barda, il Malaguzzi studia i principali seguaci diretti e indiretti del 
grande Fiorentino : il Salaino e il Melzi (de' quali non si conoscono 
opere autentiche); Marco d'Oggìono e il Boltraffio ; il Sodoma, Giam- 
pietrino. Cesare da Sesto, G. A. de Predis ; Andrea Solari, che è per 
lui a il più eccellente rappresentante della scuola lombarda »; Bar- 
tolomeo Veneto e i pavesi Bernardino de' Conti (p. 37) e Cesare 
Magni ',ivi). n 



--■ 98 — 

Il Cinquecento lombardo à questo di caratteristico, che il mece- 
natismo vi è gloria, più che dei principi, di privati cittadini. Non si 
anno a Milano opere legate al nome di Massimiliano, di Francesco II 
di Carlo V, si a quello dei Bentivoglio, dei Trivulzio, dei Medici 
dei Borromeo. 

Il maggror architetto del sec. XVI a Milano fu Pellegrino Tibaldi 
autore del cortile del Palazzo Arcivescovile, della facciata del Duomo 
della Chiesa di S. Fedele ; di cui fu seguace Giuseppe Meda, che 
architettò il cortile del Seminario. Palazzo Marino, la fronte della 
Chiesa di S. Maria presso S. Celso, S. Vittore al Corpo onorano 
1' altro grande architetto e lussureggiante decoratore G. Alessi. Più 
abbondante che ricca è l'arte di V. Seregni, del quale è da ricordare 
il Palazzo dei Giureconsulti. Ma il nostro amico nomina altri molti 
architetti, i cui nomi à rintracciati nei sincroni documenti. 

La scultura è ben misera nel Cinquecento. Poco resta d'una pic- 
cola scuola di seguaci del lezioso Bambaja. Il Bartolomeo scorticato 
di Marco d'Agrate è prova della boriosa mediocrità degli scultori 
d'allora. Leone Leoni, autore del monumento di G. G. de' Medici in 
Duomo, era il migliore scultore che operasse a Milano. Dove lo stile 
michelangiolesco fa rappresentato dal milanese Annibale Fontana, 
che nello ideare le Sibille e i Profeti per la facciata di S. Maria 
presso S. Celso raggiunse un vigore ignoto a' suoi contemporanei 
lombardi. 

La pittura lombarda del Cinquecento à i più alti rappresentanti 
in B. Laino e G. Ferrari. Il Malaguzzi non dimentica P. Lomazzo e 
il suo scolaro Ambrogio Pigino. Vennero a Milano i Campi da Cre- 
mona, i Piazza da Lodi. Bei prodotti diedero in quel secolo T orefi- 
ceria, l'intaglio, la ceramica, l'arte degli armajoli. 

L' arte del Seicento rispecchia la vacuità di quell' età sudicia e 
sfarzosa; ed è in Lombardia, tranne poche eccezioni, meno ricca e 
meno interessante che altrove. Il Malaguzzi descrive le opere di 
Fabio Mengoni, autore della Biblioteca Ambrosiana e del Collegio 
dei Chierici Elvetici sul Naviglio, poi sede del Senato milanese e 
oggi dell'Archivio di Stato, e di F. M. Ricchini ; e molti altri nomi 
di architetti ricava da vecchie carte d'archivio. I pittori furono assai 
più corretti degli architetti. Le chiese e le quadrerie rigurgitano di 
opere di que' maestri, fra i quali eccellono Giulio Cesare Procaccini, 
dolcissimo nelle correggesche Nozze di S. Caterina, drammatico nella 
S. Cecilia] Daniele Crespi, potente nel Gesù trascinato al Calvario; 



99 — 



e il vivace P. F. Mazzucchelli, detto Morazzone. Di moltissimi scul- 
tori cita il nome il Malaguzzi : ma furono tutti peggio che mediocri. 

Migliore dello spagnolo fu il governo austriaco. Genialmente ba- 
rocco il Palazzo Cusani, opera di Anton Maria Ruggeri. L' architetto 
più attivo del Settecento fu Giuseppe Piermarini, autore del Palazzo 
Belgioioso, del Palazzo Reale, del Teatro della Scala: al quale stanno 
vicini Simone Cantoni, G. Levati, L. Pollach. Tra gli scultori ram- 
menteremo C. M. Giudici e l'amico del Parini, G. Franchi; tra i 
pittori, il vivace animalista e paesista Francesco Londonio. I mira- 
coli di Paolo Veronese rinnovò anche a Milano G. B. Tiepolo. 

Milano diventò la cittadella del neoclassicismo. L'Arco .del Sem- 
pione dell' architetto Gagnola, la Chiesa di S. Carlo dell'Amati, l'Arco 
di Porta Nova dello Zanoja, Tirrena del Canonica incarnano l'ideale 
architettonico neoclassico, e rappresentano un momento della nostra 
storia, nel quale Napoleone rinnovava la gloria dei Cesari. Dopo il 60 
la città ebbe straordinario incremento: ma gli edifizii recenti, tranne 
la Galleria Vittorio Emanuele ideata dal Mengoni , se son prova 
dell'espansione di Milano, non attestano pur troppo molto bongusto. 
Lo stile dell' edilizia moderna è .. la mancanza di stile. 

Il Malaguzzi enumera gli scultori che operarono a Milano, dal 
Pacetti al Grandi, e i pittori, dal Traballesi al Segantini, terminando 
con l'augurio che Milano voglia nobilitare i suoi immensi progressi 
economici col rispetto sempre più vivo delle sue nobili tradizioni 
artistiche, e veda fiorire accanto alla Città del Lavoro la Città dell'Arte. 

Giulio Natali. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



A. Segre, Note berengariane. 
In Archivio stor. ital. disp. 4^ 
del 1906; Firenze, Vieussieux. 

Le note sono due. Nella prima 
l'autore sostiene che la sorpresa 
di Verona, in seguito alla quale 
Ludovico di Provenza fu preso ed 
accecato, avvenne nella notte dal 
1 al 2 agosto del 905, tenendosi 
cosi più vicino alle fonti contem- 
poranee, che attribuiscono l'avve- 
nimento al mese di agosto, che 
non alla testimonianza tardiva e 
meno attendibile di Galvano Fiam- 
ma. Il S. però ritiene che alla 
sorpresa abbiano partecipato, non 
Berengario in persona, ma i suoi 
partigiani veronesi, e di ciò trova 
conferma nei Gesta Berengarii e 
in Costantino Porfìrogenito. No- 
tiamo che quest' ultima circo- 
stanza, che l'A. per il primo 
mette in rilievo, elimina varie 
difficoltà sollevate recentemente 
dal Poupardin, Le royaume de 
Provence sont les Caroiingiens 
(Paris, Bouillon, 1901) 187 sg. 
per rifiutare la data del 1 o 2 
agosto, che parrebbe indicata an- 
che da un precetto di Berengario. 

Nella seconda nota il S. in- 
clina a credere che la rottura 
tra Berengario II- e Liutprando 
(il noto scrittore àoìV Antapo do- 



di s) ^ avvenuta subito dopo il 
costui ritorno dalla legazione di 
Costantinopoli dell' anno 950, 
possa essere stata determinata 
da un motivo d' interesse, vale a 
dire dal mancato compenso, da 
parte del re, ai disagi e alle 
spese incontrate dal futuro ve- 
scovo cremonese in quella lega- 
zione. La congettura si basa sulla 
circostanza che Berengario, nelle 
fonti, è spesso qualificato come 
avaro; ma questo non basta, a 
mio avviso , a renderla molto 
attendibile. Se io interpreto a 
dovere i due capitoli 3 e 6 del 
Lib. VI àeWAntapod.^ Liutprando 
sapeva bene, andando a Costan- 
tinopoli, che andava a sue spese; 
il viaggio fu pagato dal padrigno 
e le armi e gli altri oggetti che 
egli aveva portato come doni suoi 
personali all'imperatore li fece 
passare come doni di Berengario 
j)er un atto spontaneo della sua 
volontà e per dare al re una 
prova del suo affetto {quanta 
hunc cavitate diteooerim). Beren- 
gario, dunque, non aveva nessun 
dovere di dargli un compenso, 
e se nondimeno Liutprando si 
lamenta della sua ingratitudine 
[cuiusmodi ab eo recorqjensationem 
prò bene gestis acceperim), deve 



101 - 



trattarsi di altri fatti che non 
sia il mancato risarcimento del 
viaggio a Costantinopoli, e di 
fatti ben gravi, fors' anclie di 
natura politica, se Berengario e 
Villa presero a perseguitare non 
Liutprando solo, ma tutta la sua 
famiglia e il suo parentado (An- 
tapod. Ili, 1). Ma questi fatti 
Liutprando non ebbe il tempo 
di scriverli (è noto che il VI libro 
non ha che i primi dieci para- 
grafi), e a noi quindi non resta 
che pronunziare un prudente : 
non lìquet. 

A. Savelli, SulCittterpretazione 
di tin luogo della u H istoria Lan- 
gobardoriim v di P. Diacono. In 
Ardi. slor. dal. 1906, disp. 3^. 

Il passo di cui si occupa l'A. 
è quello del lib. III cap. 32 coor- 
dinato col successivo cap. 33, in 
cui si parla della conquista del- 
l'Italia meridionale da parte de' 
Longobardi e della fondazione 
del ducato di Benevento. La 
questione è delle più controverse 
ed ha dato luogo alle più dispa- 
rate congetture. 

Partendo dall'affermazione di 
Paolo, che Zottone, primo duca 
di Benevento, regnò vent'anni e 
dal presupposto che sia morto 
tra il 591 e il 592, il S. ri- 
tiene che la fondazione del du- 
cato risalga al 571 o 572, nel 
qual caso il passo del cap. .32 : 
iunc eundem regem (Autari) per 
Spoletiiun Beneveutum pervenisse 
eaìidemque regionem cepisse et 
nsque etiarn Regiaw^ eoctremam 
Italiae civitatem vicinam Siciliae^ 



perambidasse, dovrebb' essere in- 
terpretato nel senso che Autari 
conquistò la regione beneven- 
tana, comprendendo con questa 

denominazione molta parte del 
mezzogiorno longobardo, ma non 
la città di Benevento. Tutto il 
ragionamento dell'A. si fonda 
sulla distinzione ch'egli fa tra 
la locuzione Beneventmn perve- 
nisse, che accennerebbe ad un 
viaggio senza bisogno di con- 
quista, e 1' altra eandemque re- 
gionem cepisse, che accennerebbe 
ad un'azione guerresca e conqui- 
statrice. 

L'interpretazione non manca 
di sottigliezza. Tutto sta a ve- 
dere se proprio Paolo ha inteso 
di fare quella distinzione, e se 
nell' eandemque regionem non ab- 
bia compreso anche Benevento. 
D' altra parte l'A. non s' è do- 
mandato se il circa haec tempora^ 
a cui sono attribuiti gli avveni- 
menti del cap. 32 si debba in- 
tendere per l'anno 589. La que- 
stione è tutta li: ora a noi pare 
che, trattandosi di uno scrittore 
come Paolo, sia un procedimento 
sbagliato desumere lasuccessione 
cronologica dei fatti da espres- 
sioni cosi generiche ed ambigue 
e dal posto che occupano nella 
materiale connessione del testo. 
Pur troppo, finché non avre- 
mo altri sussidi per illuminare 
il testo di Paolo, molti punti 
dell'antichissima storia longo- 
barda resteranno oscuri, e servi- 
ranno soltanto ad utili esercita- 
zioni di critica congetturale e 
talvolta a brillanti logomachie. 



- 102 - 



D. Migliazza. Matteo Villani 
nel radconto dille gesta di Jacopo 
Biùssolari.Teivm, Tipogr. Ponzio, 
1907. 

L' A. si domanda: Matteo 
Villani, nel racconto delle gesta 
di Jacopo Bussolari , dipende 
dall'Azario ? 

La domanda può sembrare 
oziosa ed anche puerile, se si 
pensa che Matteo Villani lasciò 
interrotta la sua cronaca per la 
morte sopraggiuntagli nel luglio 
del 1363, mentre 1' Azario scri- 
veva ancora la sua nel 1364, e 
manca qualsiasi indizio per so- 
spettare che di quanto andava 
scrivendo il notaio novarese a- 
vesse alcuna notizia il cronista 
fiorentino. Ma, giacché la que- 
stione fu posta, ha fatto bene 
il M. a trattarla a fondo, addu- 
cendo prove ed argomenti più 
che persuasivi per dimostrare 
che a quella domanda non si 
può rispondere che in un modo 
solo : negativamente. E gli ar- 
gomenti sono dedotti non solo 
dal modo di lavorare del Vil- 
lani, il quale registrava via via 
i fatti serve ;idosi de' molti mezzi 
d'informazione di cui disponeva, 
ma dall'esame comparativo dei due 
testi, i quali, nel racconto dei 
fatti del Bussolari , hanno sol- 
tanto di comune la materia della 
trattazione, ma presentano nella 
composizione e nei particolari 
tali e tante differenze da esclu- 
dere qualsiasi sospetto di reci- 
proca dipendenza. 

Adunque , in questa prima 



parte del suo lavoro, il M. di- 
mostra esenzialmente la sua tesi. 
La dimostrazione poteva esser 
fatta, forse, con maggior rigore 
di metodo, ma ciò non scema la 
certezza delle conclusioni. 

In una seconda- parte del suo 
opuscolo l'A. esamina il giudizio 
di M. Villani intorno al Busso- 
lari e crede di trovare una con- 
traddizione tra quello che il cro- 
nista scrive al cap. 4 del lib. Vili 
e quello che scrive nel cap. 55 
del lib. IX. Secondo il M., la 
diversità di apprezzamento del 
cronista riflette la diversa na- 
tura delle relazioni politiche tra 
Firenze e i Visconti, ond'egli, pri- 
ma lodatore del Bussolari, quando 
i due stati erano avversi, ne di- 
venne giudice severo, quando si 
unirono per combattere la com- 
pagnia del conte Landò. L'os- 
servazione è senza dubbio inge- 
gnosa e nuova. Ma è proprio 
vero che nel giudizio del Villani 
c'è contraddizione? o piuttosto 
quella che sembra tale nel Vil- 
lani non è che 1' effetto del mu- 
tato contegno del frate pavese, 
il quale esorbitando a poco a 
poco dal campo morale, in cui 
s'era tenuto ne' primi anni, fini 
per trasformarsi in riformatore 
politico-religioso, dando luogo ad 
eccessi che ripugnavano alla co- 
scienza del cronista fiorentino? 

Noi siamo di questo avviso. 
Del resto anche in questa parte 
dell'opuscolo il M. ha recato un 
utile contributo di osservazioni, 
parlando del Bussolari con molta 



103 



temperanza di giudizio e mo- 
3::raadosi bene informato di 
quanto fu scritto e pensato sul- 
r interessante argomento. 

R. Thom, Die Schlacht bei 
Pavia (24 Februar 1525). Berlin, 
G. Nauck, 1907. 

La battaglia di Pavia è stata 
più volte oggetto di studio ; non- 
dimeno la curiosità de' ricerca- 
tori è sempre viva intorno ad 
essa, attesa la grande importanza 
che ebbe sia nell" ordine storico 
e politico, e sia sotto l'aspetto 
essenzialmente militare. 

Da questo secondo punto di 
vista è scritta la presente dis- 
sertazione del dott. R. Thom, 
allievo all' Università berlinese 
del prof. Delbruck, notisC'imo e 
competente scrittore di storia 
militare. 

11 liivoro è preceduto da un 
quadro generale delle fonti, a 
cui poco manca per dirsi com- 
pleto. Segue la dissertazione pro- 
priamente detta divisa in una 
breve introduzione e in tredici 
capitoli, in cui l'A. esamina le 
mosse de' due eserciti e rico- 
struisce le varie fasi della bat- 
taglia dal suo periodo di pre- 
parazione sino all'atto risolutivo 
che determinò la catastrofe dei 
francesi. A facilitare 1' intelli- 
genza dell'esposizione l'opuscolo 
è arrichito da uno schizzo gra- 
fico del campo di battaglia rico- 
struito direttamente sui luoghi 
nei pochi giorni che l'A. dimorò 
a Pcivia lo scorso anno. 



Non crediamo di trattenerci 
più a lungo su questa pubblica- 
zione, perchè speriamo di farla 
meglio conoscere ai nostri let- 
tori in uno dei prossimi fasci- 
coli. 

F. Pezza. Nel bicentenario di 
Mortara città e deW annessione 
della Lomellina ai domìni di Ca- 
sa Savoia. In // Pensiero Lo- 
mellino di Mortara 15 marzo 1906. 

Il dott. Pezza, benemerito ri- 
cercatore della storia mortarese, 
ha preso occasione dalle feste 
bicentuarie della liberazione di 
Torino per rievocare il ricordo 
dei fatti storici in mezzo a cui, 
durante la guerra per la suc- 
cessione spagnuola , si compi 
Tannessione di Mortara e della 
Lomellina alla Casa di Savoia 
nel marzo 1707. Il suo articolo, 
pieno di notizie attinte diretta- 
mente dagli atti consigliari esi- 
stenti nell'archivio municipale 
di Mortara, sparge molta luce 
sugli avvenimenti militari che 
si svolsero nell'agro lomellino 
dall' anno 1703 al 1706 allor- 
quando, per l'alleanza contratta 
da Vittorio Amedeo II con Leo- 
poldo d'Austria, la Lomellina 
fu aperta all'invasione gallo-ispa- 
na e Mortara divenne uno dei 
principali centri di operazione 
guerresche. Avvenuta, con la li- 
berazione di Torino, la cessazione 
della guerra in Piemonte, Mor- 
tara con la Lomellina, tranne 
Vigevano, fu annessa ai domini 
sabaudi, e il dott. Pezza pubblica 



— 104 — 



vari documenti che illustrano la 
presa di possesso di Mortara, 
che il duca di Savoia volle in- 
nalzata al grado di città, con- 
fermandole gli antichi privilegi 
e facendone il capoluogo della 
provincia lomellinese. 

g, r. 

F. Baldasseroni. Per i nostri 

Archivi. A proposito di una re- 
cente pubblicaz. (Estratto dall'J.r- 
chivio Storico Italiano ^ S. V. , 
T. XXXVIII) Firenze 1906, in-8, 
pag. 19. 

La recente pubblicazione, cui 
l'A. muove degli appunti è del 
D.r A. Pesce {Notizie sugli ar- 
chivi di stato ecc., Roma, 1906), 
un caposezione al Ministero del- 
l'interno: e tali appunti non di 
rado ci sembrano pienamente giu- 
stificati. Il Pesce, d' accordo in 
questo con gl'impiegati degli ar- 
chivi notarili, è un partigiano 
dell'unione di questi archivi con 
quelli dello Stato: l'A. difende 
invece 1' antica avversione del 
Bonaini, del Gruasti a tale pro- 
gettoj e mette in evidenza gl'in- 
convenienti che si avrebbero dal- 
l'unione dei due Istituti, aventi 
funzioni e scopi essenzialmente 
diversi, e propone di adottare per 
gli Archivi notarili l'uso ora in 
vigore per quelli delle pubbliche 
amministrazioni governative, cioè 
il versamento dei protocolli ogni 
dato periodo di anni (peraltro 
molto lungo) negli Archivi di 
Stato : si avrebbe in tal modo 
il lento, regolato accumularsi di 



scritture notarili negli archivi 
di Stato, senza che a questi ne 
derivassero cc-nfusione e svan- 
taggi. 

Buona invece, non ostante i 
dubbi dell' A., ci sembra la pro- 
posta del Pesce circa l' istitu- 
zione di ''/Onsorzii circondariali 
mandamentali per la conser- 
vazione del materiale che oggidì 
si accumula con disordine e senza 
cura negli archivi comunali: isti- 
tuzione che del resto è prevista 
dall' art. 112 della legge comu- 
nale e provinciale. I gravi incon- 
venienti circa gli archivi eccle- 
siastici, e specialmente capitolari, 
e gli archivi privati, non saranno 
mai abbastanza lamentati: ma 
anche a questo proposito ricor- 
diamo che riuscirebbe di non 
poca utilità una energica e rigoro- 
sa applicazione dell'editto Pacca, 
degli 8 Marzo 1819, e ciò anche 
in omaggio all'art. 79 dello Sta- 
tuto (Vedi su ciò A. Alippi, Gli 
archivi domestici come oggetto di 
proprietà e come fonte di coltura, 
Hecanati, 1903). 

L' opuscolo del Baldasseroni 
contiene però molte altre sensate 
osservazioni sul noto disordine 
che regna nei nostri archivi, 
sull'ufficio degli archivisti, che 
egli giustamente non vorrebbe 
ridotto alla compilazione di ca- 
taloirhi, sui concorsi d'ammis- 
sione di nuovi impiegati, sulla 
promozione di questi ecc.; e pre- 
senta anche utili proposte, come 
quella dell'istituzione di viaggi 
all'estero per gl'impiegati più 



-S 



- 105 - 



intelligenti, affinchè possano stu- 
diare i sistemi adottati negli ar- 
chivi stranieri, e introdurre nei 
nostri i più opportuni ed efficaci 
miglioramenti. L' A. spera molto 
dalle nuovo disposizioni legisla- 
tive ; ma noi ci domandiamo : 
come mai si possono avere certe 
pretese, o nutrire certe speranze, 
in Italia, dove Archivi di rino- 
manza europea e di una mera- 
vigliosa vastità, fruiscono di do- 
tazioni annue non superiori a 
poche centinaia di lire, con le 
quali devono provvedere al ri- 
scaldamento, ai restauri, agli og- 
getti di cancelleria, all'acquisto 
di libri, e ad altro ancora? 

D.^' Guido Muoni, La Lette- 
ratura ftlellenicanet ro^nanticismo 
italiano^ Milano, 1907, in-8, p. 90. 

E noto il grande rumore su- 
scitato nelle anime romantiche 
e nel campo letterario dall' in- 
cidente di Parga: la popolazione 
di questa piccola città, insidiata 
e combattuta d'ogni lato da Ali 
pascià, aveva creduto di trovare 
la sua salvezza rifugiandosi sotto 
la protezione della bandiera brit- 
tanica ; ma l'Inghilterra, osse- 
quente alle norme di precedenti 
trattati, confermati da quelli di 
Parigi e di Vienna, cedeva Parga 
al Pascià di Giannina: di qui le 
clamorose imprecazioni contro 
l'atto della perfida Albione, e 
contro il ministro Castlereagh. 
L' A. esamina brevemente nel 
primo capitolo di questa sua 
operetta la letteratura fiorita in 



Italia su questo argomento, che 
il Goethe aveva consigliato al 
Manzoni come soggetto per un 
dramma. In un altro breve ca- 
pitolo sono studiati i motivi filel- 
lenici che corsero la penisola 
al tempo delle lotte della Grecia 
per la propria indipendenza. Se- 
gue una succinta appendice bi- 
bliografica. 

Prof. Rodolfo Benini, Su la 

data precìsa e la precisa durata 
del mistico viaggio di Darete, (^stv. 
dai Rendic. del R. Ist. Lomh. dì 
se. e leu. S. II, Voi. XXXIX). 
Milano, 1906, in-8, pag. 19. 

— Quando nacque Cangrande I^ 
della Scala. Ibid. , pag. 14. 

— Z;' unità artistica e logica 
delle profdzie di Virgilio, Beatrice 
e Cacci aguida, ossia la soluzione 
dehnaggior enigma dantesco. Ibid., 
pag. 23. 

Nella prima di queste tre in- 
teressanti memorie dantesche l'A. 
sostiene che l'anno della visione 
di Dante è il 1300, il mese l'aprile: 
e della sua tesi dà una dimostra- 
zione rigorosamente matematica, 
con la quale egli cerca anche di 
conciliare il valore spesso indub- 
biamente simbolico dei dati che 
s'incontrano nella Divina Com- 
media. 

Di Cangrande 1° della Scala è 
ben stabilita la data della morte 
(22 Luglio 1329) per l'accordo 
dei cronisti del tempo : ma è assai 
incerta quella della nascita, i cui 
estremi vengono ritenuti il 1279, 
1280 e 1291. Basandosi su passi 



106 — 



di Dante rettamente interpretati 
e sulle fonti veramente attendi- 
bili del tempo (ossia la Storia e 
il Poemetto del Ferreto vicen- 
tino , e la Storia dei Oartusì 
padovani) di cui offre un minuto 
esame, il Benini sostiene che 
Cangrande 1° nacque nel 1289, 
e non nel 1291 e, molto meno, 
nel 1279-80. 

Il maggior enigma dantesco 
l'A. lo risolve sostenendo che 
nel famoso Veltro debbasi vedere 
Dante medesimo. Le profezie che 
riguardano il nuovo salvatore del- 
l' umanità sono tre: la prima di 
Virgilio, che predice un Veltro 
il quale ricaccerà nelPinferno la 
lupa seminatrice di vizi e di pec- 
cati tra gli uomini; la seconda 
di Beatrice che annuncia un Cin- 
quecento Dieci e Cinque (D. X. V.), 
giustiziere della fuja e del gi- 
gante, cioè di Clemente quinto 
e di Filippo il Bello, i due mag- 
giori delinquenti dell'epoca; la 
terza di Cacciaguida vaticinante 
un tale, che al momento della 
visione ha nove anni, un tale 
per cui fia trasmutata molta gen- 
te e le cui magnificenze saran 
conosciute da tutto il mondo. Il 
Benini tende a dimostrare che 
il Veltro , il Cinquecento Dieci 
e cinque e il novenne di Caccia- 
guida sono una stessa persona, 
e che questo essere creato dalla 
più vera fantasia d' artista che 
conti la letteratura poetica, va 
identificato nel Dante della Vita 
Nuova, in quel Dante che rina- 
sce ad una forma superiore di 



esistenza e riveste una seconda 
personalità, per miracolo d'amore, 
il di del primo saluto di Beatrice. 

D.J" Serafino Ricci, Numisma- 
tica e medaglistica. (Estratto dal 
Bollettino di Num. e di arte di 
medaglia, nr. 7-11), Milano, 1906, 
in-8, pag. 30. 

In questa raccolta dì saggi e 
di note d'argomento numisma- 
tico e medaglistico , l'A. offre 
rapidi cenni sui mezzi di tra- 
sporto dell'antichità nelle mac- 
chine che si osservavano all'espo- 
sizione di Milano, nella mostra 
restospettiva dei trasporti; o dà 
notizie delle monete, delle plac- 
chette e delle medaglie nell'espo- 
sizione internazionale di Milano, 
delle medaglie commemorative 
del traforo del Sempione, delle 
medaglie ricordo dei vari di navi 
italiane avvenuti in questi ultimi 
tempi, e d'altre medaglie rela- 
tive alla navigazione; infine c'in- 
forma sulla mostra del circolo 
numismatico di Milano alla sud- 
detta esposizione. L'opuscolo è 
corredato di tavole e di nume- 
rose illustrazioni, riprodncenti 
le monete e le medaglie di cui 
è parola nel testo. 

Antonio Pagano, Sid poema 
u Gesta di Federico I, in Italia ii 
d' un anoìiimo contemporaneo. Na- 
poli, 1906, in 8, pgg. 146. 

Il Monaci, riproducendo nelle 
Fonti dell' Istit. stor. it. (voi. I, 
Roma, 1887) il poema latino sud- 
detto, affermava nella prefazione 



— 107 



che la forma poetica datagli 
dall' anonimo autore ha alte- 
rato, per Io meno velato, le 
genuine sembianze della verità: 
l'autore si esprime più con modi 
altrui che con propj, i suoi versi 
sembrano addirittura un centone 
composto sui poemi di Virgilio, 
di Ovidio, di Lucano, di Stazio 
e di altri classici; si tratterebbe 
insomma, secondo il Monaci, di 
una specie di musaico, ove per- 
sone e fatti del secolo decimo- 
secondo sono rappresentati con 
frammenti di opere romane. Con- 
tro un tale avviso si era espresso 
il Torraca dalla cattedra: e il 
Pagano, un suo discepolo, volle 
fare oggetto di studio il poema. 
Riscontrando i passi che il Mo- 
naci ricorda a sostegno della sua 
tesi, l.'A. dimostra che è inesatto 
ritenere detto poema un mosaico 
letterario: esso non è un lavoro 
formato di frasi , espressioni , 
modi di scrittori congiunti in- 
sieme: le locuzioni incriminate 
son di quelle che nessuno, scri- 
vendo latino, potrebbe non usare. 
Inoltre, mentre per il Monaci la 
verificazione è sgraziata e talvolta 
lascia da parte le leggi della pro- 
sadia, al Pagano pare che, in ge- 
nerale , il verso dell' anonimo 
scorra fluido, armonioso, sonante; 
e pare anche che il poema abbia 
un considerevole valore lettera- 
rio, cercando di dimostrarlo con 
l'esame delle descrizioni in esso 
fatte dell'assedio e della distru- 
zione di Tortona, della fine d'Ar- 
naldo da Brescia, della visione 



avuta da Federico presso Verona 
prima di marciare su Milano ecc. 

Le imprese di Federico Bar- 
barossa erano state tramandate 
a noi da parecchi cronisti, fra 
gli altri da Ottone di Frisinga, 
da Raul, da Glotifredo di Viterbo, 
da Otto Morena, dal Rahewino, 
e, per il discreto numero dei 
narratori e per l'ampiezza delle 
loro notizie, già si era molto in- 
formato di tutto ciò che Fede- 
rico I di Hohenstaufen aveva 
operato nelle sue diverse discese 
in Italia. 

Il Pagano ha fatto opera degna 
d'attenzione rilevando l'impor- 
tanza tutt' altro che lieve che va 
data al poema e; gesta di Fede- 
rico I in Italia " per la cono- 
scenza dell' epica lotta dei Co- 
muni lombardi contro il colosso 
imperiale: e però il suo lavoro, 
non ostante qualche imperfezione, 
merita di essere letto con vero 
interesse. 

G. Mondaini , // carattere di 
eccezionalità delUi storia e del di- 
ritto coloniale e le nuove forme 
giuridiche d'' espansione territoriale 
nelle colonie (Estr. dalla Rivista 
Coloniale). Roma, 1907, in-8 p. 30. 
L'A. è d'avviso che la costi- 
tuzione di una psicologia dei tipi 
sociali indipendentemente dalla 
razza e dall'ambiente fisico riesca 
tanto più giustificata quanto mag- 
giore si manifesta al lume della 
constatazione storica e dell' in- 
duzione statistica (i sostituti del- 
l' esperimento nel campo delle 



— 108 



discipline morali) la preponde- 
ranza dei fattori sociali su tntti 
gli altri nell'evoluzione dei po- 
poli. Fra questi tipi sociali figura 
il tipo coloniale, che sorge con la 
maggiore precisione di contorni 
là dove una terra vergine, cioè 
praticamente libera (^dal punto 
di vista sociale) e non sfrattata 
(da quello economico) viene, oc- 
cupata da un popolo capace di 
sfruttarla. Ora, per l'A. , il tipo 
coloniale di società è differen- 
ziato da ogni altro da un carat- 
tere di vera e propria eccezio- 
nalità; i principi! su cui poggia 
la società coloniale non sono sol- 
tanto speciali rispetto a quelli 
che informano generalmente la 
vita dell' ambiente metropolitano, 



ma opposti ad essi. Come nella 
vita individuale genio e delin- 
quente non sono semplicemente 
diversi, ma addirittura anormali 
rispetto al tempo medio o nor- 
male, cosi il tipo coloniale rap- 
presenta certamente, per quanto 
in grado maggiore o minore, una 
anomalia di fronte alla società 
normale dell' epoca. In questo suo 
lavoro (che è la prolusione ad 
un corso di diritto e storia colo- 
niale tenuta nella nostra Univer- 
sità) l'A. si diffonde a parlare 
di tale carattere di eccezionalità 
per quanto riguarda il diritto co- 
loniale in genere, e le nuove 
forme di espansione territoriale 
in ispecie. 

p. e. 



NOTIZIE ED APPUNTI 



A proposito del I Congresso storico del Risorgimento Ita- 
liano. — Il I Congresso storico del Risorgimento Italiano fu tenuto 
a Milano tra il G e il 9 novembre dello scorso anno. Intendevamo 
parlarne dopo la pubblicazione degli Atti relativi, i quali potranno 
completare e correggere le informazioni, non sempre precise, dei 
giornali quotidiani ed anche di qualche relazione ufficiosa. Ma poiché 
la pubblicazione degli Atti si farà probabilmente attendere a lungo, 
ci piace esprimere fin d' ora le nostre impressioni su qualche punto, 
tanto più che il nostro Sodalizio fa rappresentato a quel Congresso 
da un buon numero di soci. 

Il Congresso riusci veramente importante e per il numero degli 
aderenti convenuti a Milano d'ogni parte d'Italia, e per la natura 
dei temi proposti, che diedero luogo a discussioni e dibattiti vivaci, 
con risultati generalmente utili e di pratica efficacia. Tra' quali 
mettiamo in prima linea la cestituzione di una Società Nazionale per 
la storia del Risorgimento [tediano^ che oramai è un fatto compiuto, 
e che esplicherà la sua azione per mezzo di pubblicazioni straordi- 
narie e periodiche destinate a promuovere gli studi sul patrio Risor- 
gimento e a tener viva nell' Italia moderna la coscienza delle sue 



origini. 



Ma il Congresso riusci importante specialmente perchè in esso, 
per la prima volta^ forse in convegni di questo genere, fu posta net- 
tamente la questione dei limiti fra i diritti della scienza e i diritti 
del dilettantismo. Tale questione si affacciò più volte durante le di- 
scussioni, e specialmente in quelle in cui si trattò della costituzione 
della Società, dell'ordinamento dei Musei del Risorgimento, e della 
convenienza d' instituire presso le Università cattedre speciali di 
storia del Risorgimento Italiano. 

Questo ricomparire frequente della stessa idea, che fu, a dir cosi, 
il leitmotiv di tutte le discussioni fatte nel Congresso, prova eviden- 
temente che essa ha una ragion d'essere nello stato attuale degli 
studi storici, e che si impone all'attenzione degli studiosi come un 
punto da risolvere, che invano essi cercherebbero di dissimulare. 



- no - 

Chi scrive ha avuto più volte occasione di esporre in proposito il 
suo pensiero, né mancò di manifestarlo anche in seno al Congresso. 
Noi siamo partigiani della più ampia libertà di studi e crediamo che 
nel campo della ricorca storica ci sia posto per tutte le attività utili, 
sicché a nessun volonteroso sia preclusa la via di portarvi il proprio 
contributo per quanto modesto. Ma crediamo anche che nulla vi sia 
e possa esser di comune tra il dilettantismo serio, intelligente e co- 
scienzioso delle persone veramente dotte e quello vacuo e ciarliero 
di chi si atteggi a storico pur essendo ignaro dei più elementari 
metodi d'indagine e di ricostruzione e privo di ogni barlume di 
educazione scientifica. Questa seconda forma di dilettantismo, che 
é qualcosa di mezzo tra il parasitismo inconsciente e la ciur- 
merla, è essenzialmente nociva e dev'essere senza riguardo combat- 
tuta, anche perchè si tratta di un fenomeno assai diffuso, che se 
colpisce specialmente la storia a causa dell' apparente facilità con 
cui questa disciplina si presenta agl'ignari, non risparmia neppure 
le altre scienze ed è perciò oggetto di generali lamentele e preoc- 
cupazioni. 

E appena un mese che uno scienziato di fama riconosciuta, quale 
E. Morselli, ha scritto a proposito della invasione dei mestieranti nel 
campo della psicologia: u Noi vediamo invaso ogni giorno da profani 
u l'arduo e spec-ialissimo territorio, sul quale a gran fatica io e tutti 
" gli studiosi colleghi miei, ben più valorosi di me, moviamo appena 
u i passi, pur dedicandovi per tanti anni tutte le forze della nostra 
" mente e tutti gli ardori della nostra vocazione; ma quegl' intrusi vi 
« saltellano, impudenti ed imprudenti, a loro agio, non badando agli 
u ostacoli e sorpassando alle difficoltà coli' incoscienza abituale del 
u dilettantismo. Perché non salveremmo una bella volta la psicologia 
u da questo infestamento e da questa depredazione? ti (1). 

Ma pur troppo, sebbene da varie parti si levino voci autorevoli a 
deplorare l'estensione del male, non mancano voci di giudici più 
benigni ma privi di vero spirito scientifico i quali, facendo mostra 
di una mentita liberalità, sotto colore di combattere un gretto e me- 
schino esclusivismo, non fanno distinzione fra scienziati veri ed irre- 
golari della scienza, e lusingando la vanità altrui per servire alla 
propria, perturbano ogni disciplina di metodo, ogni criterio di rigorosa 
ricerca, screditando gli studi e l'opera dei veri studiosi. 

(l) Corriere della sera del 20 febbraio 1907. 



— Ili — 

Contro questi u opportunisti " a cui specialmente si deve se i veri 
metodi scientifici stentano a penetrare e a diffondersi nel campo 
delle discipline storiche, non mancò nel Congresso chi facesse sen- 
tire, almeno indirettamente, una parola di protesta, fra il plauso dei 
presenti. E di ciò dobbiamo compiacerci come indizio di una salutare 

reazione. 

G. Romano. 

L'elenco dei monumenti della provincia di Pavia pei cir- 
condari di Voghera, di Bobbio e di Mortara. — Siamo lieti di 
comunicare ai nostri lettori l' elenco de' monumenti appartenenti 
alle parti della nostra Provincia clie sono di là dal Po e dal Ticino, 
i quali dalla Commissione per il Piemonte e la Liguria incaricata 
di stabilire definitivamente 1' elenco dei monumenti nazionali per 
quelle due importanti regioni, furono giudicati degni di figurare nel 
detto elenco. Dobbiamo tale comunicazione alla cortesia del conte 
Antonio Cavagna Sangiuliani, membro autorevole di quella Commis- 
sione e nostro benemerito consocio. 

Albaredo Arnaboldi. Oratorio in Lago dei Porzii (f ervecoti e ^ finestra 

e cornice. Sec. XIV). 
Arkna Po. Torrione dei Beccaria. 

Id. Chiesa parrocchiale (Sec. XII). 

BvGNARiA. Torre medioevale [resti). 

B iBB[o. Vera da pozzo di epoca romana presso San Lorenzo. 

Id. Ponte medioevaltì sulla Trebbia detto di S. Colombano. 

Id. Mura medioevali di cinta. 

Id. Duomo Cattedrale (Sec. XI; rimangono visibili del- 

l' anf.ica costruzione alcuni tratti sui /lancili J. 

Id. Chiesa di San Colombano. Nella cripta: lapide mor- 

tuaria della tomba del vescovo San Cumiano. 

Id. Chiesa di San Colombano. Nella cripta : frammenti 

della tomba di San Colombano {coperchio de W urna 
e cinque bassorilievi in niar'ìno bianco, lavori del 1480). 

Id. Chiesa di San Colombano. Nella cripta: cancello in 

ferro battuto del XV secolo. 

Id. Chiesa di San Colombano. Stalli del coro con intarsia- 

ture e colla leggenda: u Hoc opus fecit Dominichus 
de Placentia 1488 ». 

Id. Chiesa di San Colombano. Nella cripta: frammenti vari 

di amboni e transenne dell' Vili secolo. 



112 — 



Branduzzo. 
Brkssana. 

Buoni. 
Calvignano. 



Bobbio. Chiesa e convento di San Colombano {costruzione del XII 

e XV secolo, ed affreschi del principio del secolo XVI). 
Id. Castello medioevale già dei Conti Dal Verme, ora Della 

Cella. 
Id. Casa con portici in Via Genova, angolo di Via Felice 

Cavallotti. 
Id. Casa con decorazioni in terracotta ed affresco rap- 

presentante la Madonna, in Via Garibaldi, angolo 
del vicolo dei Parvieri. 
Castello o palazzo Botta-Adorno, ora Litta Modignani 

{fiìi3slve in cotto del secolo XVI). 
Castello già dei Sideri e Jacopi, poi dei Marchesi 

Busca, ora Fassati. 
Palazzo già dei Conti di Gambarana a Vesco^'^era {se- 
colo XVII l). 
Castello già dei Fantoni. 
Candia Lomellina. Parrocchia vecchia di ^. yi\Q.\\(i\Q [dipinti di scuola 

valsesi (ina). 
Id. Cinta. 

Id. Cappella di Sant' Anna. 

CAivfNKi'j Pavesr. Monumento marmoreo dedicato alla Beata Guarisca 

Arrigoni. 
Casei Gkiiola. Avanzi delle mura medioevali, che cingevano il borgo. 
Id. Castello dei Beccaria, poi Torelli, ora Squadrelli, de- 

corato internamente nel secolo XVII. 
Id. Chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista con por- 

tale in terracotta [secolo XV). 
Castrggio. Antico marmo figurato. 

Id. Rudero romano detto la u fontana di Annibale 11. 

Id. Lapide romana [nel palazzo municipale). 

Id. Campanile della chiesa parrocchiale. 

Crcima. Mura di cinta del borgo. 

Id. Chiesa parrocchiale e campanile dei SS. Martino e 

Lazzaro. 
Cella di Bobbio. Castello [resti] 

Id. (frazione Nivione) Castello [resti). 

Cerignale. Castello [resti). 

Id. Ponte medioevale sulla Trebbia presso Ponte Organasco, 

Id. Casa medioevale in Ponte Organasco. 

Id. Castello dei Fieschi [resti] in Cariseto. 



I 



I 



- 113 — 

Ceuvesina. Castello già dei Beccaria ora Radice, in S. Gaudenzio. 

CiGOGNOLA. Castello dei Sannazzaro, dei Beccaria, indi dei Conti 

Scaramuzza- Visconti, ora del Conte Arnaboldi-Graz- 
zaniga. 
CoDEViLi.A. Castello di Montedondone fondato dal monastero detto 

del Senatore di Pavia e dalla famiglia Canevanova 
(ini d eri). 
Corte Bkugnatella. Castello sul colle detto anticamente 7nons Ar- 

ciolus {ruderi). 
Cozzo. Castello già dei Gallarati e mura medioevale di cinta. 

Frascarolo. Castello già dei Nobili di Frascarolo, Cairo, Frascaroli, 

Beretta, Ungheresi, Chiroli, ora proprietà Vochieri 
{secolo XV). 
Id. Castello dei Torti e dei Beretta della Torre. 

Galliavola. Castello originariamente dei De Capitani di Grumello, 

poi dei Lambertenghi, ora del Conte Greppi. 
Gambolò. Castello dei Beccaria, poi dei Litta, dei Rocca-Saporiti, 

ora comunale. 
Garlasco. Torre {resto dell' antico castello). 

GoDiASCO. Mura e torri della cinta del Borgo. 

Id. Porta del palazzo Malaspina. 

Id. Castello dei Malaspina [ruderi) in S. Giov. di Piumesana. 

Guavellona. Castello dei Barbavara {resti). 
Groppello-Cairoli. Castello dei Beccaria, ora proprietà Cairoli-Sizzo 

De Noris {avanzi). 
LoMELLO. Battistero del secolo X. 

Id. Castello di proprietà Lorini {1520). 

Id. Chiesa di S. Michele. 

Id. Chiesa di S. Maria Maggiore, 

Id. Cinta medioevale {pochi resti presso la chiesa di S. Maria 

Maggiore). 
Id. Cinta romana {pochi resti presso la chiesa di S. Maria 

Maggiore) . 
Mede. Castello Sangiuliani ora proprietà Biglieri Pietro [sof- 

fitti antichi). 
Id. Convento antico già degli Zoccolanti, ora proprietà 

Ceriana. 
Id. Palazzo, di proprietà Ercole Lorenzuola. 

MoNTALTo Pavese. Palazzo dei Marchesi Belcredi, poi dei Conti Ben- 
venuti, ora Balduino [secolo XVII). 

8 



114 



MoNTEBELLO. Torre medioevale dei Beccaria, ora proprietà dei Ba- 
roni De Grhislanzoni, 
MoNTECALVo. Castello già dei Beccaria, poi dei Belcredi, ora pro- 
prietà dei Marchesi Brignole-Sale. 
MoNTESEGALE. Castello già dei Conti Gambarana, ora proprietà del 

Cav. Giussani. 
Montù-Berchielli. Castello dei Nobili Beccaria, poi dei Marchesi 

Belcredi. 
Chiesa parrocchiale di S. Lorenzo, costruzione del 1443 

interré cotte). 
Chiesa di Sant'Albino, nel cascinale di Sant'Albino 

(abside, finestre, porte, campanile) 
Chiesa di Santa Croce {finestre). 
Olevano di Lomei.lina. Castello con torre dei Conti Attendolo Bo- 
lognini, poi dei Taverna, ora proprietà dell'avvocato 
Attilio Drovanti. 
Castello di Croce [rudero, muro a picco sulla Trebbia). 
Ruderi di due rocche. 
Castello {ruderi). 
Castello già Borromeo iresti). 
Chiesa parrocchiale di San Martino. 
Chiesa parroccbiale di San Pietro [affreschi del sec. XVI). 



MORTARA. 
Td. 

Id. 



Ottone. 

Id. 

Id. 
Balestro. 

Id. 
Pancarana. 



Pieve del Cairo. Arco eretto nel 1598 in onore di Mare-herita d'Austria. 



PiNAROLO Po 
Pizzo Corno. 
Id. 



Castello dei Beccaria. 
Castello dei Dal Verme {ruderi). 

Abazia di Sant'Alberto di Butrio [chiesa e chiostro del 
secolo XII ; affreschi del secolo XV). 
Pregola. Castello dei Marchesi Malaspina di Pregola. 

RiVANAZZANO. Torro Medioevale pentagona. 

Id. Castello a Nazzano dei Marchesi Estensi, poi del comune 

di Tortona, ora proprietà dei Marchesi Rovereto. 
RoBBio. Chiesa parrocchiale di Santo Stefano {resti di deco- 

razione in terra cotta del secolo XV). 
Id. Chiesa parrocchiale di Santo Stefano {affresco del se- 

colo XV). 
Rocca dei Giorgi. Castello con torre dei Conti Giorgi di Vistarino. 
Rocca Susella. Chiesa pievana di San Zeccarla {secolo XII). 
RoMAGNESE. Torrc fatta costrurre dai Conti Dal Verme {resti). 
RuiNO. Castello già dei Vescovi di Bobbio, poi dei Conti 

Dal Verme {resti). 



- 115 - 

RuiN'^. Lapide romana proveniente daValverde a Torre d'Albera. 

Id. Castello dei Conti Dal Verme a Torre d'Albera. 

Sagi.iano di Crknna. Castello dei Malaspina, poi dell'Abazia di Sant'Al- 
berto di Butrio [restì). 

San M^RT1N0 Siccomario. Chiesa parrocchiale [abside del sec. XIII). 

Santa Margherita di Bobbio. Castello dei Malaspina di Varzi e di 

Santa Margherita, ora proprietà Scabini [sec.XI-XV). 

Santa Maria della Versa (già Soriasco). Torre antica dei Giorgi 

poi dei Conti Gambarana, in Soriasco. 

Sant'Angelo Lomellino. Chiesa del cimitero, con affreschi, 

Sartirana di Lhmellina. Casa del secolo XV in proprietà dell'asilo 

infantile [terre cotte). 
Id. Castello degli Arborio di Sartirana (secolo XV). 

ScALDASOLE. Castello dei Folperti di Pavia, poi dei Conti della Mi- 
randola, dei Marchesi Malaspina, dei Duchi d'Alvito, 
ora proprietà Strada [secolo XV). 

Silvano-Pietra. Castello con alta torre già dei Beccaria, dei Sanse- 
verino, dei Bottigella, dei Pietra, ed ora apparte- 
nente agli Angeleri. 

Staghiglione. Torre del castello di Stefanago, già dei Conti Corti, 

dei Marchesi Malaspina di Sannazzaro, ora proprietà 
dei Buruffaldi di Voghera. 

Stradella. Oratorio di San Marcello detto di Montalino [sec. XII). 
Id. Torre del Comune [secolo XIII). 

ToRRAZZA Coste. Casa dei Conti Paleari, ora Galletti. 

Id. Casa dei Conti Paleari, ora Galletti [lapide sotto il 

portico). 
Id. Casa dei Conti Paleari, ora Galletti [stemma Ì7i marmo 

sulla facciata). 
Id. Cappella della Madonna del Pontasso [sec. XI) con 

affreschi del secolo XIV. 
Id. Castello di Sant' Antonino dei Beccaria e poi dei 

Conti Rovida. 

Torricklla Verzate. Castello, torre detta dei Saraceni. 

Trebecco. Castello [resti). 

Val di Nizza. Castello di Oramala con cinta dei Marchesi Malaspina 

di Oramala. 

Valeggio. Castello dei Busca, oraSormani (^O)'ri, pow^e levatoio ecc). 

Valle Lomellina. Castello dei Marchesi Litta di Gambolò. 



— 116 - 



ValverDE. Castello detto Castelverde già dei Malaspina [ruderi). 

Varzi. Case antiche con portici. 

Id. Castello dei Malaspina [resti dtllx cinta e torre, sec. XII). 

Id. Chiesa dei Cappuccini [secolo XII). 

Id. Torri (due) : parte del borgo medioevale. 

Id. Castello dei Malaspina, Marchesi di Varzi e Monte- 

forte [resti). 

Id. Castello dei Marchesi Malaspina ora proprietà DalVerine 

a Pietra Gavina [resti). 
Vigevano. Casa Oldani , ora Marchini in Via Cairoli [graffiti del 

secolo XV nel cortile). 

Id. Case nella piazza del Duomo (affreschi e graffiti dei 

secoli XV e XVI). 

Id. Castello (del sec. X al sec. XV) e strada coperta {sec. XV). 

Id. Chiesa di San Pietro Martire. 

Id. Chiesa parrocchiale di S. Francesco [facciata con terre- 

cotte e chiostro con resti di affresco, secolo XV). 

Id. Chiesetta di S. Matteo fuori porta Novara [ora ridotta 

a magazzino). 

Id. Convento dei Serviti, ora casa colonica. 

Id. Duomo. 

Id. Duomo : Sepolcro del Vescovo Galeazzo Petra [sec. X VII). 

Villanova d'Ardenghi. Chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta 

[pimiacoli della facciata secolo XIV ). 

Id. Chiostro [porta e muraglia del refettorio). 

Voghera. Chiesa di Sant' Ilario (secolo XI). 

Id. Chiesa di S. Maria del Gonfalone, detta del Carmine 

(volta affrescata da Gio. Battista Cane). 

Id. Chiesa con convento di S. Maria della Pietà o del 

Rosario sulla strada Emilia fuori porta Tortona; 
chiesa restaurata ed ampliata nel sec. XV dal ge- 
nerale dei Domenicani Vincenzo Bandelle (ora ma- 
gazzino di casermaggio militare). 

Id. Duomo di S. Lorenzo. 

Id. Duomo di S. Lorenzo, pietra tombale del Vescovo 

Giorgi (secolo XV). 

Id. Lapide romana nella casa Manfredi. 

Id. Bassorilievi in un muro di cinta [resti del convento 

di S. Bovo). 



— 117 — 

Zavattarello. Castello già dei Vescovi di Bobbio, poi dei Conti 

Dal Verme (secolo XIV). 
Zerba. Castello e torri (ruderi). 

Zeiìbolò. Castello degli Strada, indi degli Scaramuzza-Visconti, 

poi Angiolini in Parasacco. 

Lettere di Pietro Tamburini a Giacomo Rezia. Un gianse- 
nista poeta bernesco. — Pietro Tamburini è una delle più belle 
glorie dell'Ateneo Pavese ed insieme una figura importante nella 
storia del nostro Risorgimento. 

Capo del giansenismo italiano vide il suo partito passare a poco 
a poco tra le file del Vaticano, ma tenne vivo nel cuore sino alla 
morte l'odio contro Roma ed il papismo. La sua attività scientifica 
e politica va dalla seconda metà del 700 ai primi del secolo XIX : 
ossia fiorì in quel periodo in cui 1' Università italiana, staccatasi 
dall'accademia secentista che l' immobilizzava nella propria vita inu- 
tile e stagnante, si gettò entro le convulsioni della vita pubblica per 
dirigerne le sorti coi dati scientifici, coli' esperienza storica, col lume 
della ragione. 

Il partito giansenista non costituiva propriamente una società se- 
greta, perchè i suoi propositi erano" in parte noti e perchè, protetto 
dal governo austriaco eh' era impegnato in una lotta terribile contro 
il Vaticanisino, poteva dire liberamente tutto quello che pensava 
a sfavore di Roma e del cattolicismo papale. Ma l'abito che i gian- 
senisti indossavano e la professione di fede cattolica di cui erano 
gelosissimi, non per sincera adesione, ma per causare la taccia di 
eretici, imponevano alla loro libertà non piccole restrizioni. Ond' è 
che le lettere dei giansenisti hanno un'importanza speciale per quanto 
riguarda il movimento delle idee religiose in Italia nel secolo XVIII 
e gli scopi che la propaganda giansenista si proponeva. 

Noi saremmo ben fortunati se a nostra disposizione fosse tutta la 
corrispondenza epistolare del Tamburini, al quale si riannodavano le 
fila del partito. Molte lettere si conservano di Eustachio Degola, il 
patriarca del giansenismo in Liguria (pubblicate o sunteggiate dal 
De Grubernatis , poche del teologo bresciano e pressoché tutte inedite. 

Una serie di lettere notevolissime indirizzate dal Tamburini a 
Giacomo Rezia, suo collega nell'Università Paeese, si trovano presso 
il Signor Dr. Amanzio Rezia nel suo archivio privato di S. Giovanni 
di Bellagio. 



— 118 - . 

Giacomo Rezia era un giansenista ; la comunanza delle sue idee 
con quelle del Tamburini accresce il valore delle lettere dettate da 
una illimitata famigliarità e libertà d^ espressione. 

Esse contengono dati interessanti sulla politica e sugli atti del 
governo austrìaco, sul contegno dei gesuiti in Lombardia, sui viaggi 
del Tamburini a scopo di propaganda giansenista, sulla piega e sulla 
fortuna delle idee gianseniste nell'Italia superiore, a Milano, a Pavia, 
a Brescia, a Venezia, sugli avauzaiDenti del partito, sui progressi 
della teologia ecc. 

Fanno parte dell'incartamento epistolare vari carmi, poemetti e 
poesie dello stesso Tamburini che, in verità, amava le Muse più di 
quello che... le Muse non facessero con lui : ma non sono inutili per 
chi voglia rappresentarsi al vivo e in tutte le sue parti la figura di 
questo democratico giacobineggiante in veste di teologo e di abate. 
Sono curiose alcune terzine di contenuto bernesco, nelle quali il 
Tamburini descrive 1' uggia della vita pavese e lo stato miserando a 
cui s'è ridotto in mezzo all'aria malsana dell'agro ticinese. Egli 
scrive al prof. Rezia e la lettera accompagna lo scherzo poetico. Da 
tempo non ha sue notizie, e gli amici se ne lagnano. Però il Tam- 
burini comprende la sua posizione : fresco di matrimonio non può 
trascurare i doveri ch'ha ogni buon marito; u io procuro di giusti- 
ficarvi, gli scrive, e vi so dire che vi compatisco perchè se anch' io 
avessi una Signora Martina... io farei peggio di voi! 55 Bisogna sapere 
che il nostro teologo aveva un debole per la Signora Rezia e non 
trascura mai di ricordarla con una tal simpatia che parrebbe talvolta 
un po' indiscretu: ma egli sa trovare la forma adatta per non offen- 
dere l'amico : " Vi prego (cosi chiude la lettera) di baciare a mio 
nome la mano alla Signora donna Martina e di protestarle la mia 
stima... Veramente 1' affare è mal raccomandato in mano del marito. 
Pure mi fido di voi ». Il nostro teologo è dunque in vena di far del 
bell'umore; e n'approfitta. Pavia è deserta; la noia è immensa; il 
caldo opprimente; siamo al 9 d'agosto del 1781; per ingannar l' ore, 
dice il T. u faccio il poeta bernesco 11] ed incomincia: 

Sotto quesfc' aria sì pesante e grassa, 

Che destrugge ogni corpo ben costrutto, 
E dove il porco sol si nutre e ingrassa, 

Mi son fatto sì magro e così brutto 
E sì scarnato io son, che un sottil ago 
Mi passerebbe fuora tutto tutto, 



- 119 — 

Mi tengo su i calzon con corda e spago 
Né più so dove m' abbia le budella... 
Altro che far lo spiritoso e il vago ! 

Egli è tutto mal conciato ed a fatica si riconosce ; le gambe gli 
paiono due fuscellini ; nell'insieme gli par d' essere né più né meno 
che un'aringa cotta al sole. Se più si guarda nello specchio, piglia 
orrore di sé stesso come innanzi all'immagine sgradita di un vecchio 
tutto spolpato. Egli si è fatto trasparente ai raggi della luna ; le 
orecchie gli pendono giù come un somaro che a sera rinstalli dopo 
un lungo lavoro; il naso poi si è assottigliato come un fuso! Eppure, 
osserva il teologo, non ho sulla coscienza uno solo di quei vizi che 
il mondo chiama -piccati vecchi; perchè le donne, dice... sebbene non 
gli dispiacciano. 

Io le ho trovate tutte oneste e buone 

E mi hanno detto un no rotondo e schietto ! 

Pensa poi, fa notare all'amico, se giustappunto ora posso trovar 
fortuna 

Ora che son ridotto un colascione. 

E qui il poeta sente di muovere i passi sopra un terreno lubrico, 
perchè talvolta gli riesce invano di invocar S. Pietro e S. Antonio 
quando il... diavolo si mette in mente di buttare a gambe levate 
tutta la sua casta e pudica teologia! Non gli vale l'essere un povero 
stenterello ormai senza muscoli e senza sangue, sempre in braccio 
a Sant'Agostino medico delle prave passioni... 

Ch'il crederla? Così scarnato e lasso 
Ho un fuoco indiavolato che m'incende! 

E mi tìagella con orribil chiasso 
Non so qual forte stimol... 

Il poeta si fa grave e mena lo staffile del retore pedagogo: 

semi di lussuria iniqui e rei ! 
maledetto vizio insano e cieco ! 
Tu del core dell* uom la peste sei ! 



— 120 — 

Ma la ferula non è lo scettro dei filosofi. A che pigliarsela cogli 
uomini se Montesquieu ha insegnato che gli uomini sono schiavi dei 
climi? E naturale : 

nelle ariacce umide e acquose 
Domina sempre la più rea lussuria. 
Vedi Venezia: 

Venezia bella sopra tutti i slati 

Che giace nel piacer come nell'acque! 

Di questo passo però può dirsi al vizio: cammina! Il poeta s'ac- 
corge d'aver messo il piede in fallo e vorrebbe ritrarsi indietro se 
non tosse troppo tardi: quel che gli è caduto dalla penna resti pure 
ina... buon Rezia, dice il Tamburini, ricordati di sacrificare qualche 
verso a Vulcano, 

almen non gli mostrate ai colli torti, 

brutta razza e infida; 

Che per prova io ben so qual sieno V ire 
Dei bacchettoni 

ipocriti ed ignoranti: 

.... asin da soma 
Che di saper non hanno un'iota, un ette 

eppure immersi nella lussuria e scollacciati più di chi libero pensi e 
libero parli. L'argomento è troppo scottante perchè il poeta non si 
faccia serio e grave : 

Quando in questo pensier io mi concentro, 
Non posso che dannar la ipocrisia 
Ch' altro vuol esser fuor, da ciò eh* è dentro. 

Su questo tema potrebbe svolgere dei volumi... se già non ne 
avesse scritti, ma convien finire perchè... al bernesco succederebbe 
1' archilocheo : 

convien finir; che troppo ho detto 
E vi ho, Signor, seccato fuor di modo 
Con questo cicalio sciocco ed inetto. 
Onde perdon vi chiedo e pianto il chiodo. 

Ed io mi asso» io al Poeta... 

Ettore Rota. 



— 1-21 — 

In memoria di Carlo Cantoni. — Alla memoria del nostro 
compianto vice-presidente, l'illustre Senatore Prof. Carlo Cantoni, 
la maggior parte delle riviste più importanti d'Italia ed Europa 
hanno dedicato parole di grande onore, ricordandone l'opera insigne 
di scrittore, di insegnante, di uomo pubblico. Più diffusamente d'ogni 
altra se ne occupò, coin' è naturale, la Rivista Jìlosofìca, da lui fon- 
data qui in Pavia otto anni or sono, in continuazione drlla Filosofìa 
delle scuole italiane del Mamiani e della Rivista italiana di fìlosofìa 
di Luigi Ferri, e da lui diretta con illuminata e vigile energia di 
spirito. Essa dedicò quasi tutto il suo fascicolo di Novembre-Dicembre 
alla memoria del suo illustre fondatore e direttore raccogliendo no- 
tevoli scritti di scolari e colleghi suoi, i quali particolarmente esa- 
minano i varii aspetti della sua vasta opera filosofica, o nel dominio 
della critica della conoscenza o della storia della filosofia, o della 
morale, o della pedagogia. Di questi articoli, come di quelli pubbli- 
cati in altre riviste, daremo qui un breve riassunto. 

Il fascicolo sopra citato della Rivista filosofìca si apre coli' affet- 
tuoso, elevato s-ìluto che sulla tomba di Carlo Cantoni disse l'illustre 
Prof. Celoria, non solo nella sua qualità di Presidente del R. Isti- 
tuto lombardo di scienze e lettere, ma come antico e devoto amico 
dell'estinto. Segue poi un interessante studio del prof. B. Varisco, 
dell'Università di E-oma, intorno alla u Teoria della conoscenza n 
nel Cantoni, nel quale egli mostra con una acuta per quanto breve 
analisi della famosa opera su Emanuele Kant, il progresso delle sue 
idee gnoseologiche in confronto a quelle del grande filosofo di Kò- 
nigsberg, del quale il Cantoni contesta la pretesa di fondare la sua 
critica indipendentemente da ogni studio psicologico; e sopratutto 
intorno al grande problema della relazione tra la realtà e il pensiero, 
e alla possibilità di una metafisica che egli connetteva col principio 
morale, u Rispettate i risultati positivi delle scienze speciali e i 
u loro procedimenti, dice il Cantoni, osservate le leggi teoretiche del 
« pensiero, ferme le condizioni necessarie al principio morale, noi 
" possiamo formare una metafisica morale che ci rappresenti il mondo 
" come sottoposto e indirizzato ad un fine supremo moralmente buono, 
u e alla vita ed a ogni cosa dia un senso e un'interpretazione mo- 
ti rale ji. Al che il Varisco osserva, nella conclusione del suo scritto, 
che il credere a questa finalità morale dell'universo era u degno di 
« un uomo che ad un ingegno vivo e ad una vasta e severa dottrina 
" univa una rettitudine rara, un operoso e generoso e instancabile 
u amore della giustizia ". 



§* 



- 122 — 

Di un'opera pubblicata dal Cantoni nel 1867 su G. B. Vico, quando 
egli era ancor professore al Liceo Cavour di Torino, ed era malgrado 
i suoi meriti effettivi, poco letta e conosciuta, si occupa il prof. Adolfo 
Fagi^i nello scritto intitolato u Cantoni e Vico ». Pur contestando 
molti giudizii del Cantoni intorno all' opera del Vico, giudizii derivati 
(come il Faggi giustamente osserva) dalle qualità peculiari del suo 
ingegno, che non amava le sfumature, le indecisioni, le incertezze, 
e ad una teoria profonda ma oscura, come era quella del Vico, pre- 
feriva una semplice ma chiara; il Faggi fa notare come il Cantoni 
dedicasse al Vico u tutto l' ardore della sua gioventù, tutta la forza 
« del suo ingegno, tutta l'onestà e la diligenza delle sue ricerche ». 

Nello scritto su u La morale di C. Cantoni ?i, il prof. Giovanni 
Vidari, che del Cantoni fu scolaro e collega, dimostra quanto il Can- 
toni modificasse la famosa dottrina del Kant, cercando anzitutto di 
conciliare la libertà del volere colla legge di causalità, che dal Kant 
erano 1' una all'altra contrapposte nel senso più assoluto; e di pro- 
vare poi la possibilità della coesistenza di una legge materiale e di 
un volere eteronomo con un fine morale. Dalle dottrine del Kant si 
staccava il Cantoni anche nella concezione del sommo bene, da lui 
inteso a come uno stato in cui tutti gli esseri intelligenti non for- 
u mano che una mente e un animo solo, la coscienza di ognuno si 
u accorda e unifica colla coscienza di tutti gli altri, pur conservando 
u ciascuno la propria individuale coscienza ti. Riteneva il Cantoni 
di proseguire la morale Kantiana « superando con la rivendicazione 
ti del sentimento disinteressato 1' assoluto formalismo di Kant, e su- 
u perando insieme con l'asserita solidarietà della legge morale di 
u Dio quello sdrucciolo nell' eudemonismo teologico, sul quale si era 
a avviato Kant quando fondava 1' esistenza di Dio sulla necessità 
« della sintesi fra la virtù e la felicità 5i. 

Un altro scolaro del Cantoni, Alfredo Piazzi, professore di peda- 
gogia nell'Accademia scientifico-letteraria di Milano, si occupa di 
tt Carlo Cantoni e 1' educazione nazionale ». Il soggiorno che il Can- 
toni fece in Grermania nel 1865, per compiere studi di perfeziona- 
mento nelle Università di Berlino e di Gottinga, gli lasciò profonde 
impressioni, e, tornato in Italia, lo incitò a occuparsi in varii scritti 
della questione universitaria, della quale egli vedeva la soluzione in 
un più libero ordinamento degli stndii, come no diede sempre esempio 
la Germania, ohe secondo il Cantoni, deve ad esso il suo meraviglioso 
incremento scientifico. Ne a questo solo aspetto dell' educazione na- 



--- 123 — 

zionale ai dedicò il Cantoni, il quale nel suo ufficio di senatore del 
Regno consacrò gran parte della sua attività nel difenderò gli inte- 
ressi della scuola secondaria e di quella primaria. 

Di ricordare Carlo Cantoni che lo ebbe fino agli ultimi anni suo 
collaboratore, la Nuova Antologia incaricò il prof. Villa, scolaro suo 
e suo successore nella cattedra di Pavia. Nel fascicolo del 1 Marzo 
dell'importante rivista il Villa traccia un quadro compiuto della 
multiforme attività intellettuale del Cantoni, da quando egli reduce 
dalla Germania prese di fronte agli indirizzi filosofici allora domi- 
ninti nel nostro paese una netta posizione personale, propugnando 
la dottrina Kantiana che allora cominciava in Grermaiiia a risorgere, 
rammodernata e adattata ai nuovi bisogni scientifici, sino agli ultimi 
anni in cui alle cure dell' insegnamento^ sempre anteposte da lui ad 
ogni altra, si univano quelle del suo alto ufficio di senatore, che fu 
per lui nuovo ed efficace istrumento a difendere gli alti interessi 
della coltura nazionale. 

Un articolo affettuoso e reverente dedica alla memoria del Can- 
toni la Révue de Mèfaphysique et de morale (Gennaio 1907), la quale 
mette in grande rilievo l' im.portanza dell' opera sul Kant che essa 
chiama u un'esposizione critica dell'insieme delle opere di Kant, 
u tale che nessuna nazione ne possiede forse di cosi completa ». 
Anche 1' importante rivista tedesca di studi Kantiani Kantstiidìpn^ 
della quale il Cantoni era collaboratore, ne annunciò la morte con 
un articolo pieno di ammirazione e simpatia, notando come non solo 
in Italia egli era universalmente stimato e riconosciuto come l' in- 
stauratorc del neo-Kantismo, ma pure in Germania godeva molte 
simpatie, che trovarono adeguata espressione nella sua nomima a 
dottore ad honorem nella Università di Kònigsberg nel 1904, ricor- 
rendo il centenario della morte di Kant. 

Altre riviste straniere diedero l'annunzio della morte del Cantoni, 
con parole di alto rimpianto, e tra queste la Révue Néo-scolasfÀqne, 
la Cultura espavola, la Révue de Philosophie, la Zeilschrifl fùr Philo- 
sophie und pkiiosophische Kri't^'k, il Journal of phìlosophical Psycology 
and scientìflc Melhods, ecc. 

G. V. 

Museo Civico di storia patria. — Doni ed acquisti dal 1 luglio 
1906 : 

1. Esemplare in bronzo della medaglia coniata in onore del prò- 



— 124 - 

fessore Guido Tizzoni dell'Università di Bologna, in occasione del 
XXV anno d'insegnamento [Dal Presidente del Comitato Bolognese). 

2. Stemma in pietra della nob. famiglia Torti ed un'ara romana, 
esistenti in una fattoria di Torre dei Torti (Cava Manara - Dal Sig. 
Dott. Carlo Conti). 

3. Frammento del manto di Gian Galeazzo Visconti, levato nel 1889 
nello scoprimento del mausoleo, esistente alla Certosa di Pa^via (DaZ 
Sig. Cav. Rag. Pietro Agosteo). 

4. Targa-ricordo del 10. Congresso internazionale di navigazione 
tenutosi in Milano nel 1905 [Dal Municipio di Pavia). 

5. Ritratto ad olio di Ernesta Massacra eseguito dal fratello Pa- 
squale pittore pavese [Acquisto). 



NOTIZIE VARIE 



Giosuè Carducci è morto in Bologna il 15 febbraio di quest'anno 
in mezzo al compianto universale degl'Italiani e degli stranieri. 

Il nostro Sodalizio, associandosi al lutto della Nazione, mandò le 
sue condoglianze alla famiglia del defunto e si fece rappresentare 
ai funerali dal suo Bibliotectirio, uno de' discepoli prediletti del 
Carducci, prof. F. Salveraglio. 

Le commemorazioni pubbliche del poeta fatte in Pavia dai chiaris- 
simi prof. Vittorio Rossi e prof. Giulio Natali riuscirono decorose 
e deti'ne. 



'in' 



Un'altra perdita gravissima ha fatto la scienza italiana nella per- 
sona di Graziadio Ascoli morto in Milano nel gennaio di quest'anno. 

Con lui è scomparso il geniale fondatore della scienza glottologica 
italiana, alla cui scuola fu educata tutta una schiera di giovani glot- 
tologi. 

L'Ascoli fu nobilmente commemorato nella nostra Università dal 
prof. P. E. Guarnerio, il quale mise in bella luce i meriti dell'estinto 
e ritrasse, con sentimento di discepolo, la forte figura del maestro, 
dell'uomo e del patriota. 



Per iniziativa degli studenti della nostra Università fu presentata 
il 22 gennaio u. s. al Magnifico Rettore del nostro Ateneo, se- 
natore Camillo Golgi, un' artistica pergamena commemorativa del 
premio Nobel conseguito dall'illustre scienziato. La cerimonia si 
svolse nell'Aula Magna dell' Universirà e riusci solennissima. La per- 
gamena, lavoro squisito del prof. S. Provini, porta una bella iscri- 
zione latina dettata dal prof. P. Rasi. 

Per eliminare ogni dubbio sulle responsabilità derivanti dalla 
vendita dell'affresco di S. Agata, di cui si è molto parlato nei giorni 
scorsi dai giornali italiani e stranieri, P illustre conte A. Cavagna 



- 126 — 

Sangiuliani ha pubblicato in un bell'opuscolo i documenti compro- 
vanti quanto fu fatto dalle autorità locali e da privati cittadini, e 
specialmemte dal Cavagna stesso, per impedire 1' allontanamento dalla 
nostra città di quell' importante opera d' arte nell' anno 1895. L'opu- 
scolo porta il titolo : L! affresco della Chiesa di s. Agata in Afonie a 
Pavia e le praliche per non lasciarlo esportare; Pavia, Succ. Fusi 1907, 
ed è ornato di tre elegantissime tavole. 

In due splendidi volumi in-folio, l'uno di testo, l'altro di fac-simili, 
il prof. Carlo Cipolla ha pubblicato i Codici Bobbiesi della Biblioteca 
Universitaria di Torino, nella cui preparazione ebbe collaboratori i 
signori F. Carta e C. Frati. 

Del bellissimo Atlante, che fa molto onore, oltre che all'illustra- 
tore, all' editore U. Hoepli di Milano, daremo più ampia notizia nel 
prossimo fascicolo. 

Nel Bollettino stor.-bibl. subalpino X. 1-2 (1906) Guido Ambrosini 
discorre di un quadro di Griovanni Quirico da Tortona esistente nella 
chiesetta interna dell' Ospedale Civile di Vigevano, esaminandolo dal 
punto di vista storico e artistico. 

Nello stesso Bollettino A. Colombo pubblica Tre documenti mila- 
nesi del 1450 relativi alla pace fra Ludovico di Savoia e Francesco 
Sforza. Furono estratti dall'Archivio di stato di Milano ed hanno 
molta importanza per stabilire la data vera della pace fra il duca di 
Savoia e il conte Sforza. 

La Rivista di Scienze Storiche, (aprile 1906-gennaio 1907) ha pub- 
blicato una diligentissima dissertazione del prof. L. Rossi su Niccolò V 
e le potenze d^ Italia dal ynaggio del 1447 al dicembre 1451, con 50 do- 
cumenti illustrativi estratti dall'Archivio di stato di Milano. La me- 
moria dà un buon contributo di notizie alla storia politica del 400. 

Nella stessa Rivista (genn. 1907) mons. R. Maiocchi pubblica, 
estratto dell'Archivio Notarile di Pavia, l'atto di procura col quale 
frate Sante da Mantova, inquisitore in Pavia dell' eretica pravità, 
delega fra Michele da Alessandria, più tardi Pio V, a rappresentarlo, 
come commissario e vicario generale, nel predetto ufficio, e gli affida 
la cura della Società dei Militi della Croce. L' atto è dell' 11 otto- 



- 127 — 

bre 1542 ed è importante perchè, come dice il Malocchi, ci offre la 
prova e delia dimora fatta da Pio V, mentre era semplice religioso, 
nel grande convento di S. Tomaso in Pavia, e dell' incarico avuto 
di Commissario inquisitore nella città e diocesi pavese, di che non 
si aveva altra notizia. 

Pare nella Rivista di Scienze Storiche, fase, di genn. 1907, il 
p. Fedele Savio ha iniziato uno studio intorno a Le gesta delV Are. 
Lorenzo I di }filano narrate da E/modio, sul quale forse ritorneremo 
quando sarà compiuto. 

Sotto il titolo: // u Pergaminus " e la prima età comunale a Ber- 
gamo, il prof. C. Capasse pubblica n^WArch. Stor. Lonib., dicevn. 1906, 
una lunga memoria in cui adduce buoni argomenti per dimostrare, 
contro l'opinione del Novali, che quel poemetto fu composto nei 
primi decenni del sec. XII, ed espone i risultati di alcune sue ri- 
cerche sui primordi del comune bergamasco. 

Della Storia delle Dominazioni barbariche in Italia, a cui attende 
da più tempo il prof. Gr. Romano, sono usciti recentemente i fase. Q^ 
e 7° (pp. 400-560) che abbracciano l'intero periodo carolingio. L'opera 
fa parte della grande raccolta di monografie storiche che pubblica 
l'editore milanese F. Vallardi. 

L'istituzione di una Raccolta Vinciana, dovuta all'iniziativa del- 
l'illustre senatore L. Beltrami ed affidata alla Direzione dell'Archivio 
civico di Milano, è oramai un fatto compiuto, e i due fascicoli finora 
pubblicati della Raccolta Vinciana, organo annuale della istituzione 
omonima, diretta dal dott. Ettore Verga, prova le grandi simpatie 
che questa ha incontrato fra gli studiosi ed è arra del suo succes- 
sivo incremento. 

Non crediamo inopportuno, per quegli studiosi di Pavia i quali 
non ignorano i vincoli ideali per cui il nome di Leonardo è legato 
alla nostra città, per conoscere gli scopi della nuova istituzione. 

La u Raccolta Vinciana ii si propone di riunire: 

— Le pubblicazioni che illustrano la vita di Leonardo, 1' opera 
artistica di lui e della sua scuola, le molteplici manifestazioni del 
suo ingegno in tutti i campi dello scibile, i suoi rapporti coi con- 
temporanei, la sua influenza sulle arti e sulle scienze, la fortuna 



1-28 



della sua fama nei vari tempi, la vita e le opere di artisti e di pen- 
satori che a Leonardo siansi comunque inspirati. 

— Le pubblicazioni d' indole storica che, pur trattando in ge- 
nerale le diverse manifestazioni dell' arte, o del pensiero nel Rina- 
scimento, a Leonardo in qualche parte si riferiscano, e quelle d'indole 
artistica che da lui abbiano tratto argomento od ispirazione, come 
poesie, drammi, romanzi. 

— Le opere di contemporanei, sia che, come quella di Luca Pa- 
ciolo, accennino a Leonardo, sia che, pur non facendo menzione di 
questi, come quella del Cesariano, risultino di utile consultazione 
agli studiosi, offrendo materia per deduzioni e raffronti. 

— Le pubblicazioni antiche e moderne, che riproducono integral- 
mente e illustrano i manoscritti vinciaui. 

— Le incisioni, specialmente antiche, riproducenti i lavori del 
Maestro più celebrati; le riproduzioni fotografiche o eliotipiche dei 
disegni e dipinti di lui o a lui attribuiti, esistenti nelle varie colle- 
zioni d'Europa, i documenti che direttamente o indirettamente a lui 
si riferiscano, le medaglie, e cosi via discorrendo. 

Ma la u Raccolta ti non vuol essere un puro e immobile deposito 
di libri e di disegni: essa, come dice il suo fondatore, vuol costituire 
u un permanente e proficuo legame fra i cultori di Leonardo, pro- 
muovendo la solidarietà destinata ad agevolare sempre più i reci- 
proci rapporti negli studi e nelle indagini attinenti al grande in- 
gegno ". Per raggiungere questo scopo, è necessario ch'essa si metta 
in grado di aiutare le varie idagini degli aderenti, di essere il centro, 
per cosi dire, d' una ideale società vinciana, che offra i vantaggi 
d'una vera associazione scientifica, senza imporne i pesi. Per ciò, 
interpretando il concetto dell' on. Beltrami, la Direzione dell'Archivio 
storico civico ha posto mano alla compilazione di una u Bibliografia 
Vinciana ti della quale, per quanto riguarda la produzione a partire 
dal 1901, terrà al corrente gli aderenti in questo e nei futuri fascicoli 
del a Bollettino n, riservandosi di pubblicare separatamente, non 
appena l'intero lavoro sarà compiuto, il materiale bibliografico, dal 
secolo XV al 1900, Nel tempo medesimo provvederà alla compilazione 
d' una serie di regesti di tutti i documenti finora pubblicati che ri- 
guardano Leonardo. Cosi la u Raccolta ti essendo oggetto continuo 
di studio da parte di quelli stessi che son destinati a custodirla, 
potrà facilmente divenire un utile ufficio d'informazioni vinciane 
per gli aderenti che ad essa, da qualsiasi parte, ricorressero. I libri, 



" 129 — 

o-li opuscoli, convenientemente ordinati secondo i suddetti criteri, 
e tutto il materiale bibliografico che di mano in mano si andrà rac- 
cogliendo, rimarranno nelle sale dell'Archivio storico civico a dispo- 
sizione degli studiosi; i disegni, le fotografie, i manoscritti, quando 
abbiano raggiunto tal numero da permettere una certa scelta, ver- 
ranno esposti al pubblico, che visita i civici musei del Castello Sfor- 
zesco, in un' apposita Sala Vinciana. 

Sotto la presidenza del nostro socio e collaboratore prof. G. Vidari, 
si è costituita in Vigevano una Società di Lettere^ Storia ed Arte, 
che si propone d'illustrare la letteratura, la storia e i monumenti 
artistici di Vigevano ed ha per organo una rivista trimestrale inti- 
tolata Viglevanum. 

Della Nuova Rivista abbiamo sott' oC' hio il 1« numero, che con- 
tiene i seguenti articoli: 
Gr. ViD \Ri, Preambolo. 
G. Starone, // saluto al Maestro (versi). 
G. Ambriisini, La nuova musa di A. Graf. 
0. Quaglia, // sileìizio di Dante su Arnaldo da Brescia. 
G. Ottone, Una poesia inedita di Giuseppe Robecchi e la difesa di 

Casula nel marzo 1849. 
A. Colombo, Come fu parteciipata a Vigev((no la ynorte del duca Ga- 
leazzo Maria Sforza. 
Apeliotes, Un quadro di A. Rafaele. 
G. 0., Echi Compaesani. 
C. Villa, Frammenti e notizie. 
Atti della Società. 

Silntiamo con vivo compiacimento il nuovo periodico, della cui 
buona riuscita ci è arra la valentia de' collaboratori, alcuni dei quali 
già provati nel campo delle indagini storiche. 

I Visconti, come tutti i tiranni italiani, vollero darsi origini il- 
lustri : pretesero di discendere dagli antichi Re lombardi e trovarono 
anche dei genealogisti compiacenti che per Enea li fecero risalire a 
Venere e ad Anchise. Queste loro pretese son confermate nella cro- 
naca milanese detta Chronica Danielis, edita ora da A. Cinquini per 
la prima volta dal ms, lat. 8315 della Biblioteca nnzionale di Parigi;, 
col titolo : Chronica Mediolanensis, 606-1145. Genealogia Comitum 
Anglesiae, Roma, 1906, in-8, pg. 31. Se ne riparlerà. 



— 130 — 

Mons. L. Duchesne ci manda una sua Rectification, nella quale 
chiarisce alcuni punti della sua polemica col prof. A. Crivellucci a 
proposito della dibattuta questione sugli effetti prodotti nella cir- 
coscrizione episcopale d'Italia dalla conquista longobarda. 

Per rispondere ad alcuni appunti mossi dal prof. G. B. Siragusa 
di Palermo, il prof. G. Monticelo dell' Università di Roma ha pub- 
blicato due memorie: 1^ Per U edizione delle " Vite dei Dogi v di 
Marin Sanudo nella nuova ristampa dei Rerum Italicariim Scviptores ; 
Città di Castello, S. Lapi, 1906 — 2* Per V edizione dei aprimi due 
gruppi dei Capitolari delle Arti Veneziane (in Boll, dell' Ist. storico 
ital. n. 28); Roma 1906. Senz'entrare nel merito del dibattito, con- 
statiamo volentieri che l'esposizione del Monticelo è fatta con grande 
serenità e temperanza di linguaggio. 

Una pubblicazione che riuscirà indubbiamente utile anche in Italia 
ai serii cultori di discipline storiche è quella chela benemerita Casa 
Editrice B. G. Teubner di Lipsia ha recentemente iniziato sotto il 
titolo: Grundriss der Geschichfswissenschaft, zur Einfiihrung in das 
Studium der deutschen Geschichte des Mi ttelalters iindder Neuzeit.Li^ o^ersi 
è redatta da una società di dotti tedeschi, sotto la direzione di Adolf 
Meister. Consterà di due grossi volumi, di cui sinora non è uscita 
che parte del primo, contenente: a) Elementi di metodologia storica, 
b) Paleografia latina, e) Diplomatica, d) Cronologia, e) Sfragistica, 
f) Araldica, g) Ponti e nozioni fondamentali di geografia storica, 
h) Storiografia e fonti della storia tedesca. Il secondo volume trat- 
terà: rt) Storia economica della Germania, ò) Storia politica , e) Storia 
giuridica, d) Storia ecclesiastica. 

Brevità, chiarezza, modernità: tali ci sembrano le doti principali 
di questa pregevole pubblicazione, che in due volumi raccoglie tutte 
quelle nozioni fondamentali che sono indispensabili a coloro che 
intendono di dedicarsi con severa preparazione alle discipline storiche. 
E ciò la distingue da un' altra opera del genere, della quale si è 
recentemente iniziata in Germania la stampa, e che non sarà com- 
pleta che in circa quaranta volumi: vogliamo dire il Handbuch der 
mittelalter lichen und neueren Geschichte edito dalla casa R. Oldenbourg 
(Mùnchen und Berlin), sotto la direzione di G. V. Below e F. Meinecke. 



ì 



- IBI ~- 

La libreria Weidmaiin à\ Berlino ha iniziato nei Gesammelte 
Schriften di Teodoro Mommsen che essa vieii pubblicando dal 1904 
la serie degli Histovische Schriften editi anche questi a cura di Otto 
Hirschfeld, il chiaro professore di Storia romana nella Università 
di Berlino. Nel primo volume ora uscito son raccolti trentadue saggi, 
che vanno da quello sulla leggenda di Remo, alla breve nota sugli 
avanzi di bottino dei Vandali in Italia. 

Una iniziativa degna d'essere segnalata è la pubblicazione di 
E. V. Hatj.e: Die Weltwirtschaft, ein Jahr - und Lesebuch. Per ora 
non si sono pubblicate che le prime due parti della prima annata, 
(I. Th.: Internationale Dbersichten, Leipzig, Teubner, p. 366; e II. Th.: 
Deiilschland, Ibid., p. 253), ma sono in corso di stampa le altre che 
dovranno completare una generale e minuta rassegna dell' economia 
mondiale. La redazione delle varie rubriche è affidata a specialisti: 
notiamo nel 1° volume i nomi del Franche (Die grosse Politik des 
Jahres), del Roghé (VVeltwirtschaftspolitik), dello Zahn (Weltsozial- 
politik\ del Borgius (Weithandel), di v. d. Leyen (Eisenbahnen) di 
0. Schwarz (Financen) ; nel secondo volume i più noti economisti 
tedeschi danno minata notizia dell'attività industriale e commerciale 
della Grermania. 

L'opera riuscirà senza dubbio uno dei più pratici mezzi di orien- 
tazione per la Storia della vita economica, e potrà star a pari delle 
utili e ben conosciute opere che già esistono per la Storia politica, 
e per altre discipline. 

Si sono pubblicati i primi fascicoli di un Bollettino d' Arte, del 
Ministero della Pubblica Istruzione , notizie dei Musei, delle Gallerie 
e dei Monumenti, in continuazione delle Gallerie Nazionali Italiane, 
iniziate nel 1894. Il primo fascicolo si apre con una lettera, di Cor- 
rado Ricci a S. E. Luigi Rava; in essa, proponendo al Ministro l'isti- 
tuzione di questo Bollettino, il Direttore dell'Antichità e Belle Arti 
si augura che questo periodico mensile, facendo anche largo posto 
a quanto riguarila la conservazione dei monumenti del Regno, tenga 
il luogo delle dispendiose e talora tarde relazioni edite dagli Uffici 
Regionali. 

Il Bollettino d'Arte costa L. 25 all'anno: un fascicolo L. 2.50. 



- 132 - 

Notiamo un risveglio nello studio degl'istituti fìnanziarii negli 
Stati italiani nel Medio Evo. 

E. Groeller in una pubblicazione dal titolo Der a Liber taxarum 11 
der paepstlichen Kammer^ Roma, 1905 (estratto dalla Quellen und 
Forsch. d. kgl. preuss. histor. Instit. in Rom, voi. Vili, 1905, pg. 113- 
173, e 305-343) studia il Liber taxarum della Camera apostolica, ossia 
quel registro in cui figuravano le diocesi e le abbazie di tutto il 
mondo cattolico, con l' indicazione del canone che su ciascuna pre- 
levava la Corte di Roma. Ne segue la storia fino al momento in cui, 
al sec. XV, il Liber taxarum diventa il repertorio principale per la 
storia finanziaria del Papato, prendendo il posto che al sec. XIII è 
occupato dal Liber censuum. In appendice l'A., tra i molti documenti 
comprovanti la sua tesi, ne pubblica uno in cui si vede fissata la 
formula delle Obbligazioni. 

Otto Karmin (La legge del catasto fiorentino del 1427, Firenze, 
1906) pubblica un importante documento per la storia della economia 
e della finanza pubblica in Firenze : non ne offre però contempora- 
neamente lo stadio, mentre sarebbe di grande interesse l'esaminare 
e lo studiare le idee in questo atto ufficialmente proclamate circa la 
ripartizione e la tassazione della ricchezza, e lo stato della fortuna 
mobiliare e immobiliare in Firenze nel 1427, cioè a dire all' epoca 
del suo maggiore splendore. 

Grius. La Mancia ci fa conoscere le tariffe fissanti i diritti pre- 
levati sulle mercanzie alla loro entrata nelle principali città della 
Sicilia, e su alcune professioni, con un opuscolo intitolato Le Pan- 
dette dette gabelle regie an/iche e nuove di Sicilia nel sec. XIV, Pa- 
lermo, 1906. Vi troviamo elencati gli oggetti di consumo, il loro va- 
lore, il modo di vendita: però c'informano sull'alimentazione e 
sulla vita materiale della Sicilia nel Medio Evo, sui trattati di com-- 
mercio e sul diritto commerciale dell' epoca, sui dazii, sulle dogane, ecc. 



Prof. GIACINTO ROMANO Direttore Responsabile. 
Pavia — Premiata Tip. Successori Fusi — Largo di via Roma N. 



^4 5,20 


J 


S'^ / h 


IV" 







DI DH SUPPOSTO PALAZZO REALE 

presso S. Pietro in Ciei d'Oro 



(Contributo allo studio della topografia pavese dell'alto Medio Evo). 



I. 



La più antica menzione di un palazzo reale in Pavia si trova 
neir Anonimo Valesiano, il quale parlando delle grandi fab- 
briche intraprese da Teoderico, re degli Ostrogoti, dice che egli 
fece costruire in Ticino mura, terme, un palazzo e un anfi- 
teatro (1). Della forma di questo palazzo non può dirsi nulla 
di sicuro. Da qualche accenno lasciatoci da Agnello, il quale 
lo vide nell' 839, quando fu a Pavia in occasione del suo 
viaggio per il battesimo di Rotrade, figlia di Lotario I (2), 
saremmo quasi autorizzati a credere che il palazzo pavese non dif- 
ferisse gran che nella struttura dal palazzo ravennate, già sede 
degli antichi imperatori d' Occidente, poi di Odoacre e final- 
mente dei re ostrogoti da Teoderico fino a Vitige. Una parti- 
colarità segnalataci da Ennodio è che il palazzo, a' suoi tempi, 
aveva annesso un giardino (3), e quanto alla sua ubica- 

(1) M. G. Auct. Antiquiss., IX 324. 

(2) Liber Pont. Eccl. Ravenn. in M. G., Script, rer. lang. et ital., p. 837-338. 

(3) Ennodii Opera ed. Vogel in M. G., Auct. Antiqiiiss., VII 214. Di questo 
giardino {viri'darium) è cenno più volte nei documenti fino al secolo XIII, quando 
il palazzo reale non esisteva più. (Cfr. Margarini, Bullar. Cassin. II 238). 
Che fosse una sua dipendenza é chiaro dalla espressione: in viridario insta pa- 
latio dorimi regis huius Ticinensis... in laubia ipsius viridarii, che si legge in 
una carta di Berengario I (v. Scuiaparelli, / diplomi di Berengario 1 in 
Fonti per la storia d'Italia delT Ist. stor. ital., Roma 1903, p. 256), e dall' ap- 
pellativo di Porta de Viridario dato più volte ne' documenti alla Porta Pa- 
lacensis. 



- 134 - 

zione, tutte le notizie giunte fino a noi concordano con l'affer- 
mazione di P. Diacono che il palazzo si trovasse poco distante 
dalla basilica di S. Romano, ed attiguo alla famosa porta Pa- 
lacense, presso all'odierna via omonima, nel rione orientale 
della città (1). 

Dopo la caduta di Ravenna in mano ai Greci, il palazzo pavese 
di Teoderico fu la sede del governo sino alla fine del regno gotico; 
indi, con la conquista bizantina, passò al fisco imperiale e gli 
appartenne finché nell' Italia superiore il dominio greco fu sop- 
piantato da quello longobardo. 

Che il palazzo abitato da Alboino dopo la resa di Pavia, 
nel 572, e divenuto in seguito ordinaria residenza dei re lo)j- 
gobardi, fosse lo stesso palazzo fondato da Teoderico, è detto 
espressamente da P. Diacono (2). Ne chi legge V Hìsloria Lan- 
gohaì'dorum di questo scrittore può menomamente dubitare che, 
oltre a quello, altro palazzo sorgesse nel recinto della città 
come residenza del re e della corte, come ebbe già a dimo- 
strare il Pessani in una dissertazione, che conserva ancora oggi 
in molti punti tutto il suo valore (3). 

L'idea che esistesse in Pavia un altro palazzo costrutto 
fuori il recinto della città in vicinanza di S. Pietro in Giel 
d' Oro, non è ignota agli antichi storici pavesi. Fu messa in- 
nanzi dal Gualla (4), per un mero equivoco, e poi ripetuta, più 
seriamente, ma non senza restrizioni e cautele, dal Pessani, che 
ne attribuì la costruzione a Liutprando (5). Abbiamo dimo- 

(1) Hist. Lang., V 36 e VI 6. 

(2) Hist. Lang., II, 27 : Tunc ad eum omnis popuhis in palatium, qiiod 
quondam rex Tkeudoricus construxerat, concurrens ecc. 

(3) De Palazzi reali che- so?io stati nella città e territorio di Pavia. In 
Pavia, Bolzaiii, 177 1. 

(4) Sanctuarium Papiae, 1 3 : « Erat eiiim illud palatiitm, teste Paulo Dia- 
cono supra memorato, portae contiguuni^ qiiae Palacensis etiam hodic ah eo 
atrio appellatur : in cuius angulo eminet turris Boelii vetustissima ». Qui ó 
chiara la confusione che fa V autore della Porta Palacense con la Porta del 
Palazzo, non potendosi anfirnettere che egli ignorasse la vera posizione della 
torre di Boezio, che ai suoi tempi era ancora in piedi. 

(5) Op. cit., p. 148-59. 



135 



strato (l) che tale opinione, dedotta arbitrariamente da una le- 
zione scorretta del Liber Pontificalis^ manca di qualsiasi 
fondamento. Possiamo dimostrare qualcosa di più : che a tale 
opinione contraddice il passo stesso del Libe)' Ponlificalis letto 
integralmente. 

« Ipse vero summiis Ponfifex (Zaccaria) vigesima octava 
die mensis iunii ad Padnm conhtnxit ; ubi ad siiscipiendiim 
eum ipse rex sitos misìt oplimales. Cum quibiis Ticino coniun- 
gens ubi ipse residebat rex, foris muros eiiisdem civitatis per- 
transiens, ad oram orationis nonam prò vigiliarmn beati apo- 
stoloruni principis Pelri celebranda solemnia missarum, in 
basilica eiuSy qui vocaiur ad Coeluni aureiim^ perrexii. Et 
post suppìeta Ubatione in eadem urbe ingressus ìnoratus est. 
Alio quoque die prò natale celebrandwn ipsius principis apo- 
stolorum in praedicta ecclesia a praenomÌ7ialo rege Ì7ivitaiiis 
missarum solemnia celebravit. Ibique mutuo se invicem salu- 
iantes pariter sitsciperunt cives^ et sic in praenonnnaia civi- 
tate regressi sunt. Queni sanctum virurn alio die isdem rex per 
optimates suos ad suum Palatiwn procedere invitava ».(2). 

Più chiaro di cosi non si potrebbe parlare. Il biogi;afo di 
Zaccaria, il quale accompagnò probabilmente il papa nel suo viag- 
gio, distingue giorno per giorno lo svolgimento dei fatti. Primo 
giorno, 2S giugno: arrivo del papa a Pavia ; messa in S. Pietro 
in Ciel d' Oro ; ingresso nella città, dove il papa è alloggiato. 
Secondo giorno, 29 giugno : il papa, invitato dal re, celebra la 
messa in S. Pietro in Ciel d' Oro ; seguono i saluti e il rice- 
vimento del popolo, indi il ritorno in città. Terzo giorno, 
33: il re, per mezzo degli ottimati, fa venire il papa al suo 
palazzo. Questa è la sola volta in cui si parla di un palazzo, 
anzi del palazzo di Liutprando fsuum. palatiwn)^ ed ognun vede 
che si tratta del palazzo che era entro la città, quel medesimo 
dove avevano abitato gli altri re longobardi prima di lui. 

Il passo riferito del Liber Pontificatisi nella sua errata le- 
zione, parve al Pessani che potesse dare, confermandolo, un 

(1) Cfr. Bollettino Pavese di storia patria, VI 299. 

(2) Liber Ponti fìcalis ed. Duchesne, voi. I p. 430. 



- I3é - 

particolare rilievo ad nii altro passo di P. Diacono, in cui lo 
storico longobardo parla dell'istituzione del monastero di S. Pietro 
in Giel d'Oro. Il passo è il seguente (VI 58): Hic gloriosissinms 
rex miillas m Christi honore per singula loca ubi degere solebat 
basii icas constritxit. Hic iuonasleriiim beali Pclri^ qiiod foras 
niuros Ticinensis civilatis situm esl et Coelum aureiwi appel- 
laliw, inslituit. u Egli è vero «, scrive il Pessani, a che la 
notizia di tale istituzione è in qualche modo disgiunta dell'an- 
tecedente proposizione, ma non cessa tuttavia di avere una 
considerabile forza, e vieppiù n'andrà acquistando con l'osser- 
vazione d' altre cose, massime di ciò che narra relativamente 
al re medesimo 1' antico autore della vita di S. Zaccaria » (1). 
Evidentemente, se il Pessani avesse avuto sott' occhio la lezione 
genuina del Liber PonUficdlis, avrebbe riconosciuto facilmente 
che il passo di P. Diacono non ha neppur l'ombra della con- 
siderabile forza che gli attribuisce. I due periodi di Paolo non 
sono in qualche modo, ma affatto disgiunti 1' uno dall' altro, 
perchè, mentre nel primo si parla d' istituzione di basiliche in 
genere, nel secondo si parla della fondazione del monastero di 
S. Pietro in Ciel d'Oro, e Vhic .. hic . . con cui cominciano i due 
periodi sono una particolarità stilistica di Paolo, che si riscontra 
molte altre volte wqW Hisloria Langobardorimi (2) ed esclude 
qualsiasi rapporto sostanziale fra le due parti della narrazione. 
C. Zuradelli (3), attingendo dal Pessani, ebbe minori scrupoli 
di lui, e diede al passo di Paolo un' interpretazione che per la 
sua singolarità merita di essere riportata per esteso : u Paolo 
Diacono ti egli scrive a nel primo periodo esprime che Liut- 
prando aveva usanza di costruire basiliche nei singoli luoghi 
ove soleva stare ; col secondo indica quale monastero e il sito 
nel quale lo {sic) fece costruire. E vero che la parola ^^^?l;^ po- 
trebbe intendersi genericamente per la città ove soleva aver 
residenza, ma potrebbe anche intendersi nel senso più letterale 

(1) Op. cit., p. 149. 

(2) Cfr. nello stesso lib. VI i capp. 11, 17, 26, 35, 40. 

(3) La basilica di s. Pietro in Cielo cV Oro ed i suoi ricordi storici; Pavia, 
Fusi 1884, p. 80. 



13: 



e stretto di luogo d' abitazione (palazzo); tanto più che allora 
si vede più chiaramente un fine di qnest' istituzione, che era il 
più decoroso servizio della reale basilica ». Lo Zuradelli, come 
vedono i nostri lettori, ha nel primo periodo confuso strana- 
mente le cose più diverse, tanto che dalle sue parole non è fa- 
cile cavare alcun costrutto. Poi ha commesso 1' errore di dare 
all' hic iniziale del primo e del secondo periodo il significato di 
quivi^ ciò che è grammaticalmente un assurdo. Pur troppo il 
Pessani non poteva avere un illustratore più sfortunato ! 

]\Ia e' è di più. E avvenuto per P. Diacono quello che si è 
osservato pel Liber Pontificalis : il Pessani e, dopo di lui, lo 
Zuradelli hanno citato il passo di Paolo solo in parte, omet- 
tendo il resto, in cui il pensiero dello storico longobardo 
si completa e s' illumina. Paolo, infatti, dopo di aver accen- 
nato all' istituzione del monastero di S. Pietro, enumera altre 
fondazioni di Liutprando, quella del monastero di Berceto 
sul monte Bardone e della chiesa e del monastero di S. Ana- 
stasio in Olona (1). E soggiunge : Pari èliam ìiiodo nniUa per 
loca singula divAna tempia institiiii. Infra siium quoque 
palatiuììi Oì'aculum domini Salvatori acdificavìt^ et qiiod nulli 
ala reges ìiabuerant^ sacerdotes et clericos instituit, qui ei 
cotidie divina officia decantarent. L' accenno ben distinto fatto 
da Paolo al palazzo di Liutprando, e all' istituzione deìla cap- 
pella, mentre dimostra che si tratta sempre del palazzo nell'in- 
terno della città, esclude fin la possibilità che Paolo abbia pre- 
cedentemente inteso di accennare ad altro palazzo diverso da 
quello. 

(lì Alla costruzione di S. Anastasio iti Olona si riferiscono varie iscrizioni 
metriche del periodo carolingio più volte pubblicate ed ultiraamente da E. Dùm- 
MLER in M. G. Poetae latini aevi karolini, T. I 105-6 : 

Ecce domus domini perpulchro condita texlu 
Emicat et vario fulget distincta metallo, 
Marmora cui pretiosa dedit museumqua columnas 
Roma, caput fìdei, illustrant quam lumina mundi. 
Erige auctor sacri, princeps Leiithrande, laboris ! ecc. 
Quando Leo cecidit, misero doctore suasus, 
Scismatis in foveam recto de culmine Caesar, 
Tiinc ego regales statui hic mihi condere thermas 
Marmoribus pulchris Leutbrant rex atc^ue columnis, eoe. 



— 138 — 

Con ciò resta dimostrato definitivamente che i passi del Liber 
Ponlificalis e dell' Hisloria Langobardorwn^ addotti dal Pessani 
per avvalorare la congettura che Liutprando abbia costruito 
un palazzo nei pressi di S. Pietro in Ciel d' Oro, letti integral- 
mente e giustamente interpretati, non solo non confermano 
quella congettura, ma la smentiscono. L'unico palazzo posseduto 
da Liutprando fu quello stesso che da Teoderico in poi era stata 
r ordinaria dimora dei re goti e longobardi. Colà il re longobardo 
teneva la sua corte ; colà egli riceveva principi, papi ed am- 
basciatori ; ivi infine venne a trovarlo nel 739 1' apostolo dei 
Tedeschi Bonifacio quando, reduce da Roma, si fermò in Pavia 
e fu suo ospite nella reggia ticinese (1). 

II. 

Il fragile fondamento su cui il Pessani aveva eretto la ipo- 
tesi di un palazzo regio costrutto da Liutprando vicino a 
S. Pietro in Ciel d'Oro, sfuggi al Capsoni (2), ma fu ben visto 
dal Robolini (3). Questi però non escluse, anzi ammise che al- 
meno nel IX e X secolo esistesse presso S. Pietro in Ciel 
d' Oro un regio palazzo, senza poter dire in che tempo sia sorto 
e da chi sia stato edificato (4). Vedremo più i}i là che valore abbia 

Segue un'altra iscrizione con accenno ad una pietra tombale fatta costruire 
(ia Liuturando in Bobbio per S. Cumiano. L' attività costruttrice di Liutprando, 
a cui accenna P. Diacono, è assai bene illustrata da queste iscrizioni, le quali 
provano come il re longobardo si servì di materiali venuti di fuori, e special- 
mente da Roma, per le costruzioni da lui ordinate. 

(1) Vita S. BonifatAi in M. G. SS. II 346: Ticenae urbis ingressits est 
moenia, et apud honorandum Langobardorum Liodbrandum regem, iani senio 
fessis membris, requiescebat. 

(2) Memorie istoriche della regia città di Pavia 1778, HI 24. Dopo il Capsoni 
l'opinione che esistesse un palazzo reale fondato da Liut[)rando vicino a S. Pietro 
in Ciel d'Oro trovò in generale poco credito presso gli eruditi pavesi; solo fu 
seguita da E. Giardini, Memorie t02:)ografiche di Pavia, Pavia, Fusi, 1872, 
p, 224, e ripresa recentissimamente dagli editori del Codice diplomatico ago- 
stiniano di S. Pietro in Ciel d' Oro. 

(3) Notizie appartenenti a Pavia, I 176. 

(4) P. Darmstadeter, Das Reichsgut in der Lombardei und Piemont, 568- 
i250, Strassburg- 1896, p. 185, scrive: Nach Robolini lag auch ein Palast bei 
Cielo d' Oro, wahrend Pessani einen solchen leugnet. Non ho bisogno di far 
not£^re le ines£|<ttezze contenute nelle parole dello storico tedesco. 



— 139 — 

r argomento addotto dal Robolini per corroborare la sua opi- 
nione. Qui importa, innanzi tutto, sgombrare il terreno da un 
altro argomento messo innanzi dal Pessani e dopo di lui, con 
maggior lusso di particolari dallo Zuradelli (1), per sostenere 
l'esistenza del preteso palazzo. 

Notò il Pessani che fino al secolo XVI esistette nella parte 
settentrionale della città e propriamente tra 1' antica piazza del- 
l'Annunciata (ora Petrarca) e l'attuale piazza Castello una Porta 
detta del Palazzo, a cui faceva riscontro la chiesa di S. Andrea 
iìi Palazzo, situata presso S. Pietro in Ciel d'Oro, che fu rinchiusa 
nel recinto della Cittadella sul finire del secolo XIII e detta 
perciò dall'Anonimo Ticinese S. Andrea m Arce. Dall' esistenza 
di questa Porta del Palazzo e di S. Andrea in Palazzo fu indotto 
il Pessani a supporre che a poca distanza, e propriamente ne' 
pressi di S. Pietro in Ciel d' Oro, sorgesse un palazzo reale. 

Or qui si presentano spontanee due osservazioni. 

1. Che le denominazioni di Porta del Palazzo e di S. Andrea 
in Palazzo accennino all' esistenza di un vicino palazzo, s' in- 
tende da sé. Quello che non s' intende è che da simili denomi- 
nazioni, le quali appartengono ad un tempo più recente, (2), 

(1) Lo Zuradelli non fece che accogliere gli argomenti del Pessani, ripe- 
tendone spesso anche le parole. Di suo vi aggiunse due fantastici capitoli, in 
cui discorde d'dla posizione del palazzo e della sua forma e decorazione: ma di 
ciò non crediamo nò utile nò opportuno occuparci. 

(2) Che la denominazione di Porta del Palazzo sia più recente della vera e 
propria Porta Palacense di cui parla Paolo Diacono, è fuori dubbio, come è in- 
dubitato che questa seconda denominazione continuava ancora, quando la prima 
era già entrata in uso. Il Pessani osservò giustamente che la somiglianza dei 
due nomi diede luogo ad equivoci, e noi ne abbiamo avuto un esempio nel 
Gualla. Questo punto meriterebbe essere esaminato più a fondo. Osservo intanto 
che l'uso di denominare Porta del Palazzo quella che conduceva a s. Pietro in 
Ciel d'Oro era già comune nella seconda metà del Sec. XII, come appare da 
questo passo dell'Anonimo continuatore dei Morena (M. G. SS. XVIII 654) sotto 
l'anno 1167; sanctum Petrum Celimi aurentn qui est situs parum extra por- 
taiìi Palacensem civitatis Papié. Quanto alla chiesa di s. Andrea in Palazzo, le 
sue memorie più antiche risalgono al Xll sec. e secondo G. Capsoni, Notizie ri- 



— 140 — 

si possa risalire all'esistenza di un palazzo tra 1' Vili e 1' XI 
secolo, e tanto meno di un palazzo costruito da Liutprando. 

2. Che S3 la esistenza di un palazzo vicino a S. Pietro si 
può ammettere senza difficoltà, è affatto gratuita 1' asserzione 
che si tratti di un palazzo reale, perchè la denominazione di 
palazzo si applicava non solo alle dimore dei principi, ma anche 
a costruzioni destinate ad usi diversi, come, ad es., alla casa 
del Comune, all'abitazione del vescovo e a quella parte di edi- 
fìzi che i monaci delle grandi abbazie riserbavano all' alloggio 
dei forestieri [foresteria) (1). Ora, trattandosi di un grande mo- 
nastero come S. Pietro in Ciel d' Oro, non di rado visitato da 
prelati, da principi e da pontefici, torna ben naturale l' ammet- 
tere che esistesse accanto alle celle dei monaci un edifizio desti- 
nato a queir uso, chiamato palazzo : nel qual caso le denomi- 
nazioni della porta e della chiesa adiacenti si potrebbero facil- 
mente spiegare senza ricorrere ad ipotesi arrischiate o fanta- 
stiche. E che S. Pietro in Ciel d' Oro avesse realmente uno di 
questi edifizi è detto chiaramente dall'Anonimo Ticinese (2) il 
quale scriveva, com' è noto, ne' primi decenni del sec. XIV, 
onde un erudito pavese, altrettanto cauto quanto modesto, attri- 
buiva senz' altro la denominazione del Palazzo data alla porta 
esistente tra piazza dell'Annunziata e piazza Castello all' unico 



guardanti la città di Pavia raccolte da un suo cittadino, Pavia, F.Ui Fusi, 
1876, p. 352, la sua prima denominazione sarebbe stata di s. Andrea in Brolio, 
nìutata in seguito in s. Andrea in Palazzo « per essere attiguo alla Canonica 
dei Padri Lateranensi ». 

(1) Vedi DuCANGE, Glossariiini, 2. ed. VI 106. V. specialmente : Oì'do Far- 

fensis in M. G. SS. XI 546 : luxla galileam constriictuni debet esse palatiuìn 

lonjitu(linis 135 pedes, latitudinis 30, ad recipiendum onines supervenientes 

hoinines, qui cum equitibus adventaverint monasterio ecc. ; e le osservazioni 

di G. Capsoni, p. 121 e 122. 

(2) Gap. XX : PLura sunt monasteria intus et extra prope tantas domus 
habentia et spada ut possit iti eis quicumque illuc venerit magnus prelaius, 
vel fmperator, aut Rex conimode hospitari : preserlim. monasterium sancii 
Petri in celo aureo, sancii Salvator is, et sancii Sepulcri, 



- 141 -^ 

fatto, che essa conduceva al palazzo di S. Pietro in Ciel d'Oro (1). 
Si dice generalmente elio nulla si deve affermare senza 
prove e documenti : ma nessun principio è violato nella pratica 
più spesso di questo. Non già che la storia possa fare a meno 
d' ipotesi e di congetture : nelle infinite serie di avvenimenti, 
di cui si compone la storia, non di rado qualche unità va per- 
duta, e come, se in una catena un anello è spezzato, noi pos- 
siamo rinsaldarlo o sostituirlo con un anello nuovo fatto di 
eguale o simile metallo, cosi in una serie di avvenimenti noi 
possiamo riempire una lacuna mediante qualche congettura, 
purché s' adatti al carattere generale della serie e risponda alle 
ragioni logiche della sua necessaria connessione. 

Nessuna necessità logica ci obbliga a ritenere che, oltre 
air antico palazzo reale fondato da Teoderico, di cui possiamo 
seguire tutte le vicende attraverso i secoli (2), esistesse in Pavia 
un altro palazzo situato nelle vicinanze di S. Pietro in Ciel 
d' Oro. Poiché la sboria si occupa di fatti certi o probabili o 
almeno verosimili, e non di mere possibilità metafisiche, 1' esi- 
stenza di questo secondo palazzo potremo ammetterla nel solo 
caso che vi sia qualche indizio, diretto o indiretto, che possa 
suffragarla. Ora, leggendo le cronache e i documenti dall' Vili 
a tutto il X secolo, non solo manca qualsiasi indizio a favore 
di queir ipotesi, ma tutto concorre ad escluderla, per modo che 
1' asserita esistenza di un secondo palazzo reale, extraurbano, 
in vicinanza della basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro, si riduce 
ad un puro giuoco d' immaginazione. 

Cronache e documenti accennano frequentemente al palazzo 
ticinese, ma accennano ad un palazzo solo : quello stesso che 
fu fondato da Teoderico, che fu dimora di Alboino e dei 
re longobardi fino a Desiderio e tale rimase sotto i re franchi 

(1) G. Capsoni, Notizie riguardanti la città di Pavia, p. 10. 

(2) Oltre al Pessaiii, sommarie notizie intorno a queste vicende diedero 
H. Hre?,sl\{], /ahj^biicher des deutschen Reichs unter Konrad II, Leipzig, 1879, 
voi. 1, 66-67 n. ; Darmstaedter, op. cit., p. 183 sg-. e C. Merkel, L' epitofio 
di Ennodio, estr. dalle Memorie della R. Accademia dei Lincei, se. mor.-stor.-fil., 
ser. 5, voi. 3, p. I, p. 1 10 n. 2. 



— 142 — 

e italiani dei primi decenni del novecento. Colà abitò Carlomagno, 
quante volte venne a Pavia, dal 774 all' 801 ; colà abitarono 
Pippino e Bernardo e, dopo di loro, Lotario I, Ludovico II, Carlo 
il Calvo, Carlo il Grosso, Berengario I e gli altri che regnarono 
fino all'anno 924. Quando gli annalisti, i capitolari, i diplomi, da 
Carlomagno a Berengario, fanno menzione del palazzo di Pavia, 
non altro intendono con questo nome che 1' antico e glorioso 
palazzo, che fu per circa cinque secoli il centro del governo e 
della vita politica dell' Italia barbarica. Quando, nell' 839 venne 
a Pavia Agnello, il biografo degli arcivescovi ravennati, non 
vide, non visitò altro palazzo che quello, e ne descrisse l'effigie 
equestre di Teoderico e ne notò la somiglianza con quella del 
palazzo di Ravenna. Lo stesso ricordo di Teoderico ricompare in 
alcuni giudicati del tempo di Berengario, in cui si vede che uno 
dei portici del palazzo portava il nome del gran re ostrogoto (1): 
particolari interessanti che tolgono ogni dubbio sulla identifi- 
cazione dell'edifìzio (2). 



(1) . . . in sacro palatio ubi domnus Berengarius rex preerat, in laiihia 
magiare ubi sub Teuderico dtcitur. Schiaparelli, / diplomi di Berengario 7, 
p. 189 e 378. 

(2) Il Merrel, op. cìt., p. 110 e 111 n., dubitò che all' epoca carolingia ed 
a quella posteriore dei re italiani e tedeschi l'antico palatium di Teodorico 
fosse più abitato: « il deperimento naturale degli edifizi, i saccheggi e gl'in- 
cendi tanto frequenti nel Medioevo, il mutare dei costumi, infine l'osservazione 
che anchj in una medesima città spesso periodi storici diversi hanno lasciato 
la loro impronta in quartieri pure distinti, tutto induce a dubitare che il palazzo 
imperiale incendiato dai Pavesi nel 1024 non fosse quel medesimo in cui sole- 
vano abitare i re longobardi ». Il dotto illustratore dell' epitafio di Ennodio ha 
fatto qui un po' di confusione. Certamente il palazzo distrutto dai Pavesi 
nel 1024 non era lo stesso palazzo costruito da Teoderico, perchè il palazzo entrur- 
bano era stato incendiato due volte, nel 924 e nel 961, al tempo del primo e del 
secondo Berengario, e due volte ricostruito, prima da Ugo, poi da Ottone 1. Noi 
vedremo fra poco che Ugo, nel rifabbricarlo, lo spostò alquanto dalla posizione 
primitiva, il che non tolsi che Wipone. ìiarrandone la distruzione nel 1024, lo 
dicesse edificato da Teoderico, riferendosi certamente più all'origine che all' en- 



- 143 - 

Nel 92-1 Pavia andò soggetta ad una grande sciagura. Gli 
Uugheri la saccheggiarono e ]' incendiarono, e in quel!' incendio 
andarono distrutte molte chiese, molti edifizi e innumerevoli 
ricchezze. Né Liutprando (1) ne Flodoardo (2), ne altri che di 
quell'incendio ci lasciarono una descrizione {3), parlano della 
sorte toccata al palazzo reale ; ma che questo sia stato, più che 
danneggiato, interamente distrutto dall' incendio, è provato da 
un placito del re Ugo del 18 settembre 935 in cui si legge: 
Dmn in Dei noììiiìie Cidi ale Papia in Palaciiini noviler aedi- 
fica' iim ab Doììiniun Ughoneni gloriosissinnts Rcx in Co.minaia 
doì'ìnilovii ipsius Palacii ecc. (4). E certamente 1' antico palazzo 
ora rifatto di sana pianta, quello stesso a cui si accenna in altri 
diplomi dello stesso sovrano, e dove egli rimase ad abitare sino 
alla fine del suo governo (5). 



tità sua e alla sua prima ubicazione. Fa meraviglia che al Merkel, cosi diligente 
ricercatore, sia sfuggito V importantissimo passo di Agnello, da noi citato in- 
nanzi, il quale prova che neir839 il palazzo reale di Pavia era ancora Tantico 
palazzo di Teoderico e dei re longobardi. Per non aver badato a quella fonte 
veramente preziosa, il Merkel fu condotto a dubitare, senza alcun plausibile mo- 
tivo, del valore della testimonianza contenuta nei due giudicati del tempo di 
Berengario, che pure sono la migliore conferma del passo di Agnello. Non solo: 
ma questi giudicati gittano anche molta luce sulla struttura dell' edifizio, là 
dove accennano a logge o porticati (laubiae). dove si tenevano i giudizi. Ora 
siccome, nel palazzo rifabbricato, a' tempi di Ottone 111 e di Enrico 11 queste 
laubiae ricompaiono, è facile arguirne che dopo la distruzione del 924, nell'eri- 
gere il palazzo nuovo, si cercò di riprodurre le sembianze dell'antico, il che 
spiegherebbe anche meglio come la memoria di Teoderico rimanesse tuttavia 
legata al palazzo e persistesse fino all'ultima sua distruzione. 

(1) Antapod., Ili 56. 

(2> Annales ed. Lauer in Collection de textes pour servir à V étude et à 
V enseignement de Vhistoire, Paris, Picard, 1906, p. 22. 

(3) V. DuEMMLER, Gesta Berengarii imp., pag. 52, Halle 1871. 

(4) Muratori, Antiq. hai., II 936. I^a stessa formola ricompare in una carta 
del 945 pubblicata dal Tiraboschi, Storia dell' augusta badia di S, Silvestro di 
Nonantola, II, 117. 

(5) Cfr. Liutprando, Antap, 111 71. 



— 144 — 

Il nuovo palazzo rifatto da Ugo sorgeva nella stessa località 
orientale della città, ma non propriamente snll' area occupata 
prima della distruzione. Sappiamo infatti che una parte dell'area 
rimasta vuota fa qualche anno dopo donata alla chiesa di 
Reggio da Lotario, figlio di Ugo, insieme con un' altra area, 
dove una volta sorgeva il carcere, il quale, come pare, era at- 
tiguo al palazzo e andò egualmente travolto tra le rovine del- 
l' incendio (1). Nella sua nuova posizione il palazzo di Ugo, 
staccatosi alquanto dalla Porta Palacense, si trovò più vicino a 
quella di S. Giovanni e quindi alla basilica di S. Michele Mag- 
giore. L' importanza acquistata da questa basilica sin dalla fine 
del IX secolo, al tempo della incoronazione di Berengario I, è 
motivo sufficiente per ritenere che Ugo, nel rifabbricare il pa- 
lazzo, abbia voluto orientarlo verso la chiesa, che pareva desti- 
nata a divenire una vera cappella palatina, com'era, ad. es., la 
basilica di S. Maria d'Aquisgrana fondata da Carlomagno. Ed 
infatti è proprio da questo tempo che noi vediamo moltiplicarsi 
gì' indizi a favore della vicinanza del palazzo reale alla chiesa 
di S. Michele Maggiore, non ultimo dei quali i rapporti più 
frequenti e più stretti della basilica stessa con la Corte e con 
le grandi cerimonie ufficiali dello Stato ('2). 



(1) Cfr. il diploma di Lotario dell'anno 946 in Tiraboschi, Memorie storielle 
modenesi, voi. I, Codice di[)l., p. 116. e i diplomi di Ottone I in M. G. D D. 
l 344, 3S2. Si noti V espressione : in civitate Papia terram uhi dudum career 
adfuit ad mensuram legitirìiam tabulas tres terramque infra ipsam civitatem 
quae condain palaci i veteris pars extitit ad sifperscriplam mensuram 
tabulas quinquaginta. Il Salvigli, Contribuii alla storia economica d' Italia 
durante il Medio Evo in Giorn. di scienze naturali ed economiche, Palermo 
1931, p. 46 n. 7, dice inesattamente che Ottone cedette alla Chiesa di Reggio 
il palazzo di Pavia dov' era il carcere. Si tratta invece della cessione delle sole 
aree. 

(2) Vedi il Pessani, op. cit., p. 38 sg. Questo acutissimo erudito, pur igno- 
rando il diploma di Lotario e quelli di Ottone I da me citati nella nota prece- 
dente, intuì felicemente lo spostamento avvenuto nella posizione del palazzo reale 
dopo i primi decenni del sec. X. Il diploma di Arduino, citato dal Pessani, dove 



— 145 — 

Nella lotta tra Berengario II e Ottone I il palazzo reale 
andò nuovamente distrutto, ed Ottone, venuto a Pavia nel 9i)l, 
ne ordinò la ricostruzione (1). Il palazzo cosi rifabbricato è 
quel medesimo clie fece poi abbellire Ottone III [2), giusta la 
testimonianza di Wipone, di cui avremo ad occuparci, e dove 
abitò Enrico II, quando nel nìaggio 1004, venuto ad incoronarsi 
in Pavia, vide divampare contro di sé quella terribile rivolta, 
in mezzo a cui mancò poco che la città andasse nuovamente 
distrutta dalle fiamme. Il regiuni palaliiini ha una importanza 
grandissima in. quell' episodio, non solo per la strenua difesa 
opposta alla insurrezione dei cittadini, ma anche per l'opinione 
formatasi (e che dura ancora oggi) sopra cronisti tardivi, quali 
Ademaro e Rodolfo Glabro, che in quell'occasione il palazzo 

si legge « Actum apiid Papiam in palatio iuxta Ecclesiani S. Michaelis », è 
falso (cfr. HoLTZMANN, Die Urkunden Konig Arduins in N.Archiv., XXV 471). 
Ma la viciriMnza del pMlazzo alla basilica è affermata esplicitamente da Ottone 
Frisinga, Gesta Friderici imp., II 27, là dove parla deli' incoronazione del 
Barbai'ossa a Pavia nel 1155: in Ecclesia S. Michaelis, ubi antiquuni Lango- 
bardorum Regum Piilatium fuit^ cimi multo civium tripudio coronatur. La testi- 
monianza è un po' tardiva, ma Ottone era un dotto e in condizione di essere 
bene informato. 

L' ubicazione del palazzo reale pavese non potrà essere chiarita definitiva- 
mente che mercè V opera degli scavi. Allo stato attuale delle nostre cognizioni 
e tenendo a guida i documenti e le testimonianze cronistiche, una sola conclu- 
sione è possibile. La storia del palazzo reale si divide in due periodi. Nel primo 
periodo, dal VI secolo all'anno 924, il palazzo entrurbano è l' antico palazzo di 
Teoderico, la cui posizione è fissata da P. Diacono tra la basilica di S. Romano 
(ora Magazzeno del Sale) e la via di Porta Palacense. Nel secondo periodo, dal 
924 al 1024, il palazzo si sposta più a sud, avvicinandosi alla basilica di S. Mi- 
chele Magj-iore. Quanti si occuparono di questo importantissimo punto di topo- 
grafia pavese medievale, non tennero conto di questa, secondo me, capitale di- 
stinzione. 

(1) CoNT. Reginonis, in M G. SS. I. 624. Il passo fu accolto integralmente 
dall'ANNALisTA Sassone, ibid. VI 615. La ricostruzione del palazzo era già av- 
venuta tre anni dopo, come risulta da un placito del 6 dicembre 964 edito in 
M. H. P., XllI, 1194 {Cod. dipi. Lang.) 

(2) In un placito tenuto a Pavia da questo imperatore il 14 ottobre 1001 
(M G. D D. II 844) si legge : Civitate Papia in palacio domini imperatoris in 
laubia ipsius palacii que cxtad ante capellam sancii Mauricii. 



- 146 - 

Vv3iile andò disfcriifcbo e che Eurico TI obbligò i Pavesi a l'ifabbri- 
care nella città un palazzo magnifico (1): opinione accolta anche dal 
Muratori (2), il quale ritenne che u i Regali Palagi solevano 
esser fuori delle città, a fine appunto di schivare gli accidenti 
funesti che per sua mala sorte provò Pavia ». Invece F. Quin- 
tavalle in un recente lavoro (3) ha dimostrato molto bene che 
queir opinione è errata e deriva da una falsa interpretazione 
data al racconto di cronisti più vicini e meglio informati, come 
Adalboldo e Di t maro, i quali non parlano punto dell' incendio 
del palazzo reale, e dicono che il re abbandonò il palazzo per 
ritirarsi a S. Pietro in Ciel d' Oro, non [)erchè non avesse un 
luogo dove stare, ma perchè non poteva frenare i suoi e sop- 
portare il puzzo dell' incendio. 

E tanto vero che il palazzo non andò distrutto, che Enrico II 
tornò ad abitarlo quando venne di nuovo a Pavia nel 1014 di- 
retto a Roma ed alla spedizione di Puglia. Nessuno infatti 
vorrà credere che accenni ad un palazzo diverso 1' espressione 
in laubia puhìica ìiovifer edificala insta palacio eiiis regjii de 
paì'le agitilo, che si legge nel placito tenuto a Pavia il 7 maggio 
1014 |4). E forse la costruzione di questa nuova loggia nel lato 
settentrionale dell' antico palazzo, proprio negli anni posteriori 
al 1004, resa necessaria dai guasti prodotti dall'incendio, fu quella 
appunto che diede occasione alla credenza, raccolta da Ademaro, 
da Rodolfo Glabro e da altri, che 1' intero palazzo fosse stato 
ricostruito per ordi)ie del re. 

Ma c'è una circostanza nel racconto dei cronisti la quale 
ha potuto far credere che, oltre a questo palazzo, ve ne fosse 
un altro nei pressi di S. Pietro, e propriamente quello dove 
Enrico II si ritirò dopo aver domato la rivolta de' Pavesi. Dice 
infatti Ditmaro che Enrico II se ad ynunicionem sancii Pelvi 

(1) Ademari Historiarum lib. Ili 37 in M. G. SS. IV 133 — Rodulfi Glabri 
Histor. lib. HI 1 ed. F*rou in Collectwn de textes cit., Paris, 1886, j). 51. 

(2) Annali d" Italia, aii. 1004. 

(3) La sommossa e V incendio di Pavia nelV anno 1004 in Bollettino» della 
soc. pav. di st. patria, l 422 sg, 

(4) DD. Ili 369. 



— 147 - 

contulil^ e AdalboMo ripete amplificando : ad mitniliiincuìam 
quandam^ quae sancti Pelvi Cella AiD'ea vocaliir, se conlulil. 
Da questo passo il Pessani (1) argomentò che il monastero di 
S. Pietro fosse allora fortificato e avesse unita o comprendesse 
un'abitazione reale. Alla quale opinione si accostò, natural- 
mente, lo Ziiradelli e recentemente anche il Quiotavalle nel 
lavoro innanzi citato. 

Ma qui 1' importante è di non fraintendere il significato 
delle parole e non dargli un' estensione che non s' accorda col- 
1' uso tecnico medioevale. 

Manilio ne' testi medioevali è luogo di rifugio, è una for- 
tezza ed è sinonimo di arx^ che vuol dire cittadella e non pa- 
lazzo o casa di abitazione. Liutpraiido, per citarne uno, distingue 
nettamente il palalium dalla inunilio : il primo è la dimora 
reale, è la sede della corte e deli' amministrazione — la seconda 
è un luogo fortificato, destinato alla difesa in casi d' estremo 
bisogno (2). Ora, che nei pressi di S. Pietro vi fosse una ìì/u- 
nilio, anzi una )nii'niliuncida^ una piccola cittadella, è una 
cosa di cui Ditmaro ed Adalboldo ci assicurano, e noi possiamo 
ritenerla per vera. Nulla infatti di più naturale che, come 
Castel S. Angelo serviva, al dire di Liutprando, a sbarrare 
r ingresso della città Leonina, cosi pure intorno al 1000, fuori 
la cinta del secondo muro, vi fosse a Pavia, a protezione della 
città dal lato settentrionale, un piccolo castello fortificato che 
sbarrava la strada da Milano a Pavia, la quale allora seguiva, 

(1) Op. cit., p. 141. 

(2) Liutprando, AntajJ. Ili 52, V. 113. S. Leo, dove si chiuse Berengario II 
con Willa, era utia munitio [Hist. Ottonis, p. 127). Per Liutprando, anche 
Castel S. Angelo a Roma era una munitio. Egli la descrive così {Antap. Ili 45): 
In ingressu Romanae urbis quaedani est miri operis mir aeque fortitudini s 
constituta munitio ; ante cuius ianitam pons est preciosissimus super Tiberiìu 
fahricatus, qui pervius ingredientibus Romani atque egredientibus est ; nec 
est alia, nisi per euni, transeundi via. Hoc tanten, nisi consensu muìiitionum 
custod,ientium, fieri non potest. Munitio vero ipsa, ut caetera desinam, fantae 
altitudini^ est, ut ecclesia quae in eius vertice. videlur, in honnre .sumnn et 
celestis militiae principis archangeli MicJiaelis fabricata , dicahir « Sancii 
Angeli ecclesia usque ad caelos ». 



— 148 — 

a un dipresso, la stessa direzione che segue presentemente. 
Sull' origine di questa munilio tacciono interamente i testi e 
non sappiamo a chi attribuirne la costruzione, se ai re o agli 
imperatori, o, come pare piuttosto, agli stessi abbati di S. Pietro 
in un tempo in cui 1' insicurezza generale prodotta dal continuo 
stato di guerra e dallo scompiglio delle frequenti mutazioni 
politiche, obbligava anche i monasteri, malamente protetti dalla 
sempre dubbia e incerta autorità regia, a trasformarsi in fortezze. 
Ad ogni modo si tratta sempre di una munilio e non di un pa- 
lazzo, e l'esservisi Enrico II rifugiato in un momento eccezionale 
e di grave pericolo ne rivela manifestamente la natura e 1' entità. 

III. 

— Sta bene, si dirà : i testi del IX e X secolo non provano 
1' esistenza di una regia dimora nei pressi di S. Pietro in Ciel 
d' Oro. Ma si dovrà credere che esistesse almeno nei primi anni 
dell' XI, se lo stesso re Enrico II l'afferma esplicitamente nel suo 
diploma da Oadempino 4 giugno 1004 (1), in cui confermando 
i possessi di S. Pietro in Ciel d'Oro si serve dell'espressione: 
mmaslerio qund cUcilur Cehtm aureiim insta nostrum Pa- 
pi en se pai ali um constì'uclum. Onde non a torto parve 
prima al Robolini, poi allo Zuradelli, che per quella espressione 
1' esisfcen:^a del palazzo regio di S. Pietro in Ciel d' Oro fosse 
posta fuori d' ogni dubbio. 

Anche qui 1' errore storico si basa sopra un errore filologico. 

Palatium nel latino medievale ha vari significati e vari usi. 
Spesso designa una dimora, quello che noi chiamiamo palazzo. 
In un altro significato palatium non è una dimora, ma 1' in- 
sieme delle persone che circondano il re, sia per essere addette 
alla sua persona, sia per 1' ufficio che esercitano nell' ammini- 
strazione centrale dello Stato. In questo doppio significato, 
come fu già osservato dal Coulanges (2), la voce palatium si 
trova gi\ aloparata nell'epoca imperiale. 

(1) DD. HI 92. 

(2) Hisloire des institutions j^oUtiqiies de V ancienne France. La monarchie 
franque. F'aris, Hachette 188 pp. 136, 162. 



- 149 — 

Nei regni barbarici 1* uso di quella parola si allargò. Non 
avendo essi una vera e ])ropria capitale, e la residenza dei re 
spostandosi continuamente da un luogo all' altro, massime in 
quelli, che appartenendo al fisco regio, erano provvisti di co- 
modi alloggi per il sovrano e per le persone del seguito, ne 
venne ohe palaliwn diventò equivalente a fiscits, fiscits piibliciis 
o ìulla publica e si disse o semplicemente paìatium o anche 
pilaiiuni ì-egium e palaliwn publicurn , comprendendosi sotto 
questi nomi non solo la dimora vera e propria del re, ma anche 
1' intero circuito della città, della villa, dell' abitato, dove la 
dimora regia esisteva (1). 

In questo significato la parola paìaliiim ebbe un uso lar- 
ghissimo, e se ne potrebbero addurre infiniti esempi. Comune- 
mente essa si adoperava come predicato nominale apposto al 
nome della località, sicché si diceva Aquis Palatiwn per dire 
Aquisgrana, Compendhun Palatiiim per Compiègne, Cassino- 
gilum Pai aJ inni per Chasseneuil, Franconofiirlh Paìatiiim per 
Francoforte ecc. ecc. (2) 

Analogamente a quest' uso, anche Ticinian, in quanto era 
una città regia (nrbs regia) ed aveva una dimora regia o im- 
periale, prese 1' appellativo di palatiunr. onde, accanto alle 
semplici espressioni Papia e Ticinum, si trovano quelle di 

(1) Cfr. Pessani, op. cit., p. 69. 

(2) Che Aquis Palatium, Compendiiim Palatium ecc. si adoperassero per 
indicare l'intero circuito dell'abitato risulta chiaramente dai testi. Nitardi 
Historia, IV \: Aquis palatium^ quod tunc sedes prima Frantiae erat — Diploma 
di Carlo il Calvo 5 maggio 877 : in palatio Compendio monasterium, cui re- 
giiim vocahulum dedimus^ fundatenus extruximus — Hincmari Annoi. Beri. 
ad an, 882 : in occursu Nortmannorum, qui civitates Coloniam et Treveris 
Cam monasleriis sihi contigws iam incensas liaherent.... Aquis etiam palatium 
omniaque monasteria parrocliiarum... suae dicioni addita ecc. — Lettera di 
Frotario di Toiir.s all'arcivescovo di Treveri dell' 829 in M. G. Epist. harol. 
nevi T. Ili p. 284 : De his oh id praecipue sollicitus maneo, quia et ipse se- 
ciindum imperiale praeceplum ad providendas mansiones, in quihus legati su- 
scipi debent, scilicet a monte Jovis usque ad, palatium Aquis ire debeo — 
LiUTPRANDi Antapod., IH 48 : Tliermas etiam Grani palalii atque palatia com- 
husserunt. Vedi anche il lungo elenco pubbl. dal Mabillòn, De re diploma- 
tica^ lib. IV. 



150 



Papia paìatlo e Papia palalio regio o puhìico ed altresì quelle 
di Tìclnum paìatìuni, Ticino palatio regio o piiblico ed altre 
simili, usate comunemente neW Aduni dei diplomi regi e impe- 
riali, non per dinotare il semplice palazzo, ma la città tutta 
intera in cui il palazzo era compreso. E forse fu per questa 
ragione clie la parola palaliwn potè in qualche testo essere 
usata a significare l'ambito cittadino, come, per es., in una frase 
assai caratteristica di Agnello, il quale accennando al monastero 
di S. Michele in Pavia, lo designa colle parole: infra daìa- 
tium eiusdevii civitatis in nwyìaslerio Sancii Michaeìis (1), dove 
la voce palatiimi àìwotevobhQ, secondo me, 1' intero circuito della 
città (2). 

(1) Liber Pont. Eccl. Rav., p. 388. 

(2) II Pessani, op. cit., p. 25, interpretò diversamente il passo di Agnello, 
dando alla parola palatium la semplice significazione di palazzo reale, e tiran- 
done un argomento a favore della sua tesi, che il regio palazzo fosse annesso 
alla basilica di S. Michele Maggiore, opinione alla quale si accostò anche il 
RoBOLiNi, Notizie, 1 232 e, fino a un certo punto, anche il Merkel, fondandosi 
a torto sopra un passo di Arnolfo (M. G. SS. Vili 12). Ho già detto innanzi 
che cosa pensi dell' ubicazione del palazzo reale : ricordo soltanto che l'opinione 
del Pessani urta direttamente contro le precise indicazioni di P. Diacono, la 
sola autorità veramente sicura in argomento, finché si tratti del vecchio pa- 
lazzo di Teoderico, che ora ancora in piedi al tempo di Agnello e non fu di- 
strutto prima dell'anno 924. Ora, poiché infra palatium vuol dire entro il pa- 
lazzo, e si deve escludere che nell' 839 la basilica di S. Michele fosse compresa 
nel palazzo reale, non resta altro che ammettere che palatium accenni all' in- 
tero perimetro della città palatina, che era appunto la città di Pavia. Io sono 
di questa opinione, e ìntev[)i'eio \' espressione infra palatium civitatis \)ev infra 
moenia civitatis, come si legge, a proposito della basilica di S, Michele, in un 
documento del X secolo (cfr. C. Dell'Acqua, S. Michele Maggiore, 2^ ed., 
Pavia, 1875, p. 64), o anche per infra civitatem senz'altro, come è detto in un 
altro documento del 774 pubbl. dal Lupi, Cod. dipi. Berg., I 528. Né la cosa 
cambierebbe aspetto, se la basilica accennata da Agnello, invece di essere l'at- 
tuale S. Michele Maggiore, fosse la chiesa di S. Michele in foro magno, che 
certamente era più dell' altra vicina al palazzo reale. Insomma io credo che 
la seconda interpretazione sia da preferirsi ,• altrimenti ricadremmo nell* errore 
del Gatti (Hist. Gymìi, Ticin. cap. 3), giustamente combattuto dal F'essani, 
p. 53 sg., che altro fosse il Palatium, rione particolare compreso in un separato 
recinto, altro la Civitas Papia, la città propriamente detta. L' uso diverso 
della parola palatium ha potuto dar luogo a congetture di questo genere, che 
non reggono all' esame della critica storica e filoloo-ica. 



— 151 - 

Nel M. E. era uso frequente denominare le città colle pa- 
role Hì'bs, cicjitnSy oppiditm seguite dal nome proprio di cia- 
scuna ridotto ad aggettivo. Cosi invece di Roma, Asti, Torino, 
Milano, si diceva spessissimo U)'bs o civi/as romana^ astensis, 
taurinensis, medìolanensis ecc. Parimenti Pavia si disse ci- 
vìlas o iirbs papiensis o licinensis. Qaest' uso si estese anche 
alla voce palatiuui. Invece di Aquis Palai iiDU^ Noììclum Pa- 
ìatium ecc. si disse Acpiensc palali uw^ Neniclcnse Palalinìii ecc. 
Le due espressioni non erano a rigore equivalenti, perchè tra 
r una e l'altra passava la differenza che intercede a tra il tutto 
denominato dalla sua parte e tal parte semplicemente nomi- 
nata TI (1) ; ma sta di fatto che nell' uso si scambiavano facil- 
mente tra loro, massime nei diplomi, dov'erano d'impiego fre- 
quentissimo. Cosi avvenne che anche Papia o Ticìniuìi Pala- 
tium si mutasse in Papiense o Ticinense Palaliunì, la quale 
espressione, per quanto a rigore dinotasse il solo palazzo reale, 
poiché il palazzo reale era la parte più nobile e caratteristica 
di una città palatina, poteva sostituirsi all'altra per dinotare 
l'intera città (2). 

Ciò premesso, il lettore può tirare da sé le sue conclusioni. 
L' espressione del diploma enriciano del 4 giugno 1004 va in- 
teso nel senso che il monastero di S. Pietro in Ciel d'Oro era 
costrutto non presso il palazzo reale di Pavia, ma presso la 
città di Pavia, denominata dal suo palazzo; e se pure in ciò un 
dubbio é possibile, é tolto dall'altro diploma di Enrico II datato 
da Magonza il 1012, in cui, riconfermandosi i possessi di S. Pietro 
in Ciel d'Oro, alla espressione : monasterio sancii Pelvi quod di- 
ciluv Celum aureiun iusla noslriim, Papiense p al al inni 

(1) Così acutamente il Pessani, op. cit., p. 72. 

(2) Chi ha liti po' di familiarità coi documenti e coi testi medievali sa benis- 
sinjo che, a parte il gusto letterario assai discutibile, in generale sia nelle can- 
cellerie e sia presso i singoli scrittori l'uso della lingua dava luogo ad oscilla- 
zioni e ad improprietà assai frequenti. Nella sola datazione dei diplomi il nome 
Papia Ticinum poteva dar origine a curiosi aggruppamenti, come questo: 
Actum in Papia civitate palatio Ticinensi, che leggesi presso lo Schiapa- 
RELL', 1 diplomi di Berengario I, p. 122, 



— 152 — 

consh'itcluni è sostituita l'altra: vionasicrio sancii Peiri qiiod 
vocalur Cehtra aureiim siliim iuxta civilatem Papiam (1). Evi- 
dentemente la canoelleria di Enrico adoperò prima 1' una poi 
1' altra espressione, alternativamente, sapendo di dire la stessa 
cosa ; ed infatti le due espressioni, nell' uso diplomatico, erano 
equivalenti (2). 

Cosi 1' unico argomento che apparentemente potesse avvalo- 
rare r ipotesi di un palazzo reale esistente presso S. Pietro in 
Ciel d' Oro cade irremissibilmente innanzi all' esame filologico 
del testo invocato in suo favore. E con ciò la nostra tesi che 
un simile palazzo non sia mai esistito, ci pare chiaramente 
dimostrata. 

IV. 

La storia del palazzo reale di Pavia, di cui parlano i testi 
e di cui abbiamo riassunto brevemente le vicende, si chiude 
colla notìzia dell' ultima sua distruzione lasciataci da Wipone 
sotto 1' anno 1024: Erat in civitaie Papiensi palaiium a Theo- 
dorico rege quondam, miro opere condilum ac postea ab impe- 
ratore Ottone ter Ho nimis adornatwn. Cognito aidem obitu 
imperatoris Heini'ici, ayitecessoì'is Chuonradi regis, ni mos est 
hoìniniim seni per in novis rebus iniernperanter se habere^ 
statini Papienses inconsulto ad imbelleni aulam ruentes^ 

Ausibus inlicitis fregerunt nioenia regis, 

totumque palatiiiui itsque ad imum fundamenti lapidem erue- 
bant^ ne quisquam regimi ullerius infra civitatern iUarn pala- 
iium ponere decrevisset (3). 

(1) M. G. D D. IH 289. 

(2) Naturalmente qui importa discutere la questione dal punto di vista di- 
plomatico ; ma potremmo anche domandare, come mai, se un palazzo reale fosse 
esistito presso S. Pietro, la cancelleria di Enrico avrebbe potuto applicargli la 
denominazione tecu'ca di Papiense, Palatium. dal momento che per secoli non 
era stato inteso sotto questa denominazione che 1" antico palazzo entrurbano, 
ancora in piedi mentre Enr co emanava il suo diploma. Ma degli argomenti eoe 
absurdo non é il caso di occuparsi. 

(3) WipoNis Gesta Chuonradi imp.^ cap. 7. 



~ 153 — 

Lo storico Giulini (1) fu il primo a richiamare Pattenzioiie 
su qaesfc' ulti me parole del biografo di Corrado IT, facendo os- 
servare che i Pavesi erano stati indotti a distruggere il palazzo 
regio, non da spirito di vendetta, ma dal desidesio di rendersi 
più indipendenti dal sovrano ed evitare per 1' avvenire tutti gli 
inconvenienti, di cui, per essere il palazzo entro le mura della 
città, avevano fatto, specie nell' ultimo secolo, sì dura esperienza. 
Essi dunque non rifiutarono di rifabbricare il palazzo quando 
Corrado, venuto in Italia, si mostrò sdegnato con loro ; piuttosto 
si rifiutarono di rifabbricarlo nello stesso posto dov'era prima (2) 
preferendo di averlo fuori delle mura, dove sarebbe stato meno 
pericoloso alla sicurezza dei cittadini (3). 

E noto che i pavesi furono puniti aspramente di questa loro 
ostinazione : Corrado nel 1026 pose P assedio alla città, le tolse 
il naviglio e ne devastò il territorio in giro, facendo man bassa 
sulla popolazione e sugli edifizi. Pavia fu costretta ad arren- 
dersi ; ma tutto induce a credere che, all' ultinio momento, Cor- 
rado rinunziasse alla ricostruzione del palazzo nell'interno della 
città, giacché di questo palazzo non si ha più notizia oltre 
r anno 1024. Solo più tardi, nel sec. XII, si accenna ad nn 
nuovo palazzo reale, ma fuori le mura della città: e non presso 
S. Pietro in Ciel d'Oro, ma presso la basilica di S. Salvatore (4). 

Se le cose stettero in questi termini, è facile comprendere 
l'errore in cui caddero quegli studiosi i quali, volendosi dar 
ragione della scomparsa del palazzo extraurbano di S. Pietro in 
Ciel d' Oro, e non trovandone notizia nelle fonti, congetturarono 
che esso fosse stato demolito dai Pavesi nella stessa occasione 

(1) Memorie di Milano; Milano, 1854, voi. II, 138-143. 

(2) WiFONE, Op. cit.^ cap. 12 : ipsos Papienses in gratiam recipere noluit, 
quia palat inni quod destruxerant in loco ubi prius filerai reaedificare 
adìiuc rennuebant. 

(3) Vedi anche Bresslau, op. cit., I 67. 

(4) CAr. Bresslau, op. cit., 1 136; Darmstaedter, op. cit., p. IBojgMepkel, 
op. cit., p. 94. liesterebbc a vedere se proprio si tratti di un palazzo reale 
fabbricato a bella posta, o del palazzo del monastero adibito a regia dimora. 
Inclinerei a questa seconda opinion' ; ma è una questione che non intendo affron- 
tare, per ora. 



154 



in cui fu demolito il palazzo urbano. È chiaro invece che, se 
questo palazzo fosse realmente esistito, i Pavesi avevano inte- 
resse, non di demolirlo, ma di conservarlo. La verità è che se 
di quella demolizione non si trova traccia nelle fonti, l'unica 
ragione è che tale demolizione non avvenne mai, e non avvenne 
mai per una ragione anche più semplice : perchè il palazzo 
extraurbano di S. Pietro in Ciel d' Oro non è esistito tranne 
che nella fantasia di qualche erudito. 

G. EOMANO. 



NUOVI DOCUMENTI SULLA ZECCA PAVESE 

(CONTRIBUTO ALLA STORIA DEL DIRITTO MONETARIO ITALIANO) 



Nel dare notizia di un interessante documento edito da 
Gr. Biscaro nella Riv. il. di Nuìnisniatica (voi. XVIII = 1905, 
pgg. 277-81) relativo alla zecca pavese, ci riservavamo di ri- 
parlarne più diffusamente dopo die V editore avesse pubblicato 
in proposito i nuovi documenti che prometteva (ved. in questo 
Bolleidno, voi. VI =: 1906, pgg. 161-2). Il solerte studioso della 
storia degli istituti pubblici lombardi mantiene ora la sua pro- 
messa, pubblicando nella stessa rivista (voi. XIX =: 1906, pgg. 429- 
35) altri due documenti non meno degni d'attenzione del primo: 
e noi, dato il singolare interesse che essi presentano per i let- 
tori di questo periodico, ci affrettiamo a riprodurli, e a dare una 
più larga notizia delle questioni che ad essi si riconnettono. 

Ecco intanto i tre documenti. 

I. (1) 

Originale in pergamena (0.28 X 0.17), dall'Archivio di Stato 

(l L'Indice delle pergamene del sec. X/7 deirArchivio di Milano, compilato 
nella prima metà del secolo scorso, registra con le seguenti parole questo docu- 
mento, nella serie delle carte del Monastero di S. Cristoforo in Flavia : « 1160, 
« novembre, 8, ind. Vili. Sentenza arbitramentale con cui si pone fine ad nna 
« controversia fra Ottone e Marabotto Dalla Volta da una parte, e Rolando 
« RofFa, Enrico Dalla Volta e Ottone Braga dall'altra, concernente l'officio di 
« affioratore del denaro in Pavia (ministeriìaii a/foratoruni denarioruìii Papié), 
« venendo deciso che stieno in società nell'occasione in cui si coniava la 
« moneta, com'erano stati per lo innanzi. Autografo. Arlotto notajo del s. p. ». 
Ma la carta emigrò dal proprio riparto: e fu soltanto in grazia delle diligenti 
ricerche di G. Biscaro, aiutato in ciò dall'archivista Signor Achille Giussani, 
che si riuscì a rintracciai-la in una miscellanea di carte pavesi : ora è stata 
ricollocata nel fascio n. 191, contenente le pergamene dei sec. XII e XllI, del 
suddetto monastero. 



15B 



di Milano, sezione : ll Fondo di Religione, Monastero di S. Cri- 
stoforo di Pavia n. Scrittura con caratteri grossi, nitida, ma 
sbiadita, in sei linee. 

(J160, 8 Novembre). 

(Signiun tabell.J u Die martis qui est octavus dies mensis 
u novembris. In civitate papié. Orta controversia, inter ottonem 
a dala volta et marabotum da lavolta, nec non et rolandum 
u rofam et enricum da la volta, et otonem bragam, nominative 
a de ministerio afloratorum denariorum papié. Unde iacobiis de 
« sancto gaudenjio per se et per parabolam bertrami dala volta, 
a otonis pirla, Gualterii de moneta, Petri Vicchi, Rufini de 
a strata, magistri monete et electi arbitri, ab ambabus partibus. 
u visis et auditis racionibus utriusque partis: Judicavit per sen- 
u tenciam, ut habeant insimul illam societatem in hac nova 
u moneta que modo fìt, quam soliti sunt habere in aliis pre- 
ti teritis monetis: et anbe partes buie sententie consenserunt. 
u Unde, ad memoriam retiiìendam, factum est hoc anno domi- 
te nice incarnacionis millesimo centesimo sexagesimo, supra- 
u scripto die indictione octava v. 

fSignum labell.J u Ego Arlotus notarius sacri palacii, rogatus 
a ex parte suprascripfci magistri, hanc sententiam scripsi 11. 

II. 

Originale in pergamena in buono stato (0,22 X 0,18), dall'Ar- 
chivio e fondo succitati, scrittui'a corsiva di una sola mano, 
nitida, ma sbiadita, in sedici linee. 

(1174, 1 Novembre). 

a Anno a domi nice incarnationis millesimo centesimo sep- 

u tuagesimo quarto, primo die mensis novembris, indictione 

te septima. In civitate papia. Per lignum quod suis manibus 

tt teuebant otto braga et nicolam filius eius per consensum 

tt patris sui feoerunt fìnem et refutacionem adversus girardum 

tt de lav dta et sigefredum fratrem suum per girardum suum 

u fratrem et missum, et adversus Anricum de bivolta et filios 



- 157 



u quondam rolandi roffe efc guilielmnm roffam et albertum et 
u ioliauuem fratrem per ipsum giiilielmum fratrem et cosinum 
a et missum eoram, nominative de miiiisterio litterando denariop, 
u omnia cum omnibus in integrum. Eo modo fecerunt infra- 
ti scripti pater et fìlius infrascriptam finem et refutacionem 
u quoi ipsi pater et filius de hinc in antea per se et per suos 
a heredes semper habent stare taciti et contempti de infrascripto 
u ministerio litterandi denarios adversus infrascriptos liomines 
u illorunque heredes, in pena viginti libris denariorum bonorum 
u papiensium. Insuper eciam infrascripti anricus et guilielmus 
a et girardus concedunt infrascripto nicolao habere locum (?) 
u litterandi denarios, donec lieo moneta que modo fit ad presens 
a durabit et non plus. Juravit infrascriptus nicolaus manu sua 
u propria ad sancta dei evangelia adversus infrascriptos homines 
ti quod ipse per se nec per submissam personam non babet 
u agere nec causare nec plantare nec aliquo modo in brigare 
u infrascriptos homines nec illorum heredes, de infrascripto mi- 
u nisterio litterandi denarios: et quod tacitus et contenptus se- 
ti cundum quod dictum est supra permanere habet adversus in- 
u frascriptos homines illorumque heredes. Et ita adtendere 
u habent infrascripti versus nicolaum, se sciente bona fide sine 
u fraude, si deus illum adiuvet et illa sancta dei evangelia. 

a Signa manuum infrascriptorum patris et fìlii qui hoc breve 
ti fieri rogaverunt ut supra legitur: et pater filio consensit, ut 
ti supra legitur. Interfuerunt Andreanus, Johannes Scagonus 
u et dianesius testes. 

ti Ego Oliverius sacri palacii notarius interfui, hoc breve 
ti scripsi et tradidi n. 

III. 

Originale in pergamena, dall'Archivio e fondo succitati. 
Scrittura regolare, di facile lettura. 

(1202, 19 Marzo). 

ti Anno a nativi tato domini millesimo ducentesimo secundo, 
u indictione quarta, die martis, quarto decimr) Kalendas aprilis. 
ti In papia. Causa vertebatur inter Villanum faci indarno tu- 

2 



- lo8 - 

a fcorem eb curatorem Gulielmini fìlio quondam Gnidoiiis Roffe 
a et Heiiricum Pedembovis fcutorem GuaUerii filli quondam Al- 
ce barbi Roffe ex una parbe, nomine ipsorum minorum : eb nec 
ti non ex altera Henricum de lavolba eb Girardum de la volba 
u eb Obbonem eius filium eb Guidonem fìlium quondam Syghe- 
u fredi de lavolba ex albera. Super eo videliceb quod ipsi bubores 
u dicebanb se velie ponere nomine ipsorum pupillorum prò 
ce uuoquoque ipsorum scilicet personam unam ad liberandum 
ce denarlos monebé papié, sicub eis perbinebat iure officii quod 
ce asserebant ipsos habere debere super facbo monebe. Quibus 
ce ipsi de la volta eisdem buboribas suprasoripbo nomine e con- 
ce brario respondebanb dicenbes ipsos minores non debere habere 
ce faculbabem neque locum faciendi laborare ad ipsam monetam 
ce in liberandis denariis aliquam personam prò eis. Set bene 
u dicebanb eb oonfibebanbur quod laborare bene debebanb. Unde, 
et visis audibis abque cognibis racionibus eb alegacionibus ubri- 
ce usque parbis eb dicbis besbium diligenber inspecbis et habito 
ce inde pluriiim sapienbium iudicum et laycorum conscilio. De- 
ce minus Busnardus de Gravillanis, supersbes eb magister monete 
ce papié, per se eb daba parabola Sacci dela volba et Obbonis de 
ce sbraba eb Pulbroni de poca carne sociorum eius, ibi persona- 
ce liber exisbencium, pronunciavit per sentenciam: Ut ipsi tutores 
ce nomine ipsorum minorum debeanb de inceps pobesbabem eb 
ce faoalbabera ponendi prò quoque ipsorum hominem unum le- 
te galem qui sci re possib de laborerio liberandi. Infrascriptus 
te dominus Basnardus liane carbam fieri precepib. Inberfuerunb 
ce Johannes Ferrarius de porba marenca eb Pebriis ferrarius de 
ce luca. Laurenbias magisber eb Marbinns tabernarius. Eb inde 
ce plura insbrumenta uno benore sunt scripta. 

ce Ego Guilielmus, imperiali auctoritate notarius, liane cartam, 
ce mandato suprasoripbi domini Basnardi, soripsi (1) ". 



(1) Tra le pergamene dei sec. XIII e XIV, trovaiitisi nello stesso fondo di 
S. Cristoforo, furono rinvenuti anche gli atti seguenti ; 

I. — 1201, 8 Agosto : « Girardus de la Volta et Otto eiusfìlius » si obbligano 

di restituire a Martino di Filippo lire dieci e soldi 
cinque di capitale, e dodici denari di spese. 

II. — 1217, 10 Marzo : Compromesso « occasione judicati quondam Gualterij 

Uoffe ». 



— lo9 — 



Ti reofime orinridico e il funzionamento delle zecche nelle 
città lombarde nel secolo decimosecondo e, in genere, la storia 
del diritto monetario a gli albori della vita comunale italiana 
formano tuttora uno dei più oscuri e controversi punti di storia 
medievale. Opinione generalmente diffusa è quella che consi- 
dera la moneta come una regalia dell' impero. Il diritto di bat- 
tere moneta, la sovranità e il monopolio di essa spettano esclu- 
sivamente all' imperatore che ne è il proprietario a titolo per- 
sonale, e li trasmette ereditariamente, o cede, come ogni altra 
parte del suo patrimonio privato. Solo 1' imperatore ha il diritto 
di fissare i metalli, il tipo, il titolo ; egli solo regola tutto il 
sistema monetario ; a lui solo spettano i profitti della zecca. 
Ma già verso la fine del sec. nono cominciano le cessioni, 
specialmente in favore di Chiese e di Monasteri, dei proventi 
delle principali funzioni della Sovranità. Lo Stato subisce a 
poco a poco una profonda trasformazione : il supremo carattere 
politico del bene comune va quasi perduto, e si ha un immenso 
dominio privato ripartito tra parecchi grandi possessori. Anche 
gli utili annessi alle sovranità sulla moneta si distribuiscono e 
si infeudano. Diverse e graduali furono le concessioni relative 
a qu3sto jiis ìiionele^ come diversi erano gli elementi costitutivi 
di questo singolare jus fìsci (1) : e non sempre facile riesce lo 
stabilire sicuramente quale sia il carattere e la portata reale di 
ognuna di esse. Il meraviglioso risveglio dell' attività industriale 
e commerciale verificatosi verso il mille creò nuovi bisogni, 
impose la necessità di agevolare gli scambj, di favorire i luoghi 

III. — 12/»9, 2S Aprile: « Savarius Sallienbonus, superstes constitutus a Co- 

« munì Papié, una cum Bertolano F^almano. Arpino de 
« Str.jta atque Petro Cartesio socijs suis ad inquiren- 
« dum et laudandum debita Comimis Papié versus 
« Guilielmum Roffain », liquidano in lire quattro e 
denari diciassette V avere del Roffa. 11 Biscaro sup- 
pone che questo credito dipendesse dalla lavorazione 
della moneta. 
(1) La distinzione tra questi divrrsi elementi, tanto importante per la storia 

del rliritto m )netario, è dagli studiosi generalmaente trascurata: cfr. A. Luschin 

V. Ebengrecth, AUgemeine Mùnzkunde und Geldgeschichte, Muiiclien u. 

Berlin, (904, pgg. 93 e sgg. 



- 160 - 

di mercato : le concessioni imperiali sulla moneta rappresentano 
una delle numerose manifestazioni che accompagnano e chiari- 
scono la grande trasformazione che si andava operando (1). 

Scrive il Brambilla a proposito della zecca pavese : u In 
u Pavia l'amministrazione della cosa pubblica passò dagli ufifì- 
u ciali regii od imperiali ai rappresentanti del Comune per gradi 
u bensì, ma senza 1' intermedio del Conte o del Vescovo, che 
a per sé ne avesse preso possesso ; e cosi anche 1' officina mo- 
u netaria già esercita da quegli ufficiali, e costantemente rimasta 
u aperta e operosa, parmi possa essere venuta a mani del Co- 
te mune quasi in linea di fatto, dal quale poi, e non diversa- 
a mente, sarebbe scaturito il diritto . . . Circa 1' anno 1100 la 
u moneta pavese, cosi denominata pel solo fatto d' essere battuta 
u in Pavia, divenne veramente municipale' della stessa città, 
u perchè lavorata per suo conto (2) ". 

V hanno qui diverse inesattezze che devono essere rettificate. 
Osserva intanto il Biscaro che se per ora non sembra ingiusti- 
ficato r affermare che il Vescovo di Pavia non abbia mai avuto 
il distretto e le giurisdizioni temporali nella città e nella dio- 
cesi, riguardo al Conte parecchie carte pavesi fino oltre il 1150 
ci fanno trovare ancora, accanto al Comune, il Conte palatino 
investito di diritti e di giurisdizioni comitali non solo nei due 
comitati di Pavia e di Lomello, ma nella stessa città (3). 

(1) Il Salvigli, in Enciclop. giuria, ital., voi. X, p. Ili, Milano, 1901 
(l'artic. è però del 1889) pgg. 56 e sgg., dà un breve elenco di queste con- 
cessioni imperiali in Italia. Si cfr. ora E. Mayer, Deutsche u. franzosiscìi.Yeì'- 
fassungsgesck., voi. I, Leipzig, 1899, pgg. 94 e sgg. ; e Schròder, Deutsche 
Rechtsgesch., IV. Afl., Leipzig, 1902, pgg. 418 e sgg., e 593 e sgg. Si com- 
prende facilmente la ragione per cui il diritto di zecca veniva concesso molto 
spesso unitamente al privilegio di tenere mercati, un altro dei diritti regali, 
fonte di utili considerevoli al fìsco. 

(2) C. Brambilla, Monete di Pavia, Pavia, 1883, pg. 233; e cfr. G. Robo- 
LiNi, Notizie di Pavia, voi. Ili, Pavia, 1828, pg. 105 e 265 e sgg. 

(3) Ved. Riv, di Niim., XVIH (190^) pg. 277-8. Il Biscaro infatti, in un 
saggio recente (/ Conti di Lomello, in Arch. stor. lomh., XXXlll r= 1906, 
pgg. 373 sgg.) dà notizia di tre atti di giurisdizione onoraria compiuti in Pavia 
(nel 1148 e Ilól) da Lantelmo e da Ardicione, ai quali è dato il tito'o di conies 
sacri palacii et ticinensis civitatis. A quest' epoca il Comune avrebbe ricono- 
sciuto al Conte solo alcuni fra i minori diritti o prerog.itive inerenti alle 
antiche funzioni comitali quasi a compenso della ottenuta sottomissione. Vedasi 



- 101 - 

Ora giova ricordare clie il Conte palatino, il quale nella 
legge carolingia doveva presiedere anche al conio e riscuotere 
il monetaggio per conto del fisco, scioltosi 1' impero, tenne quale 
feudo il comitato con tutti i diritti ad osso pertinenti. Gli fu- 
rono quindi infeudati tutti i jitra fìsci, e però anche 1' utile 
della zecca: giacché è indubitato che, ove non v'abbia speciale 
menzione in contrario, 1' esercizio e il profitto della zecca segue 
le vicende dei jiu'a regalia^ dei quali faceva parte (1). Certo è 
che al tempo cui appartengono i nostri documenti in quasi 
tutti i comuni lombardi la zecca era di fatto sotto l' immediato 
esercizio del Comune, per quel graduale assorbimento di questa 
come di altre regalie imperiali nella vita comunale accentua- 
tosi nella prima metà del secolo decimosecondo, e favorito dalla 
lontananza del Sovrano e dalla debolezza de' suoi messi e de' 
suoi ufficiali. 

Un periodo d'importanza speciale per la storia di Pavia è, 
com' è noto, V epoca della prima spedizione di Federico Barba- 
rossa in Lombardia : fu allora che, molto probabilmente, a com- 
penso dell' aiuto promesso da Pavia all' Imperatore, si ebbe 
l'acquiescenza del Sovrano alla cacciata del Conte dalla città 
e dal territorio, alla distruzione della rocca di Lomello, e al- 
l' avocazione per parte del Comune delle giurisdizioni e dei di- 
ritti comitali (2). 

anche la menzione del Comes Papiae in un documento cho riproduciamo più 
avanti. 

(1) Che l'esercizio e il profitto della zecca facesse parte dei jura regalia, 
dei jura nostra, risulta da molte testimonianze che sarebbe facile moltiplicare. 
Ved., ad es., Lupi, 11, 610 (anno 1041); Muratori, Antiqu., 1, 441; M G, 
LL, li, 67 (concordato del 1111, tra Pasquale il ed Enrico V). Naturalmente 
questi diritti spettavano al Vescovo, ove questi avesse il. posto del Conte. Sul- 
r ufficio del Conte palatino in Italia cfr. J. Ficker, Forsch. z. Reichs-u. Re- 
chtsgesch. Italiens, Innsbruck, 1868-74, voi. 1, pgg. 312 e sgg. ; voi. 11, pgg. 66 
e sgg.; voi. Ili, pgg. 426 e sgg. 

(2) Ved. Ott. Fris. ep., Gest. Fr. Lnp,, in M G SS., XX, 402,^30-8 : 
Esclamano i Tortonesi contro Pavia, nel chiedere perdono a Federico dopo la 
espugnazione dfìl loro castello (nprile 1155): « Te ipsam non respicis, quae 
Limellum, imperiale oppidum, magna et robusta equitum raanu stipatum, pa- 
latini comitis tui habitatione inclytum, oppidanis ipsis ad colloquium pacis 
dolo vocatis fraudolenterque captis, ad solum usque sine causa prosternere 



— 162 - 

Può esservi dubbio che tra i diritti confiscati dal Comune 
al Conte non fosse incluso anche la moneta? Non ci sembra. 
V hanno anzi buoni motivi per credere che il Comune di Pavia, 
salito a grande potenza politica ed economica sin dalla metà 
del secolo undecime, avesse tolto al Conte palatino, prima an- 
cora della sua espulsione dalla città e dal territorio, l'esercizio 
della zecca, dato pure che questa fosse realmente tra le regalie 
ch'egli teneva per concessione imperiale: e non è improbabile 
che lo avesse costretto a darue 1' investitura a cittadini, nella 
solita forma di livello a perpetuità, praticata per eludere i di- 
vieti di alienazioni di feudi (1). 

E vero bensì che la solenne definizione delle regalie provo- 
cata dall' Imperatore alla dieta di Roncaglia del Novembre 1158 
influì in danno delle usurpazioni fatte da molti comuni, e che 
Federico, negli anni successivi, per mezzo di suoi messi di na- 
zionalità teutonica preposti al governo di parecchie città, tentò 
di ricuperare le regalie abusivamente possedute da Comuni e 
da privati (2) : ma Pavia, come Cremona, Lodi e Parma, non 

non timueris. (I Pavesi rimproveravano a Milano la distruzione di Como av- 
venuta più di 25 anni prima). Factus est ille, inter Italiae proceres nobilissimiis, 
inquilinus tuus, qui debuit esse dominus. Reddit tibi nunc vectigal, cui tu 
princi|)is vicem gerenti vectigal persolvere solebas, etc. » Cfr. Gunther, De 
reh. gesf, imp. caes. Frider. I. in Migne, Patrol. lai. CCXII, pgg. 382. Non 
vogliamo entrare qui nella questione sulla data della presa e distruzione della 
rocca di Lomello. Recentemente il Discaro (/ Conti di Lomello, cit. pg. 375) 
ha dichiarato di ritenere probabile che tale avvenimento sia da porsi nel [ e- 
riudo tra il 1140 e il 1145, contro T avviso di M. Zucchi (Lomello, in Misceli, 
d. st. italiana, S. Ili, t. IX zzz 1904) che lo considera un episodio della guerra 
dichiarata ai Pavesi da Milano nel 1155 (o piuttosto nel 1154). I conti di Lo- 
mello riassumono pubblicamente il titolo di conti palatini in F'avia e nel ter- 
ritorio soltanto nella seconda metà del secolo XIU. Ved. Biscaro, Op. cit., 
pg. 380. 

(1) Osserva il Discaro (iR/y. n?^;y«, cit., pg. 278) che un provvedimento press'a 
poco uguale è probabile si fosse seguito intorno alla stessa epoca dal Comune 
di Milano per far proprio 1' esercizio della zecca, che la nota bolla di Ales- 
sandro HI all'Arcivescovo Oberto, del 1162, continuava a registrare fra i diritti 
delTArcivescovo, sebbene da lungo tempo fosse passata nelle mani del Comune. 

(2Ì Ved. il diploma rilasciato ai trevigiani nel 1164 in J. Ficrer, Op. cit., 
voi. IV (1874), pg. 182, nr. 139. E cfr. G. Salvigli, Op. cit., pgg. 60 e sgg. 



— 163 - 

ebbe in effetto a soffrire danni da questo. Pavia era stata col 
Barbai'ossa prima e dopo la battaglia di Legnano, pur essendo 
s'ata costretta a vin«iolarsi con la Lega Lombarda al cadere 
del 1169 : ad una Lega in cui primeggiava Milano, essa non 
aderì che allorquando le vennero a mancare i mezzi per resi- 
stere : se ne svincolò, e riprese la propria libertà e la propria 
attitudine, non appena gli avvenimenti lo resero possibile. E 
però Federico, tenendo conto, con abile calcolo politico, dei 
sacrificii sostenuti da Pavia per restargli fedele, le creò una si- 
tuazione privilegiata : non solo non fu tenuta ad accogliere uf- 
ficiali tedeschi che amministrassero la giustizia in nome del- 
l' Imperatore (1), ma ottenne da questo la conferma dei privi- 
legi e delle giurisdizioni fin' allora possedute. E non può es- 
servi dubbio che nel diploma ai Pavesi dell'otto agosto 1164, 
nel quale Federico I concede e conferma loro in genere tutte 
le regalie esistenti in città e nel territorio pavese, e proclama 
r autonomia del Comune in materia finanziaria, sia necessaria- 
mente compresa la moneta, che, come già si è avvertito, era tra 
l più importanti jura regalia, e, salvo i casi in cui fosse in 
modo specifico disposto altrimenti, ne segue le sorti (2). 

Ma si noti : la moneta resta ancora essenzialmente imperiale. 
Soltanto i profitti derivanti dall' esercizio della zecca son pas- 
sati dal patrimonio imperiale alla cassa del Comune, non la 

(1) 1q uq pubblico atto del 3 Maggio 1159 appare un Uberto Olevaiio po- 
destà (la magistratura di nomina imperiale che Federico aveva voluto si pre- 
ponesse ai consoli comunali) di Pavia: ved. Robolini, Notizie ecc., Ili, pg. 133. 
Ma va osservato che questo podestà è personaggio appartenente a nobile fa- 
miglia pavese. 

(2) Ved. J. Fr. Bòhmer, Acta imperii selecta, Innsbruck, 1867, doc. nr. 121, 
|jg. 114: « Insuper concedimus eis [se. Papiensibus] et confirmamus «omnia 
« regalia qiiecumpie sunt in civitate vel extra in his omnibus locis subscriptis 
« et infra coherentias locorum, etc. etc. » (segue V elenco delle località del- 
l' agro ticinese considerate nella giurisdizione pavese;. Nel testo v' ha, com'è 
noto, una lunga enumerazione dei dirit'i concessi alla città; in sostanza ven- 
gono largite « oranes jurisdictiones quas numquam marchio in sua marchia, 
« vel Comes in suo Gomitata, legitime liabuit ». Pochi giorni prima, con di- 
ploma in data 25 luglio 1164, l'Imperatore concedeva a Guido, Guifredo e 



164 



sovranitàsulla moneta, che è ancora considerata inalienabile. La re- 
galia è concessa alla città: ma l'autorità imperiale conserva, almeno 
in linea di diritto, la facoltà d'invigilare sulla bontà della mo- 
neta che si sarebbe coniata, sulla stretta osservanza delle leggi 
monetarie, sull' esatta riproduzione del peso, del titolo, del tipo. 
Sia dal punto di vista politico che da quello giuridico il privi- 
legio di zecca concesso a Pavia, come quello concesso alle altre 
città italiane, non inizia adunque nella storia del diritto mone- 
tario la fase della vera e propria monetazione municipale: tanto 
meno questa in Pavia poteva essere esistita prima. Il diritto 
pubblico non contemplava che la moneta imperiale: non cono- 
sceva in Italia moneta comunale autonoma. In altre parole i 
diplomi italiani concedono bensì il jus ciidendi 'tvonelam^ ma 
non soggiungono mai, come i diplomi tedeschi e i francesi 
a nomine proprio ??, non autorizzano mai ad emettere un pro- 

Rufino, conti di Lomello, giurisdizioni e imtnunità, ma limitatamente alle 
corti rurali e agli altri loro possessi nel contado e nella diocesi ài Pavia. Ved. 
BòHMER, Op. cit., doc. nr. 120, pg. 112. Il diploma di EnricoVI pure ai Pavesi del 
7 Decembre 1191, redatto sulla falsariga di quello del 1164, riconferma la con- 
cessione di Federico : ved. in Bohmer, Op. cit., doc. nr. 179, pag. 167. Non 
troviamo però giustificato l'avviso del Bóhiner (Op, clt.^ nota 1, al docum. 
nr. 121, pg. 114) secondo il quale i diritti sarebbero stati conferiti ai consoli, 
non air intera cittadinanza pavese : il contesto dei due documenti, invocato 
dal B, non lascia accogliere una tale interpretazione; e, d'altra parte, dato 
il sistema secondo cui i consoli venivano eletti (liceat eis [n: Papiensibus] 
solito more consules eligore et constituore\ la cittadinanza non veniva ad es- 
sere di diritto e di fatto la depositaria della prerogativa largita? 

Riguardo poi alla questione che più direttamente e' interessa ricordiamo 
che in un diploma antecedentemente rilasciato da Federico Barbarossa ai Cre- 
monesi, specificandosi le regalie concesse e confermate, si fa menzione anche 
della « moneta » : dicesi infitti nella Conventio cuni Crenionensibus del 13 

Giugno 11G2 : « Concedimus vobis et omnia regalia tam in civitate 

« quam extra per totum episcopatura vestrum, sive in aquis seu in terris seu 
« in personis .... in theloneis, pedaticis, ripaticis, in fodro, moneta, in 
« hanno, in omni jure regalium, etc. »Ved. MG, LL. IV, 297, 29-32 {Const. et 
acta pub. imp. et reg., I, nr. 212). Cfr. Ibidem, nr. 154 (Settembre 1155) 
pg. 217, lin. 16-18: « jus faciende monete quo Mediolanenses privavimus 
« Cremonensibus donavimus, hoc quoque nostra eis imperiali auctoritato, 
« in perpetuum confirmamas », 



— I6ó — 

priiim nomisma (1). Il diritto dell' impeiatore restava sempre 
a viofilanza e a oraraiizia, e s' affermava con la costante e obbli- 
gatoria presenza del nome e dell' effigie imperiale : il potere 
sovrano si riservò sempre la facoltà di disporre della moneta 
come di tutte le aHre regalie (2). 

E ora diciamo brevemente in particolare dei documenti ri- 
prodotti. In essi la monetazione è designata con le espressioni : 
u ministerium litterandi denarios ?) oppure a ministerium aflo- 
ratorum denariorum ti : locuzioni nuove, sconosciute ai lessici 
della latinità medievale, ma sul cui significato non ci sembra 
possa nascere dubbio di sorta (3). 

Il primo di essi contiene una sentenza emessa da Giacomo 
da San Gaudenzio, d' accordo e col consenso di un collegio 
arbitrale da lui presieduto, eletto dalle parti contendenti e com- 
posto dai magistì'i monete Bertramo Dalla Volta, Ottone Pirla, 
Gualterio De Moneta, Pietro Vicclii e Ruffino De Strada. Era 
sorfea controversia tra di loro a de ministerio afloratorum de- 
u nariorum Papié ri ; e gli arbitri sentenziarono che la nuova 

(1) Cfr. Eheberg, Ueher das altere deutsche Mùnzwesen ecc.^ in Staats-u. 
Socialwiss. Forsch. dello Schmoller, voi. II, hft. V, Leipzig, 1879, pg. 20. 

(2) E quindi inesatto il paragonare questa innovazione con quella fase che 
nella storia del diritto monetario in Germania il Soetber (Forsch. z. deut. 
Gesch., voi. V, pgg. 23-37) e V Eheberg (Op. cit., pg. \0) indicano con le 
parole : perciissura proprii numismatis, e che nei documenti è talvolta definita 
jìis et potestas propriae monetae. Cfr. L. v. Ebengreuth, Op. cit., pgg. 202 
e sgg., e più particolarmente il Lamprecht, Deutsche Wirtschaftsleben in Mit- 
telalter, II, Leipzig, 1885, pgg. 351 e sgg. 

A riconoscimento della regalia delL Imperatore sulle monete pavesi s' in- 
contrano le parole Aiigustics, Imperator, Caesar (ved. C. Brambiila, Op. cit., 
pg. 322 ; e tav. VII). Da Federico II in poi all' appellativo non segue più il 
nome dell'Imperatore: il lungo interregno seguito alla morte di questo aveva 
iniziata una tale pratica, che in seguito non fu più modificata. 

(3) Le monete che uscivano di questi tempi dall' officina pavese recano il 
segno di zecca in tutte lettere: p • A | P * | A, ^ 1' appellativo del Sovrano: 
ved., ad es., in C. Brambilla, Op. cit., tav. VII. Si rammenti la locuzione 
auriim signare in Edict. Roth., cap. 246. 



- 166 — 

moneta dovesse venir lavoi'ata in società dalle parti contendenti, 
siccome era avvenuto in passato per la lavorazione di altre 
monete. 

Il secondo documento contiene una duplice stipulazione (1). 
L' una di esse interviene tra Ottone e Nicolò Braga (padre e 
figlio), da una parte, e Girardo della Volta (anche in rappre- 
sentanza di suo fratello Sigifredo), Anrico de Bivolta e Gu- 
glielmo Roffa (anche in rappresentanza dei fratelli Alberto e 
Giovanni, e dei cugini figli del fu Rolando Rofifa), dall' altra 
parte : i Braga rinunciano al a ministerium litterandl dena- 
rios '1 : per questa rinuncia non v' è cenno d' indenizzo di sorta. 
L' altra stipulazione è fatta tra Nicolò Braga (previa la neces- 
saria a!itorizzazione del padre) e i suddetti Ànrico, Guglielmo 
e Girardo, i quali gli concedono la compartecipazione al a mi- 
nisterium litterandl denarios :7, ma soltanto finche sarebbe stata 
esaurita la fabbricazione della moneta in corso. 

Ben più singolare e interessante, anche per la soluzione ivi 
data a un problema schiettamente giuridico, è il terzo docu- 
mento. Erano venuti a mancare Guidone Rofifa e Alberto RofFa, 
entrambi partecipi del a ministerium litterandl denarios " : ri- 
sulta pacifico dal contesto che i loro diritti di compartecipa- 
zione si erano legittimamente trasmessi nei loro discendenti, 
secondo le norme regolanti le successioni : nel caso presente 
erano i loro figli, rispettivamente Guglielmino e Gualterio. Ma 
questi erano minorenni ; ecco ora il punto controverso : avevano 
essi il diritto di far entrare in loro vece un' altra persona nella 
lavorazione della moneta ? I tutori sostenevano di si, e preten- 
devano che un simile intervento spettava loro per diritto d'uf- 
ficio (eis pertinebat jure ofificij) : gli altri compartecipi conve- 

(1) [/ espressione « fecerunt /inem et refutacionem » (intendendo finem 
facere =: litem intentatara dimittere; ved. in Du Cannge, s. v.) lascia supporre 
che ci si trovi in presenza di una transazione : i Braga, per ragioni che pre- 
cisamente non sap[>iamo, ma che si riferiscono certo alle controversie la quale 
ha fine nel nostro atto, avevano intentato lite centro 1' altra che in questo 
incontriamo : recedettero in seguito, e accolsero la soluzione di cui sopra, ri- 
nunciando a ogni diritto -in riguardo per l'avvenire. 



1 



— 107 — 

liuti ili giudizio, e precisameuto Enrico Della Volta, Girardo 
Della Volta, con suo figlio Ottone, e Guidone, figlio del fu Si- 
ghefredo Della Volta, non intendevano di accettare in società 
altri al posto dei minorenni. Quali fossero le ragioni addotte 
da una parte e dall' altra noi non sappiamo : 1' interesse dei 
pupilli non poteva evidentemente essere tutelato sufficiente- 
mente nella società concessionaria dell' esercizio della zecca, 
se questi non vi avevano un rappresentante diretto e di loro 
fiducia ; ma, d' altra parte, non doveva riuscire accetta la in- 
gerenza di estranei in una società che si era costituita tra deter- 
minate parsone, nelle quali soltanto va senz'altro presupposto il 
requisito eminentemente personale della reciproca fiducia, e per 
un ufficio che richiedeva pure una certa competenza tecnica. 
Ad oo:ni modo i a mao-istri monete :i costituiti in commissione 
giudicatrice pronunciarono sentenza sostanzialmente favorevole 
alla tesi sostenuta dai tutori : concessero loro cioè il diritto di 
nominare due persone che rappresentassero rispettivamente nella 
società gì' interessi dei due pupilli, pur facendo obbligo di sce- 
glierli tra coloro che possedevano 1' arte del monetare. 

Al tempo adunque cui appartengono i nòstri atti il Comune 
di Pavia cede in appalto 1' esercizio della zecca a società di 
monetieri ; dice la sentenza del 1160 che i Della Volta e i 
Braga u habeant insimul societatera n per la coniazione delle 
nuove monete, siccome avevano fatto in passato : e di società 
concessionarie dell'esercizio della zecca si tratta anche negli 
altri due documenti. Quale fosse la forma d' appalto praticata 
ia questi tempi ignoriamo. Dal fatto che in questi documenti 
manca 1' intervento dei consoli o di altri officiali del Comune, 
il Discaro credette poter dedurre che Pavia usasse cedere in 
pegno la zecca ad alcuni cittadini {tabiilarii o campsoì^es) co- 
stituitisi in compagnia, dietro sborsamento di prestiti (1). Egli 
ha evidentemente pensato al noto sistema (troppo largamente 
e dannosamente praticato, specie in epoche posteriori, dai 
Comuni italiani) di comjjevare monelcuv , venuto in uso 
principalmente dietro 1' esempio della repubblica di Genova, 

(1) Ved. Riv, cit., pgg. 280-1. 



— 168 — 

presso la quale tale pratica s' incontra frequentissima già 
nel secolo XII (1) : e nulla ci vieta di credere che real- 
mente anche Pavia abbia dovuto talvolta ricorrervi. Ma il 
mancato intervento di ufficiali del Comune in atti come 
i nostri, non ci autorizza a pensare che le società che in essi 
incontriamo fossero precisamente nelle condizioni di creditori 
concessionari! dell' esercizio della zecca in garanzia e a soddi- 
sfazione degli interessi, o per ammortamento di capitali dati a 
prestito al Comune. Si tratta di atti relativi a controversie non 
tra Comune e società concessionaria, ma tra i membri della 
società stessa : e però rivestono un carattere strettamente pri- 
vato. Al Comune importava certamente essere tenuto al corrente 
anche di queste controversie, che potevano mutare in suo danno 
lo stato anteriore della convenzione : ma i suoi interessi erano 
già a sufficienza tutelati dalla presenza dei magistrati cui era 
di diritto devoluta la soluzione di tali vertenze. 

Il Biscaro inoltre parla di a quattro personaggi indicati 
u nella sentenza del 1202 col titolo di super stites et ìiìagistri 
u monete n, e soggiunge : u il titolo di supersies aggiunto a 
u quello tradizionale di magister indica la trasformazione che 
Ci si era venuta compiendo anche in questo servizio r : e pensa 
che i vecchi magistri monete siano stati trasformati in super- 
stites monete (2). In realtà il documento del 1202 non parla di 
superstites, ma dice : a Dominus Busnardus da Granvillanis 
u super stes et magister monete Papié prò se et data parabola 
u Sacci Della Volta et Ottonis De Strata et Pultroni de Poca 
u Carne, sociorum eius ibi personaliter existencium, pronun- 
ce ciavit per sentenciam ^i. Da ciò non è evidentemente lecito 
dedurre che i niagistri monete sieno stati trasformati in super- 
stites monete. Siamo in presenza di uno dei soliti tribunali con 
giurisdizione speciale, formato qui di magistri monete: Bu- 

(1) Ved., ad es., una simile cessione, avvenuta nei \\A\, h\ Lib.jur. reip. 
Jan., nei Mon. /list, palr., I, 67. E cfr. ora V opera di H. Sievering, Ge- 
nueser Finanzwesen, voi. 1, Freiburg i. B. 1898, pgg. 38 e sgg. e v. Kosta- 
NECKi, Der óffentllche Kredit ini Mittelalter, ir Forsch. dello Schmoller, IX, l 
Leipzig, 1889, pgg. 30 e sgg. 

(2) Riv, cit., XIX (1906) pg. 432, 



— 169 — 

snardo dei Granvillani, egli pure magister^ ne è il presidente, 
e in baie qualità, d'accordo e col consenso fper se et pei' para- 
bolani) degli altri compagni del collegio giudicante, pronuncia 
la sentenza (1). 

Nel 1202 doveva però essere avvenuta realmente una tra- 
sformazione in questa materia: e consisteva nel fatto che il col- 
legio dei magislri monete^ al quale è deferita la soluzione della 
controversia, anziché essere di comune accordo eletto dalle 
parti contendenti, rappresentava una vera e propria magistra- 
tura, di emanazione comunale, magari per via dell'uso consueto 
di delegazione statutaria ai consoli maggiori. Non mancano isti- 
tuzioni simili in altre parti d' Italia. A Genova, fin dal 1141, 
dovevansi nominare a duo probiviri ac legales prò cavenda et cu- 
u stodienda moneta 77 (2); a Brescia nel 1229 tutto quanto riguarda 
la sorveglianza sulla zecca e sulla moneta è affidato ad alcuni 
a boni viri cum uno judice vel milite, ex famelia rectoris ii (3); 
a Parma nel 1233 tale incarico è delegato a dei a soprastantes 
monete 71, nominati dal Comune (4) ; a Bologna, fin dal secolo 
decimoterzo si hanno i a consules mercatorum et ministeriales 
artium ", esercitanti le funzioni di soprastanti alla zecca, o di 
inquisitori della moneta (5). Potremmo dire che questa carica, 
con appellativi più o meno diversi e con competenze più meno 
vaste, s' incontra in quasi tutte le città che ebbero zecca. 

(1) Ved. anche retro, pg. 159, not?i, doc. Ili : la commissione incaricata 
dal Comune di l'avia per stabilir.^ e liquidare i debiti di questo verso Gu- 
gli.dmo Rofta è composta di quattro membri, uno (^ei quali, Saverio Salim- 
bene, ne è il «- superstes coiistitutus a Comuni Papié ». E il procedimento 
che s'incontra praticato anche noi tribunali formati dai consoli : cfr. J. Ficker, 
Op. cit,, voi. Ili, (1870) pg. 319. 

(2) Ved. Lib. jur. rcipuhl. Jan. cit. 65-65, Col tempo questi si trasforma- 
rono negli otto della moneta, la nota magistratura finanziaria genovese isti- 
tuita nel 1363 da Gabriele Adurno, e divenuta tanto potente da imporsi tal- 
volta anche alla volontà dei Dogi. Cfr. Sieveuing, Genueser Finanzwesen^ 
voi. I, 1898, pgg. 117-8. 

(3) Ved. Mon. ìiist. palr., XVI, 2, 1584. 

(4j Ved. Mon. ad hist. prov. parm. et placent. pertin., p£trma, 1855, pg. 39. 
(5) Ved. Mon. stor. pertin. alle prov. di Romagna^ voi. II, Bologna, 18G9, 
pg. 35, rubr. ?6. 



- 1?0 - 

Osserviamo inoltre che a quest' epoca le sentenze arbitrali 
non avevano ancora il valore che assunsero più tardi (1) : e 
non paò quindi recar meraviglia che il Comune, in materia per 
esso tanto direttamente interessante, abbia sentito la necessità 
d' intervenire, imponendo che le controversie sorte tra monetarii 
fossero portate davanti a un tribunale composto di u magi stri 
monete 7t, da lui costituiti. In tal modo le sentenze da questi 
emanate ricevevano veste ufficiale, e, salvi i soliti diritti, carat- 
tere esecutorio. 

La sentenza del I IfiO emana da un collegio arbitrale (electi 
arbitri ab ambabus parti bus), e rappresenta una soluzione con- 
ciliativa della vertenza, accettata dalle parti contendenti (et 
anbe partes huic sentencie consenserunt); quella invece del 
1202 è sentenza vera e propria di una magistratura permanente, 
alla quale il Comune ha affidato la tutela dell' interesse pub- 
blico per tutto quanto riguarda la lavorazione della moneta, ed 
a cui è devoluta la soluzione di tutte le controversie che in 
tale materia fossero sorte (2). Una trasformazione questa che è 
in perfetta armonia con tutta la evoluzione del regime ammi- 
nistrativo e costituzionale dei Comuni italiani: i quali, una volta 
messisi decisamente sulla via della conquista della loro auto- 
nomia, non potevano far a meno di affermare, nel modo più 
completo, la loro sovranità anche in materia tanto delicata e 
vitale com' è quella della finanza pubblica. Al Comune, deciso 
ad amministrare direttamente le regalie e ad attribuirsi defini- 
tivamente i diritti fiscali spettanti un tempo all' Imperatore e 

(1) Infatti il 10 Maggio 1387, il Conte di Virtù, correggendo anteriori de- 
creti dell' Il Aprile e del 4 Ottobre 1386, regolò in Pavia questa materia sta- 
bilendo cho le sentenze emanate « per arbitros vel arbitratores, seu amicabiles 
« composi tores, per partes voluntarie et amicabiliter assumptos, non liceat 
« aliter appellari, provocar! infringi vel aliter contrairi, nisi eatenus quatenus 
« et eo modo et forma quibus consensum esse reperiatur a juribiis municipa- 
« libus Civitatis, otc. etc. » Ved. in appendice agli Statuta inclytae Civi- 
TATis Papiae, edizione FI. Torti, Pavia, 1617, ygg. 780-1 ; e ved. negli statuti 
stessi : Civiiia, rr. 1 e 26. 

(2) È naturale che la scelta di questi magistrati cadesse preferibilmente 
sui membri delle famiglie degli antichi magistri monete. Ved. nota seguente. 



— 171 - 

al Coiibe palatino, premeva sciogliere i vincoli trasmessi dall'an- 
tico sistema beneficiario, dai quali vedevasi paralizzate le pro- 
prie iniziative, definire nettamente la propria giurisdizione, ga- 
rentirsi il più efficacemente possibile contro ogni abuso (1). 

(1) Di un magister monete di F*avia è parola in un documento del 988 : 
ved. Cod. dipi. Lang., nr. 846. Kcco un elenco di Magistri monete e di mone- 
tarii, che s' incontrano in documenti pavesi dal 1084 al 1202. 
10S4 ; 23 Febbraio. — Bernardo Braga, fu Ottone, a) 
1098 ; Marzo. — Bernardo monetario, h) 

1112; 24 Gennaio. — Gualterio de Moneta e Ottone, fratelli, e) 
1160; 8 Novembre. — Giacomo da San Gaudenzio. 

Beltramo Dalla Volta. 

Ottone Pirla. 

^ ,, . , -, • \ Magistri Monete, d) 

Gualterio de Moìieta. ( ' 

Pietro Vicclii. 

Rufino da Strada. 
1174; 1 Novembre. — Girardo Dalla Volta. 

Sigifredo Dalla Volta. 

figli del fu Rolando Rotfa. I 

Guglielmo RofFa. \ 

Alberto Rotfa. Monetarii, e) 

Giovanni Roffa. i 

Anrico Da Bivolta. \ 

Ottone Braga. 

Nicolò Braga. 
1202; 19 Marzo. — Enrico Dalla Volta. 

Girardo Dalla Volta. 

Ottone Dalla Volta. 

Guidone, fu Sigifredo Dalla Volta. 

Guglielmino, fu Guidone Roffa. 

Gualterio, fu Alberto Roffa. 

Busnardo de' Granvillani, 

Sacco Dalla Volta. 

Ottone da Strada. 

Poltrone De Poca carne. 



Mori et arti, f) 



Magistri Monete, g) 



a) testmonio in un placito del Comune di Pavia : ved. J. Ficker, Op cif., 
voi. IV, nr. 85. pg, 130. — b) testimonio in un atto di vendita « in ripa tiu- 
miiiis Ticini »: Aroh. di Stato in Milano, Mus. diplom., perg. nr. 1040 — 
e) testimonio in un placito pavese : ved. Robol;ni, Op. cit., voi. Ili, pg. 87 
— d) Ved. docum. 1 — e) Ved. dooum. Il — f) Ved. docum. Ili — g) Ved. Ibidem. 



— 172 — 

Sulla storia dei u magisfcri monete 11 in Pavia e' informa un 
singolare documento non ancora degnamente illustrato, che, 
dopo aver detto dei diritti fiscali spettanti sin dall'epoca lon- 
gobarda alla Camera regia continua come segue: a Minister[ium] 
u autem monete Papié debet habere novem magistros nobiles 
a et divites super omnes alios monetarios, qui debent custodire 
u et precipere omnibus alijs monetarijs cum magistro camere, 
a ut niimquam faciant pejores denarios quam semper fecerunt, 
a de pondere et argento, de duodecim in decem. Et debent illi 
u novem magistri donare fictum de moneta omni anno ad ca- 
ci meram Regis, duodecim libras denariorum papiensium, et 
u Corniti Papié libras quatuor similiter. Eo modo quod, si ma- 
u gister monete invenerit aliquem falsarium, cum comite Papié 
a et cum magistro Camere debent manum dextram illius fal- 
ci sarii facere amputari, et ad Cameram Regis omnem suam 
ce substantiam perveniri. Et ipsi novem magistri, quando aliquis 
ce eorum intrat magistratum, debet dare ad Cameram Regis boni 
ce auri optimi unzias tres " (1). 

(1) Il documento, inserito in un cartaceo inedito posseduto dal Conte Lu- 
chino Dal Verme e conservato nel suo archivio gentilizio in Zavatarello, è 
stato molto negligentemente riprodotto da G. Vidari (Frammenti cronistorici 
dell'agro ticinese, Il Ed., voi. Il, Pavia, 1891, pgg. 399 e sgg. ; ved.il passo 
citato sopra a pag. 401) il quale avverte (pg. 319) che « la carta, il carattere 
« e r in 'hiostro delia copia la fanno ritenere, se non sincrona all' originale, 
« di poco posteriore al 1400 ». Non pos-iiamo discutere qui un_ tale giudizio, 
che del resto va riferito soltanto all'epoca in cui il singolare documento fu 
compilato ; V importante si è che le fonti cui attinge il compilatore sono ben 
pili antiche, e assai spesso il fiero patriota pavese riporta da esse fedelmente 
e letterilmente. il lloBOi.iNr, {Op. cit., voi. II, pg. 201) crede il documento 
del secolo XII ; altri lo ritiene del scl*. XI (ved. Anonymi ticinensis lib. de 
laudih. civitatis ticinensis^ edd. Rod. Majocchi et Ferr. Quinta valle, in RR. 
IL .S.S"., [nuova ed., 1903], tom. XI, p. I, pg. 10. n. 8, e Indice, pg. 95). Giova 
nella questione tener ben distinta 1" epoca cui vanno riferite lo diverse notizie 
contenute nel documento, dall'epoca in cui osso fu compilato: ma su questo argo- 
niento ci proponiamo di tornare più diffusamente altrove. Intanto, per ciò che pre- 
.sentemento ci interessa, notiamo che il documento, dopo quanto sopra abbiamo 
riportato, soggiunge: « Monetarij vero Mediolanenses debent habere magistros 
« quatuor nobiles et divites, et cura conscilio cameri^rij Papié debent denarios 
« m'^diolanenses facere, tam bonos de argento et pondere sicut denarij Papié, et 



- 173 -^ 

Tutto ciò si riferisce evidentemente ad un' epoca anteriore 
a quella cui appartengono gli atti da noi riprodotti : il do- 
cumento è particolarmente prezioso in quanto cìie mancavano 
t'^Sjiin >nianze esplicite le quali autorizzassero a ritenere che 
anche in Italia si ebbe la ministerialità della moneta quale ci 
è attestata in Germania (1) : e mostra pure che sostanzialmente 
l'antica tradizione corporati/ìa dei monetieri, pur avendo dovuto 
subire soste e mutamenti, non si era ancora del tutto spenta (2). 
Ma esso non è privo di significato anche per 1' epoca che ci 
interessa: gli antichi monetarii si erano tramandate, di genera- 
zione in generazione, la tecnica e la pratica della loro arte : è 
naturale il presumere che la conservassero gelosamente. 

« cambiare eos per unum denarium solidos ; et debeat dare fictum magistro 
« Camere Papié ornili anno, libras duodecim denariorum bonorom mediolanen- 
« slum. Et si inveiierint aliquem falsarinm debent illi suara manum dextram 
« amputare, et omnem suam substantiara ad Cameram liegis applicari ». 11 
taglio della mano destra, il simbolo della fedeltà, è notoriamente la pena san- 
cita dalle leggi germaniche pel falso nummario, considerato già dalla legisla- 
zione romana nn maliim facinus : ved. Lex Wisigoth.y VII, 6, 2, se si tratta 
di servo ; Edict. Roth., cap. 246, per tutti ; Lud. Pii Capii., C. IV, 33. La 
pena del taglio della mano era del resto applicata contro ogni sorta di falsarii. 

(1) Ved. il GiERKE, Deutsches Genosseìisckaftrecht^ voi. 1, Berlin, 1868, 
pgg. 188 e sgg. : la corporazione di questi monetieri ministeriali è da lui de- 
finita una « Dienstamtsgenossenschaft », Cfr. E. Mayer, Op. cit., voi. 11, 
pg. 280 ; e 280 ; e 285 e sgg. Tali monetieri figurano tra i ministeriales 
perchè il loro uffico era un ministerium dipendente dall'amministrazione 
privata del Re ; cfr. il Nitzsch, Ministerialitlit und Biirgerthum, 1859, 
pgg. 67 e sgg. 

Per r utile dovuto al Conte (su ciò ved. Pipini Capii., 754, e. 5; Edict. 
Ptst., e. 13) pensiamo che gli spettasse quale immunità per la sua carica, 
com'^ i freda e altre prestazioni. Inutile ci sembra il rammentare qui la ricca 
legislazione monetaria contenuta nei capitolari franchi, dalla quale il nostro 
documento riceve chiara illustrazione. 

(2) La tradizione delle antiche familiae monetales di Roma (su cui ved. il 
LiEBENAM, Zur Gesch. und Organ. d. ròm.Yereinswes., Leipzig, 1890, pgg. 132 
e sgg.) persiste al tempo degli Ostrogoti e dei Franchi : ved. App. ad hist. 
Gregor. Turon.^ § 23; Cassiod. , Varm)-., V, 39. Per la tesi del Gaudenzi, riaf- 
fermata ultimamente dal Solmi e dal Levasseur, contraria alla continuità della 
tradizione corporatizia romana, ved. quanto abbiamo notato in questo Bollet- 

3 



— 174 ~ 

I documenti pavesi ci mostrano infatti il continuato esercizio 
del niinisteynum literandi denarios in determinate famiglie (1). 
Subentrato verso la seconda metà del secolo undecimo il Co- 
mune all' Imperatore o al Conte palatino nella percezione del 
canone dovuto dalla società concessionaria dell' esercizio della 
zecca, il regime può essere sostanzialmente rimasto ancora a 
lungo 1' antico : ma non dovettero mancare anche in questa 
materia trasformazioni tendenti a sopprimere viete consuetudini," 
a infrenare privilegii dannosi. Ma, allo stato attuale delle inda- 
gini, è impossibile seguire in tutti i particolari la storia dei 
monetarii pavesi e dell'importante istituto da essi esercito: 
mancano gli elementi necessarii per rispondere definitivamente 
a numerosi quesiti. Tuttavia crediamo di essere riusciti a recare 
alla soluzione di essi notevoli contributi : e vogliamo sperare 
che altri ancora, di non minore interesse, ci saranno offerti dal 
materiale che il Biscaro ha raccolto e che desideriamo di ve- 
dere presto pubblicato. 

P. ClAPESSONI. 

tinOy voi. VI ('1906) pgg. 121-3. Su di rssa dura ancora la discussione: cfr. in- 
tanto G. Arias, Il sistema della costituzione economica e sociale italiana nel- 
l'età dei Comuni^ Torino-Roma, 1905, pgg. 21 e sgg, 

1 sostenitori della teoria della discontinuità commettono forse 1' errore fon- 
damentale di crearsi un tipo di associazione romana, deducendolo specialmente 
dallo stato di vita artificiosa cui soggiacquero nell'ultima età imperiale : con- 
cepire una forma singola di associazione, designare questa soltanto con tale 
nome, per dedurre conclusioni sulla continuità o meno del s^istenja associativo, 
che necessariamente deve presentarsi in strutture difFerentissime a seconda 
dei temni, non ci sembra procedimento pienamente scientifico. 

(1) Ved. retro, l'elenco di ìnonetarii e niagistri monete in Pavia dal 1084 
al 1202. Diverse di queste famiglie ci sono note come tra le più illustri pa- 
vesi. Ved. RoBOLiNi, Op. cit.y IV, 2, pg. 172 : parentela De Drachiis e par. 
de la Volta^ (nelT elenco delle antiche famiglie pavesi, forse della metà del 
secolo decimoter/o). Rusnardo de' Gran villani è tra i testimonii di un atto 
imperiale del 1186 (ved* M. G. LL. IV 435, 35) nonché tra i consoli pavesi 
del 1198, elencati in un'iscrizione edita da C. Iìtiambilla, Uyl' epigrafe del se- 
colo duodecimo^ Pavia, 1873, pg. 12, Un Beltramo Della Volta è console in 
Pavia nel 1169: ved. Robolini, Op. cit., voi. Ili, pg. 152 e 414. 



IL BREVE 

DELLA MERCANZIA DEI MERCANTI DI PAVIA 



(Continuazione e fine vedi fascicolo precedente). 



Et quod non spendet aliquid [e. 105/*.] de avere dicti colleglj seu 
iiniversitatis nìxi secundnm formain statutorum et reformationum 
con-^ilioruin dicn collegij seu universitatis et de predictis quilibet 
qui exercere debeat officium diete camere teneatur et debeat prestare 
ipsi collegio bonam et idoneam securitatem de libris Mille papié, 
qui fidtìiussor de predictis libris Mille papié se constitnat principalem 
debitorein et in soliduin pagatorem con obligacionibus et renuncia- 
cionibus oportunis prò ilio camarario prò quo fuerit fìdeiussor, et si 
presens camararius vel aliquis ex illis qui in futurum habnerint 
sortem officij dicti camarariatus non voluerint (1) aut non poterint 
prestare predictam securitatem de libris Mille papié, ut supra dictum 
est quod tunc dictum officium iterum de uovo ponatur ad sortes et 
detur [e. 105y.] more solito et ille qui sortem habuerit teneatur et 
debeat facere ut predictura est salvo quod presens camararius et 
ilìi qui in futurum sortem dicti officij habuerint possint eligere duos 
qui prò eis exerceant et exercere possint predictum officium quorum 
electorum primus primo loco ponatur ad implenda et facienda omnia 
predicta prout dieta et ordinata sunt et si renunciaverit primus quod 
secundus sucedat ad inplendo et faciendo ut supra dictum est. 

CCLxxxiv. Rubrica q?iornodo et qualiter eligi debeant consules et quanto 
tempore durare debeant et quid et quantum habere debeant prò eorum salario. 

Ttem statuerunt et ordinaverunt quod consules dicti collegij seu 



(1) valuerint. 

CCLXXXIV. In margine : 2 (v. sopra, nota al cap. cCLxxn). 
» factum. 



- 176 — 

uiiiversitatis elegi et fieri debeant more solito et quod illi qui electi 
fuerint non [e. 106?'.] possint renunciare dictuni officium oonsiilatus 
imo debeant et teneantur ipsum oficium consulatus quando electi 
fuerint Turare et exercere per annum unum completum seu com- 
plendum ut moris et bona fide et sine fraude et quod consules .pre- 
sentes et futuri teneantur et debeant habere prò eorum salario libras 
decem papié prò quolibet eorum de avere et redditibus dicti coUegij 
seu universitatis et qui fuerit consul per annum unum cessare de- 
beat postea a dicto officio per unum alterum annum proximum sub- 
sequentem. 

ccLxxxv. Rubrica de compromissis fiendis iti duohus arhitris qui sint de 
credencia dicti collegìj et universitatis. 

Item ut omnis litigandi materia cesset et ut parcatur laboribus 
[e. 106?;.] et expensis habencium causam litigandi statuerunt et ordi- 
naverunt si aliqua questio lix seu causa verti contingerit coram pre- 
dictis dominis vicario sive advocato consulibus presentibus vel fu- 
turis seu altero ipsornm Inter aliquos de dicto collegio seu univer- 
sitate quod quaelibet pars ipsorum litigancium possit proponere et 
petere coram predictis domino vicario et consulibus seu altero ipsorum 
qui vult se conpromitere in duobus arbitris bonis et discretis viris 
qui sint de credencia dicti collegij seu universitatis quorum arbitrum 
ipse seu ipsa pars vult eligere unum et quod altera pars eligat al- 
terum qua proposicione et peticione sic facta predicti domini vicarius 
et consules coram quibus predicta lix vel questio vertitur seu verti 
contingerit vel alter ipsorum teneantur et debeant cogere predictos 
litigantes [e. 107?%] ad eligendum dictos arbitros scilicet quelibet 
pars unum et ad faciendum conpromissum in dictis arbitris secundum 
quod postulat ordo luris. quam vero questionem predicti arbitri te- 
neantur et debeant cognossere et diffinire de Iure et de facto sine 
strepitu et figura ludicij et quolibet tempore eciam feriate prout 
ipsis arbitris in omnibus visum fuerit infra viginti dies proximos 
venientes a die conpromissi numerandos si fuerint in concordia et 
si predicti arbitri non se convenirent aut non erunt in concordia 
super dieta questione sive super aliquo artìculo quod in eo et super 
eo in quo esset discordia Inter ipsos dicti domini vicarius et con- 

CCLXxxv. In margine : factum. 



— 177 — 

sules vel alter ipsorum dare et elicere teneantur et debeant unum 
torcium virum discretam et bonum de dieta mercadancia partibus 
non siispectum [e. lOlv.] qui penes predictos alios dnos arbitros esse 
debeat, corani quibus tribus dirimatur dieta qnestio et ubi duo ex 
ipsis tribus fuerint vel sint in concordia tercius non debeat habere 
locum, er. detììnire teneantur dicti tres arbitri dictam questionem 
infra deceui dies proximos venientes post asumpcionem dicti tercij 
arbitri, et quod conpromissa acta et sentencia tienda et ferenda per 
dictos arbitros lieri et scribi et subscribi debeant per notarium 
dicti collegij et universitatis et niercadancie aliter non valeant nec 
teneaat. Et quod dicti domini vicarius seu advocatus sen consules 
teneantur et debeant ipsos arbitros facere iurare in eorum manibus 
et eorum presencia corporaliter tactis scripturis ad sancta dei evan- 
gelia bene et legaliter cognossere et definire dictas questiones prò 
suo posse et scire. Et ad modum [e. 108r.] bonorum mercatorum. 

/ti corsivo, di mano diversa : 

Hic debent fuisse et esse scripta nomina sexaginta consiliariorum 
collegij et universitatis mercatorum papié que nomina scripta sunt 
Infra in hac pagina cum proxima pagina in mediate hac seguenti. 

Di carattere diverso, più sotto : 

Lecta et publicata fuerunt suprascripta stafcuta ordinamenta et 
emendaciones per me Jacominum de palacio notarium In papia vi- 
delicet subtus palacium collegij et universitatis mercatorum et mer- 
cadancie papié positum in porta laudenssi in parochia canonice per- 
roni in tote pieno et generali conscilio dicti collegij et universitatis 
mercatorum ibidem ad requixicionem Jobannis rubey servitorem dicti 
collegij et universitatis mercatorum et more solito convocato et con- 
gregato, premisa de mandato Egregij et Nobilis Millitis domini Be- 
carij de becaria Vicarij sive advocati (1) et dominorum Bertolini 
Alacioxi et petri naxi consulum dicti collegij et universitatis Anno 
currente .Alillesimo Trescentesimo quinquagesimo secundo Indicione 
quinta die dominico vigesimo primo luUij bora octava presentibus 
perrino de ambroxio Rolaudello de frascharolo et Rolandino albaricio. 

(1) Le parole sive advocati sono cancellate con punteggiatnra. 



— 178 - 

[Sigmim tahelHonis) Ego Jacominus de palacio notarius dicti 
collegi] et universitatis predicta statuta legi et publicavi. 

lur. D. Rolandus fiambertns. 

d. Autonìus folpertus filius quondam d. francisci. 

d. gullielmus damixanus. 

d. thebaldinus fornarius. 
lur. d. Rolandinus albaricius. 

lur. D. rolandiuus de oltrana. 

lur. d. Johannes furius de sancto maiolo. 

d. bertolinus broda. 

d. blaxiims de calvello. • 

d. Ubertinus panicia. 

lur. d. albiretus de lotonibus. 

d. salvinus baffus. 
lur. d. Johannes de carbone. 

d. Johannes pecanus. 
lur. d. Simon de parona. 

lur. D. Ayraldus lanarius. 
Tur. d. danexius de trezio. 
d. Rofinus penagiarius. 
lur. d. Nicalinus de casteleto. 
lur. d. petrus paterius. 

[e. 108y.] d. petrus naxus. 
lur. d. ruffinus muricula. 

d. Jacomus buttigella. 

d. Gullielmus cartarius. 
lur. d. Gullielmus de oltrana. 

lur. d. Bertolinus alacioxus. 

d. Jacobus lanarius. 
lur. d. austinus naxus. 

d. augustanus zacius. 
lur. d. grigol de puteo. 



- 179 — 

Tur. d. olivetus de figaria. 

lur. d. olivetus de boxonasco. 

lur. d. francescinus de gandelo. 

lur. d. petrus inzignerius. 

lur. d. andrinus torselus. 

lur. d. Marchexinus de orzonibus. 

d. Rofinus sciracus. 
lur. d. franciscinus de carbouo. 
lur. d. Bernardus folpertus. 

d. Ubertiiius de lege. 

d. olivetus uaxus. 
d. austinus raachafero. 
d. francescinus belericus. 
d. autonius de orzonibus. 
lur. d. petrus de pergamo. 

d. Johannes de gandelo. 
lur. d. crementinus de crementis. 

d. georgius de sistis. 
lur. d. antonius de vigo. 

d. francescinus certanus. 

d. lanfranchus galia. 

d. Rayninus bastonus. 
lur. d. E-olertus ferarius. 
lur. d. Rolandus bovatarius. 

d. Saliinbeu de figaria. 

d. Marchioni chanis. 
d. bertolinus de sistis. 
lur. d. Johannes de oltrana. 
d. Johannes de boxonaso. 
d Symon de calvello. 

(1) 

(1) In inchiostro diverso : Brimellus de oltrana; evidentemente aggiunto, 
poiché soprannumero ai 60 consiglifri. 



— 180 — 

[e. 109>\]. Hec sunt statuta adiciones et coreptiones facta et facte 
tempore consulatus domini Ayraldi lanarij et Marchexij de orzonibus 
per infrascriptos Sapientes et discretos viros ellectos per ipsos con- 
sules et consciliiim coUegij Mercatorum papié. Que statuta adiciones 
et coreptiones locum et vim Statutoriun habeant et habere debeant 
in perpetuum, a die eorum publicacionis in antea. Quorum sapientum 
nomina sunt hec : (1) 

Bertolinus alatioxus. 

Andrinus torsellus. 

Simon de parona. 

Clemens de Clementis. 

Laaframchus bruxonus. 

Michael bunsgius. 

Francischus cerranus. 

Petrus placentinus. 

(In carattere diverso) phelixinus de arena. 

[e. 109i?.] ccLxxxvi. Rubrica de election'i vicarij seii advocati coUegij mer- 
catorum papié et de eius salario. 

Primo quoniam manifesta sunt opera gesta per Dominum Becarium 
de becaria Egregium Millitem et legum doctorem prò collegio mer- 
catorum papié in aquirendo ipsi collegio totum et quicquid hodie 
habet tenot et possidet, Et in defendendo et conservando honorem 
sbatum avere et personas ipsorum Mercatorum et ipsius coUegij in 
generali et speciali. Et cum per amplius perfeccius in futurum augere 
deifendere et conservare intendat. Et cum non apareat de aliqua eius 
ellectione in vicarium et advocatum ipsius dicti collegij, Ncque de 
constitutione sui salarij quod hinc retro recepii, Et con ob hoc 
aliquis stimulus conscientie in Mentibus tam recipientis quam dan- 
cium posset [e. llOr.] oriri, Statuerunt et ordinaverunt quod con- 
sules presentes dicti collegij quam cicius et magis ap[er]te (2) po- 
terint, teneantur et debeant facere convocari et congregari ad con- 

(1) Di questi nomi 5 (cioè: Bertolinus Alaoionus, Andrinus torsellus, Simon 
de parona, Clemeiis de Cleraentis e Francischus certanus) sono compresi nel- 
r elen^jo dei 60 consiglieri scritti nella carta antecedente : onde questa è una 
nuova prova (V. Introduz. pag. 4) per ritenere le aggiunte dei capitoli seguenti 
poco posteriori al 1352. 

(2) Le lettere er sono cancellate con punteggiatura onde si leggerebbe : apte. 



— ISJ - 

scilium more solito omiies credendarios do credentia dicti collegij, 
In quo quidem conscilio adesse debeant adminiis due partes dictorum 
credendariorum. Et quod ibi in dicto conscilio, predictus dominus 
Becarius de becaria, eligatur vicarius et aiìvocatus dicti collegij 
Mercatoruin papié, et ipsorum Mercatorum, usque ad beneplacitum 
ipsius credentie et credendariorum dicti collegij, vel maioris partis 
ipsorum, cum salario librarum Vigiliti quinque papié eidem dando 
omni anno per camararium dicti collegij nomine ipsius collegij mer- 
catorum [e. llOy.] papié, qui annus inceptus est et sit in festo beate 
Marie de mensse februarij prosimo preterito et qui annus semper 
incipere debeat in futurura in dicto festo. Et quod ipse dominus 
Becarius potuerit licite et iuste recepisse et habuisse salaria sibi 
data bine retro per camararios dicti collegij et tunc solventes nomine 
dicti collegij. Et quod ipsi camararij et tunc solventes licite Iuste 
et debite potuerint dedisse et solvisse eidem domino Becario pre- 
dieta salaria maxime cum ipse dominus Becarius fecerit Ayraldo la- 
nario consuli dicti collegij, Recipienti nomine dicti collegij generalem 
confessionem liberationem finem et remissionem et pactum de ulterius 
non petendo, de omni et toto eo quod recipere vel habere debeat a 
dicto collegio [e. lllr.] causa dictorum salariorum et eciam quacumque 
alia causa ut constat per cartam factam per Jacominum de palacio 
Anno presenti die.... 

ccLxxxvn. Rubrica quomodo eligendi sint consules collegij mercatorum papié. 

Item ut coUegium Mercatorum papié semper bene regatur addi- 
derunt Statuto quod est sub numero ccLxxxiij et sub Rubrica quo- 
modo et quali ter consules eligi et quanto tempore durare debeant et 
cetera quod electio consulum dicti collegij que in futurum fieri conti- 
gerit fiat et fieri debeat in hunc modumVidelicet quod semper ante 
dies odo ultimi mensis regiuiinis consulum presencium et futurorum 
domini Vicarius et [e. lllv.] consules dicti collegij seu alter ipsorum 
teneantur et debeant convocar! et congregari facere ad conscilium more 
solito totam credentiam dicti collegij. In quo quidem conscilio saltem 
maior pars dictorum credendariorum adesse debeat coram quibus do- 
minus Vicarius aut unus ex consulibus dicti collegij proponere debeat 

ccLxxxvii. In margine : factum. 
Dall' altro lato : non. 



— 182 — 

quod necesse est providere de regimine et consulibus novis fiendis 
et quod tunc quilibet dictorum credendarioruiii aut in scripto aut 
oreteniis et secrete nominare debeat duos bonos et discretos Viros 
notario dicti collegij qui notarius scribere debeat nomina et cogno- 
mina et voces nominatorum, quo scruptinio sic facto, predicti domini 
Vicarius et consules seu alter ipsorum videre debeant [e. 112?'.] illos 
duos qui plures voces ex predictis habuerint et illi duo viri qui 
plures voces habuerint ipso facto et Iure sint et esse debeant con- 
sules et rectores dicti collegij per unum annum tunc proximum ve- 
nientem incepturum in festo beate Marie candelarie tunc proximo 
veniente. Et quod dicti duo viri sic ellecti in continenti ex parte 
dictorum dominorum vicarij et consulum citentur et cogantur luris 
remediis quibuscumque ad predictura officium coiisulatus aceptandum 
et iurandum. Et si quis electus In consulem ut Supra dictum est 
recuxaverit veniendi ad aceptandum et Iurandum predictum officium 
consulatus et non aceptaverit et non luraverit predictum officium ea 
die vel seguenti qua requisitus fuerit si fuerit in papia quod solvat 
et [e. 112?;.] solvere debeat camarario dicti collegij Mercatorum papié 
nomine ipsius collegij prò pena et nomine pene libras decem papié 
in denariis numeratis Infra dies tres tunc proximos subsequentes 
sub pena aliarum librarum decem papié. Quas vero penas predicti 
domini Vicarius et consules in quorum tempore predicta vel aliquid 
predictorum intervenerint teneantur et debeant exigere cum effectu. 
Et quod Nichilominus predicti electi in consules, soluctis predictis 
penis vel non, teneantur ad predictum offitium consulatus acceptandum 
et iurandum, ut superius dictum est. Et si ipsi domini Vicarius et 
consules negligentes et remissi fuerint ad exigendum dictas penas, 
quod tunc et in eo casu ipsi et quilibet ipsorum prò rata teneantur 
et debeant [e. 113r.] de eorum proprio solvere predictas penas ut 
superius dictum est, et quod tunc de eo quod habere et recipere 
debuerint a predicto collegio [seu recipere] fiat eis retentio. Et quod 
par camararium dicti collegij fiat eis conpensatio cum eo quod habere 
et recipere debuerint tunc a dicto collegio causa eorum salariorum 
vel alia quacumque usque ad quantitatem predictarum penarum non 
exactarum (1) cum effectu ut predictum est, habeant tamen ipsi do- 
mini vicarius et consules regressum et actionem versus illos prò 
quibus solverint vel prò quibus retentio facta fuerit, usque ad quan- 

(l) [exactatus] cancellato. 



l«c^ 



titatein quam solverint vel eis retentam fuerit prò prediatis. Et hec 
adicio statuti et capital um sit troncha et trunchum precixa et pre- 
cisum, Ac inviolabili ter observanda et [e. 113y.] observandiim. 

ccLxxxviii. Rubrica de pena credendariorum et sapieìitiim iion vententium 
(Ili conscilia quando faerint requisiti et vacati. 

Iteni statuernnt et ordinaverunt quod omnes credendarij [dicti] 
collegi] Mercatoriim papié et quilibet ipsorum qui sit de dieta cre- 
dentia et etiam quilibet Sapiens ex illis quinque sapientibus qui prò 
consultoribusdebentesse prò uno mense penes ipsos dominum vicarium 
et consules prò uno mense teneatur et debeat venire ad conscilium 
tociens quociens fuerit requiaitus et vocatus ad tempus et horam 
quod "et quam fuerit requixitus et vocatus sub pena soldorum trium 
papiensium prò qualibet vice. Et si aliquis ipsorum non venerit dom- 
modo requixitus fuerit in die precedenti diem quam ipsum conscilium 
ad quod fuerit requixitus fieri debeat personaliter [e. 114r.] vel ad (1) 
domum eius familia audiente (2) solvere debeat et teneatur dictam 
panam soldornm trium papié prò qualibet vice camarario dicti collegìj 
uisi si fuerit ex legiptima causa excusatus. 

ccLxxxvini. Rubrica quod domini vicarius et consules possunt precepta 
facere et penas imponere cuilibet persone de collegio mercatorum. 

Iteui ut domini vicarius et consules collegij mercatorum papié 
presentes et futuri obediantur ab eorum subditis prout de Iure de- 
bentur, Statuerunt et ordinaverunt quod ipsi domini vicarius et con- 
sules et quilibet ipsorum [de dictó] (3) per se vel per eorum servi- 
torem, possint et debeant precepta facere penas imponere cuilibet 
persone de dicto collegio vel de paraticis seu artibus subdictis dicto 
collegio quatenus attendant observent et faciant omnia que in statutis 
et ordinamentis dicti [e. 114r.] collegij continentur. Et si aliquis 
inobediens fuerit vel negligens circa predicta quod tunc predicti 
domini vicarius et consules et quilibet ipsorum possint et debeant 

ccLxxxviii. In margine : factum. 

(1) a. 

(2) audiete. 

CCLxxxvnn. In margine : factum. 

» ut supra : 117. 

(3) cancellato. 



— 184 — 

precepta facere i)enas imponere usque septies quod attendant obser- 
vent et faciant omnia ea que eis precipere voluerint qne sint fienda 
secundum formam statntorum et ordì narri e ntorum dicti collegij, Vi- 
delicet prò primo precepto sub perra soldorum qainque, prò secundo 
sub pena soldorum decem papié, prò tercio, sub perra soldorum vi- 
ginti, prò quarto sub pena soldorum seaaginta, prò Quinto sub pena 
librarum quinque, prò Sesto sub pena librarum decem papié et prò 
Septimo sub pena librarum viginti quinque papié dandos et solvendos, 
dandas et solvendas camarario dicti collegij Mercatorum papié nomine 
ipsius collegij, prò quamcumque personam [e. 115r.] de dicto collegio 
tociens quocierrs per aliquem ipsoruin contrafactum fuerit seu ven- 
tum (1). Que vero precepta et impositio penarum fieri debeant con 
discretìone et con tali distantia et intervalo temporis, quod ill^, per- 
sona cui factum fuerit preceptum primum ipsum adimplere et facere 
possit vel facere potuerit, ante quam ad secundum preceptum proce- 
datur, et sic de syngulis usque ad ultimum preceptum. Quas penas 
predicti domini vicarius et consules exigere debeant cum effectu ab 
omnibus contrafacientibus, quod Statutum sit trunchum et precixum 
et omnibus alijs de ista materia loquentibus derogatorium. 

ccLXxxx. Rubrica de secwitatibus prestandis per caput vel dominos alicuius 
tinctorie. 

Item ut tintoribus omnibus detur materia bene agendi^ statuerunt 
et ordinaverunt quod quelibet persona [e. 115^;.] que sit caput (2j 
vel dominus alicuius tinctorie que nunc exerceat vel que in futurum 
exercuerit artem tingendi vel tingi faciendi pannos vel aliam rem 
In civitate papié vel suburbiis teneatur et debeat se presentare 
coram dominis vicario et consulibus collegij mercatorum papié vel 
alterius ipsorum tociens quociens fuerit requissita vel requixitus ad 
prestandum et faciendum sacramentum de eorum parendo mandatis 
et ad solempniter promitendum et stipulandum in presencia dictorum 
dominorum vicarij et consulum vel alterius ipsorum, notarlo dicti 
collegij Recipiente et stipulante nomine et vice et ad partem omnium 
quorum interest vel intererit redendi et restituendi et dandi omnes 

(1) Sott. iad. contra-xentuìu. 
CCLXXXX. In margine, ut supra : 29. 

» factum. 

(2) capud. 



— 185 — 

pannos et res bene tinctos et tinctas, illis personis [e. 116r.] qua 
dederint vel dedissent eis vel in eoruni tiiictoria, ipsos pannos vel 
res ad tingendani, a die qua ipsi panni vel res dati vel date fuerint 
ad tingendum, usque ad dies quindecim tuiic proximas subsequentes, 
sub pena soldorum vigìnti (1) papié, prò qualibet pecia panni. Et 
soldos quinque papié prò qualibet re non redica et non resfcituta ad 
terminnm suprascriptuni ut supra est dictum dandorum et solven- 
dorum illi persone que dederit vel dedisset ad tingendum aliquid ex 
predictis Et in quibuslibet aliis quindecim diebus quos tenuerit aliqua 
peciam " panni vel aliquam rem post predictos primos quindecim 
dies alios soldos Viginti papié prò qualibet pecia panni. Et soldos 
quinque prò qualibet alia re simul (2) cum omni [e. llGv.] dampno 
et interesse quod propterea pati contingerit ipsam personam dan- 
tem ad tingendum vel que dedisset ad tingendum aliquid ex pre- 
dictis, et omnes expenssas que inde fieri contingerit la ludicio vel 
estra prò predictis omnibus et syngulis petendis et exigendis. De 
quorum pannorum et rerum datcrum et datarum ad tingendum stetur 
dicto dicentis se dedisse ad tingendum cun uno teste fide digno et 
con sacramento inde faciendo per ipsum datorem ad tingendum et 
per testem productun prò ipsa causa. Et quod quelibet persona 
caput vel domiaus alicuius tinctorie, exercens vel que exercere fecerit 
artem tingendi pannos lane in papia vel suburbiis ultra predictas 
suas permissiones, teneatur et debeat ydonee satisdare et bonum 
fideiussorem vel fideiussores dare et prestare in presentia dominorum 
Vicari] et consulum [e. 117r.] vel alterius ipsorum de quantitate 
librarum ducentarum papienssium : Et persona exercens vel que 
exercere fecerit artem tingendi alias res et non pannos lane de 
quantitate librafu.n vigiliti quinque papié, Qui fideiussor vel fideius- 
sores promittere convenire el stipulare deheant a se i})sis principaliter 
et in solidum in dieta presencia et eoriim bona et in solidum (3) obli- 
gare prò predictis tinctoribus vel prò illis prò quibus extiterint fi- 
• deiussores solvendi vestituendi (4) et dandi totum et quicquid solvere 
restituere et dare debuerint ipsi prò quibus extiterint fideiussores, 
cum renuntiationibus promissionibus et obligationibus oportunis. 

(1) vigenti. 

(2) siniiliter è corretto in simul. 

(3) Aggiunto in una nota a segno nel margine superiore. 

(4) Aggiunto in margine. 



186 



CCLixxxr. Rubrica quod aliqua persona de collegio mercatorum papié non 
det ad tingendum aliquam rem alieni tintori qui non fecisset vel prestitissst 
securitatem. 

Item statuerunt et ordinaverunt si aliqua persona de collegio 
Mercatorum papié seu de paraticis velartibus subdictis ipsi collegio 
mercatorum, dederit [e. 117?;.] ad tingendum aliquem pannum lane 
vel aliquam aliam rem, alieni persone capiti vel domino alicuius 
tinctorie, vel ad tinctoriam ipsius seu alieni alle persone que exerceat 
artem tingendi in dieta tintoria. Qui dominus vel caput ipsius tin- 
ctorie non feceritsacramentum promissionis et obligationes con'temptas 
in statuto superius proxime scripto. Et qui non dederit fideiussorem 
ut in dicto statuto contiuetur quod eydem datori ad tingendum ipsi 
tali persone que predicta non fecisset, non reddatur lus per dominos 
vicarium et consules dicti coUegij mercatorum papié, de aliqua que- 
rela quam fecerit corani eis, prò aliquo panno vel alia re data vel 
dato ad tingendum ipsi tali persone que predicta omnia non adim- 
plevisset. Et ultra quod dator [e. 118r.] alicuius panni ad tingendum 
vel alicuius alterius rei, ipsi tali persone que predicta non adimple- 
visset solvat et solvere debeat camerario dicti collegij Mercatorum 
papié, nomine ipsius collegij prò pena et nomine pene, soldos viginti 
papié prò qualibet pecia panni et soldos quinque papié prò qualibet 
alia re. Quas penas predicti domini Vicarius et consules exigere de- 
beant cum effectu. 

CCLXxxxn. Rubrica qualiter domini vicarius et consules teneantur cogere 
omnes personas de paraticis seu artibus subdictis collegio mercatorum quod 
obediant eoruìu consulibus. 

Item ut adrogantes humilientur statuerunt et ordinaverunt quod 
quelibet persona de paraticis seu artibus subdictis collegio Merca- 
torum papié teneatur et debeat parere preceptis suorum consulnm 
factis seoundum formam statutorum sui paratici [e. llSt?.] seu artis 
dommodo ipsa statuta non sint in aliquo contradictoria vel contraria • 
statutis Collegij Mercatorum papié. Et si aliqua persona inobediens - 
fuorit suis consulibus et ipsi consules hoc signifi^averint doniinis * 
vicario et consulibus collegij suprascripti, quod tunc predicti domini 
vicarius et "consules dicti collegij Mercatorum teneantur et debeant 
omnibus; luris^remediis cogere iliam personam ad obedieudum suis 
consulibus. Et si ipsa persona inobediens in aliquam penam vel 

ccLxxxxi. In margine : factum. 



187 



bannum incurrisset vel incurrerit ob predictis vel aliquid predictorum, 
qiiod dicti domini vicarius et consules dicti collegij Mercatorum te- 
neantur et debeant ipsam penain et bannum exigere, cuius pene et 
banni Medietas sit et perveniat in collegio Mercatorum predicto et 
alia Medietas in consulibus et paratico seu arte de quo vel [e. 119r.] 
quu fuerit Illa persona a qua exigetur predicta pena et bannum. 

ccLxxxxni. Rubrica de non imponendo aliquod pedagiuni seu tolomenvn, da- 
cituni vel taliain causa alicuius laudis et de pena proponencnim et facientium 
postam super predicta. 

Item ut comune et homines Civitatis et districtns papié portent 
et substineant honera que de Iure portare et substinere debent et 
debuerint in futurum, statuerunt et ordinaverunt quod domini Vi- 
carius et consules collegij Mercatorum papié presentes et futuri seu 
aliquis ipsorum de cetero et im perpetuum non audeant vel presu- 
mant proponere dicere vel facere aliquam postam coram credendariis 
vel coiiscilio dicti collegij Mercatorum papié, super quam conscilium 
postulent (1) et requirant, causa imponendi aliquod pedagium, Lau- 
dem, Tholomeum, Dacitum vel taliam, seu aliquam aliam exactionem 
vel bonus, qaovis nomine censseantur vel nominari possint, ipse 
[e. 119i;.] exactiones et bonera, super personas et mercancias vel res 
hominum et personarum dicti collegij Mercatorum papié prò aliquo 
cambio laude vel reprexaliis, quod vel quas haberet aliqua persona 
vel comunitas, super et versus comune et bomines Civitatis et di- 
strictus papié et bona ipsorum, prò solvendo ipsum contracambium 
laudem (2) vel represalias. Ec si predicti domini Vicarius et consules 
seu alter ipsorum propossuerint vel fecerint aliquam postam coram 
ipsis credendarljs et conscilio collegij Mercatorum predictorum, oc- 
casionibus ante dictis vel aliqua ipsarum, quod ipso Iure et facto 
proponens dictam postam et edam omnes conscencientes quod pro- 
ponatur cassus et cassi sint et absoluti ab omnibus officijs beneficijs 
quos haberent ab ipso [e. 120'".] et prò ipso collegio mercatorum et 
quod prò casso et cassis ab ipsa bora in antea penitus sint et ha- 
beantur. Et si aliquis notarius dictam postam et reformationem ali- 
quam factam super ipsa posta scripsserit vel legerit quod ipso facto 
et Iure sit cassus ab omni officio et beneficio quod baberet a dicto 

ccLxxxxni. Ili margine, 59 (V. sopra, nota al cap. ccLxxnJ. 
» factum. 

(1) postulant. 

(2) laudum. 



— 188 — 

collegio vel causa dicti collegìj Mercatorum et ulterius quod amitat 
totuin siium salarium quod tunc habere deberet. Et si aliquis con- 
sultorura super ipsa posta consuluerit quod solvat prò pena et no- 
mine pene camarario dicti collegij libras decem papié. Et si forte 
dominus vicarius dicti collegij Mercatorum papié propossuerit et 
fecerit dictam postam, quod amitat de suo salario libras decem papié 
sibi retinendas et compensandas per camararium dicti collegij in 
soluctione sui salarij. Et ulterius totum et quicquid dictum [e. 120?;.] 
factum statutum ordinatum et refonnatuin fuerit oct axionibus supra- 
scriptis, Sifc et esse debeat vigore presentis Statuti cassum et irritum 
ac nullius valoris et momenti prout si nichil dictum et factum fuisset 
super predictis. Et quod presens statutum sit tronchum et precixum 
atque inviolabiliter observandum. 

cCLXxxxiv. Rubrica de passis et passettis iustis et legalihus hahendis et te- 
nendis. 

Item ut fraudes et malicie non commitantur, statuerunt et ordi- 
naverunt quod quelibet persona collegij Mercatorum papié , que 
vendat vel emat pannum lini vel lane ad passum, teneatur et debeat 
habere et tenere passum iustum et legalem, ab utroque capite passi 
veratum de ferro lotono vel ramo et bullatum de signo comuuis 
papié penes dictas veras et similiter quilibet cardator fustaniorum 
teneatur et [e. 121r.] debeat habere et tenere passetum ad quem fu- 
stanicos mensurabit Iustum et legalem, atque Veratum de ferro 
lotono vel ramo ab utroque capite passeti et bullatum de signo co- 
munis papié penes dictas veras. Et quod quelibet persona que ope- 
rabìtar passum vel passetum, teneatur et debeat lacere Verare et 
buUare passos et passetos suos a die publicationis presentis statuti 
usque ad dies quindecim tunc prosimos subsequentes. Et si aliqua 
persona habuerit vel tenuerit in domo sua vel alibi, aliquem passum 
vel passetum non veratum et non bullatum a suprascripto termine 
ante, sive quod sit legalis sive non quod solvat prò pena et nomine 
pene soldos quinque papié prò quolibet passo vel passeto. Et si aliqua 
persona habuerit [e. 121?\] vel tenuerit in domo sua vel alibi aliquem 
passum vel passetum curtum non iustum et non legalem bullatum et 
veratum vel non, quod solvat prò pena et nomine pene Soldos qna- 
draginta papié prò quolibet passo vel passeto. Et quod ipse passus 
vel passetus iniustus frangatur, ita quod amplius non possit perpetuo 

CCLXXXXIV. In margine : factum. 



^ 189 — 

operari. Qaas penas quelìbet persona que in ipsis incurerit, solvere de- 
beat caraarario dicti collegij Mercatorum papié incontinenti in denariis 
numeratis. Et quod conaules dicti collegij teneantur et debeant in- 
quirere et ire per statioiies Civitatis papié et snburbiorum et alibi 
ubi eis videbitur, saltein bis in anno. 

ccLXKxxv. Rubrica quod fustanij fieri debeant fusti et legales. 

Icem ut infamia et obprobrium quam [e. 122r.] et quod habentfu- 
stanici papiensses imniulcis proviticijs, Civitatibus et locis minuatur 
et penitus auferatur, Statuerunt et ordinaverunt quod quilibet per- 
sona que faciat vel fieri faciat fustanicos in papia vel districtu, te- 
neatur et debeat facere vel fieri facere fustanios (1) iustos et legales, 
ita quod sint lungi passeti quindecim, et quod in ipsis sint libre (2) 
quatuor et dimidia bambaxij boni et suficientis prò qualibet pecia 
fustanij ad minus. Et si aliqua persona fecerit vel fieri fecerit aliquam 
peciam fustanij curtam et minus passetorum quindecim, quod dieta 
pecia incidatur ita quod de ipsa fiant et fieri debeant duo bochoni, 
quorum minor sit bracbia duo. Et quod ille qui fecerit vel [e. 122?;.] 
fieri fecerit dictam peciam fustanei curtam (3) solvat et solvere debeat 
camarario collegij mercatorum papié prò pena et nomine pene soldos 
duos papié prò ipsa pecia fustanii curta. Et si aliqua persona in 
Civitate vel districtu fecerit vel fieri fecerit aliquam peciam vel 
peciaa fustanii im qua vel in quibus sint minus librarum Quatuor et 
dimidia bambaxij boni et suficientis quod ipsa pecia vel pecie inci- 
dantur in presencia dictorum domini Vicarij et consulum vel al- 
terius ipsorum im publico mercato in quatuor bochonibus quorum 
minor sit brachia quatuor. Et quod ille qui fecerit vel fieri fecerit 
predictam peciam vel pecias fusianiorum, que vere dici possunt fu- 
stanii falsi et non Mercantabiles, teneatur et debeat solvere cama- 
rario dicti collegij Mercatorum papié nomine dicti collegij prò [e. 123r.] 
pena et nomine pene soldos decem papié prò qualibet pecia dictorum 
fustaniorum usque ad dies decem tunc proximos venientes. Et quod 
quelibet persona possit esse diete Malicie acusator et habebit Me- 
dietatem tocius predicte pene, et tenebitur bene secretus. Et quod 
predicti bochoni fustaniorum stare debeant penex camararium dicti 

CCLXXXXV. In margine : factum. 

(1) fustanicos corretto in fustanios e così per tutti i seguenti di questo 
capitolo. 

(2) libras. 

(3) currtam. 



— 190- - 

collegij donec fuerit ei dicto nomine de predìctis penis integre sa- 
tisfactum. Et si infra dies decem tunc proximos venturos, ille cuius 
erunt predicti fustanii sic incixi non solverit dicto camerario pre- 
dictas penas quod tunc consules (1) vel camararius dicti collegij 
vendere debeant predictos bochonos fustaniorum quousque quod fuerit 
ei integre solutum (2) et satisfactum de predictis penis. Superfluum 
vero redere debeat illi [e. 123i7.] persone cuius erunt. 

ccLxxxxvi. Rubrica qualiter fustanij debeant mensurari per cardatores et 
curtos (3) in forciam dominorum Vicarij et consulum presentari. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod omnes cardatores de cetero 
teneantur et debeant vinculo Sacramenti Mensurari diligenter luste 
et legaliter tam prò venditore quam prò Emptore omnes pecias 
fustanicorum, quas mensuraverint ad palacium Merchancie (4) papié, 
non tirando ipsos fustanicos nisi tantum quantum viderint quod dicti 
fustanici tangant vel tangere possint passetum ad quem menssura- 
verint dictos fustanicos. Et si aliquam peciam vel pecias fustanicorum 
invenerint curtas et minus passetorum Quindecim, quod ipsam pe- 
ciam vel pecias fustanicorum dabunt et consignabunt in forcia et 
baylia dominorum vicarij et consulum collegij [e. 124?*.] Mercatorum 
papié, ad remenssurandum et cognosscendum si sunt longi et Insti 
sicut debent. Et similiter quod ipsi cardatores teneantur et debeant 
tociens quociens fuerint requisiti per consules dicti collegii vel per 
eorum ofìciales ostendere omnes fustanicos quos habebunt in eorum 
domo vel baylia sub pena soldorum trium papié prò qualibet pecia 
quam non mensuraverint bene et diligenter ut predictum est. Et quod 
prò qualibet pecia fustanicorum (5) quam ocultaverint et non Mostrave- 
rint ut supra dictura est. Et quod dicti cardatores teneantur et debeant 
legitime protnitere in presentia dictorum dominorum vicarij et con- 
sulum vel alterius ipsorum atendendi et observandi omnia supra- 
scripta. Ac eciam restituendi et dandi omnibus hiis qui dederint eis 
fustanicos ad cardandum [e. 124?;.] vel ad Raspandum omnes fustanicos 
eisdem datos vel daturos ad cardandum vel ad raspandum. Et quod 

(1) coscules. 

(2) soluctus corretto in solutum. 

ccLxxxxvi. in margine : factum. 33 (V. sopra, nota al cap. ccLXxii). 

(3) curtas corrette in curtos. 

(4) Mercatorum corretto in Merchancie. 

(5) fiistranicoì'um^ 



- 191 - 

(ie predictis debeant et teiieantur dare et prestare bonam et idoneam 
secaritatern de libris Quinque centiim papié que prò eis promitat et 
stet et in solidiim cum claiixilis et reiiunciacioiiibus oportiinis, Aten- 
dendi et observandi omnia et syngula suprascripta. 

ccLxxxxvii. Rubrica qualiter caìididatores et eorum laboratores debeant 
pigare pecias fustanionun incixas vel knbentes aliquam ciixituram et non pò- 
nendo ipsas in do^^ena. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod omnes candidatores fusta- 
nicoriiin et omnes eorum laboratores et laboratrices qui et que sciant 
pigare fustanicos, Vinculo Sacramenti eisdem prestandi et dandi te- 
neantur et debeant colligere omnes pecias scavicatnrarum fustani- 
coram, et omnes pecias fustanicorum incixas vel habentes cuxituram 
[e. 125>*.] aliquam per traverssum pecie, in faldis Maioribus quam 
sunt ille falde quas faciunt ad colligendum fustanicos integros qui 
poni debent in docena. Et quod ipsas pecias Scavicaturarum et pecias 
que habeant aliquam cuxituram eciam per traverssum pecie, non 
pigabunt ad modum fustanicorum integrum. Et quod non facient 
dictis Scavi9aturis cimossias pigatas sicut faciunt fustanicis integris. 
Et quod non ponent neque ligabunt aliquam peciam scavicaturarum 
nec aliquam peciam fustanici que habeat aliquam cuxituram per 
traverssum pecie, in aliqua docena fustanicorum. Et si aliqua per- 
sona contrafecerit in aliquo predictorum qaod solvat et solvere de- 
beat prò qualibet pecia prò pena et nomine pene soldos [e. 125v.] 
Quinque papié, dandos et solvendos camarario dicti collegij in de- 
nariis numeratis. Quam penam domini Vicarius et consules collegij 
mercatorum exigere teneantur eorum posse infra dies decem tunc 
proximos venientes postquam habuerint noticiam de predictis. 

ccLXXxxviii. Rubrica de duobus officialibus elligendis prò mensurando fu- 
slanios et providendo et examinando si in ipsis fustaniis est illud bambaxij 
quod debet de Iure. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod domini Vicarius et consules 
collegij Mercatorum papié, cum illis quinque sapientibus qui penes 
eis erunt prò consultoribus teneantur et debeant eligere et constituere 

cci.xxxxvn. In margine : factum. 

» 38 (V. sopra, nota al cap. ccLxxn). 

CCLXxxxvni. In margine : factum. 

» 43 » » 



— 192 — 

duos officiales bonos viros et legales qui habeant noticiam artis fu- 
staiiicorum et eciam Meiissurandi fustanicos, quorum officiarli sit et 
esse debeat meassurandi fustanicos, subtus palacium Mercancie papié, 
et eciam [e. 126r.] ad demos et pei* doiiios cardatoram fustanicorum 
et alibi ubicumque videbitur predictis dominis vicario et consulibus. 
Quos fustanicos [qui prò suspectis presentabuntur coram predictis 
dominis vicario et consulibus seu aitero ipsorumj pi-edicti officiales 
Mensurare debeant non tirando ipsos nisi tantum quantum ipsi fu- 
stanici possint tangere passetum ad quem menssurabuntur. Et eciam 
sit inquirendi Videndì et examinandi fustanicos habentes suspiiionem 
quod in ipsis sit minus librarum quatuor et dimidia bambaxij boni 
et sufficientis prò qualibet pecia, simili cum predictis dominis Vicario 
et consulibus vel altero ipsorum vel sine ejs, quibus duobus bonis 
viris defferatur s.ioramentum excidendi eorum officium bona fide et 
sine fraude prò quacumque persona. Et quod ipsi vinculo sacramenti, 
dabunt et consignabunt in [e. 126y.] presencia dictorum dominorum 
vicarij et consulum vel alterins ipsorum, omnes pecias fustanicorum 
quas Gurtas et minus passetorum Qaindecim invenerint subtus pala- 
cium suprascriptum vel alibi. Et quod omnes alias pecias quas' in- 
venerint curtas alibi quam subtus palacium recomendabunt penes 
cardatores fustanicorum vel alibi in loco tuto secnndum quod eis 
videbitur, donec fecerint conscientiam predictis dominis vicario et 
consulibus vel altero ipsorum ubi erunt. Et quod idem facient de 
omnibus peciis fustanicorum suspetionem habentibus quod im ipsis 
sint minus librarum quatuor et dimidia bambaxij boni et sufficientis. 
Et quod predicti domini vicarius et consules seu alter ipsorum facta 
eis conscentia per predictos eorum officiales ubi erunt predicti fu- 
stanici curti vel fustanici habentes suspiccionem quod in ipsis sint 
minus [e. 127r.] librarum quatuor et dimidia bambaxii mittere debeant 
ad accipiendum et ipsos fustanicos portari facere ad palatium supra- 
scriptum in die et bora Mercati et ibi ad banchum solitum ubi lus 
redunt ipsos fustanicos examinare et cum bono et sano conscilio lu- 
dicare et facere de ipsis lustitiam secundum quod postulat ordo luris 
et forma statutorum dicti collegij Mercatorum. Officium vero predicto- 
rum duorum virorum durare debeat usque ad festum Sancte Marie 
Candelarie proximum venientem. Eleccio vero aliorum duorum officia- 
lium loco predictorum fieri debeat quando consules novi eligentur et 
[)ermodum quem consules eligentur. Salarium vero predictorum officia- 
lium sit et esse debeat, tercia pars penarum omnium fustanicorum cur- 
torum et fastanicorum in quibus repertum fuerit esse minus librarum 



— 193 — 

[e. 127i7.] Quatuor et diniiiiia bambaxij, Alia tercia pars sit dicti 
collegij Mercatoriim, Et alia tercia pars sit domini vicari] et consuluin 
qui adfiierint presentes ad ludicandum dictos fnstanicos. 

ccLxxxxix. Item adiderunt statato quod est sub numero ccLxxvij 
sub Rubrica quid et quantum recipere debeant intermediatores et 
cetera Videlicet quod Maloserij seu intermediatores possint accipere 
et habere debeant a quacumque persona de quacumque Baleta de 
soma Media lane subtiliis quani vendere et emere fecerint In Civi- 
tiite vel districtu papié librarum XX papié prò centenario vel ab 
inde supra. soldos III papié prò qualibet baleta diete lane, a ven- 
ditore, et Soldos III papié prò qualibet balleta ab Emptore, non 
obstante Suprascripto [e. 128r.] statuto cui sit predicta aditio quod 
loquitur quod non debeant accipere nixi soldum I papié prò quolibet 
centenario. 

ecc. Rubrica quod domini Yicarius et consules debeant atendere Statuta, 
set non vinculo Sacramenti. 

Item quia propter divani consuetudinem in contrarium obser- 
vat.vm, Et eciam propter Mutacionem conditionum et rerum, plura 
statuta scripta in brevi collegij Mercatorum hodie locum non liabent, 
et eciam possunt minime observari, Sfcatuerunt et ordinaverunt quod 
domini vicarius et consules dicti collegij presentes et futuri, tene- 
antnr et debeant atendere et observare, atendi et observari facere 
eoruni posse, omnia statuta scripta in brevi dicti collegij Mercatorum 
papié, a die sabati vigilia mensis lulij proximi preteriti retro, que, 
ipsis doininis [e. 128y.] vicario et consulibus videantur lusta utilia 
et honesta prò comunitate dicti collegij Mercatorum papié, set non 
vinculo sacramenti. 

ccci. Rubrica quod pater familias teneatur prò filio secundiim cassus con- 
tentos im presenti statuto. 

Item statuerunt et ordinaverunt si aliquis fìlius familias Etatis 
annorum deceni et octo vel plurium, qui sit vel fuerit de collegio 
Mercatorum papié ipse vel pater eius seu de paraticis vel artibus 
subdictis ipsi collegio, aliquod Mercatum fecerit cum aliqua persona 
in Civitate papié vel districtu, vendendo vel emendo aliquam Mer- 
cantiam, habitando cum patre suo ad unum panem et vinum, aut qui 

ccLXxxxix. In margine : hic non cadit aliqua rubrica, 
ecc. In raarg. : 44 (V. sopra, nota al cap. ecLxxii). 
ceci. In margine : factum. 18 » » » 



— 194 - 

dederit vel acceperit aliquam rem ad laborandum vel ad aliqnid 
aliad faciendum vel fieri faciendam, Que inercancia vel res portata 
fuerit in domo illius talis [e. 129r.] patris familias ipso patre sciente 
vel nesciente vel que portata fuerit alibi sciente ipso patre familias, 
quod tunc ipse pater illius talis filij familias teneatur et debeat 
atendere et observare solvere et adimplere omnia et syngula promissa 
conventa et stipulata, per ilhim talem filium familias, cuicumque 
persone et versus quamcumque personam, tociens quociens fuerit re- 
quissitus. Et quod domini vicarius et consules collegj predicti ad 
instanciam cuiuscumque persone petentis legitime, facta eis fide de 
predictis, teneantur et debeant corapellere illum talem patrem fami- 
lias ad ateudendum et observandum, dandum et solvendum omnia 
ea que ili e talis filius suus familias, solvere et dare promisserit vel 
promissiset tamquam si ipsa pater familias presens interfuisset et 
oreknus promisisset et se et eius [e. 129?;.] bona obligavisset. Salvo ta- 
men et reservato ipsi patri familias quod possit et ei licitum sit, revo- 
care et retrahere, mercata facta per ipsum suum talem filium familias, 
de qualibet Merchancia empta vel vendita, vel de re data vel acepta 
ad laborandum, dom modo ipsa Mercancia vel res non sit deteriorata 
vel remota de eo statu et conditione et forma in qua erat, quando 
fuit tradita et portata silicet ea die vel sequenti qua ipsa Mercanzia 
vel res tradita fuerit vel recepta per ipsum filium familias, si ipse 
pater fuerit im papia vel in illa terra vel loco im qua merchatum 
predictum fuerit factum, et si non fuerit in papia vel in illa terra 
vel loco, quod possit revocare dictum Mercatum ea die qua venerit 
vel sequenti. Solvendo tameu ipse, pater familias denarios vj prò qua- 
libet libra precij illius [e. 130r.] Merchancie de qua voluerit mer- 
catutn revocare, illi persone que vendidisset vel Emisset dictàm 
Mercanciam predicto tali filio familias. Et solvendo soldos ij prò 
qualibet libra quantitatis precij laboris, rei dapte vel recepte ad la- 
borandum et faciendum vel fieri faciendum. Et restituendo una queque 
pars una alteri Mercanciam traditam vel rem et peccuniam traditam 
illi persone que ipsam Merchanciam vel rem seu peccuniam tradidisset 
portamdo ipsam Merchanciam et rem expenssis illius patris familias 
predictum Mercatum revocantis. 

cccn. Rubrica quod filius familias decem et odo annorum qui larem foverit 
separatum a patre possit se obligare. 

Itera si aliquis filius familias de collegio Merchatorum papié, ipse 

cccii. In margine: factum. 



- 195 — 

vel pater eius seu de paraticis vel artibns subditis ipsi collegio 
Etatis annorum [e. 130r.] xviij vel plurium (1; qui larem foverit se- 
paratuin a patre suo et in alia domo quam in domo habitutioiiis 
patris sui, fecerit aliquod mercliatum de aliqua Merchancia con aliqua 
persona in Givi tate papié vel districtu, Emendo vel vendendo ant 
dederit aliquam rem ad faciendum vel fieri faciendum vel ad labo- 
randum, quod ipse talis filius familias teneatur et debeat atendore 
et observare omnia et syngula promissa conventa et stipulata per 
ipsnm tamquam si essec auctoritate consulum lustitie papié et eorura 
de cetero interposito solempniter emancip.itus a patre suo, et ab 
eius potestate dimissus. Ec quod dictus talis filius familias possit 
absque paterno consensu agere contrahere pacisci negociari in luditio 
esse et omnia et svagala facere gerere et exercere [e. 131r.] que 
facere, gerere, et exercere posset quilibet pater familias et homo sui 
luris. Et quod pater eiusdem talis filii familias, non possit nec debeat 
deffendere ipsum talem suum filium familias nec bona que tenuerit 
vel tenere videbitur, centra aliquem creditorom prò aliqua Merchancia 
illius tali sui filij familias tamquam personam non dimissam a pote- 
state patris et tamquam bona que pertineant ipsi patri familias Iure 
paterno, Et si ipse talis pater familias, Aliquo modo de Iure vel de 
facto se opposuerit ad defenssionem illius talis filij familias contra 
aliquem creditorem ipsius talis filij familias qui creditor sit prò 
Merchancia quod tunc ipse pater familias factus sit et sit debitor 
illius creditoris dicti talis filij familias prò ea et de ea quantitate 
peccunie vel rerum de [e. ISlz;.] qua vel quibus reperietur debitor 
ipse talis filius familias, illius creditoris dicti talis filij familias, 
contra quem creditorem ipse talis pater familias se opposuerit ad 
defenssionem prò ipso tali suo filio familias. Et eciam si aparuerit 
aliquem patrem familias esse creditorem cum carta vel sine carta 
alicuius sui filij familias, aliquo titulo vel modo qui dici vel oxco- 
gitari possit, quod ipse talis pater familias prò quocumque credito 
vel creditis posponatur creditoribus omnibus ipsius talis filij fami- 
lias ita et taliter quod omnes creditores ipsius talis filij familias prò 
quibuscumque creditis qui sint prò Merchancia, seu quod sint cum 
carta vel quod sint sine carta, solum quod sint vera eredita, qui- 
buscumque creditis paternis omni modo preferantur. 



(l) pluirium. 



— 19G - 

[e. 132r.J cecili. Rubrica de lustis et legalibus peìisis tenendis. 

Item statuerunt et ordinaverunt quod omnes Fabri et campsores 
teneantur et debeant habere et tenere Iiistos et legales penssos et 
penssas ad quos et qiias vendiderint vel Emerint Aurum Argentum et 
perlas, qui penssi sint equales cu in Marche qui apellatur et dicitur 
Marchua papiensis vel de colonio (1 \ Et quod ipsi Fabri et Campsores 
non possint nec debeant, vendere nec emere, Aurum, Argentum et 
perlas nisi ad predictum penssum nec eciam ipsi fabri non possint 
nec debeant recipere ad laborandum nec reddere nisi ad predictum 
pensum. Et si aliquis vendiderit vel Emerit Aurum vel argentum 
vel perlas ad aliud penssum quam ad suprascriptuin nesciente emp- 
tore alicuius ipsaruin rerum ab eis ves venditore, quod [e. 132i?.] 
solvant et solvere debeant Oamarario coUegij Mercatorum papié no- 
mine ipsius collegij prò qualibet uncia Argenti soldosV papienssium 
prò qualibet unzia Auri soldos XX papienssium et prò qualibet uncia 
perlarum soldos Sexaginta papienssium. Et si aliquis predictorum 
habuerit et tenuerit iniustos et non legales pensos et iniustas et non 
legales balancias quod solvat et solvere debeat predicto camarario 
ut supra, prò qualibet balancia iniusta solidos X papienssium et prò 
qualibet vice qua reperta fuerit, et prò quolibet Marche iniusto et 
non legali soldos XX papié, prò medio Marche soldos X papié et 
prò qualibet uncia soldos V et prò quolibet pensso ab inde infra prò 
rata (2) dictorum soldos V papié. Et quod quilibet teneatur et debeat 
estendere omnes penssos et balancias ad quos et quas emunt et 
vendunb quando cousules dicti [e. 133r.J collegij vel eorum officiales 
iverint inquirendo vinculo sacramenti. 

ccciv. Rubrica de exibitione librorum in iudicio quando et qualiter exiberi 

debeant. 

• 

Ttem ut veritas cuiuscumque questionis vertentis coram dominis 
vicario et consulibus collegij Mercatorum papié prò aliqua Merchancia 
vel prò dependentibus ab aliqua Merchancia possit celerius reperiri, 
Statuerunt et ordinaverunt, si aliqua persona prò declarando que- 
stionem celerius de qua agetar coram dictis dominis vicario et cen- 

ccciii. In margine : factum. 

(1) colovio ? 28 (V. sopra, nota al cap. cclxxii). 

(2) rapta corretto in rata. 
ccciv. In margine : factum. 



— 107 - 

salibus seu altero ipsoruin prò aliqua Mercancia vel dependentibus 
ab eadem pecierit exiberi debere librum seu codicem rationiiiii aversse 
p.irtis in luditio, quod Illa persona petens dictam exibitionein fieri 
debere, prius et antequain procedaiur ad ipsam exibitionem fieri fa- 
ciendam, [e. 133^.] dicat et prorestetur cum solempnitatibus oportunis 
in presencia predictornm dominornin Vicarij et consulum vel alterìus 
ipsorum, quod vnlt et parata est standi ad id quod reperietur scri])- 
tiini super dictum librum, tani ad rationes que (1) centra ipsum et 
in favorem averse partis erunt quam ad rationes que prò ipso et in 
eius favorom erunt. Et quod facta dieta protestatione et in actis 
ipsorum dominorum Vicarij et consulum posita, predicti domini vi- 
carins et consules seu illi vel ille corain quo predicta profcestatio 
facta fiierir, statim et absque mora teneantur et debeant C(^gere 
illiiin a quo petetur exibitio libri fieri debere, quatenus incontinenti 
et absque mora debeat coram eis vel altero ipsorum dictum librum 
exibere. Et ne aliqua fraus corniti possit quod unus ex dictis consu- 
libus et notarius dicti collegij simul [e. 134r.] cum ilio qui librum 
pecierit exiberi et con ilio a quo petetur, ire debeant ad videnduni 
dictum librum et rationes in ipso scriptas que loquantur de illa 
Merchancia et questione de qua agetur inter ipsas partes. Qui con- 
scul teneatur et debeat partibus presentibus per suum notarium ipsas 
rationes loquentes de illa Merchancia et questione de qua agetur fa- 
cere exemplari, si ipse rationes fuerint talis conditionis quod apte 
possint celeriter exemplari. Et si vero non poterint quod tunc dictus 
consul et ambe partes debeant predictum librum de eorum sigillis 
sigillare et signare [celeriter exemplari et signare]. Et si forte aliqua 
parcium careret sigillo, quod possit ab aliquo alio sigillum petere 
mutuo et accipere, vel possit eciam si ei placuerit petere mutuo si- 
gillum consulis ex quo dictus liber fuerit [e. 134v.] sigillatus ip- 
sumque librum dictus consul facere debeat exportari in locum debitum 
partibus non suspectum, donec diete rationes poterint partibus ])re- 
sentibus videri et exemplari. Et si aliquis recuxaverit exibendi dictum 
librum incontinenti et absque mora et incontinenti non exibuerit, 
quod in eo casu, racionibus in ipso libro scriptis prò eo et in eius 
favorem loquentibus non credatur. Et nichilominus cogatur luris 
Remediis quibuscumque ad predictum librum exibendum, et in eo 
casu credaturtantum racionibus in favorem et prò petenti exiberi dictum 

[\) quam. 



— 198 ^ 

libruin. Et si contingerit illuin de quo petetiix' exibitio libri fieri de- 
bere, negare se habere libruin in quo scripte sint rationes alique ex 
illis de quibus agetur et petens probare poterit legitime quod habeat 
tunc in eo casu cogatur ad predictuin librum exibendum luris Re- 
mediis quibuscumque [e. 135r.]. Et credatur tantum rationibus lo- 
quentibus in favorem petentis librum exiberi et liiis que prò ipso 
erunt, et racionibus que erunt in favorem negantis habere se librum 
illum, et liiis que prò ipso erunt non credatur in aliquo. Insuper si 
oppositum fuerit in dicto libro vel in rationibus dicti libri esse com- 
missa aliqua fraus, quod tunc predicti domini Vicarius et consules, 
cum maxima diligencia et conscilio plurium bonorum Merchatorum 
partibus non suspectorum providere debeant et examinare dictnm 
librum et raciones, si in ipso libro vel rationibus videatur aliqua 
fraus esse commissa. Que fraus si eis videbitur esse commissa quod 
tunc per ipsos dominos vicarium et consules procedatur prout po- 
stulat ordo luris. 

cccv. Item addiderunt statuto quod est in brevi [e. 135v.] collegij 
Mercatorum papié sub numero ccLxxxviij (1) sub Rubrica de compro- 
missis fìendis in duobus arbitris qui sint de credentia collegij Mer- 
chatorum papié, Quod electio illorum duorum arbitrum et compro- 
inissum fìendum in eos, per partes litigantes coram dominis Vicario 
et consulibus collegij Mercatorum papié, seu altero ipsorum fieri 
debeat im presencia dictorum dominorum vicarij et consulum seu 
alterius ipsorum. Et quod quilibet ellectus in arbitrum, et eciam 
quilibet tercius asumptus penex aliquos arbitros, teneatur et debeat 
ipsum arbitralem officium recipere et apceptare, et quod nemo possit 
ipsi officio renunciare ullo modo sub pena librarum X papienssium 
prò quolibet renuntiante dandas et solvendas camarario dicti collegij 
nomine ipsius collegij in denariis [e. 136?*.] numeratis, nisi ex lusta 
causa quis poterit a predicto arbitrali officio se legitime exusari. Et 
quod predicti domini vicarius et consules et quilibet ipsorum te- 
neantur et debeant luris Remediis quibuscumque compellere supra- 
scriptos arbitros eìectos et eciam tercium si contingerit tercium as- 
sumi ad aceptandum et recipiendum officium supradictum, et cogere 
eos ad pronunciandum diffiniendum terminandum et sentenciandum 
questionem seu questiones eisdem compromissam vel compromissas, 

cccv. In margine : hic non cadit aliqua rubrica. 

56 (V. sopra, nota al cap. cclxxu). 
(1) ccLxxxxiiij corretto in ccLxxxviij (da rubrica indicata è al cap. cclxxxv). 



- 199 - 

infra tempiis apositiim et contemtum in istruuiento compromissi in 
eos facti. Et qiiod quelibet parciuia atendere et observare debeat et 
teneatur in omnibus et per omnia totum et qnicqnid arbitrabitur (1) 
pronunciabitar declarabitur et sentenciabitur per illos duos arbitros 
seu per illos [in margine aggiunto : duos] ex illis tribus in concordia 
si casus [e. 136i\] contigerit quod tercius asumatur. Et quod predicti 
domini vicarius et consules et quilibet ipsorum teneantur et debeant, 
ipsam sentenciam arbitraleni declarationem et pronunciationem ad 
executionem mandare Ad petitionem partis hoc requirentis, Apella- 
tione et contradictione vel exceptione quaconque penitus non obstante 
per neutram vero parcium ab aliqua sententia arbitrali non possit nec 
debeat uìlatenus apellari nec nulla dici ncque ad arbitrium boni viri 
reduci debere, nisi prius solutnm (2) fuerit et integre satisfactum totum 
et quicquid dictum pronunciatum declaratum et sentenciatum fuerit 
per predictos arbitros Inter dictaspartes, adie verointegre solucionis (»b- 
servationis et satisfacionis tocius eius quod in dieta sentencia con- 
tinetur, usque ad decem dies tunc proximos subsequentes, reservatum 
[e. 137^.] sit Iiis apellationis cnilibet (3) parti possendi apellare ad 
dominum vicarium et consules dicti collegi] Merchatorum papié. 
Coram quibus et non alibi dirimatur et cognossi debeat si super 
dieta questione et luste et eque ludicatum pronunciatum declaratum 
et sentenciatum. 

Più in bassOj in corsivo : pubìicacio statutoriim presencium. 

Die sabati xviiij aprilis bora octave. Testes acorsinus de bendita 
E-olandus de amiragio Jacominus de cortixe de ast. 

[e. 137y.] Sapra in carta cviij In prima pagina ipsius carte in 
Mediate ante: lecta et publicata etcetera, debent fuisse nomina In- 
frascriptorum consiliariorum coUegij mercadancie papié scripta et 
ideo ibi scribi debent et legi : quorum nomina sunt hec. 



Dott. Mario Ghiri. 



(1) arbitriahitur. 

(2) soluctum corretto in solutnm. 

(3) cuiuslibet corretto in cuilibet. 



FRANCESCO LOMONACO A PAVIA 



Un recente articolo di A. Albertazzi sul suicidio di Fran- 
cesco Lomonaco (1) m' à invogliato a ricordare a Pavia questo 
ingegnosissimo e infelicissimo nomo che qui visse gli ultimi 
anni della breve vita e qui miseramente mori a trentotto anni, 
vittima, pur troppo, della maldicenza, della delazione, della ca- 
lunnia. 

Singolare destino quello del Lomonaco ! Figlio, come il suo 
amico Vincenzo Coco, ed erede intellettuale della rivoluzione 
napoletana del 1799 ; se la vita breve non gli concesse di la- 
sciare a' posteri opere paragonabili al Saggio e al PI alone in 
Italia, e se scrisse in istile anche più sciatto, ebbe, certamente, 
ingegno non minore e, forse, carattere più nobile dell'ingegno 
e del carattere del suo amico. Eppure, chi lo ricorda ? Pochi 
storici della lettei-atura lo nominano appena; lo rammentò fu- 
gacemente il Pecchio nella biografia del Foscolo, del quale il 
Lomonaco fu amico; gli dedicò da ultimo poche righe C. Cantù (2); 
il suo biografo principale, e possiamo dir unico, è il citato 
Bianchetti, la cui monografia è rimasta sepolta negli atti d'una 
accademia. Intorno al Coco da qualche anno s' aifannano pa- 
recchi studiosi (3) ; al Lomonaco nessuno pensa. 

(1) La fine d'un filosofo^ in Natura ed Arte, Milano, 1" maggio 1907. Le 
notizie sene desunte dallo studio (del quale TA. dice, naturalmente, molto male) 
di G. Bianchetti, Della vita e delle opere di F. LomonacOy in Memorie delVi. r. 
Istituto veneto di scienze lettere e artiy Venezia, v. Vili (1899), p. 181. Lo 
stesso Bianchetti, nelle stesse Memorie (v. XIII, 1866, p. 27), pubblicò i Som- 
marii delle opere di F. Lomonaco, compilati di su le Opere di F. Lomonaco, 
Lugano, Ruggia, 1831-37, volumi 9. 

(2) A. Manzoni, reminiscenze, Milano, 1882, v. 1, p. 21. 

(3) V. De Renzis, Il risveglio degli studii intorno a V. Coco, ne L'Italia 
Moderna, Roma, 4 novembre 1905. 5 



•202 



Questo mio articoletto vuol soprattutto narrare la vita pa- 
vese dello sventurato giovane : ma a' miei quindici lettori non 
dispiacerà eh' io cominci addirittura ab oiw. Sarò brevissimo ; 
e delle opere del Lomonaco esaminerò specialmente quelle che 
anno attinenza col soggiorno pavese, sul quale ò raccolto qualche 
notizia nova. 

I. 

Nacque nel 1772 a Montalbano, in quella generosa e infelice 
Basilicata, a cui tante sue glorie deve il pensiero italiano. A 
Napoli studiò giurisprudenza e medicina : furono suoi maestri 
Mario Pagano e Domenico Cirillo, de' quali egli doveva, nel 
Rappoì'éo che citerò, disegnare un felice ritratto. Tradusse il 
Contralio Sociale; e scrisse, dicono, nel Monitore Napoletano 
di Eleonora de Fonseca Pimentel : ma il suo tacere il nome di 
questa insigne donna, mentre altre donne della rivoluzione 
del 99 nomina nel Rapporto, e il sapersi che ne' primi giorni 
della Repubblica die' fuori il programma d'un giornale (1), mi 
fa dubitare della veracità dell' ultima notizia. 

Un errore di nome gli die' modo di scampare in esilio. 
Andò a Parigi e a Ginevra; nel 1800, a Milano, dove affluivano 
gli esuli, dopo la vittoria di Marengo. Visse miseramente, cor- 
reggendo bozze e facendo lezioni private. Scrisse allora un 
Rapporto al cittadino Carnot sulle segrete ragioni e su' prin- 
cipali avvenimenti della Catastrofe Napoletana^ sul carattere, 
e la condotta del re, della regina di Sicilia, e del famoso Acton 
(Milano, s. d.) : opuscolo che, vero precursore dell'idea dell'unità 
italiana, dedicò al popolo futuro d'Italia. Egli dimostra che 
u la caduta di Napoli strascinò quella di tutta l' Italia " ; e 
scrive queste memorabili parole : u L' Italia, non essendo divisa 
ne per mezzo di grossi fiumi, né di gran montagne, godendo la 
stessa bellezza di cielo, presso a poco la stessa fertilità di suolo, 
racchiudendo in sé tutte le umane risorse, bagnata dal Medi- 
terraneo, dal Jonio, dall'Adriatico, e separata dagli altri popoli 

(1) B. Croce, Suidii storici su la rivoluzione napoletana del i799, Roma, 
Loescher, 1897, p. 88. 



— 203 — 

da una catena di monti inaccessibili, sembra, die dalla natura 
sia destinata a formare una sola potenza. I suoi abitanti, che 
parlano la stessa lingua, che hanno la medesima tinta di pas- 
sioni, e di carattere, che godono di un egual germe di sviluppo 
morale, e di fisica energia, che non sono separati né da inte- 
ressi, né da opinioni religiose, son fatti per essere i membri 
della stessa famiglia i\ Segue una rapida sintesi della storia 
d'Italia e un rapido esame delle cause che ne determinarono 
la disunione, a II Papato poteva ovviare a codesto gran male : 
ma gì' istrioni di Roma, lungi di pensare alla prosperità italiana, 
per assicurarsi 1' impero eh' esercitavano su gli spiriti, per fon- 
dare la loro grandezza temporale, mentre predicavano la chi- 
merica felicità dell' altro mondo, per accumular tesori a spese 
della bigotteria, non badarono ad altro, che a spandere il tali- 
smano dell'errore, perseguitare la virtù ed il sapere, combat- 
tendo cosi i sacri interessi delle nazioni. I mali non si arresta- 
rono qui. I preti di Roma si proposero di abbattere non solo il 
culto esterno del paganesimo, ma di opporsi anche al suo spi- 
rito. La religione pagana faceva l'apoteosi del coraggio, della 
forza, dell' industria, de' piaceri, e della virtù; e il cattolicismo, 
distruggendo la morale, e la ragione, deificò la povertà, l'ozio, 
r ubbidienza, il celibato, le pratiche le più micidiali, le favole 
inette, gli assurdi misteri. L' idea dell' immortalità dell' anima, 
che vagava ne' libri de' poeti, della Grecia, e dell'antica Roma, 
divenne \\n domma, che rese della chiesa un mercato, in cui si 
tassava il prezzo d' ingresso negli elisi ??. Vero é che tutti i 
popoli cattolici soggiacquero a queste sciagure : u ma 1' Italia, 
ch'era il centro della superstizione, ne senti maggiore il peso ti. 
abbondato nelle citazioni da questo raro opuscolo, perchè 
giovano, meglio che l'esame critico delle opere, a far conoscere 
lo scrittore e l'uomo. 

Il Lomonaco scrisse anche nn^Aiìaìisi della sensibilità, nella 
quale è notevole il biasimo de' costumi delle donne italicine; le 
Vite dei famosi capitani d' Italia : le Vite degli eccellenti ita- 
liani^ in cui rivendica la gloria di molti italiani, quali il Tar- 
taglia precursore del Keplero, il Gravina precursore del Mon- 



— 204 — 

tesquieu e del Rousseau, il Vico precursore del Montesquieu. 
Pubblicando quest'opera nel 1802, il Lomonaco vi stampò un 
sonetto d'un giovine amico suo e del Coco, d'un giovine gia- 
cobino, autore d' un poema intitolato 11 trionfo della Libertà : 
alludo al sonetto A Fr. Lomonaco per la Vita di Dante, che 
fu la prima poesia di Alessandro Manzoni data alle stampe (1). 

II. 

Queste opere gli valsero, nel 1805, la cattedra di storia e 
geografia nella r. Scuola Militare novamente instituita a Pavia, 
col lauto stipendio di novanta lire mensili. Abbiamo, stampato 
a Pavia dal Capelli nel 1806, il Discorso augurale di Francesco 
Lomonaco professore di storia e geografia nella r. Scuola Mi- 
litare di Pavia. Gioverà, più che riassumerlo, desumerne le 
idee del Lomonaco intorno alla storia. 

Brevemente [u per natura e per arte allettato alla brevità «) 
dimostra che a senza lo studio della storia non si può divenir 
guerriero né politico 7i. La scienza della guerra prova lumino- 
samente la verità di quanto disse il Campanella : le scienze 
trarre la loro origine dalla storia e nella storia aver termine. 
Cita molti fatti che, « universalizzandosi (?). costituiscono appunto 
la ragion militare ". u Perciò, se si trasanda la scienza de' 
fatti, eh' è la storia, la scienza della guerra vien manco v : che 
Ci l'ordine delle idee è trascinato da quello delle cose ?). So- 
stiene poi che gli ordini e le instituzioni militari son sempre 
uniti con gli ordini e le instituzioni civili, che sono invincibili 
in guerra i popoli ben ordinati in pace. Nello svolgere i fasti 
delle nazioni, egli mirerà sempre alla ragion di Stato e alla 
ragion di guerra, a La umana ragione scorgerà luminosa nella 
miscela degli avvenimenti 1' uno nel tutto e il tutto nell' uno, 
secondo 1' espressione di Bruno da Nola '^ : egli insisterà sempre 
su questo argomento, che '.i le stesse leggi, gli stessi ordini, le 
stesse religioni produssero sempre gli stessi effetti v ; e che le 

(I) Vedilo in Opere inedite o rare di A. M. pubblicate da R. Bonghi, v. I, 
Milano, Rechiedei, 1883, p. 72. 



— 205 — 

vicende de' popoli derivano da un sapremo ordine universale: 
^ ordine il quale rappresenta non la perfettibilità indefinita di 
Anassagora, di Parmenide e di Condorsetto {sic), né l'ottimismo 
di Leibnizio né la progressività di Scelli ngo {sic) ; ma il pe- 
riodo degli Egizj, la rotazione di Machiavello, di Gravina e di 
Vico ri. 

Gfy^Q più notabili su la storia dirà in un lavoro posteriore. 
Qui, come si vede, del sistema del Vico ritiene proprio la parte 
meno vitale: la teoria de' corsi e de' ricorsi. Anche qui si noti la 
deficienza di senso storico, che é, più o meno, caratteristica 
delle menti del Settecento : ma t' accorgi che tra le incertezze 
della sua speculazione su la storia egli rifiuta 1' enciclopedismo 
francese (Elvezio chiama u pensatore sublime pe' mediocri, e 
mediocre pe' sublimi ^"ì) per ripigliare, a suo modo, la tradizione 
del Machiavelli del Bruno del Campanella del Gravina del Vico, 
de' quali il giovine pensatore italiano si considera epigono. 

A Pavia non tardò pur troppo a sentir le punture dell' in- 
vidia e della gelosia, u Non vedeasi volentieri da molti (scrive 
il Bianchetti, che su la vita paves® del Lomonaco ebbe notizie 
dal prof. G. Del Chiappa) un napolitano inalzato a una cattedra 
in Lombardia, quasi la si avesse fatta occupare da uno venuto 
da terra straniera ri. Che tempi curiosi, eh ? 

Era napoletano (veramente, era basilicatese; ma si sa: allora 
la cultura geografica non era diffusa come ora, e tutti gì' Ita- 
liani nati a mezzogiorno dello Stato del Papa erano napoletani : 
che tempi curiosi, eh ?) : questa la sua prima colpa. Era un 
uomo d'ingegno: seconda colpa. Era dignitoso e parlava come 
pensava : terza colpa. 

Pur giudicando Napoleone il massimo italiano del suo tempo, 
egli non lo incensò mai : anzi, con una certa ostentazione, lo- 
dava Tacito, inviso a quello ; tra i reggimenti civili preferiva 
1' inglese ; vagheggiava la indipendenza e 1' unità d' Italia ; e 
dalla cattedra nelle conversazioni negli scritti apertamente dif- 
fondeva le sue idee. La sua franchezza spiacque ; due o tre 
volte fu ammonito dal Ministro della Guerra del Regno d'Italia: 
il che crebbe la baldanza de' suoi invidi nemici, 



- 206 — 

Dopo aver pubblicato un trattato, rimasto incompiuto, Della 
virtù militare^ pubblicò a Milano, coi tipi del Silvestri, nel 1809, 
alcuni Discorsi letterarii e filosofici^ che furon causa della sua 
rovina. 

III. 

Questi discorsi, dedicati al pittore siciliano Giuseppe Errante 
(che dipinse il ritratto, qui inciso, del Lomonaco), a M. Delfico, 
V. Lancetti, V. Cuoco, A. Scarpa, V. Russo, V. Monti, G. Fi- 
langeri, al Borda (il matematico, o 1' epigrafista?), allo Stratico, 
a J. Rezia, a G. B. De Velo (1), tutti più o meno illustri amici 
dell' autore, trattano della potenza del tempo, del vero prin- 
cipio delta inorale, dello spirito d^ imitazione^ delle, femmine, 
de' pseudo filoso fi, della lode^ della vanità^ della costanza^ della 
vera grandezza^ della scienza sovrana^ della incoerenza, della 
ciarlataneria^ della differenza tra gli storici antichi e moderni^ 
della eloquenza, e va' dicendo. 

Questi saggi, scritti con piena libertà di pensiero e di pa- 
rola^ sono quelli d' un vero epicureo dell' intelligenza (a epi- 
cureismo più soave e più nobile dell' epicureismo della fantasia 
e dèi sensi »), d' un gran signore della cultura, che la filosofia 
considera scienza sovrana^ scienza delle scienze (distinguendola 
dalle altre scienze, compresa la matematica, u che non è scienza, 
ma strumento di scienza 77), ma scorrazza a suo beli' agio ne' 
campi della storia e dell' arte. E scrive come sente e come 
pensa, in uno stile vigoroso e immaginoso, quand' anche poco 
eletto : lo stile per lui dovrebb' essere 1' uomo, u A chi opera 
virtuosamente (egli dice) si appartiene scrivere intorno alle 
virtù, come spetta all' artefice di una macchina la descrizione 
di essa. Ma, per infelicità de' mortali, i libri che versano su 
tale materia, sono scritti da pedanti, o da filosofi che valgono 
meno de' pedanti. Seneca nuotante in un mare di ricchezze, a 

(1) G. B. De Velo, il men noto, forse, dei nominati, dopo aver raccolto le 
sue Opere a Pavia (Capelli, 1808), pubblicò un notevole opuscolo, Delle scuole, 
e specialmente italiche^ di pittura (Pavia, Capelli, 1810) e un' ode. La pace 
universale nel Ì8i5 (Pavia, 1816). 



- 207 — 

tutto petto predicava povertà; Rousseau misantropo era 1'^ apo- 
stolo della filantropia. Non vedi tu in questa turpissima scan- 
dalosa contraddizione tra 1' uomo e lo scrittore lo spettacolo 
d' una bagascia, che parìa di pudicizia ? ?) 

Impossibile riassumere questi saggi : ne spigoleremo alcune 
ingegnose osservazioni. A proposito dell' imitazione : u I fervidi 
ingegni italiani si resero celebri nella scultura ; ma presero il 
più alto volo nella pittura per mancanza di esemplari n. Gli 
uomini del suo tempo son pecore : due soli fanno eccezione. 
a Fra l'immensa schiera degli esseri a figura umana ne' quali 
mi sono imbattuto, non ne ho ravvisati che due veramente ori- 
ginali : r uno è Napoleone, 1' altro Alfieri, entrambi degni di 
essere appellati uomini nelT età in cui mi vivo ti. Seguono vi- 
gorosi ritratti dell' uno e dell' altro. Quel eh' egli dice de' pseu- 
dofilosofi, riguarda più tosto certi eruditi, a nani ne' raziocinj, 
e giganti nelle notizie letterarie ii. 

Uno de' saggi più notevoli è quello della differenza tra 
gli stoi'ici antichi e moderni, a Gli antichi, avendo le mani 
nella pasta de' pubblici affari, potevano sapientemente ragionar 
di Stato, come un viaggiatore di costumi de' popoli " : esempi, 
Senofonte Tucidide Polibio Cesare Livio Tacito. Gli storici mo- 
derni per contro furono preti o frati, medici giureconsulti let- 
terati, e invece di storie ci diedero gazzette o romanzi, a Guic- 
ciardini, Machiavelli, Grozio, Sarpi, tutti sapienti, furono i soli 
tra' moderni ad emular gli antichi nella difficile arte di scri- 
vere storie. Il primo, giudicato verboso da Boccalini, è per 
r opposto tutto pieno d' idee, di nerbo, e di spiriti :5. Ma in 
genere nelle opere storiche de' moderni u non si osservano 
quei colores operwn necessarj nella poesia, e più necessarj 
nella storia, che è una poesia la cui base poggia sul vero, non 
sul verisimile n. Senonchè, dopo aver considerato la storia come 
arte, torna a considerarla come scienza : a La storia, oltre al- 
l' essere una scienza, è la base di tutte le scienze, poiché esse 
sono la storia de' fenomeni. Considerazione che usci dalla testa 
vesuviana dell' inclito Tommaso Campanella, e che ripetè Volfio, 
il quale nella sua Filosofia razionale parla in questa sentenza ; 
Cognitio historica philosophiae fundanientiini ii. 



— 208 - 

Buone cose dice nel saggio Dell* eloquenza^ in cui sostiene 
clie l'eloquenza dovrebbe apprendersi nelle u accademie de' fi- 
losofi 57, non nelle u sordide officine de' retori 11. Ottennero 
giustizia quegli scrittori nelle cui opere la posterità a colse 
frutti, fiori, e non frondi 11. u E quando 1' otterranno Sarpi, 
Giannone, Paruta, Vico, Beccaria ed altri egregi non ammessi 
in mezzo a' classici italiani dalla feccia grammaticale? Quando 
il loro merito, almeno per pietà letteraria, sarà riputato eguale 
a quello di frate Jacopone da Todi ? :i Lo scrittore veramente 
eloquente dee dilettare la fantasia, instruire 1' intelletto, com- 
movere il cuore : a ma colui che vuole conseguire tale scopo, 
abbisogna di alto cuore, di fantasia bollente, e d' intelletto gra- 
vido d'idee v. Lo stile, ancora e daccapo, è l'uomo. 

Volgaruccio anzi che no è il saggio Belle femmine: la qual 
cosa fa maraviglia, chi pensi che il Lomonaco, se avea cono- 
sciuto la Taide inglese e la moderna Teodora, aveva anche co- 
nosciuto le )nogli, le sorelle^ le figlie de* parligiani della gran 
causa, alcune delle quali egli nomina, con la Sanfelice, in una 
nota del suo Rapporto. 

IV. 

La pubblicazione di questo libro fu come stuzzicare un ve- 
spaio. I moralisti di professione, i bigotti del trono e dell' al- 
tare, le male femmine, gli eruditi senza spina dorsale, i ciarla- 
tani, gì' ipocriti, i poetucoli frugoniani, quanti si vedevano di- 
pinti dal rude energico pennello del Basilicatese, congiurarono 
a' danni del coraggioso generoso giovine. 

I malevoli gongolarono di gioja, quando nel giornale del 
governo del 16 maggio 1809 (era intitolato Giornale Ilaliano, 
e ne era direttore Giovanni Gherardini, successo a V. Coco !) 
lessero un articolo, nel quale questo libro è giudicato a una 
rapsodia di esempj, massime e sentenze indigeste 77, fatta senza 
ordine e senza criterio, in cattiva lingua e stile, da un novo 
cinico, che offende la morale con sozze immagini e parole in- 
decenti, che semina intollerabili eresie di letteratura, politica 
(ci siamo !), filosofia. La conclusione è questa : u Si sa che per 



- 209 - 

giusti motivi di censura il libro è stato soppresso » (1). Il libro 
perciò è divenuto rarissimo. 

Questo fu un gran colpo pel povero Lomonaco, che al let- 
terato Luigi Rossi, il quale aveva un alto ufizio a Milano, 
scriveva, il 18 maggio, questa lettera : 

Sento con certezza che sia stata proibita la vendita del mio libro. Io stupisco 
di questo fatto, perchè vi è un capitolo dedicato alla morale. In altri due si 
parla dirt'usarnente de' vantaggi della monarchia e contra ogni altra forma di 
governo. Né meno una parola contra la religione. Inveisco contro i vizii, ma 
non nomino o caratterizzo alcun vizioso. Facendo distinzione tra la satira e la 
maldicenza, applaudo la prima, perchè non offende altrui, vitupero la seconda, 
perchè si scaglia contro gl'individui. Perchè dunque la calunnia si è scatenata 
contro di me ed ha procurato di ferirmi ? Forse per aver usato qualche parola 
bassa. Ma, ponendo da banda i poeti, il gravissimo storico Sallustio non dice: 
ac ventri deditus ? Svetonio, come sa meglio di me, é pieno di simili voci ; 
Montaigne n è pienissimo. Sicché, essendxD tele di ragno le incolpazioni de' miei 
nemici, la prego di cooperare alla difesa del mio libro, impegnandosi col 
sig. Monti al disequestro delle copie. Sarebbe vergogna in questa felice età 
rinnovare per le bagattelle gli esempi dell' inquisizione romana. Dico bagattelle, 
perchè le mie intenzioni nel libro sono sacre. Spero che ella, più come letterato 
ed amico delle muse che come uomo in carica, accoglierà di buon animo questa 
mia preghiera, mentre ho l'onore di dirmi ecc. 

Gli rispondeva il Rossi, il 20 maggio, che, pur non dubi- 
tando della lealtà e purezza delle sue intenzioni, non poteva 
difendere il suo libro dalla Censura (2). 

Narrasi che una volta, mentre il Lomonaco faceva lezione, 
si udi un colpo di pistola. Uno studente s' era fatto saltar le 
cervella. Grande commozione tra la scolaresca ; ma il professore, 
imperterrito : u Che giova nelle fata dar di cozzo ? d; e prosegue 
la lezione. Tre giorni dopo egli s' annega. 

I] Bianchetti narra cosi la sua morte : u In un 'giorno che 
non ho ben determinato, ma che fu certo nel settembre del 1810, 

(1) trovato trascritto da mano ignota questo articolo nello esemplare de' 
Discorsi posseduto dalla nostra Biblioteca Universitaria. 

{'t) La lettera del Lomonaco e la risposta del Rossi leggonsi tra le Lettere 
di varii illustri italiani del sec. XVIII e XIX a loro amici ecc., Reggio, 
Torreggiani, 1841, t. Ili, pp. 121-2. 



— 210 — 

egli, essendo a Pavia, entrò nel caffè detto del Barilotto; chiese 
un biccliier di vino; e quindi, uscito dalla porta di Borgorato, 
fatti in fretta alcuni passi, si mise a correre precipitosamente, 
gettando altissime grida; e, giunto alla sponda d' una fossa del 
Navigliaccio, eh' è a ponente della città, vicino a S. Mauro (o 
S. ScilvatoreJ^ si trasse 1' abito, e vi si slanciò dentro. Fu udito 
e visto da alcune donne; e un soldato che passava per di là 
in queir istante, gettossi nell' acqua limacciosa, tentando di sal- 
varlo ; ma non ottenne V effetto, e quasi vi lasciò anch' egli la 
vita 77. 

Il suicidio si attribuì a un disgraziato amore ; o al dolore 
del patriota per la servitù d' Italia ; o alla soppressione del suo 
libro ; o alle persecuzioni dei nemici, che lo coprivano anche 
di ridicolo per esser egli misantropo, trascurato nel vestire, uso 
a parlare gridando e gesticolando... L' ultima sua lettera al fra- 
tello (pubblicata dal Bianchetti e ripubblicata dall'Albertazzi) 
ci fa sapere eh' egli mori vittima della maldicenza^ della dela- 
zione più infame e della calunnia. Forse tutte queste cause 
contribuirono a rinnovare nell'amico di Ugo Foscolo, nell'ana- 
lista della sensibililà^ in quelli albóri del romanticismo, il fato 
di Jacopo Ortis. 

Pavia non può dimenticare quest' uomo che, sempre e so- 
prattutto italiano^ fu de' primi a spargere nel suo suolo i semi 
che fruttarono la generazione che s' irradiò della fulgida gloria 
dei Cairoli. 

Giulio Natali. 



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5, 



Pavia, che à tanta dovizia di monumenti architettonici e 
scultorici loìiìbardi, non si può dar vanto di cospicui saggi di 
pittura anteriori a quelli del sec. XV. 

Restano alcuni musaici, uno de' quali, quello di S. Michele, 
è descritto anche nelle storie generali dell'arte (1). 

Bacini di terracotta policroma e dipinta fanno qua e là 
scintillare di riflessi metallici le facciate o i campanili o i tiburii 
di S. Lanfranco, di S. Pietro in Ciel d'oro, di S. Teodoro, di 
S. Maria in Betlem, la Torre Maggiore. 

Poche notizie possiamo spigolare jieli'Anonimo Ticinese, che 
scrisse le lodi di Pavia nella prima metà del secolo XIV : su 
i musaici (cap. XI), su gli stendardi pinti (cap. XIII), su i ceri 
dipinti (cap. XVI), su gli arazzi storiati (cap. XIX) (2). 

Non sono da trascurare alcuni valenti miniatori. K Pavia 
vorrebbe il Moiraghi (3) rivendicare il rimatore e miniatore 
Pietro da Bescapè o B^vsegapè, terra ora appartenente alla 

(1) Cito l'ultima: L. Testi e N. Rodolico, Le arti figurative nella storia 
cV Italia. Il medio evo^ Firenze, Sansoni, 1907, pp. 292-3. Gli altri furono degna- 
mente illustrati da C. Brambilla: La Basilica di S. Maria del Popolo e il suo 
musaico, Pavia, Fusi, 1876 (vi si tratta anche di quello di S. Invenzio); Pavi- 
mento a musaico scoperto nella Basilica di S. Pietro in Ciel d'oro, Milano, 
Bernardoni, 1886. Tutti sono brevemente descritti da A. Venturi {Storia del- 
l'arte it., V. Ili, L'arte romanica, Milano, Hoepli, 1904, pp. 422-7), che li 
crede del sec. XII. 

(2) Anonymi TrciNENSis Liher de laudihus Papiae, ed. 2, Stab. Lapi, Città 
di Castello, 1903. 

(3) P. Moiraghi, Su i pittori pavesi, epoca prima, Pavia, Fusi, 1889. 



— i^l2 - 

provincia di Pavia, una volta soggetta al Ducato di Milano, 
ma sempre dipendente dalla giurisdizione del vescovo di Pavia. 
Pietro, secondo alcuni, avrebbe illustrato con rozze miniature, 
rappresentanti soggetti dell'Antico e del Novo Testamento, la 
sua Esposizione di Storia Sacra, che si conserva a Brera. Ma il 
codice non pare autografo: fu scritto e miniato nel 1274, 
mentre il poemetto fa composto forse avanti la metà del se- 
colo XIII (1). 

Ben noto è Pietro da Pavia^ che ci lasciò il suo ritratto e 
la data, 1389, in un superbo manoscritto, in parte da lui miniato 
con realistico vigore, della Storia Naturale di Plinio, che si 
conserva all'Ambrosiana [2). 

Due codici membranacei, che risalgono al vescovado pavese 
di Giovanni Fulgosi (1329-4:2), contenenti gli statuti e gli ordi- 
namenti della Confraternita dei Disciplinati di S. Maria (3), 
r uno de' quali appartiene alla nostra Biblioteca Universitaria 
(n. 385), r altro alla biblioteca del nostro benemerito conte 
Antonio Cavagna Sangluliani, sono adorni di notevoli minia- 
ture. La prima carta del secondo, entro la lettera I, à un Cristo 
in croce, finissimamente disegnato, dinanzi a cui stanno pro- 
strati in adorazione sette confratelli in abito bianco e col cap- 
puccio calato su 'l vólto. Descriverò brevemente le più impor- 
tanti miniature dell' altro codice. A. carta 10, entro la lettera 
P, si vede un Cristo (che mi pare della stessa mano che disegnò 
il Crocifisso del codice Cavagna) seduto su 1' orlo del sepolcro, 
sanguinante il petto i fianchi le braccia le mani incrociate, con 
r espressione in vólto d'un dolore ineffabile, A carta 19, una 

(1) G. MoNGERi, L'arte del minio nel Ducato di Milano dal sec. XIII 
al XVI, in Archivio Storico Lombardo, 1885, p. 529, Anche F. Carta (Sul 
poemetto di Pietro di Bescapè esistente nella Biblioteca nazionale di Milano, 
Roma, Forzatii, 1885; descrizione bibliografica con facsimile) lo crede miniato 
da un ignoto miniatore. 

(2) G. MoNGERi, 0. e, p. 530, e ora P. Toesca, Di alcuni miniatori lom- 
bardi della fine del Trecento, in UArte, maggio-giugno 907, pp. 185-90. 

(3) Furono studiati sotto V as[)etto linguistico da C. Salvioni in Bollettino 
della Società pavese di st. patria, 1902, p. 193 e segg. 



— 213 - 

grande Vergine, alquanto grossolana (la ricchezza del nimbo, 
della corona, della veste constellata, del manto fiorato non vale 
a compensare la povertà e la scorrezion del disegno), fiancheg- 
giata da due angeli, protegge sotto il suo manto devoti e de- 
vote, secolari e regolari, prostrati in adorazione. A carta 20, 
entro la lettera S, una Vergine col Bambino, e in fondo, entro 
un rosone, la figura d' un vescovo benedicente. Il codice ap- 
partenne alla collezione di Carlo Morbio, che sentiva in queste 
miniature u la maniera d'Andreino d'Edesia 11 : un artista di 
cui nessuno à mai visto nulla ! (1). 

Ma della pittura vera e propria,, voglio dire dell' affresco, 
che neir età romanza tolse di seggio il musaico, che cosa resta? 
Ben poco. 

Nella Chiesa di S. Marino, sotto la mensa dell'Altare di san 
Sebastiano, ò veduto (o non ò veduto, perchè, per vederlo, ò 
dovuto sollevare alla meglio il paliotto inchiodato all'altare) (2) 
un affresco, probabilmente del sec. XIII, che dovrebbe rappre- 
sentare, secondo il Moiraghi, la morte di s. Bernardo abate, 
avvenuta nel 1153. 

Nella lunetta della porta laterale di S. Teodoro si vede una 
rozza e scura Vergine col Bambino. 

In S. Michele, presso la porta che dà su la Piazzetta An- 
dreino d'Edesia, si ammira un affresco trecentesco, rappresentante 
una massiccia Vergine col Bambino, in trono fra due santi, uno 
de' quali, quello di destra, con mitra e pastorale e pianeta, è 
forse sant' Ennodio. Un altro avanzo d' affresco, forse anteriore, 
si vede su la fronte della cripta, a sinistra di chi entra dalla 
porta principale : rappresenta un santo nimbato con un libro in 
mano, e una donna bionda, coronata e nimbata : figure piatte e 

(1) Opere storico-numiamatiche e descrizioìie delle sue raccolte in Milano^ 
Bologna, Romagnoli, 1870, j). 304. — Un Liber Evangeliorum, codice nietribra- 
naceo deirArchivio Capitolare di f*avia, adorno di due miniature finissime, rap- 
presentanti r lina il Redentore, T altra s. Inven/io, è ritenuto dal iMoiraghi 
della fine del sec. XIV; ma evidentemente appartiene al XV. 

(2) E desiderabile che questo paliotto sia movibile, perchè gli studiosi non 
siano privati della vista di questo cimelio dell'antica jìittura pavese. 



^ 214 ~ 

seìiza rilievo ; contorni riempiti di colore ; ma il disegno o, 
meglio, il grafito è abbastanza corretto, e le due figure non 
prive di fascino. Il primo di questi affreschi (la Vergine in 
trono) è attribuito dal Moiraghi ad Andreino d' Edesia: non so 
con qual fondamento, perchè di questo pittore non conosciamo 
nessuna opera. 

La storia dell'antica pittura pavese è fatta pur troppo di 
nomi vani senza soggetto. Lasciamo stare il bisantino Andrea 
Rico di Candia, nominato dal Lanzi (1), che il Moiraghi volle 
rivendicare a Pavia, sostenendo eh' egli era originario di Candia 
in Lomellina! Gli storici pavesi fanno gran lodi d'una Laodicia 
e del nominato Andreino d^ Edesia. Ora questi nomi compajono, 
ch'io sappia, la prima volta nel Trattato del Lomazzo, il quale, là 
dove parla della proporzione, dice che essa non fu rispettata 
nelle pitture a fatte per tutto il mondo, e massime in Italia, dal 
tempo di Costantino Magno fin al tempo di Giotto in Toscana e 
à^ Andreino d'Edesia pavese in Lombardia "; e dove tratta della 
composizione degli edifizii, se la prende co' pittori che, imitando u i 
pittori del tempo vecchio, quali furono Cimabue e Giotto e, al 
tempo del Petrarca, Laodicia e Andreiìio d/ Edesia, e dopo loro 
fino al tempo di Michelino, fanno certi edifici cosi piccoli, che 
la figura non vi potrebbe ad alcun modo entrare ti (2). Nella 
Tavola de' nomi chiama Laodicia pittore pavese. Anche il Lanzi 
nomina questi due pittori come contemporanei del Petrarca: 
u Laodicia di Pavia, dal Guarienti (?) detta pittrice, e Andreino 
d'Edesia, similmente creduto pavese; ancorché il suo nome e il 
nome di Laodicia dian sospetto almeno di greca origine tì (3). 
E questo è tutto. Come si vede, è anche molto dubbio il sesso 
di Laodicia. 

Ad Andreino d'Edesia le vecchie guide di Pavia danno molti 
degli affreschi della fine del secolo XV che adornano le chiese 



(1) L. Lanzi, Storia pittorica, Bassano, 1809, I, 38. 

(2) G. P. Lomazzo, Trattato dell" arte d. pittura, Milano, Ponzio, 1584; 1. I, 
cap. LV, p. 35, e l. VI, cap. XLIV, p. 405. 

(3) St. pit., IV, 166. 



-- 215 — 

pavesi: per esempio, l'affresco dell'abside di S. Michele (1). Lo 
stesso Moiraghi vide che qiiesfca Incoronazione è opera della 
fine del Quattrocento e la diede con molta sicurezza al Bergo- 
gnone. Ma il Cavalcaselle avea già dichiarato di non aver visto 
a Pavia pitture pavesi anteriori a questa Incoronazione^ che 
u mostra i caratteri d'un debole seguace di Ambrogio Bergo- 
gnone ri (2). 

Eppure la pittura, e sacra e profana, doveva esser coltivata 
a Pavia nel Trecento, se dobbiamo credere all'Azario, che, in un 
passo della sua Cronaca, assevera che, non ostante la riforma 
di quel Savonarola in anticipazione che fu fra' Jacopo Bussolaro, 
la lussuria non cessò a Pavia : a Sed hodie Papienses servant 
contrarium, etiam spernendo voluntatem et proclamata Domini 
Mediolani. Sed numquid per ea in Papia coepit frigescere lu- 
xuria, ubi scholares. ubi picturae viroruni et mulieriun ? n (3). 
Nella seconda metà del secolo XIV, quando i Visconti, eretto il 
Castello, posero la lor sede a Pavia, fiorirono qui non pochi 
pittori, di cui pur troppo conosciamo poco più che il nome : 
Martino Liicini^ i fratelli Cristoforo e Antonio Meda (del quale 
ultimo sappiamo che dipinse nel 1394 le stanze del Podestà), 
Girardo Rossi e A^ilonio Crivelli^ dei quali sappiamo che la- 
vorarono in S. Pietro in Ciel d' oro, dipingendovi il secondo, 
dal 1382, i vetri delle finestre. 

Ma anche di questi artisti non restano che le poche notizie 
che il Moiraghi amorosamente spigolò soprattutto nel manoscritto 
della nostra Biblioteca Universitaria intitolato Liber expensaruni 
operum circa ecclesiam et conventuni et arcani S. P. Augnstini 
ab anno 1380 ad annitm 1402, Senonchè, lèggere nomi d'ar- 
tisti in antichi documenti può essere una più o meno piacevole 
occupazione ; ma i documenti della storia dell' arte sono gli 
edifizii le sculture le pitture ! 

(1) L. Malaspina, Guida di Pavia^ Fusi, 1819, p. 57. 

(2) G. B. Cavaf-casellk e J. A. Crowe, Storia della pittura in Italia dal 
sec. Il al sec. XVI, v. IV, Firenze, Le Mounier, 1887, pp. 244-5. 

(3) Petri Azarii Chronicon de gestis principiim Vicecomitum, \fì. Muratori, 
Rerum Italicarum Scriptores, Mediolani, 1730, tomo XVI, col. 377. 



— 216 — 
II. 

Stando cosi le cose, è facile immaginare con quanta gioja 
gli amici dell'arte e di Pavia abbiano accolta la notizia di an- 
tichi aftreschi scoperti ne' restauri che si stanno facendo, per 
ripristinarla nelle forme oi'iginarie, alla piccola e pur maestosa 
Basilica di S. Teodoro. Questi affreschi, che ò 1' onore di pub- 
blicare primo, sono il più cospicuo saggio di antica pittura che 
sia in Pavia. 

Rinnovandosi i piloni che sostengono la leggiadra cupola, 
si sono scoperte le porticine laterali per cui dalle navi minori 
si scendeva nella cripta, la quale, con disposizione unica in tutte 
le chiese lombarde di Pavia, occupa tutta 1' estensione del tran- 
setto e delle absidi. Orbene le quattro porte della fronte della 
cripta e i detti piloni sono adorni di antichi affreschi, che erano 
rimasti nascosti sotto la villana calce secentesca. I quali si ag- 
giungono alla bella cassetta di legno coperta di lamine istoriate, 
alla nota statua di san Teodoro, alla maestosa testa di Cristo 
del Colombani, alla doppia serie di affreschi, di sant'Agnese 
e di san Teodoro, dello stesso Colombani, alla veduta di Pavia 
del 1522, all'affresco rappresentante l'offerta del Paratico dei 
pescatori a s. Teodoro e ad altre opere d' arte che fanno della 
nostra basilichetta un piccolo museo. 

Descriverò brevemente questi affreschi, come mi sarà con- 
cesso dalla poca luce e dalle armature che ne tolgono gran parte 
a' nostri occhi desiosi. 

Comincerò da' primi scoperti, che sono i due fìancheggianti 
la quarta porticina a destra di chi entra dalla porta principale. 
Quello di destra (fig. P) rappresenta un santo con mitra bassa, 
pastorale e pianeta adorna di croci. Presso questa figura si 
trovò un' iscrizione (ora staccata) nella quale si legge il nome 
di san Dionigi. Senonchè l'analogia di questa figura con quella 
impressa su alcune monete pavesi, che anno al rovescio la figura 
di s. Siro con la stessa mitra, lo stesso pastorale, la stessa pia- 
neta, mi a fatto sùbito pensare al patrono di Pavia. Si vedano 
le monete 8, 9, 10, 11, 12 della tavola V-III dell' opera del Bram- 








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bilia (1), tavola riprodncente le monete coniate dal Comune di 
Pavia, ohe vanno dal 1250 al 1359. Non occorre osservare che 
l'artista primitivo raramente crea, spesso riproduce un tipo 
h'adtzionale : di che le sue figure anno del tipico e del co?i- 
venzionalc. Ad ogni modo, nella lunga serie d'opere d'arte (2) 
che ritraggono s. Siro (dal bassorilievo del sec. X della Chiesa 
di S. Gervasio alla pala del Bergognone, dai bassorilievi del 
Bambaja al magnifico altare dell' Orsolino e al quadro del Mas- 
sacra), possiamo allogare questo affresco, notabile per la sua 
antichità. Ma T iscrizione? Può essere l'avanzo d'un altro af- 
fresco, sopra il quale fu dipinta l'immagine di s. Siro; perchè 
quasi tutti questi affreschi sono sovrapposti, tanto da costituire 
veri e proprii palinsesti, ad affreschi anteriori. L'altra figura (fig. 2*) 
è quella del Redentore. A la testa nimbata, ovale il vólto malin- 
conico e grave, corta e rara la barba a punta, i capelli divisi 
e spioventi su le spalle (in somma 1' immagine tradizionale del 
Cristo); veste la tunica e il pallio ; à nella sinistra il Libro 
della Buona Novella, nella destra il bastone pastorale. 

La terza porticina è guardata a destra da unaVergine col Bam- 
bino, in assai cattivo stato ; e, a fianco di questa, sul muricciuolo 
aderente alla base della colonna, si vede un san Pietro croci- 
fìsso col capo in giù, così sbiadito, che non è stato possibile 
riprodurlo. 

La seconda porticina à a sinistra l'immagine d'un Cristo (fig. 3*) 
nella quale, se è bisantineggiante l'occhio sbarrato, è romaneg- 
giante l<t gravità del corpo maestosamente avvolto nella toga. 
Qui il disegno è abbastanza corretto ; la figura non è cosi ri- 
gida come le sue consorelle, ma anzi ben modellata e rilevata. 
Ma è inutile insistere su queste osservazioni grammaticali : più 
importa notare che qui il pittore non riproduce un tipo: ma 
riesce a significare la sua visione. Su la colonna vicina, una 
figura nimbata, irriconoscibile. 



(1) C. Brambilla, Monete di Pavia, Pavia, Fusi, 1883. 

(2) C. PuELiNi, ^S. Siì-o primo vescovo e patrono di Pavia, v II, Pavia, 
Fusi, 1890, pp. 366-440 {S. Siro e l'arte). 6 



- 218 — 

La quarta porticina è adorna a destra di figure di santi senza 
testa, irriconoscibili. Ma dalla colonna che la fiancheggia, ci guarda 
co' suoi occhi d'Iside cristiana, cinta la fronte del diadema im- 
periale, costretto il corpo nella vesta suntuosa come in una guaina, 
santa Elena (fig. 4*), madre di Costantino, la scopritrice della 
croce (ch'ella sostiene con l'esile mano) su la quale mori il Sal- 
vatore. Dinanzi a una simile figura ci vien fatto di chiedere a 
noi stessi come mai quest'ombra vana fuor che nell'aspetto, 
questo ricco abito rabescato, sotto il quale non palpita un corpo, 
possa esercitare tanto fascino su 1' anima nostra. E la risposta 
è che le stesse imperfezioni, che a quest'arte primitiva impe- 
direbbero di ritrarre persone vive e vere, le giovano invece a 
rappresentare creature ultramondane, danno a queste figure 
evanescenti un' aria di cielo che incanta. 

Nella colonna che sta di contro a questa, o nella prima co- 
lonna a sinistra di chi entra dalla porta principale, è effigiato 
san Defendente (come dice l'iscrizione) col labaro nella destra 
e la spada nella sinistra; e, dall'altro lato, un magnifico gruppo: 
la Vergine e santi. Siede maestosamente sul trono, coronata e 
nimbata, la Donna del cielo, con su le ginocchia il divino In- 
fante, che à nella sinistra un libro e con la destra benedice. 
Ricche le vesti della madre e del figlio, ricchissimo e ornatis- 
simo il cuscino del trono. E noto che l'artista primitivo, con 
la sfarzosa ricchezza dell' elemento decoramentale, tenta nascon- 
dere (e spesso vi riesce) le deficienze della sua tecnica infantile. 
Alla sinistra della Vergine, un santo nimbato con un libro in 
mano, s. Giovanni Evangelista ; a' piedi, un santo e una santa: 
s. Francesco d'Assisi (di che ci assicura il confronto col San 
Francesco, attribuito a Cimabue, della Basilica inferiore d'As- 
sisi) e santa Chiara. Mi dispiace che la difficoltà della ripro- 
duzione fotografica m' abbia impedito di riprodurre intero questo 
affresco, che è forse il più bello della serie. Si contenti il let- 
tore della soave immagine di s. Giovanni Evangelista (fig. 5^). Il 
diletto discepolo del Signoì'e è rappresentato, come negli antichi 
musaici, giovine e bello, quasi femineo, coi capelli alla naza- 
rena, la testa nimbata, 1' abito apostolico, cioè tunica lunga e 
pallio, col suo Evangelo serrato al petto. 



- 219 — 

Nella prima colonna a destra di chi entra dalla porta prin- 
cipale, è rappresentato uu santo nimbato con la spada nella de- 
stra e un rotolo nella sinistra, nel quale è scritto il suo nome: 
san Paolo (fig. 6^). 

Nella parete laterale del braccio sinistro di croce, frammenti 
irriconoscibili di affreschi, gli uni sovrapposti a gli altri. 

III. 

L' età di questi affreschi ? 

La storia artistica della Chiesa di S. Teodoro non è stata 
ancora scritta; speriamo che qualcuno voglia scriverla per quando 
saranno compiuti i lavori di restauro e di ripristinamento, che 
debbono ridonare alla Chiesa la sua antica semplicità decorosa 
e gentile. 

Fin da remoti tempi — ci fa sapere il Prelini — si onorò 
s. Teodoro (che fu vescovo di Pavia dal 736 al 778) nella cripta 
della Chiesa di S. Agnese, la quale poi ebbe il nome di S. Teo- 
doro. Sórta forse nel secolo Vili, se non già nel VII, sotto la 
denominazione di S. Agnese, questa chiesa dunque cangiò il suo y 

nome in quello di S. Teodoro non più tardi del secolo IX. 
Questa la storia della Chiesa, secondo il Prelini (1). Ma noi 
sappiamo che tutte le chiese di Pavia furono riedificate dopo 
il Mille: né sappiamo prestar fede ai Sacchi, i quali, studiando 
l'architettura usata in Italia nei secoli VI, VII e Vili, videro 
in S. Teodoro, come in altri monumenti pavesi, un' opera del 
sec. Vili (2ì. Né riesce il Lose a dimostrare che S. Teodoro 
è uno dei più antichi esempi (propriamente del secolo XI) di 
quel suo fantascicato stile hisantino-lonìbnvdo (3). 

L'ultima parola, finora, mi pare l'abbia detta il Dartein (4), 

(1) C. Phelini, Note storielle descrittive su l" antica Basilica di S. Teodoro, 
in Almanacco sacro pavese pel 1881. 

(2) D. e Cj. Sacchi, Antichità romantiche d' Italia, voi. I, Milano, Stella, 
1828, pp. 96-7. 

(3) F. Lose, The terra-cotta Architecture of north Italy (XII th — XV th 
centuries), London, Murray, 1867 (la tavola I* rappresenta la Basilica di S. Teo- 
doro, chiamata per errore S. Eufemia; e la p. 11-12 la descrive). 

(4) F. De Dartein, Etude sur V architecture lombarde, Paris, Dunod, 1865-82, 
pp. 280-84. 



^_ '22Ò -- 

che ritiene la costruzione di S. Teodoro più recente di quella 
di S. Michele e di S. Pietro in Ciel d' Oro. Le osservazioni 
ch'egli fa sala disposizione della Chiesa e specialmente della 
cripta (la quale, come abbiamo detto, occupa tutta 1' estensione 
del transetto e delle absidi) e delle vòlte, su la forma e la qualità 
dei mattoni, lo conducono alla conclusione che questa chiesa 
appartenga al periodo finale dello stile lombardo, vale a dire 
alla metà o alla seconda metà del sec. XII. 

I nostri affreschi dunque non possono esser anteriori alla 
seconda metà del secolo XII. Anzi io credo che siano posteriori alla 
metà del secolo XIII. In uno d'essi abbiam visto rappresentati 
s. Francesco (morto nel 1226) e santa Chiara (morta nel 1253 
e canonizzata due anni dopo). Uno di essi abbiamo confrontato 
con una immagine di monete coniate a Pavia dal 1250 al 1359. 
Si aggiunga che quasi tutti questi affreschi sono sovrapposti, 
come abbiamo detto, ad affreschi anteriori, in modo da costituire 
veri e proprii palinsesti. Né faccia meraviglia la loro arcai- 
cità: che, massime in luoghi che non siano centri primarii 
di produzione artistica, è frequente il caso di ritardatarii che 
seguitano a operare nell'arte con metodi altrove sorpassati da 
un pezzo. 

Forse non sarebbe molto lungi dal vero chi asserisse che 
l'età di questi affreschi va dalla metà del secolo XIII alla metà 
del secolo XIV. 

Come si vede, ci sarebbe ancora modo di tirare in ballo la 
o il non mai abbastanza lodato Laodicia e il non meno celebre 
Andreino d' Edesia! 

Quel che importa, è che la Direzione generale delle Belle 
Arti e l'Ufficio regionale dei monumenti si prendano a cuore 
la sorte di questi affreschi (unico ciclo di pitture antiche a Pavia), 
la cui esistenza è minacciata pur troppo dalla polvere e dai cal- 
cinacci, inseparabili compagni dei lavori di restauro. 

G. N. 



RECENSIONI 



O. V. Pillement, Ostgoten, Leipzig, Weicher, 1906 (8<\ pp. 38). 

L'esercito glorioso che sotto il comando di Teja mosse da Pavia 
per il sapremo cimento ha suscitato 1' ammirazione di tutti gli sto- 
rici, da Procopio ai nostri giorni. L' autore dello studio di cui si fa 
qui un breve cenno non è da meno degli altri nel celebrare le epiche 
gesta dei Goti in Italia e nel lamentare che questi abbiano nel no- 
stro paese lasciate del loro regno delle tracce tanto scarse ed incerte. 
Nel mezzogiorn') d'Italia, scrive egli, non può la battaglia del Ve- 
suvio del monte Lattario, essere stata pei vinti tanto disastrosa 
come in generale si crede ; nel settentrione quella specie di transa- 
zione che fu stipulata tra Franchi e Goti deve aver reso ancor meno 
rapida la dispersione di questi che non nell' Italia centrale e meri- 
dionale. Perciò 1' autore si è proposto appunto lo scopo di ricercare 
e determinare quelle tracce che siano indizio sicuro dell' eredità la- 
sciata ai posteri da quella eroica popolazione ; e dopo un breve 
)same delle narrazioni di Procopio e di Agatia si fa ad indagare in 
[uali regioni noi dovremo in ispecie sperare di trovare avanzi o ri- 
5ordi di essa. Nella Rezia e nel Nerico, dice egli, v' era un ducato 
;oto, dove pure si erano stretti fra Goti e Franchi rapporti di tale 
latura che a Narsete non mai venne fatto di sloggiare da tali sedi 
[uesti suoi nemici; dall'occidente all'oriente d'Italia si estende, 
[nella regione alpina, la Ladinia, e quivi possono rinvenirsi tracce 
iella dimora dei Goti : anzi essi devono avere cooperato alla forma- 
lione della lingua ladina (!), che nondimeno è una lingua romanza 
[(kònnem bei Bildung dieser Sprache auch Goten initgewirht haben, 
Ip. 23) e avere imposto nella loro favella nomi a luoghi che noi po- 
tremo rintracciare intatti nelle regioni più solitarie o remote, dove 
la coltura non è giunta a scacciarli. 

Ma il P. spinge anche più lontano lo sguardo. Una affermazione 
(lell'Alton (Die ladinischen Idiume, p. 23 e 24), il (^uale rileva una 



222 



somiglianza sorprendente fra il ladino ed il provenzale, induce l'au- 
tore a supporre che alla formazione del provenzale, oltreché del 
ladino, come vedemmo, abbiano pure contribuito Goti e Franchi ; e 
poiché secondo un altro scrittore, L. Steube, in origine il dominio 
linguistico provenzale si stendeva a sud-ovest sino alla Sierra Ne- 
vada, noi saremmo tenuti ad allargare la nostra indagine ad una 
vastissima regione. 

E dunque una ricerca linguistica che sì richiede, e più precisa- 
mente uno studio di toponomastica. Il P. si cimenta in questa ardua 
impresa, ma egli non intende trattare ampiamente il ponderoso tema; 
anzi si limita di proposito a pochi casi, ch'ei giudica tipici, fonda- 
mentali. Se si seguono, scrive egli (p. 28) le migrazioni dei Germani 
orientali, si rileva la loro decisa predilezione a designare le loro sedi 
o dimore coi nomi di garda (luogo fortificato), gards (casa) e razn 
(casa). Orbene, l'Italia offre, massime nella sua parte nord-ovest, in- 
teri gruppi di nomi i quali derivano dal germanico orientale ; ad 
esempio fra il Lago Maggiore e il Monte Rosa incontriamo nomi 
come Rasa, Grasso, Carasco, Carasse, Caprezzo, Gardezza, Quarazza 
ecc. Tuttavia la soluzione del problema intorno al luogo in cui più 
numerosi siano rimasti gli avanzi o i ricordi del valoroso esercito 
goto quando ebbe per sempre lasciato il suolo italiano, sembra tro- 
varsi oltre il Monte Rosa, oltre Aosta, presso il lago di Ginevra 
(p. 34 sgg.), nel cantone di Waadt, dove occorrono nomi locali come 
La Sarrozz, Mendraz, Ropraz, .... Neyroz, Saubruz, Koz ecc. ; i 
quali si ricondurrebbero alla base razn. In questa regione, più che 
altrove, sorprende la quantità dei nomi goti ; quivi sembra che i Goti 
abbiano fissata la loro dimora a migliaia, né è lecito pensare ad in- 
flussi visigoti o borgognoni. Certo la storia non sa nulla di una co- 
Ionia di Goti sul lago di Ginevra, ma dai racconti di Procopio e di 
Gregorio di Tours non é forse impossibile il dedurre alcune conclu- 
sioni sui rapporti che in quella regione si strinsero fra varie stirpi 
germaniche, e forse fra Ostrogoti e Longobardi. 

Questi in breve sono lo scopo e il metodo del presente lavoro. Il 
riassunto che io ne ho dato, avrà mostrato come la indagine storica 
sia solamente preparazione e spiegazione all' indagine linguistica. 
L'opuscolo si divide in tre parti che dovrebbero illuminarsi a vi- 
cenda e riuscire alla conclusione che ogni traccia della dominazione 
gota non è cancellata ; e che sopravvive nei nomi locali 1' attesta- 
l^ioafi e la prova che nella grande distesa delle Alpi e su alcune 



— 223 - 

propaggini di esse degli avanzi della popolazione posero stabile di- 
mora dopo la fine del suo regno in Italia. Ma se nella parte sporica 
seppe l'autore procedere con sufficiente cautela, non altrettanto può 
dirsi eh' egli abbia fatto nelle altre due parti del suo lavoro. Le 
sue cognizioni linguistiche sono troppo scarse o antiquate. Seb- 
bene sembri che egli t.enga presente la distinzione che i germa- 
nisti sogliono fare fra germanico orientale e germanico occidentale, 
tuttavia occorreva eh' egli meglio meditasse quanto sulla fase più 
antica delle lingue germaniche fu scritto ai nostri giorni (cfr. ad. es. 
Fr. Kluge, Vorgeschichte der altgermanischen Dialekte, in Grundriss 
der genn. Philol. del Paul, voi. I, 2* ediz., 1901, p. 420 sgg.) ; e oc- 
correva ricordare quanto sia arduo il distinguere con sicurezza gli 
antichi dialetti, come ad es. il visigoto e 1' ostrogoto che ancora nel 
quinto secolo dovevano essere molto affini (cfr. Fr. Kluge, Geschichte 
der gotischen Sprache, in Grundriss citato, p. 498). 

Perciò io non comprendo perchè il P. consideri come di origine 
specificamente gota il nome Garda (città, lago, ecc.), mentre ove si 
risalga a Warta abbiamo una voce dell' antico alto tedesco ; se a 
Warda una voce germanica comune. Il nuovo nome dato al lago 
sembra occorrere la prima volta in documenti relativamente tardi, 
forse posteriori alla dominazione longobarda, epperciò qui si impo- 
neva una indagine cronologica. Inoltre il P. mostra di ignorare o di 
trascurare interamente i più recenti studi su questo vocabolo, fra i 
quali mi limiterò a ricordare le osservazioni di V. C. Avogaro {Ap- 
punti di toponomastica veronese^ Verona, 1901, p. 56) e V. Crescini 
(in Annales du Midi^ XI, 1901, p. 16-19 e in Atti e Memorie della 
R. Accademia di Padova^ XIII, 3). 

Né facilmente io saprei indurmi a vedere una connessione indi- 
scutibile fra la voce razn^ che il P. pone a base di molti nomi lo- 
cali, col ladino raza (ital. razza). L' etimo della voce romanza razza 
è quanto mai incerto, e fra i molti che ne discorsero, il Kòrting 
( Lateinisch-romanisches JVdrterbuch, 2^ ediz. n. 7716) si rifiuta di ve- 
dervi un' origine germanica. Né meno sorprendente è la sicurezza 
con la quale il P. mette insieme nomi locali che potrebbero avere la 
più diversa origine. Quale sia la cautela da usare in siffatte indagini, 
e quanto potrebbe ad es. 1' autore ingannarsi nel supporre nel nome 
Curasse (cioè Carasso, presso Bellinzona) la radice raz {razf>, razza) mo- 
strano le seguenti parole che un glottologo prudente ed esperto ebbe a 
scrivere or non è molto : « Credo che questo nome (Carasso) si rag- 



- 224 - ■ 

guagli all' ossolano Calasca (Valle Anzasca), visto che a Carasso siamo 
nei territori! di r da /. La desinenza -asso credo risponda ad -ascio, 
che sia cioè il prodotto di -dsco derivato ulteriormente mediante -i n 
(C. Salvioni, Noterelle di toponomastica lombarda^ Bellinzona, 1899, 
p. 6-7). Ma parranno soverchie al P. siifatte cautele ? 

E. G0RRA> 

C. Pascal, Poesia latina medieoaie. Saggi e note critiche. Catania, 
Battiate, 1907, pp. Vili- 188. 

Questi saggi riguardano, dice l'A., un campo di studii, che soli- 
tamente non è coltivato dagli amatori della filologia classica, e ciò 
nasce, mi permetterò di osservare, dal vecchio pregiudizio per il quale 
come si segnava la caduta deìVìmpero romano alla venuta di Odoacre, 
cosi si chiudeva la storia della letteratura latina al tramonto del pa- 
ganesimo. Ma per quanto povera e barbara sia, prescindendo dalla 
letteratura cristiana, è forse neo-latina la produzione che segue al- 
l'editto di Costantino, e fiorisce sotto Carlo Magno, e continua fino 
air alba della poesia volgare ? e la letteratura cristiana, oltre alla 
vena originale che 1' alimenta, non accoglie anche una ininterrotta 
corrente di reminiscenze classiche? u Solo chi volge lo studio a 
questa età, mi servo ancora delle parole del P.;, può seguire, attra- 
verso i molteplici fati, le sorti del pensiero e dell'arte latina, e dopo 
l'estremo tramonto di essi può scorgere, frale tenebre, qualche fioca 
luce che annunzii 1' alba novella ^i. Nel medioevo infatti noi possiamo 
distinguere tre soggetti di studio : la letteratura latino-pagana, poca 
cosa in sé, ma che, fatta tutta di reminiscenze, è patrimonio di col- 
tura per gli scrittori anteriori al Rinascimento ; la latino-cristiana 
vivida di luce propria e che costituisce un vero nuovo periodo let- 
terario ; la fortuna dei classici che sono giunti a noi tramandatici 
appunto dagli uomini di quell'età, a cui finora si è negata la storia. 

Questo volume del P. coniprende quattro studi, dei quali alcuni 
in parte già noti: perfettamente nuovo il primo che è una vera e 
propria monografia u Le miscellanee poetiche di Tldeberto ». Ilde- 
berto, arcivescovo di Tours, visse dal 1053 al 1133 e di lui ci avanza 
una serie di carmina miscellanea, che furono raccolti per la prima 
volta dal Beaugendre (Migne 171). Ma questa edizione, fatta senza 
§?ini criteri, attribuiva all' autore una quantità di roba non sna^ 



— 225 

come, per non dir d'altro, dei lunghi brani o estratti delle epistole 
ovidiane ex Ponto. Contro gli arbitrii del Beaugendre si levò T Hau- 
rean, che in quello studio che giustamente il P. chiama insigne 
(Not. et extr. et manuscr. etc. XXVIII), vagliò l'opera di Ildeberto e 
ridusse la sua produzione in più ristretti confini. Il P. riprende il 
lavoro dell' Haureau e ad Ildeberto dedica questo suo saggio critico, 
in cui esaminando le testimonianze dei codici, le attestazioni degli 
scrittori contemporanei o quasi contemporanei, mettendo in luce le 
interpolazioni numerose nei carmi del nostro autore, rileva i difetti 
e le caratteristiche di questo poeta, che del suo tempo ebbe " i vizi, 
le stranezze e le bizzarrie, che temperò spesso con doti egregie di 
dottrina e di naturale facilità nel verseggiare. Amò i bisticci, le 
preziosità formali, le antitesi ricercate, i metri complicati, tutti gli 
e^jcessi insomma e le minuterie, nelle quali si stancava e si esauriva 
ogni possa d'ingegno nel Medio Evo. I versi degli antichi scrittori 
usufrui a sua posta, or parafrasandoli, or senz'altro immettendoli 
nei versi suoi : né certamente credette far plagio, ma usar di suo 
diritto, secondo il concetto e la consuetudine dei tempi suoi 55. Cosi 
il P. conchiude questo suo studio, denso di dottrina, fine ed accu- 
rato, tanto da costituire un capitolo bello e pronto per lo storico di 
questa letteratura. 

Né meno importante è lo studio sui carmi medievali attribuiti ad 
Ovidio. In esso il P. raccoglie un materiale veramente prezioso, che 
egli desume da molti codici sparsi in parecchie biblioteche, pubbli- 
cando le nuove collazioni e spesso anche per intero i testi di questi 
carmi minori della letteratura pseudo-ovidiana. E un valido contri- 
buto alla storia del Fortleben di Ovidio nell'età di mezzo, interes- 
sante quindi per il latinista e per il romanista, il quale può ritro- 
vare il motivo di questi carmi ricorrente in parecchi componimenti 
volgari. Mohi infatti di questi carmi appartengono per il loro conte- 
nuto a quel fondo ancora non bene esplorato, fatto di leggende, di 
credenze, di superstizioni, che costituisce gran parte di quella far- 
raginosa coltura del medio evo, formatasi dai detriti della civiltà 
latina, sovrapposti alle antiche tradizioni popolari e confusi a volte 
con elementi germanici ed orientali. 

Questi i due saggi critici, che tengono nel volume il primo ed il 
terzo posto : nel secondo l'A. riprende lo studio di alcuni epigrammi 
su Roma nel m. e., e nell' ultimo dà una serie di Appunti e lesti di 
letteratura antifemminista, in cui raccoglie materiale importante per 



- 226 — 

uno studio più vasto su questa curiosa manifestazione dello spirito 
di quell'età, pervasa in gran parte da quel sentimento di misoginismo, 
naturale prodotto della vivace predicazione patristica e del largo 
movimento del monachesimo. Qui il P., come ha già detto nel titolo, 
non dà che appunti ricavati dai suoi spogli e pubblica testi nuovi o 
poco conosciuti, salta per un momento in pieno Rinascimento, for- 
nendo materiali ed osservazioni, che andavano ordinati «liversamente 
e corredati d' introduzione, se l'A. avesse voluto elaborarli in un 
lavoro organico, ma s'intende chiaro che egli non ha voluto ingol- 
farsi in uno studio troppo complesso ed ha offerto ad altri studiosi 
il vantaggio di usufruire questa materia, che a lui è venuta sot- 
t' occhio, e che non ha voluto trascurare, mentre era intento ad altro 
lavoro. E gli studiosi devono essere grati all'infaticabile filologo, che 
mai un momento rallenta la sua meravigliosa attività, con la quale 
sempre nuovi materiali, acute osservazioni o dotte note va accumu- 
lando in quel campo vastissimo, in cui sorge e tramonta la parola e 
1' arte latina, campo che egli già da tempo percorre da signore, senza 
tentennamenti e, direi quasi, senza predilezioni. 

' G. Ferrara. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



G. Patroni, Ritratto probabile 
di Lisimaco, marmo del Gabi- 
netto archeologico della r. Uni- 
versità di Pavia (in Miscellanea 
di Archeologia, di Storia e di 
Filologia dedicata al prof, A. Sa- 
linas). Palermo, Vizzi, 1907. 

Il Gabinetto archeologico della 
nostra Università possiede un 
busto marmoreo, la cui testa ne' 
lineamenti energici ed imperiosi 
sembra annunziare una spiccata 
individualità e nella sua artistica 
perfezione uno scalpello di primo 
ordine che volle ritrarre nel 
marmo tutta la forza di carattere 
del suo soggetto. Dal balteo che 
gli attraversa il petto, è facile 
argomentare che si tratta di un 
generale greco o stratego. 

Il busto è rimasto finora ano- 
nimo. Il prof. Patroni, nell' in- 
traprenderne 1' illustrazione, os- 
serva in primo luogo che il 
busto pavese non è il solo ri- 
tratto della persona rappresen- 
tata, possedendo il Museo di 
Napoli un busto simile dello 
stesso taglio e della medesima 
forma, sebbene tra l'uno e l'altro 
vi siano non solo notevoli diffe- 
renze di valore artistico, nel che 
il cimelio pavese supera di gran 
lunga quello partenopeo, ma an- 
che grandi differenze di tratta- 
mento, le quali piuttosto che 
alla riproduzione immediata da 



un originale comune fanno pen- 
sare a due variazioni da un pro- 
totipo già conformato a busto, 
delle quali 1' opera pavese più 
vicina all' originale, e quella del 
Museo di Napoli più recente, 
dovuta probabilmente ad un co- 
pista romano. 

Chi è il personaggio raffigu- 
rato ne' due busti ? Messa da 
parte la congettura del Bernou- 
illi che il busto del Museo di 
Napoli potessejalludere al celebre 
capo della lega achea, Arato, il 
prof. Patroni, fondandosi special- 
mente sullo stile della scultura 
e sulla storia del costume, ri- 
tiene che si tratti di un generale 
di Alessandro e più propria- 
mente di Lisimaco. 

Non seguiremo qui il chiar. 
professore in tutti i sottili e 
dotti ragionamenti coi quali cerca 
di avvalorare la sua congettura, 
e specialmente dove combatte il 
Six, il quale credette di ricono- 
scere Lisimaco in un busto di 
bronzo ercolanese, appartenente 
a persona certamente diversa da 
quella effigiata nel marmo pa- 
vese. Poiché il Six fondava la 
sua opinione unicamente sulle 
monete, il nostro Patroni dimo- 
stra brillantemente come la nu- 
mismatica, compulsata a dovere, 
serve piuttosto ad accrescere la 
probabilità che il ritratto di quel 



228 



re guerriero ci sia stato conser- 
vato nel marmo del Grabinetto 
archeologico di Pavia, la cui im- 
portanza viene ancora una volta 
confermata da questa nuova pub- 
blicazione del valente archeologo 
dell' Università pavese. 

E. Loncao, Fondazione del 
regno di Odoacre e suoi rapporti 
con l' Orieìite. Sc8iUs?ino, Tessitori, 
1907. 

In questo opuscolo, piuttosto 
farraginoso nella parto biblio- 
grafica, due sono le questioni 
messe dall'autore: l'una riguarda 
il modo in cui avvenne l'innal- 
zamento di Odoacre al governo 
d'Italia, l'altra i suoi rapporti 
coli' Oriente. L' idea che la fine 
dell'impero occidentale fosse 
dovuta ad un' invasione di Sciri 
capitanata da Odoacre pareva 
oramai abbandonata. Il Loncao, 
esumando una congettura del 
Gaudenzi, il quale aveva cercato 
di contemperare le differenti 
versioni del fatto, la rimette a 
galla, riconoscendo bensi che 
r innalzamento di Odoacre fu 
dovuto ad una rivolta militare, 
ma ritenendo anche che questi 
« visto che non avrebbe potuto 
vincere Oreste col solo aiuto dei 
ribelli, corse in Baviera dove 
allettò, con la promessa di preda 
e di terre, i barbari ivi stan- 
ziati, alla testa dei quali potè 
invadere l' Italia, vincere ed uc- 
cidere Oreste ». Questa pretesa 
invasione di Odoacre del lato 
della Baviera si fonda sul noto 



passo di Eugippio in cui si parla 
dell'incontro di Odoacre col fa- 
moso eremita del Nerico, S. Se- 
verino; ma non abbiamo bisogno 
di dire che l'interpretazione data 
a quel passo dal Gaudenzi ed 
ora ripetuta dal Loncao è affatto 
arbitraria. 

L' altra questione si risolve, 
in sostanza, nell'altra più sem- 
plice : fu non fu Odoacre ri- 
conosciuto come patrizio dall'im- 
peratore d' Oriente ? A questo 
proposito il L. riesamina il fa- 
moso passo di Malco, nel quale 
si accenna all' ambasceria di 
Odoacre a Zenone e alla risposta 
di quest'ultimo. Anche del passo 
di Malco l' interpretazione da- 
tane dal L. non mi pare in tutto 
esatta ; ma la congettura che 
Zenone abbia concesso ad Odo- 
acre non il patriziato presentale, 
ma quello puramente onorifico, 
può essere accolta senza grande 
difficoltà, purché non le si dia altro 
valore che quello di semplice con- 
gettura. E questo, ad ogni modo, 
1' unico punto veramente nuovo 
della dissertazione del Loncao, 
il quale in tutto il resto non fa 
che ripetere cose già dette e 
ripetute da altri, dando prova 
nella parte bibliografica di una 
assai scarsa e incompleta cogni- 
zione degli studi sulla questione, 
per cui mentre cita opere anti- 
quate e di nessun valore, mostra 
di io;norarne altre che ad Odoacre 
e ai suoi rapporti coli' Oriente 
hanno dedicato pagine meditate 
e di alto valore scientifico. 



- 229 - 



"Li. Valle, Bartolomeo Botta 
prete pavese del S'^colo XVI. Pavia, 
Tip. Artigianelli, 1907. 

E un garbato opuscolo, in cui 
il prof. Valle ha disposto ordi- 
natamente e con buon metodo 
quante notizie ha potuto racco- 
gliere da memorie manoscritte 
stampate intorno al prete pa- 
vese Bartolomeo Botta, che eser- 
citò per molti anni 1' assistenza 
spirituale gratuita nell'Ospedale 
di S. Matteo, occupò importanti 
uffici ecclesiastici, e per qualche 
tempo tenne anche la cattedra 
di diritto canonico nell' Univer- 
sità. A proposito di quest'ultima 
notizia, crede il V. che non tra 
il 1530 e il 1540, come vollero 
il Bossi e il Parodi, ma poco 
dopo il 1525, quando^ come dice 
il Comi, la Lombardia fu libera 
dei torbidi della guerra tra Carlo V 
e i francesi^ cadano gli anni di 
insegnamento universitario del 
Botta. Noi crediamo invece che, 
in mancanza di documenti offi- 
ciali, le parole del Comi possano 
riferirsi piuttosto al periodo in- 
dicato dal Bossi e dal Parodi, 
che non agli anni immediata- 
mente posteriori al 1525, per la 
ragione ovvia che i torbidi della 
guerra tra Carlo V e i francesi 
non cessarono che nel 1529, e 
solo allora la Lombardia potè 
respirare dal rumore delle armi 
straniere. Sarebbe, ad ogni modo, 
questo, un punto da chiarire. 

Il Botta fu autore di vari 
scritti latini, tra cui un dotto 
cemento della Crisliade del Vida, 
una Psalmodia^ parafrasi in versi 



elegiaci di tutti i salmi, ed un 
poema epico in 12 libri intitolato 
Davidias. Avverte giustamente 
il V. che per questi suoi scritti 
il Botta appartiene a quella 
schiera di letterati e poeti che 
contribuì al rifiorire della lette- 
ratura cristiana nel cinquecento, 
come reazione alle tendenze pa- 
gane del secolo precedente. Pec- 
cato che TA. si sia contentato 
di un semplice accenno a queste 
opere, senza entrare in un esame 
più minuto, che forse avrebbe 
giovato a mettere meglio in ri- 
lievo la personalità del Botta 
e il suo valore artistico. E 
meno ancora ci piace che egli 
abbia voluto parlare di un clero 
forestiero accanto al clero pavese, 
V uno colpevole di eretici inse- 
gnamenti, 1' altro immacolato, 
ortodosso e dotato di una virtù 
esemplare, distinzione che per 
quanto abbia ad intendersi cu'tn 
grano salis, non cessa per questo 
di essere ingiusta e poco oppor- 
tuna in una città come Pavia, 
dove l' elemento forestiero ha 
avuto tanta parte nella vita della 
città ed ha tanto contribuito alla 
sua reputazione nel mondo della 
scienza e della cultura. 

L' opuscolo che, a parte le os- 
servazioni che ci ha suggerito, 
ci sembra ben fatto e ricco di 
sobria erudizione, si chiude con 
un'appendice dedicata a Gio- 
vanni Augusto Botta, fratello di 
Bartolomeo, ricordato dalTArge- 
lati e dal Mazzuchelli, anch'egli 
insecrnanbe all'Università e au- 
tore di scritti ora dimenticati. 

g. r. 



— à30 



Giulio Zerboni di Sposetti, 

Relazione sulla repressione dei 
moti del ^21 e sulla occupazione 
Austriaca in Piemonte (1821-1823). 
Traduzione, prefazione di An- 
tonio Rovini. Roma, Albrighi e 
Segati, 1907. 

La biblioteca storica del Ri- 
sorgimento italiano, iniziata nel 
1897 da Tommaso Casini e da 
Vittorio Fiorini, ha pubblicato 
preziosi contributi allo studio 
dei moti de) '21, promossi dal 
carbonarismo aristocratico-mili- 
tare e destinati fin dal loro sor- 
gere all' insuccesso, perchè allo 
slancio dell' animo non rispon- 
deva ne la forza delle armi, ne 
il concorde volere del popolo. 
Ai lavori del Fiorini [Gli scritti 
di Carlo Alberto sul 'tnoto pie- 
montese del 182i), del Fontana- 
rosa (// Parlamento nazionale na- 
poletano per gli anni 1820 e 182i) 
del Luzio [A. talvolti e i processi 
del ventuno) Antonio Rovini ha 
ora aggiunto la traduzione di uno 
scritto del capitano Giulio Zer- 
boni di Sposetti (1859-1894): Die 
Bekaetnpfung des Aufstandes in 
Piemoìit 1821 wid die Occupation 
des Landes durch oeslerreichische 
Truppen bis zum Jaìire Ì82S. In 
questo lavoro pubblicato nelle 
Mittheilungen des K. und. K. 
Kriegs-Archivs, nuova serie, voi. 
VI, Vienna 1892, lo Zerboni, 
basandosi su documenti tratti in 
gran parte dall'Archivio di guerra 
di Vienna, nel tempo in cui egli 
era addetto alia Sezione Storico- 
Militare, fauna esposizione chiara 



e particolareggiata del rapido 
moto e della immediata repres- 
sione fatta sotto il comando del 
luogotenente maresciallo Bubna. 
Il Rovini ha capito l'importanza 
che ha per noi questa relazione 
e ce ne ha dato una versione 
corredata di note illustrative e 
di una profazione, nella quale 
delinea l' ambiente ed esamina 
r atteggiamento tenuto da Carlo 
Alberto di fronte all' incalzare 
degli avvenimenti. La relazione 
poi ha uno speciale interesse 
anche per noi per la parte che 
ebbe il nostro territorio ne' piani 
dello stato maggiore austriaco 
durante la preparazione e lo 
svolgimento dell'occupazione del 
Piemonte da parte dell'esercito 
invasore. 

/. f. 

L. Testi e N. Rodolico, Le 

arti figurative nella storia d'Italia 
— // medio-evo — con 572 illu- 
strazioni^ pp. 710. Firenze, San- 
soni, 1907. 

u Tentare di raccogliere — 
scrivono gli autori — le diverse 
manifestazioni che 1' anima del 
popolo ha splendidamente se- 
gnato nella storia d'Italia, avendo 
soprattutto riguardo alle arti fi- 
gurative, è il fine di questo la- 
voro, rivolto ai giovani ». 

Il tentativo non è novo, ma 
sempre lodevole. 

In cinque libri sono successi- 
vamente ^i\xà\di.i\ \\ periodo paleo- 
cristiano^ il periodo romano-bi- 
zantino^ il periodo romano-longo- 



- à3i — 



bardo, il periodo i talico-lombardo, 
il periodo italico-yiormanno. Se- 
guono tre appendici : Scuola italo- 
cassinese, Architettura cistercense 
in Italia, Fine della pittura me- 
dievale. In ogni libro, salvo il 
primo, la storia artistica è pre- 
ceduta da un indice cronologico 
e da un esame delle condizioni 
politiche religiose economiche 
letterarie del periodo storico re- 
lativo. Manca veramente in questa 
trattazione una veduta comples- 
siva e, vorrei dire, prospettica 
della civiltà dei varii periodi, a 
fissare i quali i nostri autori 
non seguono altro criterio che 
il cronologico. Essi non sono 
riusciti a rappresentarci la storia 
nella sua effettiva unità; non 
anno veduto la sinergia dei co- 
siddetti fattori storici, tanto da 
farci temere che questo sminuz- 
zamento finisca col confondere 
la mente dei giovani. Ma il libro, 
per le sue proporzioni, più che 
ai giovani desiderosi d'avere una 
sommaria conoscenza della storia 
dell'arte, può riuscire utile ai 
cultori di questa disciplina, i 
quali vi troveranno descritti e 
valutati con giudizi! spesso nuovi 
e acuti (che sono evidentemente 
frutto di osservazioni dirette) i 
monumenti artistici di tutta l'I- 
talia medievale, molti dei quali 
ignoti ai libri di divulgazione. 

La nostra Pavia figura parec- 
chie volte in questo libro. Tra i 
pochi avanzi architettonici del 
sec. VII i nostri autori citano i 
dubbi capitelli e la cripta di 



S. Eusebio (p. 214). Delle opere 
pavesi del sec. Vili non restano, 
a loro credere, che gli avanzi di 
S. Maria delle Cacce e la tomba, 
serbata nel Museo Malaspina, di 
quella Teodota che, violata da 
re Cuniperto, mori monaca nel 
720 (p. 235). Lo stesso aveva 
detto R. Cattaneo a p. 129-30 
del suo libro L' architettura in 
Italia dal sec. VI al Mille circa 
(Venezia, 1888), dal quale il T. 
e il R. prendono in prestito 
anche i disegni d'un avanzo di 
S. Maria delleCacce e d'una parte 
d'una delle lastre della tomba 
di Teodota. L' unica differenza è 
che il Cattaneo, che vede da per 
tutto arte bizantina, considera 
queste opere come opere di ar- 
tefici greci eseguite sotto il do- 
minio longobardo ; il T. e il R. 
giustamente le assegnano al pe- 
riodo romano longobardo. Tutto 
bene : ma gli avanzi di S. Maria 
delle Cacce non esistono più. 

Trattando dell'architettura del 
periodo italico-lombardo, il T. e 
il E,., da p. 288 a p. 293, discor- 
rono della Basilica di S. Michele. 
Queste pagine sono notevoli, 
come quelle che sono indubbia- 
mente dovute all'osservazione di- 
retta. Gli autori sostengono che 
l'odierna chiesa a vòlta dev'es- 
sere stata ricostruita verso la 
fine del sec. XI. La quistione 
era già stata risolta dal Cattaneo, 
che scrisse (Op. cil., p. 211, n.): 
u II maggior progresso artistico 
che presentano le sculture di 
questa chiesa rispetto a quelle 



232 - 



del S. Ambrogio, e la palese af- 
finità delle decorazioni con quelle 
di S. Pietro in Ciel d'Oro, chiesa 
che fu consacrata nel 1136, mi 
persuadono a credere che il San 
Michele di Pavia sorgesse ap- 
punto nel principio del sec. XII, 
e forse dopo il famoso terremoto 
del 1117, che abbattè tante chi'ese 
dell' alta Italia e provocò quindi 
tante ricostruzioni ». Non di- 
menticano i nostri autori il mu- 
saico del pavimento del presbi- 
terio, che credono del sec. XII. 
Nelle sculture decorative di San 
Michele vedono, non so con qual 
fondamento, l'imitazione di stoffe 
asiatiche. 

Peccato che abbiano soltanto 
nominato, a p. 399, S. Pietro in 
Ciel d'Oro, e non abbiano né 
pur nominato S. Teodoro, ne 
S. La'><zaro, né S. Lanfranco ! 

Guida sommaria per il vìsìra- 
tore della Biblioteca Ambrosiana 
e delle collezioni annesse, con 90 
illustrazioni, pp. 159. Milano, 
Allegretti, 1907. 

Ai brevi ma succosi cenni su 
1' origine e le vicende delle varie 
collezioni dell' Ambrosiana {Bi- 
blioteca, Pinacoteca, Museo Set- 
tata) segue, in questo libretto, 
l' indicazione delle cose in cia- 
scuna di esse più degne d'atten- 
zione. 

Anche noi abbiamo visitato, 
col prezioso consiglio di questa 
guida, le collezioni ambrosiane, 
recentemente riordinate dal Ca- 
venaghì, dal Beltrami e dal 
Grandi. 



Notiamo qui le opere dell'Am- 
brosiana che riguardano Pavia. 
Esse sono : la bella tavola di 
Ambrogio da Possano detto Ber- 
gognone, La Vergiate col Bam- 
bino in trono e Santi, che sino 
al 1777 si trovava in S. Pietro 
in Ciel d' Oro ; la Vergine col 
Bambino di Bernardino de' Conti, 
il più famoso, se non il più ge- 
niale, de' pittori pavesi ; un qua- 
dretto dell'alessandrino Griovanni 
Migliara (1785-1837), che ritrae 
la Certosa di Pavia. Vorrei ag- 
giungere una Madonna col Bam- 
bino di Cesare Magni, che dal 
Morelli ò imparato a considerar 
pavese e discepolo del pavese 
P. F. Sacchi.... Ma in questo ca- 
talogo lo vedo identificato con 
Cesare da Sesto. Errò il Mo- 
relli ? o erra il catalogo ? 

Corrado Ricci, La Pinaco- 
teca di Brera, con 263 incisioni; 
pp. 318. Bergamo, Istituto ita- 
liano d'arti grafiche, 1907. 

Cesare da Sesto non è confuso 
con Cesare Magni in questo ma- 
gnifico volume, nel quale Cor- 
rado Ricci narra, su la scòrta dei 
documenti, la storia della fon- 
dazione e degl' incrementi e del- 
l' ordinamento definitivo, sua 
opera e sua gloria, della Pina- 
coteca di Brera: storia che si 
collega da una parte a quella 
dei fatti politici, dall' altra a 
quella dei gusti artistici, epperò 
degna d'esser meditata cosi dallo 
storico come dallo studioso di 
estetica. 

Ai lettori del Bollettino non 



I 



- 233 - 



sarà discaro 1' elenco de' quadri, 
conservati a Brera, dipinti da 
pavesi, o provenienti da Pavia : 

1) Antonio da Pavia (fiorito a 
Mantova tra il 1481 e il 1528) - 
S. Agostino, s. Giovanni Battista 
e s. Ivone (1513) (dalla Chiesa 
di S. Stefano di Novellara) ; 

2j Bergognone — Madonna 
col Figlio, s. Chiara e un certo- 
sino (dalla Certosa di Pavia) ; 

3j Bernardino de' Conti (pa- 
vese ; 1450-1528) — Madonna col 
Figlio e s. Giovannino (opera 
fatta sotto l'influenza di Leo- 
nardo} ; 

4) Cesare Magni (pavese ? — 
il Ricci lo dice " fiorito a Mi- 



lano nella prima metà del secolo 
XVI n) — S. Famiglia e s. Gio- 



vannino : 



5) Luino — Madonna del Ro- 
seto (dalla Certosa di Pavia) ; 

6-7) G. C. Procaccini — S. Gi- 
rolamo e un angelo e 8. Cecilia 
(tutte e due queste tele proven- 
gono dalla Chiesa del Gesù di 
Pavia) ; 

8) Morazzone — Madonna col 
Figlio e s. Domenico (dalla Cer- 
tosa di Pavia) ; 

9) Daniele Crespi — Madonna 
col Figlio, s. Francesco e s. Carlo 
Borromeo e V offerente (prove- 
niente da Pavia). 

g. n. 



NOTIZIE ED APPUNTI 



Gli Ostaggi Pavesi ad Antibo. — SnlT insurrezione e sul sacco 
di Pavia nel 1796 — che furono già argomento della nota mono- 
grafia del Dott. Silio Manfredi — gli studiosi intraprendono ora 
nuove ricerche presso il riordinato Archivio Civico, cui certo po- 
tranno attingere notizie e documenti del maggior interesse. 

Un saggio, degno di nota, di tali ricerche ci è stato dato dal 
Dott. L. Fontana nel fascicolo di dicembre 1906 di questo Bollettino 
relativo agli Ostaggi Pavesi di quell'anno fortunoso, fra i quali eravi 
l' Ingegnere e Rag. Carlo Giuseppe Franchi. 

Ora è curioso leggere quanto scrive di lui e degli altri compagni 
di sventura e del loro soggiorno ad Antibo il fratello Giacomo Franchi 
in un manoscritto di famiglia che abbiamo potuto consultare e che 
qui riportiamo nella parte che può interessare: 

« Air alba del giorno 13 giugno 1796 in conseguenza della rivoluzione di 
Pavia contro i Francesi seguiti nelli giorni di lunedì, marteHi e mercoledì 23, 
24 e 25 precedente maggio, Carlo Giuseppe venne arrestato in casa da un 
picchetto di soldati francesi preceduti e comandati dal Municipale Dott. An- 
tonio De Antichi, già finto annico e compatriota, e fatto condurre nel locale 
dell'antico seminario vescovile assieme ad altri 64 cittadini pavesi siccome 
imputati promotori della succitata rivoluzione. Rimasto nel seminario in istato 
d' arresto cogli altri compagni d' infortunio tre giorni, vennero tutti la mat- 
tina del 16 condotti in diverse vetture, scortati da drappelli di cavalleria 
francesi, in Francia come ostaggi e precisamente nella piccola ma bella città 
marittima di Antibo, ove arrivarono il 26 detto giugno, avendo percorso lo 
stradale piemontese di Tortona, Cuneo e Nizza. In Antibo vennero però trattati 
con ogni riguardo dal Governo e quasi festeggiati da quei buoni cittad.ni. 

Ebbero alloggio distribuilo nelle migliori case private ed assegnata indivi- 
dualmente compita giorn'diera razione come a. capitano di truppa, meno però 
la paga. 

Essi poi vendevano ai fornitori le loro razioni ed aggiungendovi qualchecosa 
del proprio provvedevano alla loro sussistenza discretamente bene, atteso il 
buon prezzo del pane, pesce, castrati, selvaggina, frutta e vini poi eccellenti. 



— 235 - 

Per il pranzo si erano divisi in piii società ; quella di mio fratello che era lo 
sptjnditore, avente per cuoca una servente (lei luogo e che si radunava nella 
casa di Madame Roland dove era alloggiato, si componeva di quattordici in- 
dividui. Siccome poi la maggior parte degli ostaggi erano piuttosto agiati e 
spendevano molto in una città di soli cinquemila abitanti il più poveri, così 
venivano rispettati ed amati da tutti per l'utile che ne ritraevano. 

Si aggiunge che essendo quel litorale marittimo da Antibo fino a Tolone 
stato sempre attaccato di opinioni al Governo Monarchico, e veniva perciò dai 
nuovi repubblicani chiamato la Costa Aristocratica, consideravano perciò gli 
ostaggi come confratelli di sciagura. Mio fratello erasi poi acquistato un me- 
rito particolare nel dirigere soldati e cittadini all' estinsione di un incendio 
manifestatosi in una povei'a casa del luogo in una notte sul finire di novembre 
dello stesso anno 1796 e più ancora per essersi fatto capo questore raccogliendo 
da tutti i suoi compagni di esiglio un generoso soccorso in denaro a favore 
di quella miserabile numerosa fam'glia rimasta per tale infortunio priva di 
tutto. IH questo suo atto e degli ostaggi tutti ne venne fatta pubblica una 
^. compitissima lettera di distinto ringraziamento a nome di tutti gli abitanti di 
Antibo emessa da quel Maire contrassegnata anche del Generale Massena, 
padre del Maresciallo, che era in allora coriiandante militare di Antibo. Dopo 
di avere soggiornato in Antibo dal 26 giugno al 13 dicembre dello stesso anno 
1796, giorno della loro liberazione, e così per mesi 5 e giorni 17, si restituì 
in famiglia in seguito a sei giorni di viaggio alle ore due pomeridiane del 19 
d«tto dicembre in ottimo stato di salute. La partenza degli ostaggi da Antibo 
fu accompagnata dalle più commoventi attestazioni di reciproca gratitudine, 
essendo stati accompagnati al loro imbarco dal Comandante Generale, dal 
Maire e dalla maggior parte dei Cittadini ». 

Cosi — come già lo studio diligente del dottor Manfredi dis- 
sipò alcune leggende di terrore che si erano formate intorno alla in- 
surrezione ed al sacco della città — da questo breve manoscritto del 
tempo la prigionia di Antibo ap)pare assai più mite di quanto po- 
tesse far supporre la storia tradizionale. 

G. Franchi. 

Un affresco del 400 nella torre maggiore di città — Ese- 
guendosi dei restauri nella torre maggiore di città e propriamente 
nella casa cosidetta del campanaro^ mentre si demoliva un muro, 
venne alla luce un caratteristico affresco del 1400. 

Il dipinto in origine doveva avere grandi proporzioni, come lascia 
supporre la forma architettonico-ornamentale a grandi archi e a 
larghe fasce. 



- 23B — 

La parte rimasta, benché la scena rappresentata sia incompleta, 
dà un' idea assai chiara del concetto espresso dal quadro e dello 
spirito del tempo. Vi sono figure dipinte con un sentimento di mi- 
sticismo soave e ispirato. La densità del colore, la parsimonia delle 
tinte e del chiaroscuro, la rigidezza delle movenze danno alia com- 
posizione il vero, prezioso carattere dell' epoca. 

Dal costume delle figure adoranti è facile capire trattarsi d'un 
quadro votivo fatto eseguire da qualche famiglia patrizia della quale 
facesse parte qualche studioso. 

Potrebbe anche darsi che il quadro rappresentasse un dotto co' 
suoi discepoli in adorazione d' un santo, forse di qualche papa, in- 
nalzato all' onor degli altari. 

Intorno poi all' autore dell' affresco non si possono fare che ipo- 
tesi; a Pavia esistono pochi lavori del tempo per poter fare con- 
fronti ; ma forse, con buon fondamento di verità, appartiene a quello 
stesso artista che dipinse il coro del Duomo di Monza. 

Il dipinto, trasportato egregiamente dal signor Annoni di Milano 
praticissimo in questa difficile arte, verrà presto collocato nella pi- 
nacoteca del palazzo Malaspina. 

Di questo prezioso avanzo pur troppo anche dopo la sua scoperta, 
venne demolita una parte e si deve la sua salvezza all'intervento 
del comm. Dell'Acqua e del pittore Borgognoni, che ne ottennero 
dall'autorità municipale il pronto trasporto e restauro. N. 

Una grida per V apertura della Università di Pavia nel 
cinquecento. — L'Archivio storico civico di Milano, recentemente 
esplorato per la continuazione del codice diplomatico della nostra 
Università, non ha conservato nessun documento anteriore alla metà 
del secolo XV; ma dal 1454 in poi offre un materiale ragguardevole, 
che getta molta luce sulle vicende assai agitate dello Studio pavese 
durante il fortunoso periodo delle guerre che misero a soqquadro la 
Lombardia negli ultimi anni del quattrocento e nella prima metà 
del cinquecento. Tra le moltissime gride pubblicate in quel tempo 
dal Senato Milanese, con cui si ordina l' apertura dello Studio e si 
fa divieto ai sudditi del ducato di recarsi altrove a studiare, ne 
pubblichiamo una del 6 ottobre 1647, interessante per la menzione 
che vi è fatta dal celeberrimo giurista Andrea Alciato, che allora 
leggeva nell' Università nostra, e del prezzo delle pensioni fissato 



— 237 — 

per queir anno a Pavia nella somma di scudi quarantacinque, con 
lieve rincaro suli' anno precedente a causa del cresciuto prezzo del 
frumento e del vino. Il buon mercato delle pensioni era una delle 
maggiori preoccupazioni del magistrato cittadino e del Senato di Mi- 
lano per assicurare allo Studio pavese il maggior numero possibile 
di frequentatori ; ed è noto, per quanto riferisce l'Azario, che la stessa 
preoccupazione aveva due secoli innanzi, tra gli altri motivi, indotto 
Galeazzo II Visconti a preferire Pavia alle altre città, compresa Mi- 
lano, come sede dello Siudio Generale lombardo. 
Ed ora, ecco la grida : 

Assai deve essere manifesto con quanta diligentia et amore el Senato at- 
tenda alla conservazione et anguinenlo del Studio di Pavia per lo uiiiversal 
benericio che porta alli subditi de questo stato, Possendo quelli che hanno de- 
siderio di farsi dotti in qualunche delle scienze legali, canonice, medicinali et 
dependente da quelle, che con loro coinoditate hanno il Studio, come se suol 
dire, in casa e non sono astretti andare fuora del stato con grande dispendio e 
fatica lontano dalli suoi a studiare. Imperò avendo ordinato il Senato che nel 
terzo giorno di Novembre prossimo se commincia a legere in esso Studio, se 
fa noto a qualunque persona chel Mag."° S."* Andrea Alciato senatore de soa 
Maestà persevererà nella solita lettura, et alle altre lettioni saranno lettori ce- 
lebri et idonei ad satisfare a quelli che vorranno imparare. Però se commanda 
a tutti li subditi del Stato, quali veleno studiare in lege o medicina, o in altre 
che se sogliono legere et legeranno in esso Studio di Pavia, che non ardiscano 
di andare fuori del Stato de Milano a studiare, anci se alchuno è in altro Studio 
forestiero subito venga a Pavia sotto le pene contente nelli decreti in tal causa 
fatti e publicati et anchora nelle cride in questa materia alli anni passati pu- 
blicate, quale per questa se rinovano, nelle quali pene incorreranno ancora 
quelli in cui possanza serano li scolari che non sono in età pei'fetta o sono 
figlioli di famiglia. E volendo il Senato provedere al caso delle donzene, acciò 
chel tutto passi con modo et ordine conveniente, racordandose che Tanno pros- 
simo passato dolendose molti de V eccessivo pretio che si adimandava, ne scrisse 
alli agenti della Comunità di Pavia, et havuta la risposta, stabilì e fermò chel 
pretio delle donzene non passasse quaranta scuti d^oro, bora chel vino è assai 
caro et el pretio del frumento è cresciuto un puoco più de i' anno passato, 
ordina el prefato Senato e vole che le Donzene non puossino passare scuti 
quarantacinque a conto de anno, e jìer questa crida fa pena scuti venticinque 
d'essere applicati alla cesarea cantera irreniissibilmente a qualunche contrafarà 
tanto dando quanto recevendo. Signat. lacomus Cattaneus. 

Gridata [ter Georgium Pisonum publicum preconem Comuiiis Mediolani ad 
scalas palatij magni broleti Comunis Mediolani et super platea Arenghi Medio- 
lani sono tubarum premisso die iovis sexto mensis octobris 1547 in vesperis. 



— 238 - 

In marg. Pro Studio papiensi cum limitatione pretij Duodenaruii). 

(Reg. Lett. Due. 1547-1552 fol. 18). G. R. 

Documenti pavesi nel registro papale di Benedetto XI. — 

Com' è noto, la Scuola Francese di Roma attende da più anni alla 
pubblicazione dei regesti papali dei secoli XIII e XIV con grandis- 
sima utilità degli studiosi, i quali da quella ricchissima miniera di 
notizie che sono gli Archivi Vaticani hanno tratto sussidi prezio- 
sissimi. 

Crediamo di far cosa grata ai nostri lettori spigolando qualche 
notizia nel recente volume pubblicato dal Grandjean col titolo Le re- 
gistre de Benoit XI (Paris, 1905). 

Pag. 203. Laterano 18 gennaio 1304. AlPAbbate del monastero di S. Bar- 
tolomeo in Strafa. Si concede che, finché resti al servizio della S. Sede nella 
curia romana o altrove, possa integralmente percepire i frutti e i redditi dei 
suoi benefici. 

Pag. 402. Laterano 2 marzo 1304. Priori et fratribus Ordinis Praedica- 
toruni Papiensibus indulget ut de usuris, rapiìiis et aliis male acquisitis 
recipere possint usque ad summam mille librarum Papiensiuni . 

Pag. 403-404. [jsterano 3 marzo 1304. Ai medesimi. Sane petitio vestra nobis 
eochibita continebat, quod olim vos et dilecte in Christo filie... abbatissa et 
conventus monasterii sancii Thome Papiensis, ordinis sanati Benedicti, pro- 
vide attendentes quod locus, in quo vos nunc degitis et nunc eedem abbatissa 
et conventus manebant, fiabitationi vestre, et locus cum ecclesia sancii Andree 
ubi ad presens dieta abbatissa et conventus morantur, tunc ad vos iusto titillo 
pertinens, eisdem abbatisse et conventui niagis accomodus existebat, de con- 
sensu bone memorie Guidonis^ episcopi Papiensis^ loca ipsa ad invicem per- 
mutastis, proiit in instrumento publico iìide confecto plenius continetur : 11 
papa approva la permuta a richiesta dei frati. (SulT argomento cfr. Maiocchi, 
La chiesa e il convento di S. Tommaso in Pavia^ Pavia, Artigianelli, 1895, 
p. 16 seg.) 

Pag. 475. Perugia 8 maggio 1304. Benedetto XI incarica gli abbati di San 
Bartolomeo in Strata e di S. Pietro iu Cielo d'Oro, nonché T arcidiacono della 
chiesa di Tortona di eseguire un'ispezione nel monastero di S. Salvatore di 
Pavia dell'Ordine benedettino, propter malitiam et culpam quorundam mona- 
chorum degentium in eodem ac gravia debitorum onera quibus ipsuni mona- 
steriurn pregravatur, adeo in spiritualibus et temporalibus est collapsum ecc. 
e di procedere ad una riforma generale tam in capite quam in ynembris ecc. 

R. 



NOTIZIE VARIE 



Il prof. A. Martinazzoli pubblica una nota su La metafisica e il 
positivismo di Cesare Beccaria (Milano, Rebeschini, 1907). 

Ne Ultalia Moderna (Roma, 15 aprile 1907) abbiamo letto un ar- 
ticolo su Pio V Ghisliéri, di Alberto Canaletti Graudenti, il quale ri- 
ferisce docuinenii posseduti dai conti Fiorenzi di Osimo, riguardanti 
Pio V. tra i quali una importante biografia di Papa Ghislieri, nonché 
tre lettere di La Vallette, Gran Maestro di Malta, allo stesso Pon- 
tefice. 

E uscito il I volume della Storia deW Arte di Gr. Natali ed E. Vi- 
telli, interamente rifatta in tre volumi. Il Natali, col consiglio d' il- 
lustri maestri e amici, ha rifuso tutto il testo ; il V^itelli ha tripli- 
cato il numero delle illustrazioni. La splendida edizione è della So- 
cietà tipografico-editrice nazionale, già Roux e Viarengo ^Torino- 
Roma). Quando saranno pubblicati gli altri due volumi, ci occuperemo 
dell' opera intera. 

Del nostro I volume del Codice diplomatico dell' Duiversità di Pavia 
parlano molto favorevolmente VEnglish Historical Review nel fascicolo 
d'aprile 1907 e V Hi stori sche Zeitschrift ser. Ili voi. 2. par. 3. Mùn- 
chen, Berlin 1907 pp. 671-672. Il recensente del secondo periodico 
osserva che il nome di Armanno Mocls, che compare nel doc. 704 del 
Codice, dovrebbe leggersi piuttosto Armanno Mtiels, e nota come 
Giovanni Vorbroch di Utrecht dottorato in diritto canonico a Pavia 
nel 1391 (doc. 385) fu rettore dell' Università di Colonia nel 1406. 

Di Lomello e de' suoi conti si occupò recentemente M. Zucchi in 
una sua monografia (cfr. Bollettino VI 141). Sono ora da aggiungere 
due nuove pubblicazioni che in vari punti correggono o completano 
quelle ricerche ; 



— 240 — 

Gerolamo Biscaro, / conti di Lomello (a proposito di una recente 
pubblicazione) in Arch. star. lomb. 1906, fase, di dicembre, pp. 351-391. 

Ferdinando Gabotto, Sui conti di Lomello in Boll. stor. bibl. su- 
balpino anno XII n. 1 e 2. Torino 1907, pp. 58-64. 

Sulla data controversa della conquista di Lomello e del conse- 
guente assoggettamento de' conti palatini al comune pavese torne- 
remo prossimamente in questo Bollettino. 

Segnaliamo, per i rapporti che hanno con la nostra storia cittadina: 

Dino Muratore, Bianca di Savoia e le sue nozze con Galeazzo II 
Visconti. 

GiovAMNi OoLLiNO, La guerra Viscontea contro gli Scaligeri nelle 
relazioni diplomatiche fiorentino-bolognesi col conte di Virtìi, 

Francesco Lo Parco, Aulo Giano Purrasiò e Andrea Alciato (con 
documenti inediti). In Arch. stor. lomb. fase. 31 marzo 1907. 

Della fondazione del Monte di Pietà in Pavia scrisse il compianto 
D. Pietro Moiraghi nella biografia dedicata al B. Bernardino da 
Feltre. Aggiunge ora nuove notizie sull' argomento, tratte da docu- 
menti dell'Archivio del Museo civico di storia patria, il sac. D. Ro- 
dolfo Maiocchi nella Rivista di scienze storiche^ fase. 31 marzo 1907, 
pp. 95-102. 

Nello stesso fascicolo della Rivista di scienze storiche il dr. Diego 
Sant'Ambrogio, in base ad una bolla di Urbano II datata da Pia- 
cenza 1095, conferma la congettura avanzata dal conte A. Cavagna 
Sangiuliani in un articolo pubblicato in questo ^o//ei/mo, che 1' Ora- 
torio del lago de' Porzii fosse in origine dedicato a Maria Vergine. 
La bolla di Urbano prova che alla fine dell' II secolo il detto oratorio, 
col nome di Sancta Maria de Lacit era compreso tra le obbedienze 
del territorio pavese appartenenti all' ordine religioso di Cluny. 

Col fascicolo 30 aprile 1907 della Rivista di scienze storiche il 
prof. C. Speirani ha iniziato la^pubblicazione di una memoria del 
titolo : Antonio Maria Spelta e la sua u Historia delle vite dei vescovi 
a Pavia ». E la tesi presentata alla commissione della Facoltà 
di lettere dell' Università di Pavia, dove lo Speirani consegui la 
laurea dottorale nel novembre del 1903. 

Le obbiezioni sollevate dal prof. A. Crivellucei contro l'ipotesi 



- 241 — 

sostenuta dal prof, C. Pascal che V opera " De terminalione provin- 
ciarum Ifaliae " da lui rinvenuta in un codice dell'Ambrosiana, sia 
probabilmsnte la font« del Catalogo delle provincie nelT fìist. Lang. 
di Paolo Diacono, non hanno persuaso il dotto professore dell'Uni- 
versità catanese, il quale ritorna sull'argomento, ribadendo le ra- 
gioni già addotte, in un recente articolo pubblicato neli'^rc^. stor. 
ital. ser. V Tom. 39, an. 1907. 

Col terzo volume, testé pubblicato, dalla Società editrice Dame 
Alighieri, dell' opera di E. Loevinson, Giuseppe Garibaldi e la sua 
legione nello slato romano 1848-49, V illustrazione di quell' importante 
episodio della nostra storia del Risorgimento può dirsi oramai com- 
piuta nella sua parte essenziale. A quelli che si occupano particolar- 
mente di uomini e cose pavesi segnaliamo il II volume dell' opera, 
in cui a pag. 226 e seg. è riportato 1' Elenco degli ufficiali della 1. le- 
gione italiana (Garibaldi) dal novembre 1848 al 2 luglio 1849. In 
quell'elenco compaiono due pavesi: Angelo Bassini (di cui è ripor- 
tata anche, fra' documenti, voi. Ili, 302 n. 169 una lettera) e Gae- 
tano Sacchi: l'uno e l'altro illustrati con brevi note biografiche. 
Sono altresì ricordati : Francesco Daverio, laureato in matematiche 
all' Univertità di Pavia, e Gian Bettino Grassi, studente d'ingegneria 
nella stessa Università. 

Com' era da aspettarsi, V acre recensione del prof, D. Migliazza 
al II volume del Codex diplomaticus Ordinis Eremitaruni Sancii Au- 
guslini Papiae edito dai signori R. Malocchi e N. Casacca provocò, 
da parte di quest' ultimo, una risposta, che non è veramente un 
modello di serenità e di mansuetudine cristiana. A questa risposta 
ha ora replicato il d.r Migliazza con un nuovo opuscolo : Esame del- 
V opuscolo di Nazzareno Casacca 0. S. A. u II Codice diplomatico degli 
Agostiniaui di Pavia. Risposta ad un critico del II volume ". E con 
questa replica riteniamo la polemica finita. 

Per onorare la memoria di suo padre, che fu l' ing. Luigi Tra- 
bucchi, bella figura di patriota e di cospiretore pavese, il sig. Cor- 
nelio Trabucchi, ora residente a Berlino, ha ripubblicato un opuscolo 
del padre dal titolo // giuro del frate Giacomo Bussolaro di Pavia, 
edito la prima volta senza nome di autore nel 1848, coli' aggiunta 
di due lettere di G. Mazzini all' ing. Trabucchi, di una del maggiore 



- 242 - 

di stato maggiore Ezio de' Vecchi relativa ai servigi resi dal pa- 
triota pavese alla causa nazionale nell' anno 1859, e de' discorsi 
pronunziati da A. Maiocchi e B. Cairoli sulla salma del Trabucchi 
durante i funerali celebrati il 29 giugno 1875. 

Il Giuro è uno scritto d' occasione, privo di qualsiasi valore. Di 
qualche interesse invece sono le due lettere del Mazzini del 30 no- 
vembre e 21 dicembre 18B6, mentre si andava f)reparando la guerra 
per la liberazione del Veneto. L' opuscolo si apre con una prefazione 
dell'editore in cui si parla, con molta disinvoltura, della rivendica- 
zione dell' onore del Bussolari contro le calunnie di Francesco Pe- 
trarca stipendiato dal Visconti! Per fortuna, queste amenità furono 
scritte a Berlino ! 

Interessante per la storia della cultura in Pavia e nella sua pro- 
vincia è la nota presentata dal prof. P. Pavesi al Congresso dei 
naturalisti italiani tenuto in Milano il 15-19 settembre 1906 e che 
ora vede la luce negli Atti del Congresso (Milano, Tip. degli operai, 
1907). Dai primi musei privati, quello dei conti Mezzabarba e dei 
marchesi Pio e Giovanni Bellisomi, il Pavesi passa ad accennare al 
famoso museo iniziato dallo Spallanzani nel 1771 quale museo pub- 
blico od universitario ; alla collezione ornitologica del dott. Angelo 
Maestri ; e a quella ricchissima del Brambilla, la quale ceduta al 
Comune nel 1866, formò il primo nucleo dell'attuale Museo civico 
di storia naturale, uno dei migliori d'Italia e non inferiore a quelli 
di molte nostre Università. Il prof. Pavesi dà una sobria descrizione 
delle raccolte comprese in questo Museo e aggiunge alcune poche 
notizie su altre collezioni esistenti a Voghera, a Vigevano, a Varzi, 
a Corana ecc. 

Ei stata più volte lamentata la mancanza di un Dizionario geo- 
grafico medioevale, che possa servire di guida agli studiosi della to- 
ponomastica delle carte e degli scrittori del Medio Evo, la quale 
presenta, come tutti sanno, frequenti disuguaglianze nella grafia delle 
parole e solleva, non di rado, difficoltà quasi insormontabili d'inter- 
pretazione. 

Su questo campo lavora da più tempo il prof. V. Belilo della 
nostra Università, che dei suoi studi preparatori ha dato già un primo 
saggio nel noto lavoro su Gr. Villani. Ora abbiamo la relazione da 
lui presentata al 6. Congresso geografico di Venezia, [Per un dij^io- 



— 243 - 

naì'io geografico dell'Italia nel Medio Evo, Venezia, C. Ferrari, 1907), 
in cui dà notizia degli studi fatti ed espone i criteri secondo i quali 
dovrà essere compilato il dizionario che egli si propone di pubbli- 
care in collaborazione con altri studiosi ben noti nel campo della 
erudizione e delle discipline geografiche. 

In stretto rapporto con la relazione precedente è 1' altra pre- 
sentata allo stesso Congresso dal prof. G. Rie» hieri : Per la geo- 
nomastica italiana e per la trascrizioìie dei itomi geografici, in cui 
è riaifermata 1' urgenza di una completa raccolta e correzione del 
materiale toponomastico e topolessigrafi -o dell' Italia, e si fa voto 
per la prossima soluzione del problema della uniforme trascrizione 
dei nomi geografici, problema più volte posto e dibattuto nei prece- 
denti congressi geografici. 

A poca distanza 1' uno dall' altro, sono usciti i primi due volumi 
di una nuova opera dell'abate L. Duchesne: Hisloire ancienne de 
VEglise Paris, A. Fontemoing 1906-1907. 

Non è opera di ricerca originale, ma piuttosto dì esposizioiìe 
e di divulgazione, nella quale 1' autore si propone di riassumere lo 
stato presente degli studi su' molteplici ed importanti problemi che 
presenta la storia dei primi secoli della Chiesa. Inutile dire che il 
Duchesae non abbandona il campo strettamente tradizionale, ma in 
questo campo si muove con la libertà di uno spirito illuminato che 
dispone di molta dottrina e di una lunga preparazione di studi per- 
sonali. L'opera, abbiamo detto, ha carattere divulgativo e in qualche 
punto ci sembra anche un po' superficiale; ma in complesso è lavoro 
fortemente meditato, e però abbiamo creduto di segnalarlo ai lettori. 

Rassomiglia alla precedente, come opera di riassunto e di divul- 
gazione, sebbene con carattere più spiccatamente scientifico, e non 
senza qualche spunto polemico, la Storia dei Romani di G. De Sanctis, 
professore nella r. Università di Torino, di cui sono stati or ora 
pubblicati dall'editore Bocca i primi due volumi, che l'A. intitola: 
La conquista del primato in Italia. 

Come filosofo della storia, il prof. De Sanctis è rimasto a Bossuet; 
ma l'opera ha pregi di critica e di erudizione che ne faranno una 
lettura utile ed istruttiva a quanti sono cultori degli studi dell' an- 
tichità. 



- 244 — 

Per la ricorrenza del primo centenario della nascita di G. Gari- 
baldi è venuta a galla tutta una fioritura di pubblicazioni, la quale 
può interessare, più o meno direttamente, anche i nostri studi. Ne 
daremo notizia nel prossimo fascicolo. 

E imminente la pubblicazione di un nuovo periodico, che conti- 
nuerà, un programma più largo e con carattere preponderantemente 
mediovaie, le Memorie Storielle Cividalesi iniziate due anni per ser- 
vire all'illustrazione storica alla regione friulana. Il nuovo periodico 
che si intitolerà Memorie Storiche JorogiiUiesi consterà di fascicoli 
trimestrali di 64 pagg. in-8 grande con copertina illustrata. Abbo- 
namento annuo, per l'Italia, lire 5. 

I primi due fascicoli usciranno nella prima metà di luglio. Au- 
guri sinceri. 

II Ministero della Pubblica Istruzione, in seguito alla pratiche 
fatte del Consiglio di Presidenza, ha concesso alla nostra Società un 
assegno straordinario di lire 400 per la pubblicazione del II volume 
del Codice Diplomatico della R. Università di Pavia. 



j 



NECROLOGIO 



UEBANO PAVESI 



Alle gravi perdite che abbiamo dovuto lamentare nei fascicoli 
precedenti, una nuova e, per vari rispetti, anche più grave, s'è 
aggiunta nel passato trimestre ; quella del nostro consigliere Urbano 
Pavesi. 




Rare volte accade di dovere annunziare la morte d'una persona 
cara con lo stesso turbamento nell'animo che proviamo oggi nel par- 
lare di Urbano Pavesi, nel quale la Società Storica ebbe uno dei 
fautori più sinceri, e dei più fedeli ed operosi collaboratori. Con 
Lui sentiamo di perdere una di quelle forze vive che non facilmente 
si sostituiscono, una forza fatta di poesia e di sentimento, di cui 
anche i sodalizi si nutrono, se, oltre gli scopi concreti e contingenti 
dell' organizzazione, mirano a conservare e ad accrescere l' inestima- 



- 246 - 

bile tesoro delle proprie finalità ideali. Giacché Urbano Pavesi, pro- 
fessionista onesto, pubblico amministratore integerrimo, buon padre 
di famiglia, fu innanzi tutto una fortissima tempra di patriota, e fra 
i patrioti pavesi uno dei più autentici rappresentanti di quella schiera 
eroica di valorosi che nella epopea del patrio risorgimento ha scritto 
pagine immortali. E però eravamo orgogliosi di averlo in mezzo a 
noi, ed ora che è scomparso, sentiamo 1' anima nostra come invasa 
da un senso indefinibile di vuoto e di tristezza. 

Nato ad Albuzzano il 24 agosto 1842. si arrolò volontario, appena 
diciassettenne, nel 3. regg. fanteria piemontese e fece la campagna 
del 1859 combattendo da prode a Palestro e a S. Martino. L'anno 
dopo fu dei Mille di Marsala e partecipò a tutti i fatti d'arme di 
quella memorabile spedizione, militando nella 7. compagnia comandata 
da Benedetto Oairoli e meritando, pel suo valore, la menzione ono- 
revole e il grado di sottotenente. Con questo grado nel 1866 fece la 
campagna del Trentino, ed ebbe onorata parte alla battaglia di Bez- 
zecca, nel cui cimitero fu fatto prigioniero mentre difendeva stre- 
nuamente quella posizione contro gli Austriaci soverchianti. Per le 
prove date in quella gloriosa giornata ebbe la medaglia d'argento al 
valor militare. Nel 1867 lo troviamo a Poma, penetratovi clandesti- 
namente con altri valorosi per prepararvi una insurrezione ed aprire 
le porte a Garibaldi che veniva dai colli Nomentani. Eallito il 
disegno, il Pavesi raggiunse a stento il grosso dei volontari e com- 
battè a Mentana, dove si chiuse infelicemente quell' audace tentativo 
di liberazione di Roma. 

Dopo Mentana, Urbano tornò a Pavia, dove esercitò la sua pro- 
fessione d'ingegnere e prese attiva parte alla vita pubblica, rima- 
nendo sempre fedele al suo passato patriottico e ai suoi ideali 
democratici. 

Consigliere ed assessore comunale, membro di commissioni, di co- 
mitati e di amministrazioni svariatissime, spiegò in tutti gli uffici 
doti singolari di disinteresse e di rettitudine che gli meritarono la 
stima universale. La sua perseveranza nel bene era pari alla sua 
operosità, ed è noto con quanta tenacia, anche recentemente, egli si 
occupasse del problema della navigazione fluviale, di cui fu un apo- 
stolo fervente, perchè in essa vedeva una fonte nuova di prosperità 
economica per Pavia e per la Lombardia. 

Ma non meno infervorato era il Pavesi di tutte quelle istituzioni 
che potevano portare lustro alla città ed incremento alla pubblica 



— 247 — 

cultura. Egli fu dei più caldi favoreggiatori della istituzione in 
Pavia di un ufficio di Sopraintendenza degli scavi di Lombardia 
e, come membro della commissione del Civico Museo di Storia Patria, 
ebbe sommamente a cuore le sortì di questo Istituto, che attende 
ancora un riordinamento decoroso, rispondente alla speciale funzione 
cui è destinato. L'opera indefessa del Pavesi si esplicò in modo 
speciale a favore del IMuseo del Risorgimento, della cui Commissione 
era presidente e che, se non può dirsi creato da Lui, deve parti- 
colarmente a Lui quello che è e l' importanza acquistata fra gì' isti- 
tuti congeneri d' Italia. Egli non risparmiò né tempo né fatiche per 
promuoverne lo sviluppo e dargli un assetto degno delle tradizioni 
patriottiche della città, in ciò guidato anche dal pensiero nobilissimo 
d' impedire che per 1' azione deleteria del tempo o per incuria degli 
uomini andasse perduta una parte, e forse la miglior parte, di quel 
prezioso materiale che tante memorie conserva della lunga storia di 
b martiri e di dolori del patriottismo lombardo. 

Solo dopo molti sforzi, dopo tenaci insistenze, egli era riuscito ad 
ottenere per il suo Museo una sede migliore e più ampia, e in questa 
nuova sede lavorava febbrilmente per riordinarvi le varie raccolte, 
in attesa della prossima ricorrenza del centenario garibaldino, quando 
lo colse, quasi inopinatamente, il male che lo spense il 27 aprile u, s. 
nell' età non ancor tarda di quasi 65 anni. 

Pianto dagli amici e dall' intera cittadinanza, la sua scomparsa è 
lutto particolare per la nostra Società, che trae l'ispirazione e il 
conforto ai suoi studi non soltanto dalle carte ingiallite degli archivi, 
ma anche dalla voce viva e dall' esempio di quanti alla Patria dedi- 
carono la vita e per lei soifrirono e per lei combatterono. 

E ancora oggi quanti di noi ebbero con Lui affinità di sentimenti, 
affettuosa consuetudine di studi e di opere, non sanno rassegnarsi 
al pensiero di aver perduto un cosi fidato consigliere, un cosi as- 
siduo compagno di lavoro, un esempio cosi luminoso di virtù operosa 
e gagliarda. 

TI nome di Lui resterà affidato al Museo pavese del Risorgimento 
e alle pagine di questo Bollettino che 1' ebbe collaboratore stimato 
e desiderato ; resterà affidato alla storia del nostro Sodalizio, a cui 
Egli appartenne fin dalla fondazione, e che ora consacra alla memoria 
di Lui questo tributo estreaio di ammirazione e di compianto! 

G. Romano. 



ELENCO DEI SOCI 



CONSIGLIO DI PRESIDENZA 

Presidente : Romano doli. Giacinto^ Prof. Ord. di Storia moderna 

nella R. Univ. di Pavia. 
Vice-Presidenti : l'aramelli cav. uff. Torquato, Prof. Ord. di Geologia 

nella R. Univ. di Pavia. 
Campari ing. comm. Alessandro — Pavia. 
Consiglieri : Sassi ing. cav. Edoardo — Pavia, via XX Settembre, 7. 

Gorra prof. Egidio, della R. Univ. di Pavia. 
Segretario : Natali prof. Giulio, del R. Istituto Tecnico di Pavia. 
Vice-Segketario : Moudainì prof Gennaro, del R. Liceo di Pavia. 
Bibliotecario: Salveraglio prof. Filippo, Bibliotecario delia R. Univ. 

di Pavia. 
Economo-Cassiere : Stucchi rag. Achille — Pavia. 

Agabiti prof. cav. Fernando — Pavia, via Malaspina, 1. 

Albanese prof Manfredi, della R. Univ. di Pavia. 

Arbasino prof Eligio, del R. Liceo di Voghera. 

Associazione Impiegati Civili — Pavia. 

Baratta prof Mario — Voghera. 

Bastari prof Pietro, del R. Ginnasio di Pavia. 

Beccalli prof. Camillo ti Liceo ?7 

Belli avv. comm. Carlo — Pavia, via Carmine;, 4. 

Belilo prof. cav. Vittore, della R. Univ. di Pavia. 

Benini prof. Rodolfo, della R. Università di Pavia. 

Beretta avv. Paride — Pavia, via Mazzini, 12. 

Bergonzoli doti. Gaspare — Voghera, Vice-Direttore Manicomio Prov. 

Bianchi prof. dott. Adelaide, della Scuola Normale di Teramo. 

Biblioteca Civica di Novara. 

Biblioteca della R. Università di Pavia. 

Biblioteca Nazionale di S. Marco — Venezia. 



249 



Barbieri Adele ved. Gnocchi — Pavia, via Varese 1. 

Bernucci nob. dott. Carlo^ Direttore Segreteria R. Univ. — Pavia. 

Boffl prof. dott. Angelo, Direttore del Grinnasio di Mortara. 

Bollea prof. dott. Cesare^ del R. Istituto Tecnico di Pavia. 

Bolognini Attendalo conte Ercole — Pavia, via Volta, 10. 

Brugnatelli prof. Luigi, della R. Univ. di Pavia. 

Bacchia generale comm. Augusto — Vicenza. 

Belletti prof. Gian Domenico, Preside R. Liceo di Pavia. 

Bisio avv. Oreste — Pavia. 

Cairoti Sizzo contessa Elena — Roma, via Sistina, 86. 

Ciapessoni prof. Piero — Beìlagio (Lago di Como). 

Carabellese prof. Francesco, della R. Scuola Sup. Commerc. di Bari. 

Carena conte Gian Giuseppe — Milano, via Cappuccio, 21. 

Casali ing. cav. Stefano — Pavia, via Mazzini, 3. 

Cavagna Sangiuliani conte comari. Antonio — Pavia, via Capsoni, 10. 

Chiri dott. Mario — Pavia, piazza Castello, 16. 

Civardi don Antonio — Bobbio, Canonico della Cattedrale. 

Civoli prof. cav. Cesare — Milano, via Filodrammatici, 4. 

Codara prof. Antonio, del R. Liceo di Bergamo. 

Capasse prof. Carlo ii ii n 

Caroiti dott. Giulio, Segretario R. Accad. Belle Arti di Milano. 

Compagìioni prof. Filonilla, della R. Scuola Normale di Pavia. 

Colombo prof. Alessandro, del R. Ginnasio di Pinerolo. 

Comune di Pavia. 

Corbellini prof. Alberto, del R. Grinnasio di Pavia. 

Cartellini prof. Nereo » n Parma. 

Costanzi prof. Vincenzo, della R. Università di Pisa. 

Capocasale dott. Domenico, del R. Ginnasio di Moateleone Calabro. 

Croce dott. Benedetto — Napoli, via Atri, 23, 

Celli Margherita dei marchesi Alessandri — Milano, viale Monforte, 9. 

Bagna dott. Pietro — Pavia, via Roma, 5. 

Dal Verme conte generale Luchino — Milano, Foro Bonaparte, 25. 

Damiani avv. Andrea — Brescia. 

Danione coìnm. generale Tito — Pavia, via Alciato, 3. 

Della Croce avv. Ambrogio — Vigevano. 

De Dominicis prof. Saverio, della R. Univ. di Pavia. 

De Ghislanzoni barone Ernesto — Montebello. 

De Silvestri avv. Ludovico — Pavia, via Cessa, 12. 

Devoto prof. Luigi — Milano, via Manzoni, 10. 

8 



— 250 - 

Faggi prof. Adolfo — ■ Pavia, via Volta, 24. 

Ferrara prof. Giovanni., del R. Ginnasio di Pavia. 

Ferrari avv. cotnm. Carlo, Prefetto di Pavia. 

Filomusì-Guelfi prof. Gioele, della R. Univ. di Pavia. 

Formenti prof. Carlo « » t> 

Fossati prof. cav. Ercole — Pavia, piazza Garavaglia, 1. 

Franchi avv. Giacomo — Pavia, Segretario Congr. di Carità. 

Friso prof. cav. Luigi — Pavia, Rettorq Collegio Ghislieri. 

Fontana doti. Leopoldo — Pavia. 

Forlanini prof. Carlo, della R. Univ. di Pavia. 

Gadaleta prof. Antonio, del R. Ginnasio di Teramo. ^ 

Galli prof. Ettore, del R. Liceo di Cremona. 

Gamhini ing. Davide — Pavia, piazza Petrarca, 12. 

Ganassini doti. Domenico — Pavia, via Mascheroni, 4. 

Ganassini ing. Gaetano — Milano, via Annunciata, 9. 

Gandolfi noh. Alessandro Ferruccio — Pavia, via Roma, 6. 

Gerardo Eìirico, industriale — Pavia, corso Cavour, 46. 

Ghisio dolt. Dionigi — Milano, via Dante, 7. 

Giidietti doti. Davide — Pavia, Presidente Congr. di Carità. 

Golgi prof, senatore Camillo, Rettore della R. Univ. di Pavia. 

Griffini ing. cav. Angeh — Pavia, via Belli, 6. 

Griggi ing. Francesco — Pavia, vicolo S. Sebastiano, 1. 

Griziotti avv. Benvenuto — Pavia, piazza Garavaglia, 1. 

Guarneri doti. cav. Aristide — Pavia, via Scarpa, 5. 

Guarnerio prof. Pio Enea — Milano, Foro Bonaparte, 43. 

Hoepli comm. Ulrico, editore — Milano. 

Invernizzi dott. Carlo — Bergamo, via S. Vigilio. 

Isimbardi ìnarchese Luigi — Milano, via Monforte, 35. 

Labate prof. Valentino, del R. Liceo di Messina. 

Lanzoiii ing. cav. Angelo — Pavia, Presid. della Camera di Commercio. 

Legè don Vincenzo — Tortona, Canonico della Cattedrale. 

Liceo Foscolo — Pavia. 

Locati prof. Sebastiano — Milano, via Principe Umberto, 5. 

Lorììii prof comm. Eteocle — Tortona, via S. Giacomo, 14. 

Magroìie prof Doìnenico^ del R. Ginnasio di Molfetta. 

Maiocchi Ferdinando — Torre d'Isola. 

Manfredi prof. Silio, del R. Ginnasio di Monza. 

Mantovani prof. dott. Giuseppe — Pavia, via Mantovani, 8. 

Manzi ing. Gaetano Salvatore — Pavia, via Boezio, 19. 

Marcacci prof. Arturo, della R. Univ. di Pavia. 



251 



Mariinazzi gen. comm. Giovanni — Pavia, via Bernardino da Feltre, 4. 

Menni dott. Filippo, del Ginnasio Bernabiti di Lodi. 

Menghini dott. Evelina, della R. Scuola Normale di Torli. 

Meriggi dott. Aureliano, notaio — Pavia, via Scopoli, 12. 

Minguzzi prof. Livio, della R. Univ. di Pavia. 

Moìiti prof. Achille, della R. Univ. di Pavia. 

Monti nob. avv. Enrico — Pavia, via Mantovani, 10. 

Monterisi prof. Donato, della R. Scuola Tecnica di Bari. 

Morandotti dott. Tito, notaio — Pavia, via Pusterla, 7. 

Mori col. cav» Valerio — Pavia, via Mazzini, 13. 

Museo Civico di Storia Patria — Pavia. 

Muscatello prof. Gitiseppe, della R. Univ. di Catania. 

Muzio Pietro, maestro — Pavia, corso Garibaldi, 36. 

Mar abelli Giuseppe — Pavia, via Defendente Sacchi, 4. 

Montemartini on. prof. Luigi — Pavia, piazza Garavaglia, 1. 

Mussini avv. Ercole — Pavia, piazza Carmine, 6. 

Nascimbene prof. dott. Teresa, dell' Istituto Roncalli di Vigevano. 

Niccolini prof. Giovanni, della R. Univ. di Pavia. 

Necchi Ambrogio, industriale — Pavia, via S. Martino, 1. 

Orlandi avv. Camillo — Pavia, piazza Carmine, 2. 

Parona dott. cav. Giovanni, notaio — Pavia, via Pusterla, 7. 

Patroni prof. cav. Giovanni, della R. Univ. di Pavia. 

Pavesi comm. grandhiff. prof. Pietro n ii 

Pavesi iìig. Benedetto — Pavia, via Cardano, 6. 

Pellegrini Antonio — Pavia, via Scopoli, 1. 

Pellegrini ing. Pino — Pavia, via Volta, 12. 

Peroni prof. Baldo, del R. Ginnasio di Imola. 

Pietra ing. comm. Pio — Pavia, via Anfiteatro. 

Pisani-Dossi nob. comm. Alberto,- Ministro Plenipotenziario a riposo — 

Milano, via Brera, 11. 
Porro cap. Alberto — Pavia, via Menocchio, 10. 
Pozzi cav. ing. Lauro — Milano, via Amedei, 6. 
Predieri prof. dott. Alessandro — Pavia, via Spallanzani, 9. 
Predieri avv. Enrico — Pavia, via Cavallotti, 9. 
Provenzal prof. Elisa, della R. Scuola Normale di Firenze. 
Provini rag. prof. Silvestro — Pavia, via Scopoli, 7. 
Pignatari dott. cap. Pietro — Pavia, via Mazzini, 3. 
Pasciucco prof. Giovanni, del R. Liceo di Sessa Aurunca. 
Quirici cav. uff. Quirino — Pavia, via Scopoli, 5. 
Radice avv. Gerola^no — Milano, via Conservatorio, 13, 



252 



RampoLdi on. prof. Roberto — Pavia, via Mascheroni, 8. 

Rasi prof. cav. Pietro, della R. Univ. di Pavia. 

Re noi). Carlo, Prefetto di Sassari. 

Redaelli prof. Angelo, del R. Ginnasio di Siena. 

Ricci prof. Serafino — Milano, vice-conservatore del Gr^binetto numi- 
smatico di Brera. 

Rossi doti. prof. Vittorio, della R. Univ. di Pavia. 

Rota prof. Ettore — Milano, via Guido d'Arezzo, 6. 

Re prof. Giovanni, del R. Ginnasio di Pavia. 

Rossi prof. Luigi ii v » 

Rainoldi avv. Enrico — Milano, via Monte Napoleone, 36. 

Sabbia ing. Luigi — Pavia, corso Garibaldi, 17. 

Sacchetti prof. Armida, della Scuola Normale di S. Pietro al Natisone. 

Saglio cav. ing. Pietro — Broni. 

Sala prof. Luigi, della R. Univ. di Pavia. 

Salvemini prof. Gaetano, della R. Univ. di Messina. 

Sartirana nob. comm. Galeazzo, maggior generale Cavalleria — Udine. 

Savoldi prof. arch. Angelo, ispettore degli scavi e monumenti per la 
provincia di Po,via — Milano. 

Scaglioni dott. Luigi — Pavia, via Scopoli, 5. 

Seassaro Giov. Battista — Pavia, direttore Gaz. 

Spalla dott. chiin. Luigi — Pavia, via Cardano, 33. 

Speirani prof. Carlo, del Ginnasio di Varallo Sesia. 

Spizzi avv. Giovanni, Sindaco di Marzano (Lardirago). 

Squadrelli avv. Angelo — Milano, via Moscova, 18. 

Strada avv. Giovanni — Pavia, corso Cairoli, 40. 

Suardi dott. Carle — Jesi (Ancona). 

Supino prof. Camillo — Milano, piazza Castello, 20. 

Setti Maria — Pavia, Istituto Nascimbene. 

Tollio prof. Silvio, della R. Scuola Tecnica di Pavia. 

Torriani dott. Luciano — Milano, via Annunciata, 4. 
Vico doti. Francesco, notaio — Pavia, via Malaspina, 2. 

Venco avv. cav. Giovanni, dep. prov. — Casteggio. 

Vidari prof, senatore Ercole, della R. Univ. di Pavia. 

Vidari pYof. Giovanni n v ii 

Villa prof. Guido, della R. Univ. di Pavia. 

Volta nob. cav. avv. Zanino — Pavia, economo R. Univ. 

Zambelli ing. Spirito, dep. prov, — Corteolona. 

Zappala Mariella cav, avv. Francesco — Roma, corso Vitt. Em. 287. 



PERIODICI CHE PERVENGONO IN CAMBIO ALLA SOCIETÀ 



Italiani : 

Alessandria. — Rivista di storia, arte e archeologia della provincia 

di Alessandria. 
Ancona. — Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria 

delle Marche. 
Aquila. — Bollettino della Società di storia patria u A. L. Antinori m 

negli Abruzzi. 
Bari. — Commissione provinciale di archeologia e di storia. 
Id. — Giornale araldico, genealogico, diplomatico. 
Bassano. — Museo civico di Bassano. 
Bergamo. ■— Atti dell'Ateneo di Bergamo. 
Bologna. — Atti della R. Deputazione di storia patria per le Ro- 

magne. 
Brescia. — Commentarii delPAteneo di Brescia. 
Castel Fiorencino. — Miscellanea storica della vai d'Elsa, o Castel 

Fiorentino. 
Cagliari. — Archivio storico sardo. 
Catania. — Archivio storico per la Sicilia orientale. 
Cividale del Friuli. — Memorie storiche cividalesi. 
Como. — Periodico della Società storica comense. . 
Firenze. — Archivio storico italiano. 
Genova. — Atti della Società ligure di storia patria. 
Id. — Giornale storico e letterario della Liguria. 
Id. — Rivista ligure di scienze, lettere ed arti. 
Lecce. — Rivista storica salentina. 

Lucca. — ^tti della R. Accademia di scienze, lettere ed arti. 
Lodi. — Archivio storico per la città e comuni del circondario di 

Lodi. 
Messina. — Atti della R. Accademia Peloritana. 
Id. ^ Archivio storico messinese. 



- 254 — 

Milano. — Archìvio storico lombardo. 

Id. — Rendiconti del R. Istituto lombardo di scienze, lettere edarti. 

Td. — Rivista archeologica lombarda. 
Modena. — Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria. 

Id. — Archivio Emiliano del Risorgimento Nazionale. 
Napoli. — Archivio storico per le provincie napoletane. 
Padova. — Rivista di storia antica. 
Palermo. — Archivio storico siciliano. 
Perugia. — Bollettino della R. Deputazione di storia patria per 

1' Umbria. 
Piacenza. — Bollettino storico piacentino. 
Pisa. — Studi storici. 

Reggio Calabria. — Rivista storica calabrese. 
Roma. — Studi e documenti di storia e diritto. 

Id. — Rivista storica benedettina. 

Id. — Archivio della Società Romana di storia patria. 

Id. — Atti della R. Accademia dei Lincei. 

Id. — Bullettino dell' Istituto storico italiano. 

Id. — Bullettino della Commissione archeologica comunale di Roma. 

Id. — Quellen und Forscliungen ans italienischen Archiven und 
Bibliotheken herausgegeben von k. Preussichen Historischen In- 
sti t ut. 
Siena. — Bullettino senese di storia patria. 
Teramo. — Rivista abruzzese di scienze, lettere ed arti. 
Torino. — Rivista storica italiana. 

Id. — Atti della R. Accademia delle scienze. 

Id. — Bollettino storico bibliografico subalpino. 
Tortona. — Bollettino della Società storica tortonese. 
Vigevano. — Viglevanum. 

Stranieri : 

Rovereto, — Atti della I. R. Accademia di scienze, lettere ed arti 

degli Agiati. 
Trieste. — Archeografo Triestino. 

Bruxelles. — Compte-Rendu des Séances de la Commi«sion Royale 
d' Histoire, 

Id. — Analecta Bollandiana. 
Louvain (Belgio). — Revue d' Histoire Ecclesiastique. 
Chambéry. — Mémoires et Documents publiés par la Societé Savoi- 
sienne d' Histoire et d'Archeologie. 



— 255 — 

Digne. — Bulletin de la Societé Scientitique et Littéraire des Basses 

Alpes. 
Gap. — Bulletin de la Societé d' Études des Hautes Alpes. 
Rennes. — Annales de Brétagne. 

Lipsia. — Vierteljarschrift fiir Social-und Wirtschafcsgeschichte. 
Bellinzoua. — Bollettino storico della Svizzera Italiana. 
Berna. — Jahrbuch fiir Schweizerische Geschichte, 



RECENTI PUBBLICAZIONI 



Ambrosinc Guido, — Due fiori di poesia diversa. (Estr. dal Yiglevanum, a. I, 
fase. II). Vigevano, A. Borrani, 1907. 

Belletti G. D, — Commemorazione di Giosuè Carducci. Pavia, tip. Bizzoni, 
1907. 

Bellio V. — Per un dizionario geografico dell'Italia nel M. E. Venezia, 
C. Ferrari, 1907. (VI Congr. Geografico Italiano). 

BoLLEA L. C. — Le classi e i comuni rurali nel M. E. italiano di Pomolo 
Caggese. (Estr. da la Riv. Stor. ItaL, fase. II, 1907). 

CiACERi Emanuele. — Esame critico della storia delle guerre servili in Sicilia. 
(Il see. a. Cr.j Catania, N. Giannotti, 1907. 

Colombo Alessandro. — L'abbozzo delV alleanza tra lo Sforza e il Gonzaga 
in previsione di una guerra con Venezia (ottobre-novembre 1450). Ve- 
nezia, 1907. 

Del Giudice F^asquale. — Sulla questione dell" unità o dualità del diritto in 
Italia sotto la dominazione Ostrogota. Milano, Rebesehini, 1906. 
Id. — Il Centenario del Codice Napoleonico a. Milano. Milano, Rebesehini, 
1907. 

Flamini Francesco. — Lo splendore di Venezia nel Rinascimento. (Estr. dalla 
N. Antologia, 1 gennaio 1907). 

Loncao Enrico. — Fondazione del regno di Odoacre e i suoi rapporti coW 0- 
riente, Scansano, C. Tessitori, 1907. 

Luiso F. P. — Da uìi libro di memorie della 1. metà del quattrocento. Fi- 
renze, Carneseechi, 1907. 

MiGLiAZZA D. — Il saccheggio di Odiago nel 1799 e il brigantaggio nel Berga- 
masco nel 1814. Pavia, tip. Ponzio, 1907. 

MoNDAiNi Gennaro. — Il carattere di eccezionalità della storia e del diritto 
coloniale e le nuove forme giuridiche d'espansione territoriale nelle co- 
lonie. Roma^ tip. Cooperativa, 1907. 

Natali Giulìo. — Giosuè Carducci e la coscienza laica della terza Italia. Lu- 
gano, Soe. Editrice « Avanguardia » 1907. 
Id. — Un tempio bramantesco poco noto. Pavia, Fusi, 1907. 
Id. — L'esposizione maceratese d'arte antica (estr. dagli Atti e memorie 
della r. Deputaz. di storia patria per le Marche)., Ascoli Piceno, 1906. 
Id. — Commemorando G. Vi??'<:ii (estratto dalle Xe^^wr^Viene^e), Vittorio, 1907, 



I 



— 257 - 

Natali Giulio. — L'insegnamento dell' italiano e della storia dell'arte nelle 
scuole medie (estratto dalla Rivista di filosofia), Bologna, 1907. 
M, — Garibaldi, numero unico (s.igj^io di un' Antologia Garibaldina), Pavin, 
tip. Cooperativa, 1907. 

NicoLiNi Fausto. — L' « istoria civile » di Pietro Gianìione e i suoi critici 
recenti. Napoli, tip, Giannini, 1907. 

Parolisi Aristide. — Breve monografia su Teano dei Sidicini. Napoli, tip. 
G. Zoniack, 1907. 

Pascal Carlo. — Sull'Opera « de Terminatione provinciarum Italiae ». Fi- 
renze, tip. Galileiana, 1907. 

F*ASCiucco Giovanni. — Alessandro Magno ed Oliìnpia complici necessari nel- 
V uccisione di Filippo. S. M. Capua Vetere. 1907. 

Patroni Giovanni. — Ritratto probabile di Lisimaco, marmo nel gabinetto ar- 
cheologico della R. U. di Pavia. — Palermo, VirzI, 1907. 
1(1. — La forma originaria dell'antica colonna etnisca e delle colonne del 

teinpio sul foro triangolare in Pompei. Napoli, Tessitori, 1907. 
Id. — AEPNAIA YAPA — da Ausonia, Rivista archeologica, lioma, 1907, 
tip. dell' Unione Cooperativa Editrice. 

Pavesi Pietro. — Cenni sui musei di storia naturale del pavese. Milano, tip. 
degli operai, 1907. 

Peroni Baldo. — Per la storia della scuola elementare nel Trentino (Notizie 
e documenti, 1786). Trento, Zippel G., 1907. 

Pierleoni Gino. — Il patrimonio arcJieologico di Arpino. Arpino, Fraioli, 
1907, 
Id. — Index codicum graecorum qui in Bibliotheca Chisiana Romae adser- 

vantur. Firenze, Seeber B., 1907. 
Id. — L'allitterazione dell' Kaivonovaìcow di Manilio. Arpino, G. Fraioli, 

editore, 1907. 
Id. — Catalepton L (Estr. da Classici e neo Latini). Aosta, G. Allasia, 
1907. 

RicCHiERi G. — Per la geortomastica italiana e per la trascrizione dei nomi 
geografici. (VI Congresso Geografico Italiano). V^enezia, C. Ferrari, 1907. 
Id. Sulla necessità di riordinare V insegnamento della geografia nelle scuole 
superiori. — Venezia, C. Ferrari, 1907. (6. Congr. Geogr. Italiano). 

Ricci Serafino. — Un altro documento inedito della Zecca di Correggio. Mi- 
lano, L. F. Cogliati, 1907. 

SciMEMi Erasmo. — La teoria della visione e Maurolico. Messina, tip. d'An- 
gelo, 1907. 

!^0RANZ0 Giovanni. — Di una cronaca sconosciuta del secolo XV e del suo 
anonimo autore. Venezia, 1907. 

Testi L. e Rodolico Niccolò. — Le arti figurative nella storia d'Italia — Il 
Medio 'Evo. Firenze, Sansoni, 1907, 



258 



Thom Reinhard. — Die Schlacht bei Pavia (24 Februar 1525). Berlin, G. Nauek, 

1907). 
Trabucchi I^uigi. — Il giìiro del frate G. Bussolaro di Pavia. (Ristampata 

per cura del figlio Cornelio. Pavia, Bizzoni, 1907). 
Valle Luigi. — Bartolomeo Botta, prete pavese del secolo XVI. Pavia, tip. 

Artigianelli, 1907. 
Wenck. Carlo. — Drei ungedruchle Briefe von L. A. Muratori an Gabriel 

Groddech. Pavia, Fusi, 1907. • 



Prof. GIACINTO ROMANO Direttore Responsabile. | 

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LETTERE E BIGLIETTI AUTOGRAFI DI GIUSEPPE GARIBALDI 



A CITTADINI PAVESI 



La parto che ebbe Pavia nelP epopea garibaldina non è nota 
che molto imperfettamente , e più se ne affievolirà la memoria 
man mano che ci allontaneremo dai tempi in cui i fritti si 
svolsero e verrà a mancare il sussidio prezioso della tradi- 
zione orale custodita dai pochi superstiti di queir epoca gloriosa. 

Un tentativo parziale di ricostruzione storica fu fatto anni 
addietro da Giovanni Crespi, che raccolse fatti e documenti in 
un opuscolo ormai divenuto rarissimo, e perciò poco noto, dal 
titolo : Pavia e la spedizione dei Mille (Pavia, 1884) ; ma 
questo opuscolo, mentre da una parte è assai incompleto e ina- 
deguato all' importante argomento, dall' altra, nell' esposizione e 
nei metodi, non risponde a quei criteri moderni di ricerca e di 
critica che permettono di vedere nel loro giusto aspetto uomini 
e cose e che furono anche recentemente affermati nel primo 
Congresso Storico del Risorgimento Italiano. 

(Ina monografia sulla parte che ebbero i Pavesi nelle guerre 
garibaldine e nelle vicende del partito d' azione italiano fino al 
compimento deir unità nazionale, è, dunque, necessaria ; ed a 
raccoglierne i materiali attese per più anni V ingegnere Urbano 
Pavesi, facendo una vera incetta di documenti d' ogni genere, 
vagliandoli e confrontandoli con estrema diligenza, assumendo, 
all' occorrenza, le più minute informazioni e portando in tutta 
r opera sua l' aiuto efficace dei suoi ricordi personali. Sorpreso 
dalla morte, il Pavesi lasciò incompleto il suo lavoro di ricerca; 



— 262 - 

ma se il materiale da Ini raccolto andrà, come è sperabile, 
presto ad arricchire T altro già esistente nel nostro Museo del 
Risorgimento, gli studiosi vi troveranno un sussidio prezioso 
per scrivere la vagheggiata storia di Pavia durante il periodo 
delle guerre garibaldine. 

Come primo contributo ai futuri studi, presentiamo intanto 
ai lettori di questo Bollettino una raccolta di 154 lettere che 
Garibaldi diresse a cittadini e patrioti pavesi dal 1848 al 18^-0, 
lettere che non solo portano luce su molti particolari poco noti, 
ma ci fanno anche fede dell' affetto vivissimo che legò il Duce 
alla città nostra e a quanti Pavesi gli furono compagni negli 
sforzi generosi per V unità della patria. 

Di queste lettere buon numero fu estratto dagli originali esi- 
stenti nel Civico Museo del Risorgimento, donati dal Municipio 
di Pavia o da privati. In ess(? sono comprese le più antiche, 
scritte dal Generale Garibaldi al Municipio di Pavia nel 1848 : 
primi anelli di quella catena di affettuosi rapporti, che si spezzò 
solo colla morte dei principali protagonisti e dura ancora nella 
tenace memoria dei superstiti. Un numero ragguardevole di 
queste lettere appartiene alla raccolta Sacchi, recentemente acqui- 
stata dal Comune e depositata nel Museo del Risorgimento. 1 
frequenti accenni che in esse s' incontrano alla campagna d'A- 
merica, in cui il Sacchi fu uno dei principali collaboratori del- 
l' Eroe nizzardo, fanno risalire ad un periodo anche più antico i 
ricordi di quei legami di cameratismo che le battaglie del risor- 
gimento dovevano poi rafforzare e stringere indissolubilmente 
fra G. Garibaldi e la cittadinanza pavese. 

Altre lettere furono raccolte privatamente, grazie al gentile 
concorso della Signora Adele Borzini ved. Pavesi, della Signora 
Giuseppina Marabelli ved. Griziotti, del Dottor Pietro Dagna, uno 
dei pochi superstiti pavesi dei Mille, e del Sig. Rag. Ferdinando 
Malocchi, altro superstite garibaldino, fratello al glorioso mutilato 
di Calatafìmi. 

Meritano speciale menzione, per numero ed importanza, le 
lettere raccolte nell'Archivio Cairoti di Gropello, che formano la 
miglior parte della voluminosa corrispondenza fra il Generale 



— 263 - 

Garibaldi e la Famiglia Cairoli. A parto il contoniito politico che 
hanno parecchio di osso, domina in questo lettore nn sentimento 
di intimità altettuosa e tenera che cojnmuove e che costituisce 
il loro pregio principale. Noi abbiamo potuto farne l.i trascrizione 
por la squisita cortesia della vedova di lìenedetto, Donna Elona 
dei conti Sizzo, alla ([uale è doveroso qui esprimere tutta la 
nostra riconoscenza. 

Dalla raccolta nostra escludemmo di proposito moltissime 
lettere o biglietti che, por il loro contenuto, ci parvero privi di 
ogni interesse storico ; al contrario credemmo opportuno d' in- 
cludervi parecchie altre che, pur non avendo uno spiccato valore 
storico, hanno taluna di quelle frasi caratteristiche e quasi scul- 
torie che servono a lumeoo-iaro la figura e V anima del Generale. 

Le 154 lettere che noi pubblichiamo sono in grandissima 
maggioranza inedite; delle poche che furono già stampate, il 
maggior numero vide la luce in opuscoli o giornali di limitata 
diffusione o in scritti d' occasione poco accessibili agli studiosi. 
Naturalmente non pretendiamo di asserire che qualcuna di queste 
lettere, da noi date come inedite, non possa esser già stata 
pubblicata, come non crediamo di aver raccolte tutte quante le 
lettere che Garibaldi indirizzò a patrioti pavesi, ben sapendosi 
che molte di queste lettere andarono smarrite e a noi non riuscì 
di rintracciarle (1). 

11 carattere della nostra pubblicazione fondata essenziamente 
sulla conoscenza diretta degli autografi, ci ha imposto di esclu- 
dere parecchie lettere comprese nei due volumi dell' Epistolario 
di Giuseppe Garibaldi, raccolto da E. E. Ximenes, stampato a 
Milano nel 1885. Chi conosce i due volumi dello Ximenes sa che 
egli non sempre vide gli autografi o, checche egli afiermi in 
contrario, non li riprodusse fedelmente, forse per T idea precon- 
cetta di voler correggere in qualche punto la lingua e Torto- 
grafia del Generale, che pur troppo non furono sempre impec- 

(l) Per esempio, parecchie lettere molto importanti dirette dal Generale al 
colon. Malocchi e quelle dirette ad Achille Bizzoni, delle qiinli n^olte furono 
comprese nell'Epistolario edito dallo Ximenes. 



— 264 - 

cabili. Noi invece crediamo, in ciò d' accordo con altri, che gli 
scritti del Generale vadano riprodotti cosi come uscirono dalla 
penna di lui, e che siano applicabili ad essi gii stessi criteri che 
furono seguiti nella pubblicazione di documenti storici di altri 
periodi. Il lettore si persuaderà di quanto abbiamo detto con- 
frontando le pochissime lettere comuni alla nostra raccolta e a 
quella dello Ximenes. Esse presentano disuguaglianze di forma 
talora notevolissime. 

Circa il metodo della pubblicazione ci siamo astenuti, tranne 
in qualche rarissimo caso, da qualsiasi illustrazione, per conser- 
vare alla nostra raccolta il suo carattere diplomatico e non pre- 
giudicare r opera di chi trarrà da questo materiale i sussidi ne- 
cessari alla monografia che verrà, speriamo, presto pubblicata 
nel nostro Bollettino. Ci siamo limitati a far precedere ciascuna 
lettera da un breve sunto del suo contenuto e a farla seguire dal- 
l' indicazione del fondo da cui fu raccolta, e, se edita, del luogo 
e del tempo della pubblicazione. 

E. Romano. 



1 . — Alla Congregazione Mmiici/pale di Pavia. Annunzia 
il suo arrivo e si mette a disposizioìie del Mimicipio per 
riunirsi ai compagni d' arme. 

Pavia Luglio 18, 1848. 
///."'" Congregazione Municipale 

Onorato dai cenni delle L. S. I. e manifestandomi il desiderio 
d'essere accompagnati da me nella mossa che si propongono per 
incontrare i miei compagni d'armi, mi sono antecipato all'invito, non 
avendo potuto resistere a tanta onorevole dimostrazione. Avrò dunque 
la sorte d'essere a' loro ordini quando mi comandino, ed accettino 
l'espressione della più viva gratitudine di 

Gr. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa). 



2. — Al Comitato di guerra in Pavia. Dà notizia di aver 
avuto facoltà di ìHunire alle sue forze il battaglione pavese. 

Milano, 26 luglio 1848. 
Signori del Comitato di Guerra in Pavia 

Mi affretto a partecipare alle Signorie Vostre l'essermi stato con- 
cesso da questo Ministero della Guerra, il potere riunire alle altre 
forze che militano sotto i miei ordini il tanto desiderato Vostro Bat- 
taglione Pavese; dal Ministero saranno spediti ordini in conseguenza. 

Accolgo intanto quest'occasione per esprimere alle Signorie Vostre, 
come anche al prelodato Battaglione il mio sommo giubilo per questa 
importante disposi'^ione. 

G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa — Pubbl. da G. Crespi, 
Pavia e la spedizione dei Mille, p. 16). 



3. — Agli amici lombardi. Annunzia il suo ritorno in 
Italia e li conforta alla concordia per V avvenirle. 

Londra 4 marzo 1854. 
Cariss.^^ Aìnici 

Io vi ringrazio di cuore e per la memoria che avete di me e per 



- 266 — 

le gentili esibizioni espresse nella vostra del 25 da Zurigo — degne 
di veri Italiani. — Come non dubitate, io non abbandonerò la causa 
del nostro povero paese che colla vita, quindi vi sarò compagno 
quando li schiavi concittadini nostri siano stanchi di battiture e di 
vergogne. Io m'avvicino all'Italia con speranza e se la mia voce 
può suonare accetta ai miei conterranei, io griderò unione. — Noi 
tutti spero profitteremo delle lezioni del passato: l'Italia acquistò 
negl'ultimi tempi ciò che non ebbe mai: l'unità, la nazionalità morale 
— resta a dar il colpo^ e sbarazzarsi della canaglia — e la canaglia 
è potente — abbisog-niamo dunque 1' amalgamazione d'ogni elemento, 
elemento Italiano — a qualunque costo, e col sacrificio, se è neces- 
sario — di qualunque sistema anche il più simpatico — per mar- 
ciare con efficacia alla redenzione della nostra terra. Io bramo fare 
e dir bene. In ogni modo accettate l'amplesso del vostro compagno 
d'armi 

G. GrAUIBALDI. 

(Museo del Risorgimento — Autografa). 



4. - Ad Angelo Bassini. Gli invia una commendatizia 
per il Sigìior Sanders console degli Stati Uniti in Londra. 

Nizza 19 settembre 1854. 
Caro Bassini 

Vi acchiudo una lettera per il Sig. Sanders console degli Stati 
Uniti in Londra raccomandandovi, e chiedendo per voi un passa- 
porto — certo che se quel Sig.''*' potrà soddisfarvi lo farà certamente, 
perchè eccellente persona ed amico degli Italiani. 

Nulla v'è per noi in Italia in questo momento, ma potrebbe d'un 
momento all'altro nascere l'opportunità di servirla — in quel caso 
saremo compagni — Addio — V.'"" 

G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa). 



5. — Ad Angelo Bassini. Lo esorta a seguire i consigli 
di Valerio ed As2Jroni. 

Nizza 7 aprile 55. 
Mio caro Angelo 

Ho letto la vostra lettera^, e quanto vi posso consigliare è il se- 



- 267 - 

guente : presentarvi in Torino a Valerio, ad Asproni. Loro sono 
amici miei e veri Italiani — valetevi del mio nome se vi pare — 
essi vi consiglieranno bene certamente. 

Addio ! amico vostro sempre 

G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa). 



6. — A Gaetano Sacchi. Gli protesta sempre uguale affetto 
e gli jjarla della bandiera portata dalla Legione Italiana 
a Sant'Antonio. 

Nizza 25 agosto 55. 
Mio caro Sacchi 

Unisco a questa vostra due righe per Angelo — Io mi congratulo 
con ambi dell'amicizia in cui avete perdurato e che tutti i nostri 
avrebbero dovuto imitare. Ho detto ad Angelo il motivo per cui non 
vi scrissi, e comunque vada voi non dovete dubitare mai dell' ami- 
cizia mia e pensare che insieme abbiamo una missione per la vita. 
Ho scritto a Odicini per la bandiera di S. Antonio ; non esistendo la 
Legione penso doverne essere il depositario — comunque mi rimetto 
alla deliberazione di voi tutti che partecipaste alla gloriosa giornata. 
Saluti alla v.""^ Sig.''* a tutti e sono v.""" sempre 

G. Gahibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa). 



7. — Autorizza Giacomo Griziotti e Benedetto Cairoli a 
raccogliere fondi per la causa italiana. 

Genova 12 novembre 1856. 

Colla presente autorizzo i miei amici Giacomo Griziotti e Bene- 
detto Cairoli a domandare e raccogliere in mio nome soccorsi di de- 
naro per la causa italiana. 

G. Garibaldi. 

Segue sotto, nello stesso foglio : 

Dividendo interamente le intenzioni del generale Garibaldi vedo 
giusta la scelta fatta dei suoi e miei amici Giacomo Griziotti e Be- 
nedetto Cairoli allo scopo di raccogliere mezzi, senza dei quali sarà 



268 



par sempre impossibile operare efficacemente per la causa italiana. 
L' uomo che seppe onorare le armi italiane in tutte le imprese che 
ha capitanato, saprà, ne sono sicuro, fare impiego utile dei mezzi 
che gli verranno ora affidati. 

Giacomo Medici. 

(Museo del Risorgimento — Nella lettera di Garibaldi è autografa 
solo la firma — La dichiarazione del Medici è interamente autografa. 
L' una e 1' altra furono pubblicate nel Discorso pronunziato da Bene- 
detto Cairoli nella solenne inaugurazione del monumento a G. G. in 
Pavia il giorno il maggio 1884, Pavia, Fusi 1884, p. 8 n. 1). 



8. — A Gaetano Sacchi. Gli riconferma V intenzione 
d'agire per la causa italiana e le sue speranze per l'avvenire. 

Caprera 30 maggio 1858. 
Mio caro Sacchi 

La vostra lettera m' ha fatto piangere ! — e non mi credevo più 
capace di pianto ! — Poveri nostri compagni — Diaz, Cajes, bravi 
de' bravi — e tanti prodi nostri Italiani — resto della nostra Le- 
gione di Sant'Antonio — Alla canaglia sorride la fortuna — com- 
pagno mio — è pure un fatto incontestabile — Come a voi, e più di 
voi gli anni mi s' accalcano — ma. Sacchi — io bramo sempre di 
tornare alla prova, e se 1' Italia vuol dormire ancora — io non sono 
lontano d' accettare qualunque proposta, ove si trattasse di marciare 
in aiuto dei connazionali e di quelle brave popolazioni del Rio della 
Piata. 

Voi non potete dimenticare 1' 8 di Febbraio quando giacente al 
mio lato — ferito gravemente — voi udivate le mie parole di spe- 
ranza ! — ebbene io spero come in quel giorno, Sacchi mio — e spe- 
rando ringiovanisco — Bacio la mano alla vostra Signora e darete 
vi prego per me un bacio al Paolino eh' io son tanto contento di 
sapere completamente ristabilito — Addio di cuore e credetemi 
sempre vostro 

G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa. Pubblicata nel giornale 
pavese u La Democrazia » del 2 luglio 1906). 



- 269 - 

9. — A Gaetano Sacchi. Gli comunica la sua risposta 
negativa all' invito del goverìio Argentino di far parte di 
queir esercito. 

Caprera 12 luglio 1858. 
Mio caro Sacchi, 

Ho la vostra del 28 e ve ne ringrazio — Mi duole veramente 
dell' infelice condizione del povero Carpaneto — se mai ho desiderato 
d' esser ricco lo è veramente adesso — Io lo raccomanderò a Torino, 
e vi mando incluse due righe per lui da presentarle al Marchese 
Pallavicino, amico e coprigioniero di Foresti — Ebbi lettera da 
Cuneo da Buenos-Ayres, ed un invito di quel Governo di portarmi 
a far parte dell' Esercito Argentino — Risposi negativamente — i 
motivi ve li dirò alla prima occasione — a voce — 

Addio, di cuore V/° 

G. Garibaldi. 

PS. Ho pensato meglio raccomandarlo al sig. Garanti come ve- 
drete a piede — della lettera. 

(Museo del Risorgimento — Autografa). 



1 O. — Ricevuta di somma versata da Benedetto Cairoti. 

Torino 15 aprile 59. 

Ho ricevuto da Benedetto Cairoli la somma di lire tredici milla 
e sessanta per conto di amici di Milano. 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa — Pubbl. in Ximenes, 
Epistolario di Giuseppe Garibaldi (1836-1882) voi. T, pag. 51, u. LXIV). 



11.— Ricevuta di somma versata da Benedetto Cairoli. 

Brusasco li 27 aprile 1859. 

Sono lire nuove di Piemonte ventiduemilla seicento venti (L. 22.620) 
che ho ricevuto dal Sig. Benedetto Cairoli, da addoperarsi per la 
patria a nome della Città di Pavia. 

G. Garibaldi. 



— 270 — 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma — Pubbl. in 
Ximenes, op. cit. voi. I, pag. 63, n. LXVT). 



1 2. — Ordine di partenza per il Capitano Angelo Bas- 
sini. 

Comando Generale 
dei 
Cacciatori delle Alpi 

N. 323 Chivasso TU maggio 1859. 

E ordinato al capitano Bassini Angelo del 2. Reggimento di par- 
tire per Savigliano per prendervi il Comando del deposito che si sta 
colà firmando. 

TI Generale Coman.**' 
G. Garibaldi. 
(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



1 3. — Passaporto per il dottor Nazzaro Salterio. 

Comando Generale 

dei 
Cacciatori delle Alpi 3 giugno 1859. 

Si permette al Sig. Dottore in Legge Nazzaro Salterio di andare 
e venire liberamente dal Campo e quindi il libero passaggio sui va- 
pori. 

Il Generale Comand.^ 
G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



14. — Passaporto p^r V avvocato Nazzaro Salterio e ri- 
conoscimento dei seì^vizi da lui resi alla causa nazionale. 

Cacciatori delle Alpi 
Deposito di arruolamento 

L' avvocato Salterio Nazzaro di Pavia recandosi agli avamposti 
nella Valtellina con missione speciale di questo comando per met- 
tersi agli ordini del Sig. Colonello Medici, si avvertono le autorità 



271 



Civili e Militari di lasciarlo liberamente passare e coadiuvarlo nel 
suo transito. 

Lecco li 25 giugno 1859. 

G. Garibaldi. 

(Autografa la firma). 

Nello stesso foglio, tutta di mano del Generale, con calligrafìa 
assai tentennante ed incerta si legge 

Caprera 5 aprile 80. 

Mi è grato poter sancire i servizi resi dal prode col.^'" Salterio 

nella campagna del 1859. 

G. Garibaldi. 
(Museo del Risorgimento). 



15. — Agli Studenti Pavesi in risposta ad un loro indi- 
rizzo. 

1859. 
Giovani Studenti di Pavia 

Se nel decorso della vita vi fu una parola che giunse gradita al 
mio cuore ed incancellabile, essa fu veramente quella che mi venne 
da voi, in questi giorni — Giovani eletti! vergine e pura speranza 
dell'Italia ! Io vi rispondo commosso — vedete — e commosso di gra- 
titudine e di rispetto — come se al cospetto io fossi d' un areopago 
d' uomini ideali, che faranno e presiederanno la grandezza avvenire 
della patria ! Di questa patria, che pochi uomini perversi vogliono 
rituifare nel fango, ma che si spingerà, a dispetto de' tristi, all' adem- 
pimento de' grandi destini assegnati a lei dalla Provvidenza! . . . 

Si! pochi perversi sono coloro che si accingono ad inceppare 
l' opera magnifica del nostro risorgimento ! ... e tra quei pochi 
primeggiano li stessi che marcano nella storia del nostro paese — 
accanto al loro stabilimento in Italia — 1' abbassamento e le scia- 
gure inenarrabili di essa . . . quelli stessi che falsando le massime 
sublimi di Cristo, cui sostituirono la menzogna — hanno patteggiato 
co' potenti il servaggio d'Italia e si sono ridotti al degradante me- 
stiere di spie e di ruffiani ! .... quelli stessi che per appagare le 
loro libidini — diedero al mondo lo spaventoso spettacolo de' roghi 
— che rinnoverebbero oggi se il buon senso delle Nazioni non li fre- 
nasse — de' roghi . . . nel loro linguaggio evangelico Auto da fé'' 
che vuol dire : brucriare vivi povere creature innocenti ! . . . quelli 



- 272 - 

stessi che inventarono la tortura e che l' adoprerebbero contro i lì- 
hertini se potessero ... si ! anche oggi ! . . . quelli stessi che negando 
al più Grande degl'Italiani le sue stupende, sublimi scoperte, lo 
trascinarono all' orrenda, infame tortura , e cercarono cosi di rapire 
all' Italia la maggiore delle sue glorie ! Oh ! pensando alle torture di 
Galileo ed a quelle di tanti secoli della nostra Italia infelice, ogni 
uomo nato su questa terra dovrebbe dare di mano al selciato . . . . 
e vendicare su quei miserabili, ijjocriti a nera sottana ! . . . i danni, 
le ingiurie, i patimenti di venti passate generazioni! .... Eppure 
quella razza reproba siederà domani ... e protetta ! . . . accanto 
ai rappresentanti delle Nazioni più cospicue, e chiederà con insolenza 
la continuazione, la conferma del suo /Jc»^(?r temporale! . . . che vuol 
dire, in lingua umana, la continuazione, la conferma di poter pesare 
sopra alcuni millioni di sventurati Italiani come una sciagura, una 
maledizione! ... la continuazione d'un potere che non si adopera 
ad altro che a corrompere la Nazione ! ... ad altro che a rubare ai 
poveri fratelli vostri il loro oro — per gozzovigliare schifosamente, 
e comprare mercenari stranieri per combattere Italiani ! ... la 
continuazione d' un potere che non conta amici senonchè fra i nemici 
dell' Italia — e tra quelli, che vogliono dividerla per manometterla, e 
sogiogarla ! . . . un potere che ha scagliato 1' anatema sul popolo e 
sull'Esercito rigeneratore! . . . sul Re prode e generoso che Dio ha 
dato agl'Italiani com' un angelo redentoi-e e che non può — per ora 
— redimere l'Italia perchè nel centro di questa — nel cuore di 
questa — si trova il canchero chiamato Papa ! . . . 1' impostore chia- 
mato Papa ! ... Si ! Giovani — voi, in cui 1' Italia spera, dovete 
conoscerne i malanni, per poterli combattere. E giacche m'inviaste 
una parola affettuosa di fiducia, io mi sento in dovere di additar- 
veli ! .... Grazie al Sovrano guerriero che ci capitana, grazie alla 
potente alleata che ci sorresse col sangue prezioso de' valorosi suoi 
figli, grazie alle simpatie delle nobili Nazioni Inglese e Svedese — 
e di quanto v' è di generoso in Europa — l'Austria non risorgerà 
in Italia — 1' artiglio che essa posa ancora sulla sventurata Venezia 
non è più 1' artiglio dell'Aquila, ma 1' artiglio del Gufo ! ... e Gufo 
cadavere ! . . . Però, un nemico terribile esiste ancora ! — il più te- 
mibile ! temibile, perchè sparso sulle masse ignoranti, ove domina 
colla menzogna ! . . . temibile, perchè sacrilegamente coperto col 
manto della religione ! . . . temibile perchè vi sorride con quel suo 
sorriso di Satana — e strisciando come un serpe quando vuol trafig- 
gervi ! . . . quel temibile, terribile nemico, o Giovani ! è il prete ! . , , 



— f^ i tj — " 

con poche eccezioni sotto qualunque forma egli vi si presenti . . . 
Neir ora della pugna, io sarò con voi — Giovani! — e siate certi . . . 
questa sarà una grand' epoca per l'Italia! . . . voi apartenete alla 
fortunata gonerazione di liberi — e liberatori del vostro paese! . . . 
Dio non ha combinato invano tanta virtù in un Monarca, tanto va- 
lore in un esercito, tanto fervore in un popolo — eh' io ho già ve- 
duto combattere degnamente, accanto ai primi popoli della terra — 
per abbandonarci all' ignominia del servaggio, per non redimerci a 
quella vita nazionale ridestata in noi con tanta potenza ! Il vostro 
obolo deposto alla sottoscrizione Nazionale è un augurio felice per 
l'avvenire dell'Italia — ed essa conta — superba! — che non fal- 
• lira il vostro braccio — ove si debba tornare sui campi di battaglia! 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa — La lettera è senza 
indicazione di glorio e mese, ma è certamente posteriore di poco al- 
l'armistizio di Villafranca). 



16. — Al Dottor Pio Maestri ed alla Direzione deW Ospe- 
dale di Varese. Li ringrazia delle cure prestate ai feriti di 
guerra. 

Comando Generale 

dei 

Cacciatori delle Alpi 

N. 1600 ' Lovere li 31 luglio 1859. 

Signori 

La generosa e patriottica condotta da voi serbata nei fatti di Va- 
rese vi avevano di già conciliata la mia stima; ma 1' affettuosa cura 
avuta dei feriti appartenenti al corpo dei bersaglieri delle Alpi mi 
fa sentire il dovere di manifestarvene la mia riconoscenza ! graditela! 

essa è sincera e di cuore. 

Il Generale Comandante 

G. Garibaldi. 
(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



17. -- A Gaetano Sacchi. Gli esprime il desiderio che 
venga a raggiungerlo in Toscana. 

Lovere 3 agosto 1859. 
Caro Sacchi 
La lettera vostra m' ha commosso — ho fatto scrivere per la me- 



— 274 - 

daglia subito. Salutatemi di cuore Benedetto. Io andrò in Toscana 
desidero che veniate anche voi ma non vorrei contrariare i vostri 
progetti di carriera militare — Me ne direte qualche cosa. 

G. Garibaldi. 

(Arch. Cairoli in Gropello — Autografa). 



18. — ^ Gaetano Sacchi. Gli dà istruzioni per la sua 
prossima velluta in Toscana. 

Bergamo 12 agosto 59. 
Caro Sacchi 

Ci vedremo presto in Toscana e perciò potete fare i vostri pre- 
parativi ; cioè chiedere la dimissione assieme agli altri Ufficiali che 
mi avete menzionato e che vorranno. 

Circa al cavallo io restituisco il mio e credo farete bene di fare 
Io stesso rimettendolo a chi resterà incaricato del Reggimento per 
non pagare voi e me 2000 franchi per detti cavalli (prezzo a cui fu- 
rono valutati). Salutatemi Gorini, Cairoli e gli amici. 

G. Garibaldi. 

PS. Vi avverto che sembra voglia il Governo conservare i reggi- 
menti e quindi potranno gli Ufficiali che vogliano continuare il loro 
servizio — qui restare — 

(Museo del Risorgimento — Autografa). 



19. — ^ Gaetano Sacchi. Gli annunzia di aver invitato 
il Medici a venire con lui in Toscana e la sua parte7iza a 
quella volta. 

Genova 13 agosto 59. 

Ho creduto bene d' invitare Medici a venire con me e ne ho scritto 
al Re — Avrete pazienza per amor mio — Partiamo questa sera per 
Toscana e vi scriverò subito colà giunto. 

Y^ro 

G. Garibaldi. 
Salutatemi tanto i compagni tutti. 

(Museo del Risorgimento — Autografa). 



- 275 - 

20. — A Gaetano Sacchi. Lo sollecita a dar le dimissioni 
e a raggiungerlo a Modena. 

■ Firenze 15 agosto 1859. 
Caro Sacchi 

Chiedete la vostra dimissione e venite — Gorini ed Alfieri che 
vengano pure — Essi saranno pure avvisati da Medici — Grli altri 
ufficiali che vorranno venire che non chiedano dimissione per ora — 
noi li avviseremo — Voi verrete direttamente a Modena, ove credo 
mi troverete. 

Vostro 
G. Garibaldi. 
(Museo del Risorgimento — Autografa). 



21.- — A Benedetto Cair^oli. Rendiconto del danaro da lui 
versato per conto dei patrioti di Pavia, Milano e Genova. 

Modena 29 agosto 1859. 

Aggiungo a questa (1) un rendiconto del danaro rimessomi da voi 
e sborsato dai patrioti lombardi di Pavia e Milano. Vi autorizzo pure 
di pubblicare la consegna fattami di quel danaro. 

G. Garibaldi. 

Conto del denaro ricevuto da Benedetto Cairoli, proveniente dai 
patrioti di Pavia, Milano e Genova. 

Da Pavia L. 22620 Compra 14 cavalli L. 8400 

11 Milano 11 14060 Simonetta 3 cavalli n 1500 

11 Genova n 1590 De-Albertis 5 cavalli n 3000 

Mangiagalli 4 Idem n 3000 

Somma L. 38270 Rimessi a Arnaboldi n 45.50 

Idem — Idem n 800 

Denari a Origoni per compra revolver n 16940 

Varie spese n 80 



Somma L. 38270 
(Pubbl. nel Discorso cit., p. 9 n. 1 sull'autografo di G.). 

(1) La lettera che accompagnava il rendiconto non esiste più, rna ci dà fede 
della sua esistenza TafFermazione di Benedetto Cairoli. 



276 



22. — A Gaetano Sacchi. Gli dà istruzioni per l* arruo- 
lamento dei volontari. 

Esercito Italiano 
Undecima divisione Quartier generale di Bologna 

Generale Comandante l.i 26 7bre 1859 



N. 40 
Caro Colonnello^ 

Giacché il Keggimento da voi comandato prosegue alacremente e 
dà speranze di pronta e completa organizzazione, io sarei d' avviso 
che fatta in tempo la scelta di un buono ufficiale continuaste per 
conto vostro ad arruolare giovani volontari sotto le vostre bandiere, 
lasciando che Paggi dal canto suo faccia altrettanto in Ravenna. 
Per ciò riterrete in Deposito il 14 Bersaglieri e scriverete poi a 
Paggi dandogli avviso e norma per ogni cosa — Abbiatevi cura e 
state sano e il giorno della azione verrà certamente, e vi conosco 
troppo per non fidarmi di voi all' occasione. 

Vostro aff. Il Generale 



G. Garibaldi. 



(Museo del Risorgimento — Autografa). 



23. — A Gaetano Sacchi. Gli ordina di incorporare nel 
suo reggimento gli Ufficiali Gianfelici^ Cassoli, Piva e Gra- 
mignola. 

Esercito Italiano 
Undecima divisione Quartier Generale di Bologna 

Generale Comandante li 2 ott. 1859 



Caro Colonnello^ 

Ho ricevuto la vostra lettera e ho parlato col sottotenente Gra- 
mignola. 

Dalle relazioni contenute nell' una e raccolte dall' altro ho rilevato 
la necessità di telegrafare direttamente al generale Fanti perchè vi 



- 277 -- 

permetta aggiungere alla nota degli Ufficiali che potete collocare nel 

vostro reggimento altri quattro nomi, quelli di Gianfelici, di Cassoli, 

di Piva e di Graniiguola. Quattro buoni e zelanti ufficiali di più non 

possono che giovare ad un nuovo corpo. 

E attendendo la risoluzione di questa pratica vi saluto di cuore. 

Parlatene al Generale Fanti. 

Il Generale 

G. Garibaldi. 
(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



24. — A Gaetano Sacchi. Ringrazia i soldati del 4. reg- 
gimento per le offerte fatte alla sottoscrizione nazionale. 

Al colonnello dei 4. reggimento Gaetano Sacchi 

Modena, Palazzo Nazionale 1 nov. 1859. 
Colonnello, 

Ho veduto con vera commozione di piacere o di gratitudine l'of- 
ferta fatta dal vostro reggimento alla sottoscrizione nazionale da me 
iniziata - Se non è questa la prima consolazione che ho dai soldati 
italiani, ella è per certo una di quelle di cui sarò loro più ricono- 
scente. 

11 potente, il ricco sono senza dubbio degni di lode quando vo- 
lonterosi danno soccorso di denaro alla causa sacrosanta che oggi ci 
chiama alle armi, ma il povero soldato che già ha consacrato alla 
patria il sangue e la vita, e che toglie ai suoi pochi piaceri, e forse 
ai suoi bisogni, lo scarso denaro che possiede per farne sacrifizio 
gradito all' indipendenza del suo paese è qualche cosa di grande, di 
sublime che commuove alle lagrime. 

Il cuore del povero è spesso ricco di virtù, ed io temerei fare 
offesa alla generosa anima dei soldati del IV reggimento se tribu- 
tassi loro ringraziamenti ed elogi per quello che hanno fatto. Dite 
loro. Colonnello, che io sono orgoglioso di averli fratelli e commili- 
toni, e che non diinenticlierò la loro nobile condotta per volgere di 
tempi o per cambiare di cose. 

A voi, Colonnello, una stretta di mano dal vostro 

Amico e Generale 
Giuseppe Garibaldi. 
(Museo del Risorgimento — Trascritta da un brano di giornale 

2 



— 278 — 

applicato su un cartoncino e conservato fra le lettere di Garibaldi 
al Grenerale Sacchi — cedute dalla ved. Sacchi al Comune di Pavia. 
La provenienza del documento garentisce della sua autenticità in 
mancanza dell' autografo. Pubblicata nel giornale pavese u La De- 
mocrazia " n. ÌG, 2 Giugno 190();. 



25. — A Gaetano Sacchi. Gli risponde negativamente 
circa una bandiera da lui richiesta. Saluta e si congratula 
co' compagni. 

Fino 20 deceiiibre 59. 
Mio caro Sacchi 

Mi duole di non poter disporre della bandiera datami dalla fa- 
miglia Raymondi — essa si trova in mano altrui, e mi è riuscito 
impossibile ottenerla — V assicuro però che se a caso torna in mio 
potere io non ne disporrò per nessun corpo — ma per quello da voi 
comandato. 

Salutatemi tutti i compagni, e dite loro, che io sono molto con- 
tento del loro comportamento degno di soldati Italiani, e che se la 
patria avrà ancora bisogno di noi io spero di combattere ancora al 
loro fianco. 

Addio di cuore. V/° per la vita 

G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Copia dall'originale lasciato nelle 
mani della Sig.^*^ Elisabetta 0.^ Gabardi di Carpi — Anche per questa 
lettera la provenienza del documento garantisce della sua autenticità 
in mancanza dell' autografo). 



26. — Al Podestà di Pavia. Elogia il valore dei Pavesi 
nella campagna del 1859. 

Fino 24 dicembre 1859. 
///.^^ %.*' Podestà 

Dopo il fatale Armistizio Salasco, e quando lo sconforto s' era 
impadronito dell' animo de' non fidenti nei destini dell'Italia; quando 
sulla sinistra del Ticino — non v' eran più Italiani pugnando per la 



- 279 - 

sacra causa del loro paese — allora dico — un pugno d' nomini — 
per lo più Pavesi ! . . . — sfidavano sul suolo Lombardo — la po- 
tenza dell'Austria — ed a Luino fugavano — i suoi soldati — spa- 
ventati da tanto ardimento — quei Pavesi eran della tempra di co 
loro che faranno 1' Italia — che guidarono altri Pavesi a Como, ed 
a S. Martino — ed ai quali spero presto d'esser compagno ancora, 
ove si voglia far mercato d' Italiani — 

Nuova gratitudine mi lega oggi all'illustre Città di Pavia — e 
mi dico con affetto — 

Di V. 8. 
Dev."'" 
G. Garibaldi. 
(Museo del Risorgimento — Autografa). 



27. — A Benedetto Cairoli, Consiglia i pavesi ad in- 
viaì^gli un indirizzo contro la cessione di Nizza. 

Torino 5 aprile 60. 
Mio caro Benedetto 

E necessario che i Pavesi m' inviino un indirizzo firmato dai più 
notabili in cui mi esprimano il desiderio che Nizza non venga sepa- 
rata dalla famiglia Italiana. 

V.''" sempre 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



2.S. — A Gaetano Sacchi. Certificato dell'opera da lui 
spesa per la causa nazionale. 

Torino 13 aprilo 1860. 

Scrivendo un certificato al Col.^^'' Sacchi Gaetano, io sono com- 
mosso ! . . . . 

Lo vidi al mio lato, disteso ferito sul campo di battaglia di 
S. Antonio — e partecipò nei numerosi, brillanti combattimenti so- 
stenuti dalla Legione Italiana nel Rio della Piata. 

Mi accompagnò in Italia in 1848 — benché ferito da altra palla 
in un ginocchio — e quasi disperando della esistenza sua, per la 



- 280 - 

gravità della ferita — traversò l'Oceani sospeso in una branda e ca- 
ramente custodito dai suoi compagni d'armi — Le sue ferite non gli 
permisero d' essermi compagno a Luino. Ma a Roma egli divise lar- 
gamente le fatiche della gloriosa campagna fino a S. Marino — In 
1859 era compagno al prode Col."" Medici nella sconfitta tedesca di 
Varese — ov' ebbero la maggior parte di gloria, in Como, ai Tre- 
ponti, ed in tutte le pugne combattute dai valorosi Cacciatori delle 
Alpi egli sostenne la sua riputazione di bravura. 

Egli passò per tutt' i gradi della Milizia — ed il suo merito solo 
lo innalzò al posto onorevole eh' egli occupa oggi. 

G. GrARIBALDl. 

(Museo del Risorgimento — Autografo — Pubblicata nel giornale 
" La Democrazia 11 n. 16, 2 Giugno 1906). 



29. — Al Sindaco di Pavia. Lo prega di consegnare al 
Salterio la somma decretata dal Municipio e raccolta in città 
nella sottoscrizione per il milione di fucili. 

Genova 26 aprile 1860. 

//Z.*^'' Sig.'' Sindaco 

Voglia avere la bontà di rimettere al latore di questa Sig.'' Sal- 
terio Nazzaro la somma decretata dal Municipio per la sottoscrizione 
del Milione di fucili e quella collcttata in città per lo stesso oggetto. 
Con tutta stima e considerazione 

Dev."'' suo 
G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Pubblicata dal Crespi, op. ciL, pag. 9). 



30. — Ricevuta di somma da parte di Nazzaro -Salterio 
di cui nella lettera precedente. Ringraziamento alla città di 
Pavia. 

Genova 28 aprile 1860. 

Ho ricevuto da Nazzaro Salterio la somma di Lire trenta sette 
mila cento ottanta due e settanta due centesimi — L. 37182,72, rac- 
colte ed inviate dal Municipio di Pavia per la sottoscrizione del mi- 
lione di fucili. 

G. Garibaldi. 



— '281 



Suir altro lato del foglio si legge : 



Genova 28 aprile 1860. 

La città di Pavia che prima mi sussidiò in 1859 per la compra 
d'armi e cavalli a servizio della causa comune — e che- non furono 
male impiegati grazie alla Provvidenza ed al valore dei Cacciatori 
delle Alpi, m' invia oggi il suo obolo per comprare fucili — che 
spero — saranno impiegati con egual successo — poiché oggi i nostri 
cacciatori più numerosi assai — ad ugual fervido patriottismo riuni- 
scono l'esperienza di passate vittorie — Accetti la generosa città 
— in nome dell' Italia un cenno di gratitudine dal suo per la vita 

dev.'"° 
G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografe — La seconda delle due 
lettere fu pubblicata da Benedetto Cairoli nel Discorso citato, pag. 
10, n. 1 ; e anche nel giornale " La Democrazia » n. 16, 2 giugno 
1906, e dal Crespi, op. cit. p. 10). 



31. — Ordine a Nazzaro Salterio alia vigilia della par- 
tenza da Quarto. 

Genova 5 maggio 1860. 
Caro Salterio 

Bisogna riunire più giovani borghesi che sia possibile — e quando 
riuniti, dalle ulteriori notizie saprete ove dovrete marciare. 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografo) (1). 



32. — Autorizzazione a favore di Giacomo Griziotti. 

(1) Nel Museo del Risorgimento si conserva un biglietto autografo del Ge- 
nerale, che certamente si collega col presente, cosi concepito : 

Genova 5 niaggio 1860. 

Interinamente dipendono da Salterio in cui devono aver piena fiducia — 
Questa sera poi ci riuniremo tutti. 

G. Garibaldi. 



- 282 - 

Si provveda il Tenente Colonnello Griziotti dei necessari trasporti 
di via ferrata con tutta sollecitudine. 

Caserta 30 settembre 1860. 

G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



33. — A Gaetano Sacchi. Biglietto scritto e inviato alla 
vigilia dell' incontro di Caianello. 

[ottobre 1860]. 

Ieri io vi annunciai l'ingresso per la frontiera del Re Vittorio 
Emanuele — nelle cui mani io deporrò la dittatura, e mi ritirerò 
alla vita privata. Oggi, io vi dimando: Se mentre s'aspetta Vittorio 
Emanuele — volete che comandi io o volete che comandi un altro. 

(Museo del Risorgimento — Autografo senza data ne firma. Pub- 
blicato nella u Democrazia n del 2 giugno 1906). 



34. — Al Municipio di Pavia. Lo ringrazia del dono di 
iena bandiera. 

Al Nobile Municipio di Pavia 

Signori 

Sono debitore già da qualche tempo di risposta al Loro indirizzo 
che accompagnava il dono fattomi d'una Bandiera, la quale mi venne 
consegnata dal Colonnello Sacchi allorché mi raggiunse in Sicilia. 
Sensibile a questa dimostrazione di simpatia usatami da Loro Signori, 
godo potere ora esprimere i miei ringraziamenti. 

Caprera li 15 gennaio 1861. 

Con devozione ed affetto 
G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografe la firma e le parole u Con 
devozione ed aifetto »). 



35. — A Benedetto Cairoli. Lo incarica di ringraziare 
il Municipio di Pavia per la cittadinanza onoraria conferi- 



— 283 — 

tagli. Lo avverte di aver noììiinato Blxio suo rappresentante 
quale presidente del Comitato centrale per l'associazione dei 
Comitati di Provvedimento per l'impresa di Sicilia e lo 'prega 
di coadiuvare l'opera di lui. 

Caprera 15 gennaio 1861. 
Carissimo Gairoli 

Il nostro Eurico mi consegnò le affettuose linee che mi scriveste: 
e vi assicuro ciie le vostre parole e la vista del vostro fratello mi 
hanno consolato. 

Compiacetevi di dire alla vostra Sig.^ Madre, eh' io venero come 
modello delle donne italiane, che le sono riconoscente dal cuore per 
1' amorevole ricordo di cui volle favorirmi — e salutatela caramente 
da parte mia — 

Abbiano per mezzo vostro i miei ringraziamenti e i miei saluti i 
nostri bravi compagni di codesta illustre città. 

Devo a Pavia i più caldi ringraziamenti per 1' onore che mi fece 
accordandomi la sua cittadinanza, che accetto con orgoglio. Più tardi 
scriverò direttamente al Municipio ; e per ora prego voi a fargli 
sentire quanto io sia sensibile e grato a quest' atto di deferenza e 
di cortesia verso di me. 

Voi già sapete che i Comitati pei soccorsi alla nostra impresa di 
Sicilia, avendo inviato loro rappresentanti all'Assemblea Generale te- 
nutasi in Genova il 4 corr. hanno istituito un nuovo Comitato Cen- 
trale per l'Associazione dei Comitati di Provvedimento, nominando 
un Presidente. 

Io ho creduto bene accettare e nominare frattanto il Generale 
Bixio mio rappresentante, durante la mia assenza. E probabile che 
questo nostro amico si diriga a voi invitandovi a prendere una parte 
nel disimpegno delle nuove incombenze che gli sono affidate. Io 
spero che in questo caso voi vorrete adoperarvi, come avete fatto 
sempre, nel senso che Bixio vi indicherà : e che le cure che v' im- 
pone ancora la vostra ferita, non vi saranno d'impedimento a que- 
st' uopo. Desiderò sapervi presto del tutto ristabilito ; datemi vostre 
.notizie; e ricevete un affettuoso abbraccio, che vi mando, coll'Enrico. 

Vostro G. Garibaldi 
che vi prega sopratutto di guarir bene. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografe la firma e le parole che 
la seguono). 



284 



36. —A Benedetto Cairoli. Lo prega di cuì^are la sua 
salute e si augura di saperlo presto deputato. 

Torino li 24 aprile 1861. 
Mio caro Cairoli 

Vidi vostra Madre — mi parlò di voi e della vostra salute ; ab- 
biatevi cura, voi appartenete alla patria, e vorrei presto vedervi dallo 
scanno Parlamentare propugnatore delli Interessi della Nazione. 

Vi ripeto abbiatevi cura. 

Sono sempre vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



37. - A Benedetto Cairoli. Lo sollecita per la sua salute 
e lo invita e Caprera. 

Caprera 29 giugno 1861. 
Mio caro Benedetto 

Avete fatto benone di recarvi ai bagni e credo ne avrete buoni 
risultati anche sia tardi. Avete sofferto molto — mio carissimo com- 
pagno — e tanto vi deve questa straziata Italia — che non può 
giungere in porto — ad onta di tanti sacrifizi. 

Ambi per questa volta non saremo del Parlamento? Non fareste 
una passeggiata in Caprera? — forze permettendolo — sarebbe per noi 
un regalo. Mi saluterete tanto la carissima Mamma ed Enrico — e 
quando non vi noja datemi notizie vostre. 

Vi sono per la vita V.""" 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa — Pubblicata in « La 
Famiglia. Cairoli n numero unico, pag. 14). 



38. — Ad Adelaide Cairoli. La saluta, con la famiglia. 

Caprera luglio 1861. 

Nobilissima donna 

Anche due parole all' amica impareggiabile del mio cuore. Godo 
che Benedetto ritragga qualche prò dai faijghi delle terme di Acqui. 



I 



Abbraccio lui ed Enrico e voi — nel modo come vi amo — cioè — 
di grande affetto. 

E voi comandatemi sempre — eroica donna — onore dei nostri 
tempi. 

Per la vita vostro 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



39. — A Gaetano Sacchi. Lo esorta a non dare le di- 
missioni. 

Caprera 5 novembre 61. 
Caro Sacchi 

Vi esorto ad avere pazienza e non dare le dimissioni per ora — 
lo stesso scrivo a Medici — sul luogo vedrete come vanno le cose. 
Un caro saluto alla famiglia. 
Con affetto V/° 

G. Garibaldi. 

(Museo del E-isorgimento — Autografa). 



40. - A Benedetto Cairoli. Accusa ricevuta dei ritratti 
dei fratelli Cairoli. 

Caprera 29 decembre 1861. 
Caro Benedetto 

Ho ricevuto i ritratti — essi saranno santi nella mia stanza — 
Un caro saluto alla Mamma — ad Enrico. 

V.''^ per la vita 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



41. — Al Colonnello Achille Maiocchi. Accusa ricevuta 
di un quadì'O e si congratula per il lodevole contegno tenuto 
dai suoi compagni d'armi. 



286 — 

Caprera 29 dicembre 1861. 



Caro Maiocchì 



Ho ricevuto il vostro bel quadro, e la lettera v.'* Vi sono tanto 
riconoscente — Io tengo la casa de' nostri prodi mutilati accanto al 
mio letto — Date un caro saluto mio a tutti i compagni e dite loro 
che sono superbo del loro lodevole contegno — e dell' amore di tutti 
che seppero acquistarsi — Già, con voi non poteva andare altrimenti 
— Vi abbraccio con affetto — V/° 

G. Garibaldi. 

Salutate pure affettuosamente quella cara popolazione di Sorrento, 
ed il sacerdote generoso per tutto quanto fecero per me e per voi 
tutti. 

(Dal Rag. F. Malocchi — Autografa). 



42. — A Gaetano Sacchi. Gli augura che i suoi desideri 
siano presto esauditi. 

Caprera 16 febb. 1862. 
Carissimo Sacchi, 

grazie della vostra affettuosa lettera. I sentimenti e i desideri che 
manifestate sono veramente degni del vostro cuore. Spero che pos- 
siate tra non molto accompagnarvi le opere, e che in esse trovi il 
più efficace rimedio tanto il fisico che 1' animo vostro. 

Vi saluto di cuore, e credetemi sempre 

V."" G. Garibaldi. 
(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



43. — A Benedetto Caiì'oli. Gli chiede notizie della sua 
salute e lo invita alla riunione di Genova, 

Torino 7 marzo 62. 
Caro Benedetto 

Datemi notizie della vostra salute a Villa Spinola ove spero d'esser 
domani — e se poteste amerei molto che vi trovaste il 9 alla riu- 
nione di Genova — 



I 



287 



Bacio eoa atfetco la mano alla Signora — un caro salato ad En- 
rico — Y/"" 

G. Garibaldi. 



(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



44. -Ad Adelaide Cairoli. La ri7igrazia dell'accoglienza 
fattagli nella casa di Pavia. 

10 aprile 1862. 
Mia cavissima arnica^ 

Io si, che debbo ringraziarvi per lo affettuoso accoglimento vostro 
e del nobile vostro paese! Ma le son cose che si sentono e non pos- 
sono esprimersi colle parole. 

Permettete eh' io vi baci la mano e vi testimoni la grande affe- 
zione che ho per voi e pei bravi figliuoli vostri. 

Con immenso rispetto ed amore V.''° 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografe la firma e le parole 
u ed amore "). 



45. — Al Signor Luigi Beretta per il Circolo Democra- 
tico di Pavia. Li ringrazia della nomina a socio onorario e 
li consiglia ad esercitarsi nel maneggio della carabina. 

Brescia 14 aprile 1862. 

Al Sig. Luigi Beretta per il Circolo Democratico 

Pavia. 

Accetto con gratitudine la nomina di vostro Socio Onorario. 
Vi esorto ad esercitarvi nel maneggio della Carabina. 
Gradite i miei ringraziamenti ed il mio saluto. 



V.'"° G. Garibaldi. 



(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



46. — Al Dottore Luigi Vecchio. Accusa ricevuta della 
somma destinata al Dono Nazionale. 



- 288 - 

Trescorre 1 maggio 1862. 

Al Signor Dotf. Luigi Vecchio 

Ricevo da Voi per mezzo dell' Egr.'" giovine Enrico Cairoli la 
sommi di italiane lire 3292,75 diconsi lire tre mila due cento no- 
vanta due e cent, settanta cinque — state destinate al Dono Nazio- 
nale in mio nome proposto e raccolte dalla commissione. 

G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



47. — Ad Adelaide Cairoli. La prega della confezione 
di camicie rosse, 

Belgirate 18 Giugno 1862. 
Carissima Sig.''" Cairoli 

Mi sembra utile per la causa Nazionale che lei s'impegni presso 
le sue amiche — acciocché esse continuino a fare camicie rosse per 
premiare i buoni tiratori al bersaglio. 

Con tutta devozione ed affetto 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa — Pubblicata in « La 
Famiglia Cairoli n numero unico, pag. 14). 



48. — A Benedetto Cairoli. Lo saluta. 

Palermo 8 luglio 1862. 

Caro Benedetto 

A voi ed alla carissima Mamma un saluto dell'anima. 
Vedrete Crispi — ed io non Vi dimenticherò — dovendo fare. 



V.'"^ per la vita 
G. Garibaldi. 



(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



49. — A Benedetto Cairoli. Gli dà notizie della salute e 
gli proibisce di andare a Varignano per non compromettere 
quella di lui. 



" 289 - 

Varigiiaiio 4 ottobre 186^. 
Caro Benedetto, 

Vi conosco troppo senza bisogno di lettere — Vado migliorando 
da qualche giorno. Vi prego di non venir qui. Potreste entrare senza 
permessi aulici. Ma vi affatichereste troppo. 

Abbracciate per me la cara madre e credetemi sempre vostro con 
grande affetto. 

G. GrARlBALDI. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



50. — A Benedetto Cairoli. Gli raccomanda i desideri 
degli Ufficiali Ungheresi residenti in Italia. 

Pisa 22 novembre 1862. 
Mio carissimo Cairoli^ 

Vi pregherei di adoperarvi in Parlamento nel senso che vi scrivo. 

Gli Ufficiali Ungheresi che sono attualmente in Italia si lamen- 
tano assai della Commissione di ufficiali Ungheresi che deve decidere 
di loro. Essi attribuiscono a detta Commissione delle vedute perso- 
nali. Avrebbero desiderio che la Commissione venisse formata di Uf- 
ficiali Italiani. 

Procuratevi ragguagli in proposito ed agite nel modo più conve- 
niente. 

Con un affettuoso saluto 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



S\ . — A Benedetto Cairoli. Si congratula per la riuscita 
di una operazione e lo avverte che presto si dovrà nuova- 
mente agire per l'Italia. 

Caprera 14 giugno 1863. 

Mio caro Benedetto 

Io sono felice per la buona riuscita della v."^ operazione, ed è ciò 
un nuovo titolo alla gratitudine che tutti dobbiamo al nostro valente 
Bertoni. 



- 290 — 

Si ! mio diletto amico — faremo ancora una delle nostre per questa 
nostra infelice patria — cosi vergognata da quella caterva d'eunuchi 
che la malmenano. 

Baciate per me la tanto cara vostra genitrice. Un saluto ai fra- 
telli — e per la vita 

y ro 

G. Garibaldi. 
(Archivio Caìroli in Gropello — Autografa). 



52, — Ad Adelaide Cairoli. La ringrazia per l'invio di 
un fiore e si augura di veder presto Benedetto a Caprera 
ristabilito. 

Caprera 24 dicembre 63. 
Amab:'^'' Sig.'''' Cairoli 

Ho baciato con tutto l' affetto di cui sono capace — il fiorellino 
da voi inviatomi — non potendo baciare la mano vostra benefica. 

Enrico mi ha promesso di tornare con Benedetto — e la speranza 
di veder presto il nostro invalido completamente sano — mi bea 
nell' aspettazione — Un saluto anche alla carissima Costanza (1) — 

e mi tengo suo per la vita 

» 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



53. — Biglietto col quale nomina Benedetto Cairoli a 
membro del Comitato Centrale. 

Caprera»25 dicembre 1863. 

Nomino il mio amico Benedetto Cairoli a membro del Comitato 
Centrale . . . ." 

fermo il Programma e le istruzioni convenute e firmate nell'Atto 
costitutivo 25 dicembre 1863 n. 3. 

Gli valga la presente in ogni circostanza e in faccia a chiunque 
come regolare mandato. 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello ~ Autografo — Pubblicato in " La 
Famiglia Cairoli " numero unico, pag. 16). 

(1) Costanza Mantegazza Gibelli. 



► 



— 291 — 

54. — A Benedetto Cairoti. Gli propone la compera di 
oggetti di vestiario. 

Caprera ?5 dicembre 1863. 

Caro Benedetto 

Bezzi mi scrive che certo sig.'" Tonelli ci venderebbe a scadenza 
di sei mesi certa quantità di oggetti di vestiario. Io vi autorizzo a 
stipulare questo negozio, ma badate di non impegnarvi con cambiali 
e di chiedere una più lunga scadenza. 

Sia questo il primo atto del nuovo uffizio al quale vi sobbarcate 
sempre generoso. Addio. 

Vostro 
G. Garibaldi. 

PS. Non sarebbe male in caso d'impossibilità nostra di pagamento 
— obbligarci a promuovere una sottoscrizione nazionale. Vale. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma e il PS.) 



55. — A Benedetto Cairoli. Gli propone la vendita di 
alcuni anelli. 

Londra — Stafford House — 14 aprile 1864. 

Caro Benedetto 

Le vostre buone notizie mi consolano. Io pure v'invito a sperare. 
Approvo tutto quanto faceste. Gli anelli bisognerà pensare a ven- 
derli e intanto a metterli in sicuro. 

Tante cose dal cuore alla mamma ad Enrico e a Voi dal 

Vostro Affezionat."'*' 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firmaj. 



56. — A Benedetto Cairoli. Gli dà facoltà di usare di 
una certa somma di danaro. 

Caprera 8 agosto 1864. 
Mio caro Benedetto 
Mi ero spaventato per due cambiali scadute di 185000 L. e quindi 



292 



vi dicevo di lasciarmi il denaro Negretti — Ma se quel danaro ab- 
bisognasse indispensabilmente — usatelo — Anche che detta somma 
mi giungesse qui la porrò poi a disposizione di Bezzi — 

Ho detto a Bonaldi quanto dissi a Bezzi — ciò vi serva. Un caro 
saluto alla Mamma, ai fratelli. 

Y ro 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



57. — Ad Adelaide Cairoli. Le dichiara l'alta sua stima, 

Caprera 26 settembre 1864. 

Io le dirò solo che sono superbo del preziosissimo di lei affetto 
— e della stima — stimolo immenso a compiere il mio dovere d'Ita- 
liano. 

Dio la conservi all' amore di noi tutti. 

Per la vita suo 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



58. — ^ Benedetto Cairoli. Gli dichiara la stima e la 
fiducia che in lui ripone. 

Caprera 26 settembre 1864. 
Mio caro Benedetto 

Voi siete della tempra con cui si liberano i paesi schiavi — e 
con uomiiìi come voi non si deve disperare mai — Si ! insegnate ai 
molti nostri concittadini che ciò che non si fa oggi — si farà do- 
mani — basta tener fermi nella volontà di far il proprio dovere. 

Che consigli vi darò, mio carissimo — Un'ammonizione che pro- 
curiate di star bene — ed un bacio d'aifetto v' invia il v/° per la vita 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



— 293 - 

59. — A Benedetto Cairoli. Lo avvisa d'aver mandato il 
suo obolo per i feriti e lo consiglia di chiedere aiuto alle 
signore per la formazione di comitati di soccorso. 

Caprera 31 ottobre 64. 
Mio caro Benedetto 

Ogni cosa operaste benone — e da voi l'Italia non spera meno 
neir avvenire. 

Io scrivo dunque nel senso vostro — ed inviai il mio obolo alla 
sottoscrizione per i feriti aperta dal Movimento — con alcune parole 
— Importa appellare alle Sig/*' allo stesso oggetto — Le Sig.''^ Pal- 
lavicino e Manteo;azza formeranno volentieri dei Comitati di soc- 
corso. 

Avvisatemi quando io possa portare il mio invalido contingente 
alla causa santa. 

V.''" per la vita 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



60. — A Benedetto Cairoli. Si rammarica delle condi- 
zioni delVItalia. 

Caprera 7 dicembre 64. 
Mio caro Benedetto 

Non so se la Nazione od il Governo abbino più colpa — il certo 
è che 1' Italia d' oggi non é all' altezza de' suoi destini — e se 
sprezzata -- da chi la preme — essa ben lo merita. 

Oh ! vorrei che faceste una visita alla Mamma vostra eh' io con- 
sidero mia, e che la baciaste per me con tutto 1' affetto di cui la 
bell'anima vostra è capace — Io sono per la vita 

Y^ro 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



61. — A Benedetto Cairoli. Si augura che negli italiani 
sia vivo il sentimento di libertà. 



— 294 — 

Caprera 29 decembre 64. 



Mio caro Benedetto 



Grazie per le buone notizie della Mamma — per le cose nostre 
— va bene — e basta che gì' Italiani non s' addormentino o diven- 
tino insensibili alle battiture. Un caro saluto a tutti di casa. 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — • Autografa). 



62. - A Benedetto Cairoli. Si congratula con lui per il 
bene fatto per Vltalia. 

Caprera 8 feb.*' 65. 
Mio caro Benedetto 

Voi faceste magnificamente in Pavia — ed io spero gran bene 
per il nostro paese — da queste generose manifestazioni — Grazie 
poi per la parte che me ne avete fatto godere. 

Un carissimo saluto alla mamma — ad Enrico e a tutti di casa. 

V."^ sempre 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



63. — A Benedetto Cairoli. Lo avverte che gli amici sono 
pronti all'azione. 

Caprera 19 marzo 1865. 
Mio caro Benedetto 

I nostri amici sono disposti di fare ad ogni costo — dunque bi- 
sogna ajutarli — e fare quanto si può per loro — Non so per quanto 
potrò contribuire io stesso — ve ne avvertirò. 

V.° sempre 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



64. — Ad Adelaide Cairoli. La ringrazia dell' invio di 



— 295 — 

un dono e si dichiara dispiacente di non poterla salutare 
di persona. 

Caprera 20 marzo 1865. 
Donna dell^ anima mia 

Grazie per il ricordo gentilissimo — quanto sono dolente di non 
potervi baciare la mano con tatto 1' affetto e la gratitudine eh' io 
nutro per voi — e quanto lo sono per il nostro carissimo Enrico — 
Ma guardate: proprio nel volto lo avea da colpire quell' animalaccio 
— in quel volto si egregiamente decorato nella fronte — e eh' io 
invidio — Me lo perdonate ? 

Un bacio affettuoso per me a quelle care Adriana (Ij e Costanza (2) 
ed un saluto a tutti di casa vostra. 

V.° per la vita 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



QS. — A Gaetano Scaccili. Gli raccomanda un figlio 
dello Sgarellino. 

Caprera 28 marzo 1865. 
Mio caro Sacchi 

Vi raccomando il figlio del nostro Sgarellino — che vuol servire 
volontario nell' Esercito — qualunque cosa facciate per lui ve ne 
sarà ben grato il 

y ro 

G. Garibaldi. 
(Museo del Risorgimento — Autografa'. 



QQ. - Ad Adelaide Cairoli. Le esprime il suo sdegno per 
alcuni fatti recenti. 

(1) Adriana Zoia Panizza. 

(2) Costanza Mantegazza Gibelli. 



296 — 

Caprera 23 maggio 1865. 



Aììiab.**^^ donna 



Qualunque Italiano che arrossisca della vergogna del suo paese 
— dev'essere inasprito oggi — ed io non vorrei sembrarlo a voi 
angelo tutelare dell' onor nostro — nell' accennare al nostro Bene- 
detto — che meno deve importarsi di schiavi che si compiacciono 
delle loro miserie. Mi perdoni delle non calme parole — e mi tenga 
per la vita suo 

G, Garibaldi. 

Un caro saluto alla famiglia ed a quelle gentil. ""^ Adriana e Co- 
stanza. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



67. — ^ Gaetano Sacchi. Gli dichiara il suo immutabile 
affetto. Gli dà consigli per la salute. 

Caprera 16 luglio 1865. 
Mio caro Sacchi^ 

Anch'io vi voglio sempre bene — e porgerete un caro saluto 
all' amabile famiglia vostra — Mi duole sapervi tormentato da ma- 
lanni — ch'io ben conosco — Bagni a vapore — ed a pioggia fredda 
— subito dopo — ecco il trattamento eh' io pratico — e con cui 
modifico il malore — Vi ringrazio per la cara fotografia — Paolo è 
un magnifico ragazzo — e direte ad Incarnazione che le darò un 
bacio su quella fronte gentile — quando io abbia la fortuna di av- 
vicinarla. 

A voi — mio vecchio fratello d' armi — una stretta di cuore dal 
sempre V.''^ 

G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa — Pubblicata nel giornale 
u La Democrazia ?i n. 16, 2 giugno 1906). 



68. — A Benedetto Cairoli. Gli dà notizie della sua sa- 
lute e dei suoi metodi di cura. 



— 297 - 

Caprera 1 agosto 1865. 
Mio caro Benedetto 

La guarigione della mia ferita oltrepassò le mie speranze grazie 
prima alla cura fraterna che mi usarono i nostri chirurghi e fratelli 
d' armi — Dall'Agosto scorso a questo ho preso costantemente un 
bagno a pioggia freddo — ogni mattina all' uscire dal letto — Oggi 
per lusso — forse — ne prendo un secondo prima di mezzogiorno — 
Quando afflitto dal reuma — prima di andare sotto la pioggia — sto 
da 20 a 40 minuti in un bagno a vapore — mi sembra tal metodo 
di giovamento, e perciò vi ho nojato. 

Per Tagliabue e Rovighi — e per ogni cosa intendetevi col nostro 
Cucchi — Alla Mamma un bacio affetuoso. Un caro saluto alla fa- 
miglia dal 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



69. — A Benedetto Cairoli. Lo saluta e gli dà notizie della 
sua vita. 

Caprera 2 ottobre 1865. 
Mio caro Benedetto 

Colla mente vi stringo al mio cuore colla Mamma — lieto di sa- 
pervi in miglior stato di salute ambi — Io vegeto accanto alle mie 
piante — grato a loro di menomarmi i fastidi di una vita insipida. 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



IO. — A Benedetto Cairoli. Gli comunica il suo propo- 
sito d'andare alla Camera solo in caso di necessità e per la 
liberazione delle provincie ancora soggette allo straniero. 

Caprera 20 novembre 65. 
Mio caro Benedetto 
Ho poca voglia d' andar alla Camera — ove si tratti di far di- 



298 



scorsi per cui sono incompetente. Essendovi però probabilità d' ar- 
mare il paese e liberarlo dalla dominazione straniera (per noi su- 
premo bisogno) io scuoterò l' inerzia — A voi dunque mi dirigo ac- 
ciocché mi avvisiate quando il mio voto possa essere utile. 
Un abbraccio dal V.""" 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



71. — A Benedetto Cairoli. Gli raccomanda di proporre 
il nome di Francesco Cucchi al Comitato elettorale di Trani. 

Caprera 29 novembre 65. 

Caro Cairoli 

Il Comitato elettorale di Trani si rivolge a me cori preghiera 
d'influire presso voi per l'accettazione della vostra rappresentanza. 
Non so le vostre opinioni in proposito; ma dovendo proporre altro 
nome, vi raccomando il nostro caro Francesco Cucchi. 
Amatemi e credetemi 

Vostro sempre 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



72. — A Benedetto Cairoli. Gli dà notizia, d'aver letto 
un suo discoi^so. 

Caprera 6 marzo 1866. 
Mio caro Benedetto 

Ho letto il bellissimo vostro discorso ma temo si predichi al de- 
serto — sopratutto vi raccomando aver cura della salute — Ho 
scritto alla carissima Mamma e sono 

V.*"" sempre 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



73. - Ad Adelaide Cairoli. La ringrazia della confidenza 



209 



che in lui ripone partecipandogli la notizia del matrimonio 
di Adriana Zola. 

Caprera 6 marzo 1866. 
Amah.'"*'^ donna 

Grazie! per la confidenza di famiglia, nel parteciparmi il matri- 
monio della nostra Adriana — a cai auguro — ed allo sposo — 
mille felicità — Superbo di appartenervi — io soffro delle vostre 
afflizioni — e godo nel sapervi contenta — e cosi poche sono le 
vostre contentezze — adorabile donna ! 

Ad Adriana, a Costanza — a tutta la famiglia un affettuoso saluto 
dal V/'* per la vita 

G. Garibaldi. 



(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



74. — A Benedetto Cairoli. Lo prega di propoì^re alla 
Commissione due battaglioni genovesi e lombardi. 

Caprera IO maggio 1866. 

Si propongono due battaglioni Genovesi e Lombardi — armati 
con armi di precisione — proponetelo vi prego alla Commissione. 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



75. — ^ Benedetto Cairoli. Lo prega di indurre la Com- 
missione a stabilire in Ventimiglia un ufficio di arruolamento. 

Caprera 14 maggio 1866. 
Caro Benedetto 

I Nizzardi chiedono un Ufficio di arruolamento a Ventimiglia — 
Io spero la Commissione vorrà concederlo subito — Per schiarimenti 
intendetevi coli' amico mio Maureu — latore del presente. 

yro 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa), 



-- 300 - 

13. ^ A Benedetto Cairoli. Gli presenta il Capitano A, 
V. Wickemberg e desidera che lo accetti fra i volontari. 

Caprera 21 maggio 1866. 

Mio caro Benedetto 

Il Cap."° di Stato Maggiore dell' Esercito Americano — A. V. 
Wickemberg — che vi presento — desidera servire nei volontari — 
io sarei ben grato alla Commissione — se Ip volesse accettare — 

Y^ro 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



77. — A Benedetto Cairoli. Gli consiglia di fare in modo 
che i Polacchi possano in qualunque maniera far parte del- 
l' esercito, 

Caprera 21 maggio Q^, 
Mio caro Benedetto 

In caso il Governo repugnasse di accettare i Polacchi colla loro 
bandiera gioverebbe persuaderli a venire come Legione straniera — 
e in ogni modo procurare di avere quella brava gente. 

Y^ro 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



78. — A Benedetto Cairoli. Gli comunica il vivo piacere 
di avere come capo di stato maggiore il generale Fabrizi. 

Caprera 21 maggio 66. 

Mio caro Benedetto 

Io sarò contentissimo d' avere il Generale Fabrizi per Capo di 
Stato Maggiore — Se mi lasciano la scelta dei Com.*' dei Reggimenti 
— ve ne invierò un elenco. 

Y.ro 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



ì 



— BOI - 

79. — Ad Achille Malocchi. Gli esprime il vivo inacere 
che proverà neW averlo col fratello coìujìagno cVarmi. 

Caprera 21 maggio 66. 
Mio cavo Maiocchi, 

Voi, il fratello vostro e quanti vi somigliano siete sempre i bene 
accetti tra i miei compagni d' armi. 

Laonde fate a vostro senno. Un niutiLito della vostra tempra im- 
pone a 40 Austriaci completi. 

Con vivo affetto 

G. Garibaldi. 
(Dal Rag. Ferdinando Maiocchi — Autografa). 



80. — .i Benedetto Cairoli. Gli raccomanda Pantaleo. 

Como 16 giugno 1866. 

Mio caro Benedetto 

Pantaleo è qui — Oggi son cessati i capellani — Vedete se po- 
tete ottenere che sia agregato al quartier Generale in una qualità 
possibile. 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



81. — Ad Adelaide Cairoli. Ringrazia lei e le donne 
pavesi p)er le camicie rosse. 

Lonato li 28 giugno QQ. 

Gentile Signora Adelaide, 

A Voi, ed alle vostre brave concittadine una parola di gratitudine 
per le camicie offerte — e dite loro che i volontari saranno degni 
del dono — e sapranno difenderlo. 
Abbiatevi un saluto di cuore dal 

Vostro sempre 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma — Pubblicata 
in u La Famiglia Cairoli » pag. 17). 



o 



02 - 



82. — Ad Enrico Cawoli, Ordini di campagna. 

Rocca d'Anfo 3 luglio 1866. 
Magg/^ Enrico Cairoli 

Giuiigerido colla testa del vostro battaglione in questo luogo — 
fermatevi — procurate di far riposare la gente e nutrirla — Se avrò 
bisogno di voi vi chiamerò avanti se no avrete altr' ordine. 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



83. - Ad Enrico Cairoli. Ordini di campagna. 

Rocca d'Anfo 5 lugho 1866. 
Caro Enrico Cairoli 

Rimanete ove vi trovate a Monte Suelo — agli ordini del Col.^^° 
Corte — 

Egli vi raccomanda di tenervi con tutte le precauzioni possibili 
— particolarmente per due compagnie di sbandati Austriaci che si 
trovano nelle vostre vicinanze — 

Tenetevi pure in stretta comunicazione col Cap.'^^ Guerrieri che 
comanda il battaglione che si trova a Bagolino. 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa^. 



84. — Ad Adelaide Cairoli. La ringrazia colle altre si- 
gnore pavesi di quanto fa p)er la patria. 

Corpi Volontari Italiani 
Comando 
del Quartier Generale 

Storo 20 luglio 1866. 

^ma6."^« Sig.''"' 

Una parola dall' anima per esprimerle la mia gratitudine di tante 
beneficenze sue — e delle buone signore che l'accompagnano nell'an- 
gelica sua missione — 



— 303 - 



Tutti stiaiuo bene — e le bacio la mano con affetto. 



Suo per la vita 
G. Garibaldi. 



(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



85. — .4 Benedetto Cairoti. Gli dà notizie di sé stesso e 
gli t'accomanda di curare la propria salute. 

Caprera 30 settembre 66. 

Mio caro Benedetto 

Eccomi in casa — Le agitazioni ed il moto mi hanno inasprito 
alquanto la ferita del piede — Una quindicina di riposo spero la 
richiuderanno — e vorrei che faceste lo stesso poiché credo che non 
dovete star meglio di me — Lasciate il nostro Cucchi per ultimare 
le faccende nostre — lo saluterete — e la Mammina da parte del 

Y^ro 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



86. — A Benedetto Cairoli. Gli dà consigli per la salute 
e notizie della propria. Lo ringrazia di quanto ha fatto per 
p lui. 

Caprera 17 ottobre 1866. 
Mio carissimo Benedetto 

Sono contento di sapervi a Belgirate — Voi, più di me ancora, 
avevate bisogno di riposo — procurate di chiuder la ferita — la 
mia va meglio e spero vederla rimarginata tra pochi giorni — Grazie 
per quanto avete fatto per me — debiti e tutto — Crispi farà il 
resto — Alla mammina un bacio dal cuore — ed a tutti di casa un 
caro saluto — 

Io sono per la vita V.'"° 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



^ 



87. — A Benedetto Caiì^oli. Lo ringrazia d'avergli man- 
dato buone notizie della sua salute. 



— 804 - 

Caprera 30 ottobre 1866. 



Mio caro Benedetto 



Grazie per le buone nuove della vostra salute. Io era veramente 
addolorato dei vostri mali — poiché me ne sentivo la maggior colpa 
— La mia ferita è rimarginata — ed a qualunque costo fate lo stesso 
per la vostra — cioè riposo d' animo e di corpo — Un bacio affet- 
tuoso a Mammina e un saluto a tutti di casa 



dal V/° 
G. Garibaldi. 



f Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



88. — A Benedetto Cairoli. Si duole della non buona sa- 
lute della madre e gli dà consigli per la sua, 

Caprera 3 gennaio 1867. 

Mìo caro Benedetto 

Mi duole tanto di sapere la mammina incomodata — Datele per 
me un bacio di cuore. Voi , sopratutto abbiatevi cura — perchè a 
Firenze — tanto — faranno ciò che vogliono — ad onta dell' oppo- 
sizione de' buoni — 

V.'"" sempre 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



89. — Ad Adelaide Cairoli e alle donne lombarde. Le 
ringrazia di un loro iìidirizzo. 

Caprera 6 gennaio 1867. 

Alla chiarissima Italiana Nob. Signora Adelaide Cairoli Bono 

Pavia. 

Generose Donne Lombarde 

Leggendo il vostro carissimo indirizzo, i miei occhi s'inumidirono 
— e 1' anima mia esaltata da tali segni di gentilezza e d' affetto — 
si è rivolta al Creatore, ringraziandolo di avermi conservato a tanta 
fortuna. 



- 305 --- 

Col cuore, io contracambio i voti con cui mi beate — ben sapendo 
della vostra stima — e con gratitudine — sono per la vita — V.'"*" 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



90. — A Benedetto Cairoli. Gli paiola di un tal Forgione 
e gli raccomanda le cose di Roma. 

Caprera 12 feb.« 67. 
Mio caro Benedetto 

Io diressi a voi Forgione perchè lo credo onesto — ed egli servi 
efficacemente nel 60 e 62 in Calabria — voi però potete avere più 
esatte informazioni sul di lui conto nel Continente — e vi servano. 

Vi ringrazio per le cose di Roma — e spero in voi — raccoman- 
date ai Romani che vadano d' accordo. 

Y J^ sempre 
G. Garibaldi. 

PS. Vi compiego una lettera di Roma, e vi prego di procurare 
d'intendervi colle persone accennatevi — In ogni modo che non 
faccino una Babilonia di Comitati. 

t (Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



9 1. — Ad Adelaide Cairoli. Si augura di poterla presto 
salutare di persona. 

Verona 8 marzo 1867. 
Cara e gent.'^" Signora 

Se la fortuna mi permette di recarmi a baciar la cara vostra 
mano — io sarò felicissimo — Non sono certo però di poter avere 
tanto bene — 

Sono con tutto 1' affetto dell' anima mia 

V.- 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



- 306 — 

92. — A Benedetto Cairoli. Gli raccomanda la candida- 
tura Guerrazzi, 

S. Fiorano 28 marzo 1867. 
Mio caro Benedetto 

Nei tre collegi vacanti io proposi Avezzana, Robaudi e Malocchi 
— Non proposi Guerrazzi — incerto se lo fosse da voi — In ogni 
modo lo raccomando a tutti i nostri. 

V.'"" sempre 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



93. — A Benedetto Cairoli, Gli dà raccomandazioni per 
la salute, 

Signa 2 giugno 67. 
Carissimo Benedetto 

E giunta a me l'affettuosa vostra, per mezzo dell'amico Dolfi — 

Son veramente dispiacente, non sentirvi ancora ristabilito — Non 

vi muovete, vi prego, sinché non siete perfettamente guarito — Se 

no sarete sempre da capo. Io sto meglio — e non so ancora quando 

lascierò il continente. Un caro saluto alla mamma ed ai fratelli. 

Vostro sempre 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



94. — Ad Adelaide Cairoli. La prega di procurargli al- 
cune centinaia di camicie rosse. 

Castelfranco 3 luglio 67. 
Gent.^"- Signora 

Avrei bisogno di alcune centinaia di Camicie Rosse. 

Vogliate, vi prego, impegnare le signore di vostra conoscenza, 
acciò si compiacciano di farle. 

E vogliate farle rimettere a Firenze, al Sig/ Giuseppe Dolfi, for- ^ 
naio — con sicurezza. 



— 307 - 

Con affetto Vostro 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



I 



95. — Ad Adelaide Cairoli. La prega di venire da Gro- 
pello a Pavia scusandosi del disturbo che le arreca. 

Vinci 13 luglio 1867. 



ra 



Questa è solo per esprimerle il mio rincrescimento di disturbarla 
dalla sua villegiatura, per Pavia — contrariamente alle esigenze della 
preziosa di lei salute — Ma come pensare all' Italia — senza un 
previo pensiero alla Madre dei Cairoli ? Le bacio la mano con tutto 
r affetto dell' anima mia — 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



96. — A Benedetto Cairoli. Gli comunica il suo arrivo 
a Caprera. 

k Caprera 29 settembre 67. 

Caro Benedetto 

Son giunto ieri mattina — sto bene — Volete comunicarlo al mio 
Menotti. 

Vostro sempre 
% G. Garibaldi. 

Un caro saluto alla Mammina. 






(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma e il poscritto). 



97. — Ordine del giorno ai Volontari Italiani avanti la 
battaglia di Mentana (1). 

(1) Nello Xiraenes (voi. I., n. LXV) si trova interamente trascritto cosi: 

Volontari Italiani, 

La Grecia ebbe i suoi Leonida, Roma antica i suoi Fabi, e l'Italia moderna 
i suoi Cairoli, con la differenza che con Leonida e Fabio gli eroi furono tre- 



— 303 - 

La Grecia ebbe i suoi Leonida — Roma antica i suoi Fabi — E 
V Italia moderna i suoi Cairoli. Colla differenza che con Leonida e 
Fabio gli eroi furono 300 — con Enrico Cairoli essi furon 70 — de- 
cisi di vincere o morire per la Libertà Italiana. 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — iiutografo a matita donato dal 
Generale Canzio. Le prime due righe fino a u suoi Cairoli ti furono 
incise sotto il monumento ai Cairoli, al Pincio, di Ercole Rosa). 



98. — Ad Adelaide Cairoli. Risponde ad una sua lettera 
dopo la morte del figlio Enrico. 

Caprera 24 decembre 1867. 
Aniab.''^^"^ ed illustre donna 

Io ho pianto leggendo la vostra lettera e non vi scrivevo per non 
risvegliare in quella bellissima antica anima vostra — memorie do- 
lorose ! — 

Dio benedica il vostro eroismo ! ed il sublime esempio valga a 
questo popolo infelice — Per tutta la vita YJ° 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa — Pubblicata ne tt La 
Famiglia Cairoli n pag. 21). 



cento ; con Enrico Cairoli, essi furono settanta decisi di vincere o morire per 
la libertà italiana. 

Nella notte del 22 al 23 del passato mese, 70 prodi comandati da Enrico e 
Giovanni frat'illi Cairoli, ardirono , pel Tevere, gettarsi fin sotto le mura di 
Roma, col magnanimo pensiero di portar soccorso di armi e di braccia al po- 
polo romano combattente. 

A Ponte Molle, non vedendo i segnali convenuti, sostarono. Giovanni Cai- 
roli, spedito in ricognizione, riferiva cessata la pugna in Roma. Ritirarsi o 
morire. Quei gei\erosi preferirono la morte. 

Si asserragliarono in S. Giuliano, e quivi, uno contro quattro, armati di 
soli revolvevs, questi prodi, operando miracoli di valore, coprirono un'altra 
volta il nome italiano di gloria imperitura. 

Attaccati da due compagnie di zuavi ed antiboini , intrepidamente ne so- 
stennero l'urto. La pugna fa accanita e sanguinosa; ma davanti a quel pugno 
di valorosi, i mercenari del papa ripiegarono ; molti i caduti dei nostri, tra 
i quali i Cairoli. Enrico è morto. 

Volontari j 

Tutte le volte che vi troverete a fronte dei mercenari pontifici ricordatevi 
degli eroi di S. Giuliano. 

Monterotondo, 2 novembre 67. 

G. Garibaldi. 



— 309 - 

99. — Ad Adelaide Cairoli. La ringrazia d*una sua let- 
tera e le dice paì'ole di conforto e d' animi razAone, 

Caprera 18-2-68. 
Cara e GentJ^^ Signora 

Grazie per la preziosa sua lettera e quella del nostro Delvecchio. 
Dio la sorregga nelle dure prove a cui senza pari ha dovuto sog- 
giacere la nobilissima di Lei anima. 

Io sono superbo d' esser tutta la vita suo 

G. Garibaldi, 
Un caro saluto alla famiglia. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



1 OO. — A Benedetto Cairoli. Lo prega di tutelare gV in- 
teressi dei suoi rappresentati non potendo egli recaì^si alla 
Camera. 

Caprera 17-5-68. 
Mio caro Benedetto 

Deputato della Gallura, io non posso assistere in Parlamento — 
quindi come già feci penso di continuare a raccomandarmi alla vostra 
gentilezza, pregandovi di assistere quei miei poveri rappresentati. 
V'invio dunque altre due petizioni di Tempio. 

Compiacetevi di dirmi se potete occuparvi di questi miei affari, 
per cui vi sono tanto grato — e sono 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 O 1 . — A Benedetto Cairoli. I^o ringrazia per aver ac- 
cettato r incarico di cui nella lettera precedente, 

Capua 19-5-68. 
Mìo caro Benedetto 

Vi ringrazio di cuore per aver accettato il mio incarico. Voi fate 

4 



- 310 - 

nn gran bene a me, e ad una popolazione molto abbandonata dal 
Governo e molto interessante. 
Con gratitudine sempre 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



1 02, — A Benedetto Cairoti. Si duole con lui che la sa- 
lute cattiva gli abbia impedito di giovare alla popolazione 
della Sardegna. 

Caprera 26-5-68. 
Mio caro Benedetto 

L' incomodo vostro è stato una vera sciagura per i miei rappre- 
sentati, ma spero che presto sarete ristabilito e che vincerete l'()p- 
posizione dei miei della Sardegna. 

Un bacio alla Mammina e Giovanni del 

Vostro per la vita 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



1 03. — A Benedetto Cairoli. Gli comunica che la cattiva, 
salute gV impedirà di andare a Firenze. 

Caprera 14-7-68. 
Mìo caro Benedetto 

Sono addolorato dei vostri incomodi e della carissima Mammina, 
che Dio benedica. 

Le scissure delle due parti della Sardegna faranno scandalo. Gli 
amici mi chiamano a Firenze, ma non andrò, perchè appena posso 
reggermi sulle gambe. 

Ho molta voglia di rassegnare il mio mandato, e non lo fo, perchè 
in parlamento ci sono ancora uomini come voi. Per la vita vostro 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



1 04. — Ad Adelaide Cairoli. Risponde ad una sua let- 
te ì^a (1) esponendo le ragioni delle sue dimissioni da memìn^o 
del Parlamento. 

Caprera 7 7bre 18(58. 

Madonna amab.*"" 

Se v' è una voce che possa pesare sulle mie risoluzioni dessa è 
veramente la vostra — E se gli oltraggi commessi dal più immorale 

(1) In via eccezionale ci permettiaino di pubblicare la lettera di Adelaide 
Cairoli, tolta dall'originale esistente nell'Archivio di Gropello, che provocò la 
risposta del Generale Garibaldi. 

Belgirate 3 settembre 68. 

Generale 

l.a eira soddisfazione di ricevere una Vostra preziosa lettera vergata di 
Vostra (nano, benedetta dal mio povero cuore come il bollettino d' annunzio 
del Vostro invocato ristabilimento come una nuova emanazione della benevo- 
lenza V'ostra, doveva avere in questi giorni un ben doloroso raffronto ! . . . 
Si, o Generale, invano io vorrei dissimularlo!-. .-.E Voi stesso che mi fate 
r alto onore di considerarvi sì c:aro Membro della mia decimata famiglia, mi 
consentirete lo sfogo che m'irrompe dall'anima straziata! . . . 

Ma senz'altro parole. Voi già intendete certo d'onde viene il sommo -ram- 
marico a cui alludo, schietta espressione di quello del mio povero Benedetto, 
e degli altri molti che, come lui, furono sempre il drappello dei vostri devoti 
figli e soldati. Come dirVi il nostro dolore nel vederci annunciata dai Gior- 
nali quella vostra dimissione? della quale tanto si congratulano quelli che 
solo possono essere felici di pubblicarla ? 

Ah ! mio Generale, perdonate T amara verità che questa poveretta, stremata 
di sventure come lo è di forze Vi ripete, quale suono di voci devote al cenno 
di quella augusta Vostra che disponeva delle nostre vite in nome della cara e 
sventurata Patria. Oh ! nostre, ben posso dirlo anch' io, cui V esistenza perso- 
nale scompare in quella dei figli miei ! , , . lo sono in loro, e nello stuolo 
dei fedeli provati al fuoco delle Battaglie, alle gioie della vittoria, ai dolori 
della caduta. E Garibaldi che s' ebbe il loro culto, il sangue loro, e la vita 
dei nostri martiri, ora non è più con essi ? 

Generale ! la parola è dura, ma la verità lo è ancor più, ed è tale, che i 
miei due cari superstiti ne sono meco sbalorditi ! . . . 

.\ccogliete r espressione della loro e della mia devoz'wne, vera inalterabile, 
come r affetto che faceva irrompere questo sfogo dell' anima desolata 

della vostra devot.'"'* amica 
Adelaide Cairoli. 



- 312 — 

dei Governi avessero colpito soltanto il mio povero individuo - io 
m' inchinerei oggi umiliato ai vostri piedi — imparegiabile madre, e 
vi direi pentito: riabilitatemi nell'antica stima — Ma .... vedere 
il sacrifizio di tanti generosi — tra cui preziosissima parte del vostro 
sangue — risultare a prò d' alcuni traditori — e rimanersi indiffe- 
renti — è troppa debolezza — non solo — ma vergogna ! e mi ver- 
gogno certamente d'aver contatto per tanto tempo nel novero d'un 
assemblea d' uomini destinata in apparenza a fare il bene del paese 

— ma in realtà condannata a sancire l' ingiustizia, il privilegio e la 
prostituzione ! 

Ciocché dico a voi — avrei potuto motivando la mia dimissione 

— pubblicarlo — • Ma, come dire all'Italia ch'io mi vergogno d'ap- 
partenere ad un Parlamento — ove siedono uomini come Benedetto 
Cairoli ! 

Quindi mi sono semplicemente dimesso d'un mandato divenuto 
ogni giorno più umiliante. 

E credete voi, che per ciò io non sia più con essi? 

Tale dubbio — tale diffidenza — per parte della donna che più 
onoro sulla terra mi furono veramente dolorosi ! E «benché affralito 
materialmente — io sento nell' anima di voler seguire i campioni 
della libertà Italiana anche ove possa giungere una portantina. Qui ! 
o Signora, io sento battere colla stessa veemenza il mio cuore — 
come nel giorno in cui sul monte del Pianto dei Romani i vostri 
eroici figli faceanmi baluardo del loro corpo prezioso, contro il piombo 
borbonico — E quando giunga 1' ora in cui gì' Italiani vogliano la- 
vare le loro macchie — se vivo — io spero di trovarmi un posto — 
Lunga è la storia delle nefandezze e perpetrate dai servi d' una ma- 
scherata tirannide — e longanime troppo, la stupida pazienza di chi 
li tolerava — E voi, donna di alti sensi, e d' intelligenza si squisita 

— volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni libe- 
rate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni — Chiedete ai cari 
vostri superstiti delle benedizioni con cui quelle infelici salutavano 
ed accoglievano i loro liberatori ! 

Ebbene esse maledicono oggi a coloro che li sottrassero dal giogo 
d' un despotismo che almeno non li condannava all' inedia per riget- 
tarli sopra un despotismo più schifoso assai — più degradante — e 
che li spinge a morir di fame — 

Io ho la coscienza di non aver fatto male — nonostante non ri- 
farei oggi la via dell' Italia Meridionale, temendo d' esservi preso a 



— 313 - 

sassate — da popoli che mi tengono complice della dispregevole 
genia che disgraziatamente regge 1' Italia — e che seminò 1' odio e 
lo squallore ove noi avevamo gettato le fondamenta d'nn avveiiire 
italiano — sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosa- 
mente iniziato. 

E ... se vogliamo conservare un avanzo di fiducia, tra la gio- 
ventù chiamata a nuove pugne — e che può avere bisogno della 
nostra esperienza — io consiglio ai miei amici di scuotere la polve 
del carbone moderato con cui ci siamo anneriti — e non ostinarsi 
al consorzio dei rettili — striscianti sempre a nuovi tradimenti — 
E chi sa non si ravvedino gli epuloni governativi — lasciati soli a 
ravvolgersi nella loro cloaca ? 

Comunque — sempre pronto a gettare il mio rotto individuo — 
neir arena dell' Unità nazionale — anche che dovessi ancora insudi- 
ciarmi — io non cambio oggi la mia determinazione — dolente di 
non poter servire popolazioni care al mio cuore — perchè buone, 
infelici, maltrattate ed oppresse quanto qualunque altre nella peni- 
sola — e dolentissimo di contrariare l' opinione di voi che tanto 
amo ed onoro — 

Un caro saluto ai figli dal V.""" per la vita 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 05. -— A Benedetto Cairoli. Gli esprime il suo sdegno 
per la condotta del governo e le ragioni delle sue dimissioni 
da membro del Parlamento. 

Caprera 29 settembre 1868. 
Caro Benedetto 

L' opera d'unificazione Italica non fu certamente iniziata da questa 
generazione. E da Dante e Macchiavelli a Manin e Pallavicini ogni 
amante di questo paese, desiderò vederlo costituito. Alla generazione 
nostra però toccò lo inalzare un'ala dell' edifizio nazionale. A voi, 
neppure, io devo insegnare, che il Republicanismo non fu inventato 
dai moderni nostri, esclusivisti, puritani. 

Questo miserabile governo, tenero della sua esistenza solo e del 
suo ingrandimento, ha accolto come alleati i patrioti generosi — 



— 314 - 

certo, che nulla egli avrebbe potuto operare senza di essi e col pre- 
concetto di succhiarli e gettarli poi nella cloaca delle sue prostitu- 
zioni. 

Noi abbiam condisceso a bruttare la nostra bandiera, con uno 
stemma die non da oggi rappresenta la mala fede ed i tradimenti — 
bene sapendo quale libertà si poteva sperare da quel composto di 
gesuitismo e di tirannide. 

Ma con tutto ciò abbiam accettato 1' alleanza, sacrificando noi Re- 
publicani di fatto, i principi nostri sull'altare della patria. E certa- 
mente noi faressimo lo stesso oggi, se la speranza di poter ragra- 
nellare qualunque delle membra sparse, al fascio della grande fami- 
glia Italiana avesse probabilità di realizzarsi. 

Ma oggi quel disprezzevole governo, che e' ingannò e volle com- 
batterci nel 60 — che ci combattè nel 62 — che ci ha venduti e 
traditi a Mentana — quel governo di traditori non vuole e se volesse 
non potrebbe acquistare un palmo di terra italiana — nella posizione 
umile e degradata ch'egli s'è fatto nel mondo politico — e col te- 
soro d'odio, di disprezzo e di maledizione da esso accumulato in 
questo nostro infelice paese. Quindi inutile di appestarsi al suo con- 
tatto. 

Voi mi parlate del Giornale V Unita Italiana, mio caro Benedetto 
— e non sapete forse ch'io lo apprezzo (guanto V Unità Cattolica^ e 
che perciò come al secondo io non rispondo al primo, quando di me 
vogliono occuparsi. 

Quanto ho detto vi prova ch'io non mi son dimesso ad istigazione 
di nessuno; e che )ion abbandono i miei vecchi amici, a capo di cui 
voi figurate; ma mi son dimesso, perchè non voglio appartener a 
questo Governo, sotto qualunque titolo, e perchè anche degradandomi 
al suo contatto — nulla oggi gioverebbe ai miei rappresentati ed al 
paese. 

Dimettendomi, io non intendo poi di biasimare coloro che credono 
di far bene operando diversamente. 

Un carissimo saluto alla Mammina, a Giovannino dal sempre 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



1 06. — A Benedetto CairolL Gli commiica di aver nuo- 



— 315 - 

vamente accettato reiezione a deputato di Oaieri e lo pì'cga 
di rendersi interprete del suo pensiero alla Caniera. 

Caprera 29 decembre 1868. 
Caro Benedetto 

Io ho accettato nuovamente il mandato degli elettori di Ozieri ; 
e su di voi mi appoggio ancora per sostenermi nell'incarico che mi 
sono assunto. 

E molta presunzione questa mia — Ma tanta è pure la mia fiducia 
sulla gentile vostra amicizia. 

Vi compiego una linea d'accettazione per il Presidente della Ca- 
mera — che vi prego, se necessario, di comunicare. 

Sempre Vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma — La lettera 
al presidente della Camera, con la firma autografa di G. è unita alla 
presente). 



1 07. — Ad Adelaide Cairoli. Si duole con lei della cat- 
tiva salute di Benedetto. 

Caprera 9 febbraio 1869. 
Cara Gentilisshna Signora Adelaide 

E veramente crudele il martirio del nostro Benedetto, e credo sia 
ben difficile esprimere quanto costa l'amor di patria all'impareggia- 
bile vostro cuore. 

Privo della felicità di abbracciare i vostri cari, spero d'esser più 
felice nell' avvenire. 
Sono per la vita 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



1 08. — A Benedetto Cairoli. Gli parla della salute di 
Adelaide e di Giovanni e lo consiglia, per il bene della patria, 
di risparmiare la sua. 



- 316 — 

Caprera 11 agosto 69. 
Mio carissimo Benedetto 

Un bacio per me alla Mammina — e dite ad essa che non si af- 
fatichi a scrivermi — Io sento tanto amore per essa che non dubito 
dell'affetto suo per me preziosissimo — E Giovannino? si svelto si 
forte — Anch' egli travagliato da malore -~ Ma egli appartiene alla 
famiglia dei Martiri ! 

Una visita vostra qui — sarebbe un regalo, mio caro Benedetto 
— e venite quando ve Io permetta la salute — Circa ad affari, voi 
vi occupate troppo, e dovete un tantino aver cura di voi — Capisco 
che come me siete stuffo della vita — Ma noi dobbiamo prolungarla 
quanto possibile — non per altro che per non fare ridere la canaglia — 
E poi — non esiste nell' anime nostre la cara speranza di vedere 
costituito quest'infelice nostro paese? — Delfi morto! .... ed i 
Tersiti dell' llliade Italiana passeggiano pettoruti — e grassi — e 
più prostituti un giorno dell' altro. 

Neppur io vi parlerò di politica mio diletto amico — meglio è non 
fermarsi sulla cloaca — il lezzo potrebbe avvelenarci. 

Un bacio affettuoso dal V.''^ 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 09. -Ad Urbano Pavesi. Gli esjrrime il desiderio che 
la somma destinata al monumento sia adoperata all'acquisto 
di carabine. 

All' Ing. Urbano Pavesi 

"* . Caprera 11 gennaio 1870. 

Caro Pavesi 

Che si trasformi pure la somma per il monumento in tante cara- 
bine e locale da adoperarle. 
Ciò è tutto il mio desiderio. 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Dalla ved. Pavesi — Autografa la firma). 



I 

i 



— 317 - 

Ilo. — Ad uno dei fratelli Strambi. Serberà eterna 
memoria di lui e del fratello. 

Caprera I febbraio 1870, 
Mio caro Strambi 

Grazie per la trentile vostra del 18. Serberò memoria tutta la vita 
dei miei prodi fratelli d'armi Strambi. 
Un caro saluto alla famiglia dal vostro 

G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento - Autografa la firma). 



k 



Ili. — Alla famiglia Cairoti. Risponde ad una loro let- 
tera ricordando i Cairoli caduti. 

Caprera 22 marzo 1870. 
Cari e Gentilissimi 

Commosso dalle preziose vostre parole, io sono trasportato coli' a- 
nimo al Santuario di Gropello, e ritemprato sulla tomba di cotesti 
eroici martiri. 

Bacio con affetto la mano alla Sig.""^ e sono per la vita 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



112. - A Gaetano Sacchi. Lo assicura del suo ricordo 
perenne. 

Caprera 12 aprile 1870. 
Mio caro Sacchi 

Anch'io non ho scordato il mio vecchio fratello d'armi di S. An- 
tonio, ne mai cessato di amarlo : lo stesso affetto mio partecipate alla 
gentile vostra Consorte. 

Sempre vostro 

G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa). 



— 318 — 

113. — A Benedetto Cairoli. Gli dà notizie della sua 
salute e lo ringrazia di quanto fa per lui, 

Caprera 31 maggio 1870. 
Mio carissimo Benedetto 

Non sto molto male, cammino però ancora colle stampelle ; e sono 
ben dolente di saper voi sempre afflitto dalla vostra ferita. 

Grrazie per quanto faceste e farete a prò dei miei raccomandati. 
Un bacio affettuoso alla Mammina dal 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



114. — A Benedetto Cairoli. Si rallegra dell' interessa- 
mento che gl'Italiani mostrano per la Francia. 

Dijon 15 gennaio 187J. 
Mio carissimo Benedetto 

La vostra del 24 scorso mi ha fatto contento e lo sono pure per 
il risveglio dell' opinione pnblica a favore di questo sventurato ma 
sempre interessantissimo popolo. 

Il nostro Fabrizi vi avrà notificato una mia in cui dipingevo le 
condizioni della Francia tutt" altro che disperate e non v'è esagera- 
zione. 

Un bacio affettuoso alla mammina ed un caro saluto agli amici 
dal v.° per la vita 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 15. — A Francesco Cucchi. Esprime il suo dolore per 
la morte di Adelaide Cairoli. 

Caprera 18 aprile 1871. 
Mio caro Cucchi 

Concentrato nel mio dolore per la perdita della nobile donna che 
tanto onora l'Italia — e facendo io stesso — per l'affetto dell' a- 



r 



ì 



— 319 — 

nima mia — parte della gloriosa famiglia — lasciavo ai valenti amici 
che ne scrissero e ne favellarono, la cura di cantare il tramonto di 
quella stella della patria nostra. 

Comunque — come non manifesterò io un cenno d'ammirazione e 
di gratitudine alla generosissima Sig/* Cairoli, per essersi ricordata 
di me nella terribile agonia! 

E ricordata di me con tanto amore ! Se le donne Italiane — come 
lo spero — seguiranno le traccie dell'immortale concittadina — se 
esse, innamorate e reverenti a tale splendido precursore — cammi- 
neranno coraggiose all' emancipazione dal chercume — di tanto danno 
alla nazione nostra — allora anche la morte dell' impareggiabile 
creatura sarà proficua all'Italia! 

Dio ci conservi l'ultimo rampollo di tanta virtù e di tanta gloria! 

Sempre V/*' 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa — Abbiamo pubblicata 
questa lettera diretta al Cucchi perchè uell'epistotario dello Ximenes 
(I, pag. 375) appare senza indirizzo). 



116. — A Benedetto Cairoli. Lo ìnngrazia di un ricordo 
p inviatogli di Adelaide e di Enrico, 

Caprera 13 giugno 71. 

Mio caro Benedetto 

Ho ricevuto il preziosissimo ricordo della Mammina nostra: anello 
^e pezzo di cranio dell' eroico Enrico. 
Per la vita 

Vostro 
G. Garibaldi. 

L' anello e il cranio poseranno accanto alle mie ceneri. 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma e il poscritto). 



117. - A Benedetto Cairoli. Si augura che ai nomi dei 
ìanti nel calendario si sostituiscano quelli dei martiri ita- 
liani. 



— 320 — 

Mio caro Benedetto 

Sostituire ai santi della menzogna i santi del vero e dell'eroismo 
è dovere sacro e nel compimento di cotesto dovere sta il prospero 
avvenire della patria italiana e dell' umanità. E chi con più splen- 
dore della gloriosa aureola che cinge il capo dei martiri di Gropello 
può santificare il calendario dell' avvenire patrio ? 

Io vado superbo di collegare il mio nome a quello della illustre 
vostra famiglia e sono per la vita 

Vostro 
G. Garibaldi. 
Caprera 16 aprile 1872. 

(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



118. — A Benedetto Cairoli. Approvo, la proposta da lui 
fatta in Parlamento sul su fr agio Universale. 

Mio caro Benedetto 

Ho seguito la magnifica proposta vostra al Parlamento sul Su- 
fragio Universale e sono con voi. 

Menotti mi scrive che avrò il bene di vedervi ai primi d'Agosto, 
con lui e Cucchi, io ne sarò fortunato e sono per la vita 

Vostro 
G. Garibaldi. 
Caprera 25 giugno 1872. 

(Archivio Cairoli in Gropello ' — Autografa la firma). 



1 19. *— A Benedetto Cairoli. Lo ringrazia per V invio 
del ritratto di Adelaide. 

Grazie per il ritratto della Mammina. Esso poserà al capezzale 
accanto a mia madre. 

Vostro 
G. Garibaldi. 

Caprera 27 agosto 1872. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma]. 



- 321 - 

1 20. — A Benedetto Cairoli. Lo avverte che V appello 
alla democrazia da lui firmato fu geìieralmente bene accolto. 
Lo prega d' inviargli un contadiìio che sappia lavorare coi 
bovi. 

Caprera 3 settembre 1872. 
Mio carissimo Benedetto 

L' ho ricevuta la celeste effigie della Mammina. Fu pensiero vostro 
gentile e per me uu preziosissimo dono. Il vostro appello alla demo- 
crazia firmato da me, è stato ben accolto generalmente massime fuori 
d'Italia. L' esdusivismo che trovò male la spedizione dei Mille, ha 
fatto il broncio anche a questo. 

Se vi capita il contadino fidato di cui parlammo, e che sappia 
particolarmente lavorar coi Bovi e trattar la vigna, vi prego di in- 
viarmelo. 

Per la vita Vostro 
G. Gauibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firmai 



121. — Agli amici pavesi in occasione della morte di 
Gioacchino Manelli. 

Caprera 3 settembre 1872. 

Miei cari aynici 

Poco o nulla capace di epigrafi compatirete alle scarse parole. 
Sono anni ventiquattro eh' io vado superbo del nome di fratello 
d' armi della gioventù pavese — Non nei teatri — ma sui campi di 
battaglia l' ho veduta tante volte — Italia può contare con essa 
sempre — 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa la firma — Pubblicata nel 
giornale " La Democrazia » n. IG, 2 giugno 190G — Si conserva pure 
non autografo nel nostro Museo un biglietto cosi concepito : 

Alla Madre d' un tanto figlio 
Maria Manelli 

Gioacchino Manelli prodissimo fra i prodi cui l'Italia deve di 
contare degnamente fra le nazioni. 



— 322 - 

Perchè non si dica u egli fa vigliaccamente ferito ji il feritore 
faccia meglio — quando la patria abbisogna — acciò non si senta la 
perdita di questo eroico giacente. 



1 22. -— Agli amici pavesi in occasione della morte di 
Giacomo GìHziotti. 

Caprera 17 dicembre 1872. 
Miei cari amici 

Si inalzate una pietra che mostri ai venturi il sepolcro di Gia- 
como Griziotti. Che la memoria dell' eroico nostro fratello d' armi 
valga d'esempio alle generazioni che seguono, insegnando loro la 
preferenza d'una nobile vita intemerata su quella dei codardi epuloni 
che costituiscono oggi l'esistenza miserabile e vergognosa d'una patria 
che dev' essere grande. 

V'invio 10 lire per il Monumento e sono 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa — Incisa nel prospetto di 
settentrione del monumento a Griziotti nel Cimitero di Pavia). 



1 23. - Ad Antonio Griziotti. Lo incarica di appoggiare 
la candidatura Cavallotti a. Corteolona. 

Caprera 24 settembre 1873. 
Caro avv. Griziotti 

Dite agli elettori di Corteolona che Cavallotti vuol dire: 

Onore italiano 
Religione del vero 
e dignità umana. 

Non so chi diavolo vorrebbe significare di più. 

Sempre V.*"" 
G. Garibaldi. 

(Dalla Signora Giuseppina Marabelli ved. Griziotti — Autografa). 



— 323 - 

1 24. — A Benedetto Cairoli. Si duole di non poter riah- 
hracciarlo e baciar la mano alla sposa. 

Caprera 2 dicembre 1873. 

Mio caro Benedetto 

Due calamità: la prima di non aver il bene d'abbracciarvi e ba- 
ciar la mano alla sposa gentile. La seconda di sapervi addolorato. 
Stanco dalle noie parlamentari io spero di vedervi. 

Sempre vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



1 25. — Agli amici pavesi. Si scusa di aver omesso nel 
suo libro u / Mille " il nome di Giacomo Griziotti. 

Miei cari amici 

Fu veramente una dimenticanza mia il non aver accennato nei 
Mille il nostro valorosissimo Griziotti. 

Il libro dei Mille, certamente molto incompleto, ha molte di tali 
dimenticanze ; e vi prego d' essermi indulgenti, giacché esso fu co- 
minciato, lasciato e ripigliato le tante volte. 

Spero nella seconda edizione apparirà il nome del nostro Griziotti. 

Vostro 
G. Garibaldi. 

Caprera 29 settembre 1874. 

(Dal Dottor Nino Dagna — Autografa la firma). 



1 26. — Ai fratelli Strambi. Li ringrazia di aver par- 
tecipato ad una sottoscrizione in suo favore. 

Caprera 14 genoaio 1875. 
Miei cari amici e fratelli d^armi 
I vostri nomi cari al mio cuore da molti anni, mi hanno commosso, 



— 324 - 

vedendoli inscritti ad un documento clie mi favorisce colla rendita 
di lire mille. Ho già ricevuta la prima quota e ve ne sono cosi grato. 
Per la vita 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



127. — Agli amici pavesi. Li ringrazia dell'invio dei 
biglietti di visita e promette di appoggiare una loro istanza 
relativa ai Mille. 

Miei cari amici — Pavia 

Ho ricevuto per mezzo dell' amico Benedetto Cairoli i viglietti di 
visita che mi furono ben graditi. Egli mi ha consegnato pure la 
vostra istanza ispirata da un lodevole sentimento di equità. Conviene 
che il provvedimento legislativo, il quale toglierà le lamentate ed 
ingiuste limitazioni, sia presentato da chi non appartiene all'eroica 
spedizione dei Mille, e ne incaricherò quindi l'amico mio Macchi. 
Avrà da me il più vigoroso appoggio. 

Sempre v.""" 
G. Garibaldi. 

Roma 7-5-75. 

(Dal Dottor Nino Dagna — Autografa la firma). 



1 28. — Ad Antonio Griziotti. Approva la scelta di 
Achille MaioccM, a deputato di Bor ghetto Lodigiano. 

Roma 14-5-75. 
Mio carissimo Avvocato 

La scelta di Achille Malocchi a Deputato di Borghetto è segno di 
gran buon senso e patriotismo di codesta popolazione. 

Io credo non vi possa essere un uomo superiore a Malocchi in 
modestia, bontà e valore, come milite della causa della giustizia nel 
mondo. 

Ne sono proprio commosso e sono 

Vostro 
G. Garibaldi. 



— 325 — 

(Dalla Sif^nora Giuseppina Marabelli ved. Griziotti — Autografa 
la firma — Pubblicata dallo Ximenes, TI, pao;, 176). 



1 29. - A Benedetto Cairoli. Si scusa di non poter in- 
tervenire all'' inaiigu inazione del Monumento ad Adelaide Cai- 
roli. 

Caprera 11 ottobre 1875. 
Mio carissimo Benedetto 

Coir immenso desiderio di vedere voi, la preziosa vostra compagna 
ed i monumenti sacri di Gropello, mi sarà impossibile d'intervenire 
all' erezione del Monumento della Gran Donna italiana. 

Vi saluto di cuore, vi ringrazio e sono sempre 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



1 30. — A Benedetto Cairoli. Lo aiwerte di attendere il 
generale Fahrizi "per stabilire il giorno della riunione per i 
veterani del '48 e '49. 

Roma 15-1-76. 

Mio carissimo Benedetto 

Grazie per la gentile vostra del 14. Aspettiamo qui il Generale 
Fabrizi per vedere quando debba aver luogo il meeting per i veterani 
del 48-49. 

Un caro saluto alla signora dal sempre 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



131. — A Benedetto Cairoli. Gli raccomanda una istanza 
dei veterani del '49. 

Caro Benedetto 

Vi raccomando la domanda dei nostri reduci del 1849 — Vogliate 



— 326 — 

mettervi d' accordo col deputato Correnti e presentare al parlamento 
anche a mio nome una domanda in proposito. 
Un saluto dal vostro sempre 

G. GrARIBALDI. 

Museo del Risorgimento — Autografa senza data). 



1 32. — A Gaetano Sacchi. Lo oHngrazia per un ricordo 
della battaglia di SanV Aritonio inviatogli. 

Mio caro Sacchi 

Grazie per il glorioso ricordo della battaglia di S. Antonio. 
Accettate una stretta di mano dal sempre 

Vostro 
G. Garibaldi. 
Roma 9-2-76. 

(Museo del Risorgimento — Autografa la firma). 



1 33. — A Benedetto Cairoti. Lo nomina generale deWe- 
sei^cito garibaldino. 

Caprera 10 ottobre 1876. 
Mio carissimo Benedetto 

Ebbi sempre grandissimo rimorso di lasciar morire il nostro pro- 
dissimo Simonetta senza il titolo di generale — Non voglio finirla io 
senza render a voi ciò che meritate. A contare da oggi vi nomino 
generale dell'esercito che fu da me comandato. 

E questo un dover mio quindi tregua alla modestia. 

Per la vita V.'"^ 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa — Pubblicata in u La 
Famiglia Cairoli » pag. 23). 



1 34. - - A Benedetto Cairoli. Deplora le condizioni d'altana 
e gli errori del Governo. 



— 327 — 

Caprera 28 marzo 77. 
Mio carissimo Benedetto 

Invecchiando e piegando sotto il peso degli ciiiiii e dei malanni, 
io sento più fervido 1' affetto mio per voi, che tanto meritate — 

Ambi amiamo il nostro paese — e credo sanguina 1' anima nel 
vederlo cosi malmenato — Depretis prova per la quarta volta la sua 
nullità — e Mezzacapo è un ministro della guerra degno di Depretis 

— Dalla guerra, ch'io speravo veder attuare una economia immensa 

— si vede invece che oltre a 230 milioni di bilancio — cotesto — 
nemmen ministro di pace — abbisogna oltre altri 100 millioni — 
supongo per kepi, pistagne, stelle etc. etc. Povera Italia! 

Perdonate questo mio sfogo Benedetto araat."^" io scoppio di nausea 

— e non so perchè non paleserò alla nazione tante stoltezze — 
Bacio la mano all'amabilissima v.^ Elena. V'invio una parola per 

Romussi e sono per la vita v/° 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



135. — A Benedetto Cairolt. Lo prega di pi^endere a 
cuore le soi'ti d'Italia influendo sull'animo di Depretis. 

Caprera 18 aprile 77. 
Mio caro Benedetto 

A forza di ostinazione e di servilismo il Depretis ha creato l'in- 
ternazionalismo — e continuando sulla stessa via, chi vivrà ne vedrà 
delle più belle — Voi capite bene — nell'alta v.'"' intelligenza — 
esser i malcontenti e le rivoluzioni cagionati da pessimi governi. 

Usate della vostra influenza sul suddetto — e sarebbe fortuna — 
se poteste metterlo su miglior via. 

La venuta vostra coli' amabilissima Elena sarà per noi una festa. 

Per la vita V.''^ 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



I 36. — A Benedetto Cairoli. Lo ringrazia di quanto egli 
fa per il suo divorzio colla Raimondi e gli domanda con- 
siglio. 



— 328 — 

Caprera 1 agosto 77. 
Mio car.'^^ Benedetto 

Mi si assicura che v' impegnate ad occuparvi dell'affare mio colla 
Raimondi — e ve ne sarò ben grato — Il mio notajo di Codogno — 
D/ Gaetano Cattaneo — m' inviò una procura in carta bollata — 
col nome dell' avv.*^° mio procuratore in bianco — Ditemi se devo 
firmarla, riempirla col caro vostro nome ed inviarvela. 

Mando qui compiegata una lettera dello stesso notaio in cui tro- 
verete il quarto paragrafo marcato da me con una -f" — che mi 
sembra molto importante per poter attaccare quella Signora. 

Spero nella preziosissima vostra amicizia e sono per la vita 

V.ro 
Gì-. Garibaldi. 
Un caro saluto all' amab."^^ v.*"* compagna. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



137. — A Benedetto Cairoli. Lo loda e lo approva per 
quanto fa contro il Ministero. 

Caprera 18 dicembre 77. 
Mio caro Benedetto 

TI capitanare gli uomini onesti, decisi a rovesciare un ministero 
reprobo — non sarà il minor servizio reso all' Italia dai Cairoli. 

Accogliete un mio cenno di .lode, proseguite nell'eroico divisa- 
meato — e quando crediate agiungere il mio nome ai militi della 
vostra coorte — già sapete che sono roba vostra. 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



138. — A Benedetto Cairoli. Lo ringrazia di non aver 
accettata la pì-esidenza della Camera. 

Caprera 18 gennaio 78. 
Mio caì\"^'^ Benedetto 
Telegrafai una parola a Mancini per la morte del re — 



— 329 — 

Vi ringrazio di non aver accettato la presidenza della Camera — 
Devono esservi grati se condiscendete ad accettare la presidenza del 
consiglio dei Ministri. 

La conferma al ministero di Depretis e Mezzacapo è una sventura. 
Tutti qui vi salutano con affetto assieme alla gent."''^ v."^ Elena. 

Io sono per la vita V/*^ 

Gr. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 39. — A Benedetto Cairoli. Gli dà consigli sulV aboli- 
zione del macinato, la sosi^ensione dell' emigrazione e la co- 
stituzione militare italiana. 

Caprera 2 aprile 78. 
Mio car.'^° Benedetto 

Ebbi il telegramma — emanazione dell' anima vostra gentile — e 
ve ne ringrazio — Se mi permettete — quando mi giunga alcuna 
idea che mi sembri proficua — ve la comunicherò — colla condi- 
zione che ciò non vi disturbi dalle somme occupazioni vostre — e 
ne facciate il caso che vi sembrerà — 

1. L' abolizione del macinato farebbe un effetto sorprendente — 
Oh! se il nostro Doda trovasse un compenso a quella maledetta tassa! 

2. Conviene sospendere l' emigrazione dei nostri contadini in lon- 
tani paesi — e trovare il modo di stabilirli nell'Agro Romano — Le 
spese si potrebbero fare coi denari che si sprecano alle fortificazioni. 

3. Da 17 a 50 anni ogni Italiano è milite — E ciò non implica 
lo scioglimento per ora dell' esercito. Ma darebbe il tono che manca 
all'Italia come nazione militare — poiché ho paura — se dovessimo 
sostenere una guerra seria — Converrebbe obbligare i municipi a 
mandare i giovani atti all' esercizio della carabina con premi — e 
non a messa. 

Per la vita v.""" 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa — Pubblicata con no- 
tevoli varianti in Ximenes, FI, pag. 231). 

5* 



~ 330 — 

1 40. — A Benedetto Cairoli. Gli raccomanda la salute 
per il bene d'Italia. 

Caprera 13 aprile 78. 
Mio car.'^^^ Benedetto 

Grazie per la preziosa v.^ del 4 - Sopra ogni cosa, vi raccomando 
di non alterar la salute nel difficilissimo impegno che vi siete as- 
sunto — Italia abbisogna di voi, e non vedo chi potrebbe sostituirvi — 

Conoscendomi vostro — tutti voglion commendatizie — e spero 
tediarvi poco — 

Per la vita V/° 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



141. -A Benedetto Cairoli. Gli raccomanda V ufficiale 
Bandi. 

Caprera 15 aprile 78. 

Mio car.'^^ Benedetto 

V invio una lettera del nostro Bandi — che fu ferito con tre 
palle a Galatafìmi — Imploro per lui giustizia — e sono per la vita 

G. Garibaldi. 
Lo credo uno dei più distinti Ufficiali che possieda l'Esercito. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



142. — A Beìtedetto Cairoli. Gli raccomanda d' agire e 
gli dà consigli e suggerimenti in proposito per migliorare le 
sorti del paese. 

Caprera 5 maggio 78. 

Mio car.'^^ Benedetto 

Al principio del 1^ Ministero Depretis — io dissi al nostro Za- 
nardelli : a I Ministeri passati furono dittature malefiche — il vostro 
dev' essere una dittatura benefica 7i Giacché non si tratta solamente 
di far bene — ciò che tutti sperano certamente da voi — ma di far 
presto, essendo urgentissimo di migliorare le condizioni del paese — 



— 331 ~ 

e di chiuder la bocca ai vostri nemici di destra e di sinistra — in- 
teressati a ritardare il vostro ben fare con ciarle per poter dire che 
siete inetti. 

Colla coscienza di far bene dunque — fate — e darete poi conto 
del vostro operato al Parlamento — Il paese giubilerà — 

L'eccidio di Torino non fu votato dal Parlamento, né l'arresto di 
deputati a Napoli, né villa Raffi etc. etc. Dunque fate : La questione 
economica é la prima — Cominciate per le campane — lasciandone 
una per suonar le ore — col resto fate dei soldi, avrete risuscitato 
la circolazione metallica tanto necessaria alla povera gente — In 
ogni città v' é un Sindaco nominato dal Governo — Supplisca alle 
prefetture e sottoprefetture. 

Sospendete i lavori delle fortificazioni contro Roma — Giungendo 
m. alla tassa unica voi potrete mandare all' esercito da quindici a von- 
f timilla militi — oggi inutili come guardie doganali e daziarie. 

Cesso per non nojarvi, e sono sempre per la vita 

^ G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 43. — A Benedetto Cairoli. Gli consiglia la diminuzione 
)^el numero de' soldati nell'esercito permanente. 

Caprera 12 giugno 78. 
Mio car.'^'^ Benedetto 

Grazie per quanto fate per i nostri fratelli di Talamone — 

Il macinato vi da e vi darà dei fastidi — abolitelo — Dei 400000 

;iovani tenuti inutilmente sotto le armi — mandatene 300000 a ta- 

;liar i grani, e a preparare il terreno al futuro raccolto — avrete un' 

[immensa economia — che con tante altre vi collocheranno in istato 

[di fare il bene del paese — 

La Germania comincia a provare che non sono gli eserciti per- 
lanenti che fanno la sicurezza e felicità dello Stato — 

Voi dovete far capire questo al sovrano ed aver un ministro della 
guerra che se ne persuada. 
Per la vita V.""" 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



— 332 — 

1 44. — A Benedetto Cairoli. Gli consiglia di curar la 
salute. 

Caprera 22 luglio 78. 
Mio car.'^'' Bewidetto 

Sopratutto conviene aver cura della V."" salute. Italia più che mai 
abbisogna di voi — Lasciate gridare e voi proseguite la missione 
gloriosa. 

Per la vita V.»"^ 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 45. — ^1 Benedetto Cairoli. GV invia due lettere rela- 
tive ai danneggiati politici meridionali. 

Caprera 7 settembre 1878. 
Mio car."^^ Benedetto 

V'invio due lettere relative ai danneggiati politici meridionali, 
che reclamano i sei milioni decretati dalla dittatura. 
Per la vita Vostro 

G. GARIBALm. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



146. — A Benedetto Cairoli. Lo prega di indurre Sacchi 
ad accettare il ministero della guerra. 

Caprera 21 ottobre 78. 
Mio car."^^ Benedetto 

Sacchi per ordine vostro deve accettare il ministero della guerra. 
Per la vita V.'"'^ 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 47. — A Benedetto Cairoli. Lo prega di fare eseguire 
un bacino alla Maddalena e far coprire di boschi le isole 
della Sardegna. 



— 333 — 

Caprera 25 ottobre 1878. 

Carissimo Benedetto 

Un bacino alla Maddalena fu già addottato da Saint-Bon e Ra- 
battino. Gli studi sono fatti, presovi di l'arlo eseguire. 

Come Ministro d'Agricoltura poi se volete far coprir di boschi 
queste Isole desolate (meno la Caprera, s' intende) tutti ve ne saremo 
riconoscentissimi. 
Per la vita 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa la firma). 



1 48. ~ A Benedetto Cairoli. Gli dà consigli sul da farsi 
l^er il rniglloi^amento delle condizioni d'Italia. 

Caprera 13 novembre 78. 
Mio carJ^'^ Benedetto 

Vi scrivo perchè ho fede in voi e nei vostri colleghi — e se non 
lo fate voi il bene a cui può pretender l' Italia — non so chi lo 
potrà — 

Voi pÒpolarizzate il Sovrano e va bene — comunque, dovete per- 
suadere Umberto che 1' avvenire non è della monarchia, e che la di 
lui dinastia durerà in ragion diretta dei vantaggi portati all' Italia. 
Vi pare che per esempio: limitrofi della Svizzera come siamo, ove 
un individuo paga U lire per esser ben governato — e noi più di 50 
— sia cosa che possa durar molto tempo — 

Bene — giacché il giovane re vi crede giustamente, illuminatelo 
sul vero sentiero da seguirsi per il bene suo e quello del paese — 
Per uno stato retto liberamente la lista civile è esorbitante — e lo 
sono pure i palazzi e le tenute regie. Inoltre per i grandi lavori di 
cui abbisogna l'Italia — e per spingerla a quel grado di prosperità 
a cui può pretendere — non bastano certamente pochi milioni lesi- 
nati su d'un cespite o l'altro delle rendite pubbliche: vi vogliono 
delle misure radicali — che vi possano economizzare dei miliardi — 
Gli Stati Uniti per esempio — in 15 anni hanno araortizzato 4 mi- 
liardi del debito publico — e noi sopratutto dobbiamo alleggerire 
quella camicia di Nesso che sono i 600 milioni d' annuo interesse per 
il debito nazionale. 



— 334 — 

Le nuove costruzioni per le Ferrovie sono sicuramente necessarie 
— Ma esse sono poca cosa a paragone dei lavori di cui abbisognano 
i nostri fiumi — Il Po per esempio — che s' incammina ogni anno 
più, a voler inghiottire gran parte delle più ricche provincie del 
settentrione — non può lasciarsi così ? E converrà ben incanalarlo 
quando vi si voglia rimediare — E il Tevere per cui nulla s'è fatto 
ancora per colpa principalmente d' un amico nostro — Ed il porto 
di Genova — e tanti altri fiumi e porti — e le immense bonifiche 
colle quali speriamo il nostro Baccarini potrà fermare la vergognosa 
emigrazione dei nostri poveri contadini. 

Quando vi noio me lo direte — intanto sono sempre per la vita 

G. Garibaldi. 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 49. — Ad Achille Maiocchi, dopo il volo parlamentare 
delVll dicembre 1818. 

Caprera 1 1 febbrajo 79. 

Mio carissimo Maiocchi 

Il voto dell' 11 dicembre fu un sacrilegio e gli ex che Èq furono 
gli autori hanno capito certo nella colpevole loro coscenza che il mio 
telegramma a Dobelli era a loro diretto. 

Cairoli, Zanardelli e compagni in cui sperava il paese sanno molto 
bene quanta stima ed amicizia consacrai a loro per la vita come a 
voi stesso. 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Dal Rag. F. Maiocchi — Autografa la firma — Pubblicata in- 
completa dallo Ximenes, II, pag. 255 coli' indirizzo a Alla Direzione 
della Capitale »). 



1 50. — A Gaetano Sacchi. Gli ricorda la gloriosa gior- 
nata di Sant'Antonio. 

Caprera i 1 febbraio 79. 
Mio car.'"^^ Generale Sacchi 
Il ricordo vostro mi ha commosso. S. Antonio fu una vera gloria 



^ È3b — 

italiana in cui io ebbi la fortuna di portarvi ferito sulle mie spalle. 
Per la vita 

Vostro 
G. Garibaldi. 

(Museo del Risorgimento — Autografa la firma — Pubblicata nel 
giornale u La Democrazia » n. 16, 2 giugno 190G). 



151. —A Benedetto Cairoti. Lo prega di indurre i so- 
vrani ad aprire una sottoscrizione per deviare il Po. 

Civitavecchia 10 agosto 79. 
Mio c.ar.'"^^ Benedetto 

Invitate i Sovrani ad iniziare una sottoscrizione per deviare il Po 
— Riunite questa alle tante glorie. Baccarini è degno di tanta im- 
presa che salverà la più bella parte d'Italia da catastrofi sicure. 

V invio una lettera di Semenza e poche parole del Thnes. 

Per la vita V/° 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 52. — A Benedetto Cairoli. Gli annuncia V avvenuto 
suo matrimo7iio con la 'Pignora Francesca. 

Caprera 28 ? 1880. 
Mio car.'^^ Benedetto 

Grazie a voi e ad altri amici — ho potuto soddisfare 1' ardente 
desiderio di legitimare la sorte della mia giovane famiglia — col 
matrimonio eseguito il 20. Ve ne sono ben riconoscente e per la vita 

G. Garibaldi, 
(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 53. — A Benedetto Cairoli. Si rallegra con lui della 
cacciata dei gesuiti. 

Caprera 5 aprile 1880. 
Mio car.'^'^ Benedetto 

Ho veduto il nostro Salterio, Griziotti e compagni — Ve ne sono 



— 336 — 

grato — Non vi viene l'acquolina alla notizia della cacciata dei ge- 
suiti? L'Italia senza tale malore potrebbe progredire verso il bene. 
CJn caro saluto alla Sig/^ Elena dal V/° 

G. Garibaldi. 

(Archivio Cairoli in Gropello — Autografa). 



1 54. — Ad Antonio Griziotti. Gli comunica un suo tele- 
gimmnia ai Romani in occasione del suffragio universale. 

Caprera 14 giugno 1880. 

Mio caro Griziotti 

Telegrafai ai Romani : u Non miserie, suffragio Universale vuole 
la Nazione ii. 

V.''^ sempre 
G. Garibaldi. 

(Dalla Signora Giuseppina Marabelli ved. Griziotti — Autografa). 



SLl mimi DELL' Milo IL COLLEGIO CASILII 



-A. JP^'V^XJ^ 



U arte antica a Pavia passa un brutto quarto d' ora. Tutti 
sanno dell' affresco della Chiesa di S. Agata in Monte misera- 
mente venduto a un ingordo incettatore di opere d'arte. Degli 
affreschi scoperti nei restauri di S. Teodoro, affreschi da me 
pubblicati e illustrati nell' ultimo fascicolo del Bollettino, uno 
è caduto, gli altri rischiano di cadere. 

Ora è la volta di richiamare 1' attenzione del pubblico e della 
Direzione generale per le belle arti e dell' Ufficio regionale per 
la conservazione dei monumenti su la sorte degli affreschi del- 
l' Oratorio del Collegio Castiglioni; i quali sono una nobile te- 
stimonianza della splendida cultura e della civiltà lombarda nel 
secolo XV, e insieme il più cospicuo saggio di pittura del Quat- 
trocento ehe possegga Pavia, e uno de' più cospicui di pittura 
lombarda preleonardesca. 

Non è mio intendimento descrivere né illustrare questi af- 
freschi, notissimi — se non al gran pubblico (1) — a gii stu- 
diosi, non soltanto italiani, di storia dell' arte. Primo li descrisse 
(in verità, con poca esattezza) il Moiraghi (2), e poi li studiò 
compiutamente, proseguendo per ben quattro anni le sue ri- 

(1) Il Baedecker non li conosce. E non sono neppure nominati nelle non 
poche pagine che dedica a Pavia G. Chiesi nella monografia La Provincia di 
Pavia, che fa parte de La Patria di G. Strafforello (Torino, Un. tip. editrice, 
1896) ! 

(2) D. Pietro Moiraghi, Su i pittori pavesi, Epoca seconda, Pavia, Fusi, 
pp. 344-50. 



338 



cerche, il Carotti (1). Solo per quelli tra i lettori del Bollettino 
che non li abbiano ancora visti, dirò poche cose. 

Com' è noto, la casa, in Via S. Martino, del prof. Luigi Bru- 
gnatelli, nella quale si vedono qua e là tracce dell' antica co- 
struzione, è r ediflzio del Collegio fondato nel 1426 per venti- 
quattro studenti poveri dal cardinale Branda Castiglioni : da 
quello stesso Cardinale che creò, si può dire, Castiglione d'Olona, 
dove narrano la sua gloria gli affreschi ne' quali Masolino da 
Panicale fu de' primi a tentar di ritrarre la natura con la co- 
noscenza dello scenziato e con 1' occhio dell' artista. 

L' oratorio di questo collegio, affrescato per ordine del car- 
dinal Branda Castiglioni juniore (1415 ?-1486), ne' primi anni del 
secolo XIX fu trasformato in portineria ; e la metà superiore 
de la Cappella divenne, ed è tuttora, la camera da letto della 
numerosa famiglia del portinajo di Casa Brugnatelli. 

Nella parte inferiore è scomparsa ogni traccia di pitture, 
salvo che lungo il muro d' una scaletta che conduce alla parte 
superiore : la vòlta e le quattro pareti di questa sono ancora 
adorne di mirabili affreschi. 

Nei quattro spicchi della vòlta (la quale meriterebbe una 
lunga descrizione, che io non farò), entro corone di foglie e di 
frutti, son rappresentati il leone, il bue, l' aquila, l' angelo, i 
simboli insomma dei quattro evangelisti. Le cordonature son ri- 
vestite di foglie verdi e di mele gialle, e fiancheggiate da festoni 
di foglie e di melograno, che spiccano bellamente sul fondo rosso 
cupo della vòlta. 

Ma più che dalla vòlta brillante, la quale è, soprattutto, una 
maravigliosa opera d'arte decorativa, l'occhio dello spettatore è 
attirato dal grande affresco che copre la parete settentrionale, 
rappresentante la Resurrezione. Il Redentore (forte e sereno 
quale piacque al gusto del Rinascimento, spregiatore d' ogni 
mortificante ascetismo) è uscito dal sepolcro, e poggia su un'alta 
rupe, con la destra in atto di benedire, col vessillo della reden- 

(1) Giui-io Carotti, Gli affreschi delV Oratorio dell' antico Collegio Casti- 
glioni in Pavia, in Archivio storico delV arte., serie li, a. II (lioma, 1897) 
fdsc. IV. 



I 



— 33d - 

zione nella sinistra; avvolto nel funebre lenzuolo, ma col petto 
ignudo. A lato del sepolcro scoperchiato, quattro guardie. Delle 
due di sinistra, la più vicina al sepolcro (che è la figura meglio 
conservata e la più vigorosa, forse, di tutto V affresco) è caduta, 
per lo spavento, distesa sul proprio scudo ; V altra (quasi tutta 
rovinata dall' apertura fatta nella parete per farvi passare la 
cappa d' un camino) fugge dalla parte opposta. Questi due sol- 
dati, secondo il Moiraghi, stanno in atto di mirar la gloria 
del Nazareno ! Le due guardie a destra son cadute tutte e due : 
la prima, caduta a rovescio, si ripara gli occhi dal bagliore che 
emana dal Risorto ; la seconda è caduta bocconi sul suo scudo 
(non è dunque in fuga, come scrive il Moiraghi !). Nello sfondo, 
a destra, una città turrita, bagnata da un fiume su cui galleg- 
giano barche ; a sinistra, su la riva, un castello. Sotto la Re- 
surrezione si legge un' inscrizione che ricorda il committente 
e l'anno 1475 (non 1473, come lesse il Moiraghi) (1). Sotto l'in- 
scrizione, un' immagine del Padreterno, forse più antica dell' af- 
fresco descritto. 

Su la parete di levante (che doveva essere, secondo il Garetti, 
la parete dell' altare) si vede, in alto, una vigorosa mezza figura 
del Padreterno, sorretto da una gloria di cherubini ; sotto, colli 
con casette, alberi, un levriere che insegue una lepre. 

Su la parete di ponente, nella quale fu aperta un' ampia fi- 
nestra, vediamo ai lati della finestra replicato lo stemma dei 
Castiglioni : un castello col leone rampante. Sotto gli stemmi, 
doveva esser rappresentata la nascita del Salvatore : non resta 
che un frammento d' angelo con la scritta : Anòzio gaodiom 
maignom. 

L'affresco della parete di mezzodì rappresenta un suntuoso 
corteggio di cavalieri del secolo XV, che move da un turrito 
castello, posto in alto, tra monti. Il fantasioso Moiraghi ci vide 
rappresentata la venuta in Pavia del Cardinal Castiglioni per 
fondarvi il Collegio ; ma il Carotti, notando in un angolo a destra 

(1) Di questo affresco si può vedere una copia libera in un affresco della 
prima campata della nave minore di sinistra della Basilica di S. Pietro in Ciel 
d' oro. 



- 340 — 

il tetto d' una capanna, ragionevolmente pensò a \in'Ado7^azione 
de' Magi. E noto del resto che questo soggetto, a cominciare 
dal quadro famoso di Gentile da Fabriano, diede spesso a' pit- 
tori del Quattrocento il pretesto di rappresentare, con una splen- 
dida cavalcata, il costume signorile del loro tempo. Questo che, 
tecnicamente, è il meno pregevole degli affreschi del Collegio 
Castiglioni, à notevole importanza storica ; e contiene forse, come 
per esempio nel gruppo del cavaliere che cavalca a fianco d'una 
donzella, qualche ritratto. 

Gli affreschi del Collegio Castiglioni sono evidentemente di 
vario pregio e di varie mani : è molto probabile, per altro, che 
alcuni, almeno uno, di essi e la concezione generale apparten- 
gano a un solo artista. 

A chi veda la prima volta la Resurrezione, che è la più 
possente di queste pitture, vien fatto subito di pensare a quel 
grande artista che rinnovò la pittura lombarda pisanelleggiante 
e masolineggiante con Cristoforo Moretti, con Michelino da Be- 
sozzo e con gli Zavattari, importando in Lombardia la dotta e 
rude maniera padovana : dico a Vincenzo Foppa, al glorioso 
iniziatore della scuola pittorica lombarda del Quattrocento, pre- 
leonardesca. Il buon Moiraghi non dubitò d'attribuire al Foppa 
tutti questi dipinti : anche i più deboli, come i simboli degli 
evangelisti, e la Cavalcata. Più sagace, il Carotti, dopo aver in- 
stituito giudiziosi confronti, notando nella Resurrezione caratteri 
padovani, non dubita di attribuirla al Foppa. Quanto alla vòlta, 
gareggiante con quella de la Cappella Portinari nella Chiesa di 
S. Eustorgio a Milano, gli affreschi sarebbero stati eseguiti da 
collaboratori del Foppa su disegno del maestro : specialmente 
r angelo, languido e inespressivo, sarebbe opera d' un suo de- 
bole seguace. Nella mezza figura del Padreterno si nota un fare 
largo e maestoso, veramente foppesco. Né mi pare trascurabile 
il particolare del fondo di testine d' angelo, che doveva divenire 
una delle caratteristiche del Borgognone, il quale dovè non poco 
al Foppa. La Cavalcata è opera manifestamente inferiore. In- 
somma, gli affreschi del Collegio Castiglioni sarebbero stati ese- 
guiti dal Foppa e da' suoi collaboratori. Anche la decorazione 



— 341 — 

de la Cappella Portinari a S. Eustorgio, dai più attribuita al 
Foppa, non è tutta sua. Si sa che allora i grandi lavori decora- 
tivi erano intrapresi da vere e proprie associazioni di pittori. Per 
esempio, nel 147G, proprio un anno dopo il compimento del 
nostro Oratorio, attendevano ad affrescare la Cappella del Castello 
di Pavia, con Vincenzo Poppa, Giacomino Yismara, Costantino 
da Yaprio e Bonifacio Bembo. 

So che il Malaguzzi (1) e il Maj occhi (2) negano V attribu- 
zione al Poppa, e credono probabile che i nostri affreschi siano 
stati eseguiti da B. Bembo. Il Maj occhi scrive : « Un documento 
da me trovato nell'Archivio Notarile, del 1475, ci apprende che 
in queir anno abitava nel Collegio Castiglioni un artista, com- 
pagno di lavoro del Poppa, il noto Bonifacio Bembo. Questa no- 
tizia ha un certo valore per la soluzione della questione ». À 
un certo valore, sì; ma non infirma l'intuizione di chi crede 
questi affreschi in parte opera del Poppa, in parte eseguiti sotto 
la sua guida da suoi compagni di lavoro, non escluso Bembo. 
Si aggiunga che, se il Bembo abitava nel Collegio, il Poppa, se 
dobbiam credere al Moiraghi, abitava nella stessa via. Ma io 
non voglio neppur tentare di risolvere la quistione. Dirò da ul- 
timo che, mentre la maniera foppesca ci è nota per parecchie 
opere superstiti del glorioso maestro, ci è ignota la maniera di 
colui che fu il massimo pittore cremonese prima del Beccaccino: 
di Bonifazio Bembo non possediamo nulla (3). 

Quel che importa a me, è far conoscere il presente stato di 
questi affreschi, perchè chi deve e chi può, voglia provvedere 
alla loro conservazione. 

Guasti più volte da disgraziati ritocchi, questi affreschi sono 

(1) Francesco Malaguzzi Valeri, Pittori lombardi del Quattrocento, Mi- 
lano, Cogliati, 1902, p. 122. 

(2) D. Rodolfo Majocchi, I migliori dipinti di Pavia, Pavia, 1903, pp. 114-5. 

(3) Più volte il Bembo fu adoperato a Pavia. Il periodo più splendido della 
sua atiività é forse quello che va dal 1469 al 71, quando col Foppa e col Bu- 
gatto egli attendeva alla decorazione del Castello. Di queste pitture non restano 
visibili tracce. Chi sa quanti tesori d'arte nasconde (ed è fortuna) l'intonaco 
soldatesco ! 



— 342 — 

in condizioni lacrimevoli. Anche la decorazione della vòlta (che 
parve al Garetti unico saggio quasi intatto di vòlta decorata 
nella seconda metà del Quattrocento in Lombardia) à perduto 
molto della sua vivacità, e à due spicchi rovinati. Ma soprattutto 
minacciata è la vita degli affreschi delle pareti. 

La parete della Cavalcata è in parte coperta dalle spalliere 
di tre letti, uno de' quali matrimoniale, da due cassettoni, che 
fanno anche da comodini, da quadri, pilette d' acqua santa, ceri 
benedetti inchiodati al muro. Uno degli stemmi della parete di 
ponente (proprio quello con inscrizione) è nascosto da un cas- 
settone e da un comodino. La parete, dirò così, del Padreterno 
(già dimezzata da un'ampia finestra) è in parte coperta da una 
tenda. La parete della Resurrezione, finalmente, è interrotta dalla 
scala, da due letti con comodino, da un quadro, da un armadio, 
da una tenda — senza dire del camino, che à guastato a sinistra 
il mirabile affresco! 

voluto fare questo po' po' d' inventario per documentare a 
dovere una pagina della poco gloriosa storia della conservazione 
delle opere d'arte in Italia.' E finisco, pregando il prof. Brugna- 
telli di voler essere, com' è benemerito della scienza, benemerito 
dell' arte, conservando alla patria, d' accordo con la Direzione 
generale per le Belle Arti e con l'Ufficio regionale per la con- 
servazione dei monumenti, questi insigni avanzi dell'arte lom- 
barda del Rinascimento. 

Giulio Natali. 



RECENSIONE 



Luigi Rossi, Lega ira il duca di Milano^ i Fiorentini e CarloVII 
re di Francia (" Arch. stor. lombardo », an. XXXIII, fase. X). 

L'autore, che già in altri pregevoli lavori ha illustrato la storia 
diplomatica e militare del secolo XV, specialmente in ordine agli 
stretti rapporti che corsero tra "Venezia, Savoia e Napoli per abbat- 
tere la potenza di Francesco Sforza, rappresenta in questa breve ma 
interessante monografia la reazione fortunata che il duca di Milano, 
coir aiuto incondizionato e cordiale di Cosimo e dei Fiorentini, seppe 
opporre ai suoi potenti avversari. 

All' infuori del papa, che fin d'allora mirava a stabilire la pace 
generale d'Italia, quasi tutti gli stati minori della penisola si erano 
stretti, per timore o per interesse, a Venezia e a Napoli, alle quali era 
assicurato anche l'appoggio dell'imperatore. 

Firenze e Milano, che si sentivano direttamente e gravemente 
minacciate da quella potente coalizione, volsero gli occhi a Carlo VII 
di Francia; e il 21 febbraio 1452 riuscirono a concludere con lui una 
specie di triplice alleanza, della quale il Rossi espone appunto nel 
suo studio le fasi diplomatiche, illustrandole anche, in appendice al 
suo lavoro, con un copioso ed interessante materiale archivistico. 

Ispiratrice della nuova lega fu Firenze, legata alla Francia, oltre 
che dalle tradizioni storiche, e da interessi economici e politici, 
in quanto aveva favorito sempre Renato d'Angiò contro il re d'Ara- 
gona: ma Cosimo doveva vincere i sospetti e le dubbiezze dello 
Sforza, che da una parte temeva di perdere il ducato, per le preten- 
sioni, fin d' allora notorie, del duca d' Orléans sulla Lombardia, e 
dall' altra paventava il partito guelfo di Milano, sempre pronto alla 
rivolta in favore dei Veneziani. 

« Io so — scriveva Agnolo Acciaioli al duca di Milano — che la 
" S. V. non vorria potenzia di Franciosi in Italia ; ma io cognoseo, 
u se le cose non sono mutate da tre mesi in qua, che la S. V. ha 



— 344 - 

u solo uno rimedio a fare questo, el quale è che la S. V. e noi fac- 
u ciaino acordo col Re di Francia.... Il duca d' Orliensi... s' è acco- 
« stato al Duca di Borgogna il quale non è sanza sospecto al pre- 
ti dicto Re... e non gli piacerebbe che Orliensi fosse signore di 
u Lombardia et congiunto con Borgognia ». 

Anzi^ a detta dell'Acciaioli, Carlo VII aveva rimproverato il cu- 
gino d' aver assunto il titolo di duca di Milano. 

I ragionamenti dell'Acciaioli, esatti forse in quel momento, ma 
pericolosi e fallaci per le conseguenze, che dovevano avere in un 
prossimo avvenire, e le esortazioni del Dietisalvi, della corte e 
della moglie persuasero Francesco Sforza, il quale interruppe bru- 
scamente le trattative di pace, che, colla mediazione del papa, si 
erano già avviate con re Alfonso e con Venezia, e, d' accordo con 
Cosimo, spedi in Francia ambasciatore quello stesso Acciaioli, che 
aveva saputo trionfare delle sue riluttanze. A confermare Francesco 
Sforza in tale risoluzione, paurosa per lui e per la sua casa di pos- 
sibili complicazioni per 1' avvenire, contribuì fors' anche una rivolta 
preparata dal partito guelfo milanese, la quale scoppiò di li a poco, ma 
che falli sul nascere, perchè il duca, benché assente per la peste, 
fece rapidamente occupare la città da numerose forze armate. 

L'Acciaioli giunse alla corte di Carlo VII nel novembre del 1451 
e nelle sue trattative ebbe subito un potente collaboratore, che gli 
venne involontariamente fornito dal papa stesso. Questi infatti, sma- 
nioso di pacificare il re d' Inghilterra con Carlo VII per unire le 
forze d' Europa contro i Turchi, aveva inviato suo legato in Francia 
il cardinale d' Estouteville : ma il cardinale, amico 9Ì Fiorentini e 
più ancora allo Sforza, profittò dell' occasione per fare apertamente 
gli interessi dei due alleati e sostenere l'Acciaioli nella sua missione. 

Ad onta di questo, i negoziati minacciarono di naufragare quando 
erano già prossimi alla conclusione, perchè in Francia si ebbe no- 
tizia certa di un capitolo segreto inserito nell' alleanza stipulata allor 
allora fra Genova, Firenze e Milano, nel quale si stabiliva che la 
lega avesse pieno vigore anche contro eventuali attacchi del re di 
Francia alla repubblica genovese. 

Invano l'Acciaioli, che delle trattative con Genova era minuta- 
mente informato, aveva tentato di condurre rapidamente al termine 
la sua missione, in modo che il trattato con Francia precedesse 
quello colla repubblica : quella prova di disinvoltura, cosi propria di 
queir età, creò gravi imbarazzi all'Acciaioli e dette maggior credito 



— 345 — 

agli avversari dello Sforza e specialmente al duca d'Orléans, che, 
nell'interesse proprio ed anche perchè istigato dal re Alfonso e dai 
Veneziani, osteggiava acremente la proposta alleanza. 

Ma l'astuzia dell'inviato fiorentino e più l'influenza di Renato 
d'Angiò e del cardinale d' Estouteville ebbero finalmente il soprav- 
vento ; e 1' alleanza, che doveva durare fino al 24 giugno 1453, fu, 
come già vedemmo, conclusa il 21 febbraio 1452 nel castello di Mon- 
teliorum presso Tours : vero è però che, per giungere a questa con- 
clusione, si era dovuto in conclusione sacrificare il capitolo segreto 
già concordato con Genova ! 

Nel patto di Monteliorum era infatti detto che, qualunque spedi- 
zione avesse fatto in Italia il re di Francia, i Fiorentini e il duca 
m V avrebbero aiutato con tutte le loro forze, purché la spedizione 
stessa non fosse stata né contro il papa, né contro il re dei Romani! 
Questo capitolo annullava di fatto quello stretto con Genova : lo ne- 
gava l'Acciaioli; ma ch'egli fosse ben persuaso del contrario, lo di- 
mostra il fatto eh' egli comunicò a parte quel capitolo allo Sforza, 
affinchè, occorrendo, potesse mostrare una copia del trattato, priva 
dell' importante clausola. 

Alla notizia del trattato di Monteliorum, Venezia e re Alfonso 
proclamarono la guerra nella fiducia di abbattere la lega prima del- 
l' arrivo delle milizie francesi; ma della guerra, che ne segui, l'autore 
promette di trattare in altro articolo. 

Questo il riassunto dello studio del Rossi, pregevole sopra tutto 
per la pubblicazione delle lettere dell'Acciaioli dalla Francia. Non 
ci sembra però lodevole l'abitudine di mutilare i documenti, interca- 
landoli in parte nel testo e pubblicando il resto nell'Appendice. 

R. S. 



BOLLETTINO BIBLIOGRAFICO 



Koch H., Die Kìrchenhusse des 
Kaisers Theodosius d. 6rr. in Gè- 
schichte und Legende fin Histori- 
sches Jahrbiich XXVIII Bd. 2 
Heft). Munchen, 1907. 

La questione trattata dall' au- 
tore fu già oggetto di studio da 
parte del bollaridista F. van Or- 
troy e dell' accademico francese 
duca di Broglie. Essa riguarda, 
non il fatto incontestabile della 
penitenza cui, per invito di Am- 
brogio vescovo di Milano, sog- 
giacque Teodosio in seguito allo 
eccidio di Tessalonica, ma 1' a- 
neddoto clamoroso narrato ,da 
Sozomeno e da Teodoreto, se- 
condo il quale Ambrogio avrebbe 
impedito all'imperatore l'ingresso 
nella basilica di Milano, impo- 
nendogli di confessare prima la 
sua colpa e subire la relativa 
penitenza. L'attendibilità storica 
di questo racconto, ammessa dal 
di Broglie, negata dall' Ortroy e 
da altri che dopo di lui ne ac- 
cettarono le conclusioni, è ora 
studiata nuovamente dal Koch 
mediante l' esame critico delle 
fonti, scevro da ogni preconcetto 
confessionale. 

Il K. osserva che né nella let- 
tera scritta da Ambrogio all'im- 
peratore subito dopo la notizia 
dell' eccidio, né nella orazione 
funebre scritta per la morte di 
lui, in cui pure si fa menzione 



della penitenza, si trova il me- 
nomo accenno alla scena che si 
sarebbe svolta alla porta della 
basilica milanese. Lo stesso si- 
lenzio serba s. Agostino e, quel 
che più monta, Ruffino, la cui 
storia ecclesiastica, che arriva 
fino all'anno 395, fu scritta ne' 
primissimi del secolo V. Secondo 
il K., un passo ambiguo di Pao- 
lino, biografo e segretario di 
Ambrogio, di cui scrisse la vita 
quando già il vescovo di Milano 
era morto da venticinque anni, 
avrebbe dato origine alla leg- 
genda. La quale appare già for- 
mata nella storia ecclesiastica 
di Sozomeno, poi si amplia e si 
abbellisce in quella di Teodoreto, 
e finalmente, per mezzo deWfli- 
storia ty^ipartita di Oassiodoro, 
passa nella tradizione medioevale 
per giungere fino ai tempi nostri. 
In complesso gli argomenti 
addotti dal Koch per relegare 
fra le leggende il famoso epi- 
sodio della porta della basilica 
milanese sono sostanzialmente i 
medesimi addotti dall'Ortroy nel 
lavoro Les vies grecques de Am- 
broise et leurs sources, inserito 
fra gli scritti vari della miscel- 
lanea Ambrosiana, pubblicata a 
Milano nel 1897. Ma se lo studio 
del K. non si raccomanda per 
soverchia originalità, non cessa 
per questo di essere un utile 



I 



— 347 



contributo alla questione, in 
grazia, non foss'altro, dell'adagio: 
repetita juvant. 

Poupardin R., Les instUutions 
politiqiies et administratives des 
principaiités lombardes de V Italie 
meridionale (IX-XI siècles). Paris, 
Champion, 1907, pp. 184. 

Il presente lavoro si collega 
strettamente coll'altro pubblicato 
dallo stesso autore in Le Moyen 
Age, an. 1906-7, dal tìtolo: Éhides 
sur V histoire des 'princijyautés 
lombardes de V Italie meridionale 
et leurs rapports avec l'Empire 
frane. Il P. s' è proposto di esa- 
minare in quale misura le anti- 
che istituzioni longobarde si sieno 
potute mantenere o modificare 
nel ducato di Benevento e negli 
stati che derivarono dal suo 
smembramento, durante il periodo 
che si estende dalla caduta della 
monarchia longobarda sino al- 
l'arrivo de' Normanni. 

Con metodo rigorosamente ana- 
litico e con continui richiami 
alle fonti, il P. passa in rassegna' 
le varie categorie di funzionari 
che s'incontrano negli stati lon- 
gobardi, dal principe e da' suoi 
ufficiali palatini ai gastaldi, ai 
conti, ai giudici, determinandone, 
fin dove è possibile, gli uffici e 
le attribuzioni. In sostanza 1' a. 
dimostra che le istituzioni della 
monarchia lombarda, su cui Are- 
chi e i suoi primi successori 
modellarono quelle del loro stato 
dopo la caduta di Desiderio, re- 
sistettero all'urto dell'invasione 



franca nell' Italia meridionale e 
si conservarono, su per giù, fino 
al principio del sec. XI. 

Certo il carattere di questi 
funzionari non rimase inalterato; 
da semplici agenti del principe, 
in origine^ coli' andar del tempo 
vennero acquistando una mag- 
giore indipendenza. Per esempio, 
al principio del secolo XI, noi 
vediamo che i gastaldi hanno 
preso il titolo di conti e sono 
divenuti de' signori indipen- 
denti che riconoscono solo in 
maniera assai vaga l'autorità 
del principe che risiede a Bene- 
vento e a Salerno. Ma l'a. esclude 
che in tutto questo s' abbia a 
vedere un processo analogo a 
quello che si riscontra nel regno 
franco ; esclude cioè che i si- 
gnori lombardi abbiano nulla di 
comune coi signori feudali. Nes- 
sun atto, egli dice, nessun docu- 
mento prova che nel X secolo 
un gastaldo lombardo abbia ri- 
conosciuto il principe come se- 
nior: anche allora egli conserva 
il suo carattere di funzionario. 

Queste conclusioni del P. ci 
sembrano troppo recise, e in 
parte potrebbero essere tempe- 
rate da un esame più profondo 
dell'argomento; ma non è questo 
il luogo di affrontare una que- 
stione cosi complessa. 

Buona parte dell' interessante 
volume è dedicata al catalogo 
degli atti, giunti fino a noi, dei 
principi di Benevento e di Oapua 
(quello degli atti salernitani fu 
pubblicato dallo Schipa nel 1887), 



- 348 - 



coir aggiunta dì ventun docu- 
menti stampati per intero e un 
indice alfabetico di nomi di luo- 
ghi e persone. 

Collino G., La guerra viscontea 
contro gli Scaligeri nelle relazioni 
diplomatiche florentino-holognesi 
col conte di Virtù {1386-87) (in 
Arch. stor. lomb., XXXIV, fas. I) 
Milano, Cogliati, 1907. 

L' a. non si è proposto di nar- 
rare i fatti militari della guerra 
di Giangaleazzo Visconti contro 
Antonio della Scala, ma di stu- 
diare 1' azione politica spiegata 
allora dal Visconti sia di fronte 
a Venezia e al suo alleato Fran- 
cesco da Carrara, sia di fronte 
alla lega fiorentino-bolognese, e 
le necessarie ripercussioni che 
essa ebbe nelle città dell' Italia 
centrale, nei cui interessi con- 
trapposti r astuta politica vi- 
scontea trovava campo di farsi 
largo, mascherando abilmente i 
suoi veri obbiettivi. E un pe- 
riodo importante di storia diplo- 
matica, perchè in esso furono 
posti i germi di quella rottura 
tra Milano e Firenze che doveva 
durare, quasi senza interruzione, 
fino alla morte di Giangaleazzo 
Visconti. 

Come l'altro lavoro del C, di 
cui abbiamo avuto occasione di 
occuparci in uno dei passati fa- 
scicoli (cfr. Bollettino, IV, 290 
sgg.), anche questo è condotto 
quasi esclusivamente su docu- 
menti d' archivio, e propriamente 
sul materiale raccolto negli ar- 



chivi di Bologna e di Firenze. 
Ma questo lavoro ha sul prece- 
dente il vantaggio di una mi- 
gliore elaborazione e di una 
forma, se non propriamente per- 
spicua e impeccabile, certo meno 
stentata e più corretta. Al Col- 
line resta ancora molto cammino 
da fare, prima di raggiungere 
quel primo dominio del mate- 
riale che è segno infallibile della 
maturità del pensiero ; ma dal 
cammino percorso è lecito spe- 
rare che, perseverando, toccherà 
presto tardi la meta. 

Non sarebbe male, intanto, che 
l'a. cercasse di evitare certi giu- 
dizi che possono parere temerari 
o prematuri in uno studioso che 
si muova appena nell'ambito ru- 
dimentale della pura ricerca ar- 
chivistica. Dire, p. es. (p. 119), 
a proposito della combinazione 
politica da cui usci il matri- 
monio diValentina, che « il conte 
di Virtù non ebbe in ciò nessuna 
concezione politica originale e 
non fece se non coltivare /urbe- 
scamente l'amicizia francese, alla 
quale lo stesso Bernabò sempre 
aveva mirato con tutte le sue 
forze n è non solo dire cosa ine- 
satta, perchè la politica francese 
di Bernabò era cosa recente, 
mentre per Giangaleazzo era, a 
cosi dire, una tradizione fami- 
gliare, ma significa anche non 
comprendere tutta l' importanza 
dei motivi che trassero il conte 
di Virtù a volgersi improvvisa- 
mente dal lato di Venceslao a 
quello del re di Francia. Nel ri- 



- a49 — 



cercare l'alleanza francese Ber- 
nabò e Giangaleazzo s'incontra- 
rono certamente, ma sarebbe un 
errore non riconoscere la grande 
superiorità del secondo sul primo 
e come temperamento politico e 
come uomo di stato. 

Parimenti il Collino dà prova 
di una grande ingenuità, quando 
crede (p. 120) che, giudicando 
Niccolò Spinelli come un avven- 
turiero della politica, u le ine- 
splicabili leggerezze dell' uomo 
politico si spiegherebbero con 
facilità, a prezzo però di smi- 
nuire ed offuscarne un po' la 
bella fama, a cui lo ha innalzato 
il suo innamorato biografo ?i. Io 
che conosco un poco il biografo 
dello Spinelli, posso assicurarlo 
che egli ha mirato non tanto alla 
bella brutta fama del diploma- 
tico pugliese, quanto a farlo co- 
noscere per quello che fu e per 
la parte che ebbe negli avveni- 
menti contemporanei. E poco im- 

b porta se qualcuno trovi in lui 
delle inesplicabili leggerezze e 
voglia decorarlo del titolo di 

k avventuriero della politica. Nella 
storia ciò che conta, non sono i 
giudizi soggettivi, che rassomi- 
gliano non di rado alle chiac- 
chiere di farmacia, ma ciò che è 
opportunamente documentato ed 
è storicamente importante. 

Muratore D., Bianca di Savoia 
e le sue nozze con Galeazzo II 
Visconti (In Arch. stor. lomh.^ 
an. XXXIV. fas. 3.) Milano, Co- 
gliati, 1907. 



L' a. continua con lodevole co- 
stanza ne' suoi studi sulle rela- 
zioni sabaudo-viscontee, sfrut- 
tando utilmente il prezioso ma- 
teriale conservato negli archivi 
torinesi. 

La presente monografia è de- 
dicata al matrimonio di Bianca 
di Savoia con Galeazzo II, e 
completa e rettifica in molti 
punti, col sussidio di nuove in- 
formazioni, le scarse e non sem- 
pre esatte notizie che su quel- 
l'importanteepisodio eranogiunte 
fino a noi per mezzo dei cronisti 
contemporanei e i pochi docu- 
menti d' archivio. 

Noi dobbiamo al M. se ora 
sappiamo finalmente con sicu- 
rezza che Bianca nacque ne' 
primi mesi, forse nell'aprile, del 
1336 a Chambóry; che trascorse 
la infanzia e parte della fan- 
ciullezza fra Chambéry e il Bour- 
get, tra le cure materne e sotto 
la vigilanza della propria nu- 
trice Eleonora di Chignin ; ora 
sappiamo approssimativamente i 
suoi primi studi e 1' educazione 
ricevuta, e come, morta la madre 
Violante nel 1342 e 1' anno ap- 
presso il padre, il conte Aimone 
il Pacifico, rimase insieme col 
fratello Amedeo VI sotto la tu- 
tela di Amedeo III conte di Gi- 
nevra e Ludovico di Savoia-Vaud, 
e come, andato a vuoto nel 1348 
un primo disegno di matrimonio 
tra lei e Umberto II delfino del 
Viennese, poco dopo, in seguito 
alla pace conchiusa il 22 ottobre 
1349 tra Savoia e Milano, s'ini- 



3S0 - 



ziarono le trattative di matri- 
monio tra la principessa sabauda 
e Galeazzo Visconti. 

Il carattere politico di questa 
unione è posto bene in rilievo 
dalle nuove ricerche del M., il 
quale, frugando tra le carte del- 
l' archivio torinese, ha potuto 
narrarne i più minuti particolari 
e fissarne con precisione le varie 
fasi, dal primo accenno che se 
ne trova in un documento del 
12 maggio fino al 28 settembre 

1350, giorno in cui a Rivoli segui 
il matrimonio religioso fra i due 
giovani principi, e al successivo 
insediamento di Bianca a Milano 
nel palazzo di Porta 0-rientale, 
assegnato dall' arcivescovo come 
dimora del nipote Galeazzo. 

Segue un notevole capitolo in 
cui 1' a. parla della nascita, di 
Gian Galeazzo Visconti, e con- 
ferma coi documenti dell'archivio 
di Torino quanto ebbi già a di- 
mostrare, fin dal 1889, in uno 
de' miei primi lavori viscontei, 
che il futuro conte di Virtù 
nacque a Milano il 15 ottobre 

1351. In un ultimo capitolo si 
danno alcuni particolari intorno 
ai beni dotali di Bianca di Sa- 
voia, e si rettifica qualche mia 
inesattezza circa l'identificazione 
dei luoghi di Savoia ceduti, per 
ragion della dote, a Bianca e a 
Galeazzo Visconti : cessione che 
diede luogo, col tempo, ad una 
contesa sulla quale il M. pro- 
mette di tornare in altro lavoro. 

La memoria si raccomanda per 
larghezza di ricerca, ordine e 



chiarezza di esposizione. Noto 
una svista a pag. 61, dove si 
parla di una u scoperta dell'i- 
scrizione funebre di G. G., con 
datazione incompleta, nel magni- 
fico mausoleo della Certosa di 
Pavia il 2 aprile 1889 ". In ve- 
rità il 2 aprile 1889 non fu sco- 
perto nulla, ma solo scoperchiato 
r avello di G. G. Visconti per 
assicurarsi della esistenza del 
cadavere, di cui molti dubitavano. 
L' iscrizione esisteva già ed era 
visibile a tutti da secoli. 

Sedici documenti inediti sono 
pubblicati in appendice all'im- 
portante memoria. 

Canevazzi G., Ricordanze di 
Luigi Generali (in Archivio Emi- 
liano del Risorgimento Nazionale^ 
I, fase. 2, Modena, 1907). 

L' articolo del Canevazzi è in- 
teressante per la luce che sparge 
sulla figura un po' enigmatica di 
Enrico Mislei, il cospiratore mo- 
denese, di cui sono noti i rap- 
porti col duca Francesco IV da 
lui creduto, come da molti altri, 
idoneo strumento per la reden- 
zione d' Italia. L' a. riferisce un 
lungo brano d' informazioni tra- 
smesse dal Generali a G. Silin- 
gardi, autore della nota mono- 
grafia su Ciro Menotti, e la com- 
menta con altre notizie sul conto 
del Mislei, che rettificano e com- 
pletano quanto si è scritto di lui. 

Interessa i nostri lettori il sa- 
pere che il Mislei non era, come 
molti continuano a scrivere, di 
origine inglese. Egli era nato in 



Sol 



Modena il 6 maggio 1801 da 
padre egualmente modenese, 
Luigi Maria. Questi, professore 
della scuola veterinaria di Mo- 
dena fino al 1807, passò poi 
come economo a quella di Mi- 
lano, creata due anni innanzi, e 
li rimase fino al 1817 allorquando, 
istituita la cattedra di zooiatria 
nell'Università di Pavia, vi fu 
trasferito col grado di profes- 
sore supplente, e la tenne per 
tutto l'anno scolastico 1817-18. 

Fu appunto in questo secondo 
anno che Enrico Mislei venne a 
Pavia e s'inscrisse alla facoltà 
di giurisprudenza, sebbene da 
una lettera scrittagli dal padre, 
in cui gli raccomandava di non 
trascurare gli studi legali pei 
letterari, si potrebbe argomen- 
tare che il giovane Mislei avesse 
1' animo più inclinato ai classici 
che allo studio delle pandette. 
Compiuti i due anni di leggi a 
Pavia, la morte del padre lo ri- 
sospinse a Modena con la madre 
pensionata, e in quella Univer- 
sità (non a Pavia, come fu scritto 
finora) consegui la laurea il 14 
maggio 1822. 

E da notare che le notizie che 
il Canevazzi dà intorno al padre 
del Mislei, sono, presso a poco, 
quelle stesse che si trovano re- 
gistrate nelle Memorie e Docu- 
menti pur la storia della nostra 
Università, I 267, che il Cane- 
vazzi non cita. Forse in quest'o- 
pera la data della morte del 
Mislei assegnata all' anno 1818 
si è fatta coincidere a torto con 



quella dell' anno in cui cessò 
dall'insegnamento. La lettera di 
cui s'è parlato innanzi, è del 5 
dicembre 1818; e, se il giovane 
Mislei non andò a Modena che 
il 1820 in seguito alla morte del 
padre, questa dev' essere avve- 
nuta nello stesso anno. 

G. Garibaldi, Memorie. Edi- 
zione diplomatica dall'autografo 
definitivo a cura di Ernesto Na- 
than. Torino, Soc. Tipogr. Edi- 
trice Nazionale, 1907. Un voi. di 
444 pp. in 8. 

L'editore fiorentino P. Barbèra 
ha narrato recentemente nel Mar- 
zocco (an. XIT n. 27) del 7 luglio 
1907, la storia della prima edi- 
zione delle Memorie di Graribaldi, 
che videro la luce nel gennaio 
1888. Queir edizione fu bensì 
condotta sul ms. autografo del 
Generale, ma nella revisione 
delle bozze certe singolarità nella 
costruzione della frase, nella 
lingua e nella ortografia furono 
corrette e cosi pure qualche 
lapsus calami o varie inesattezze 
nei nomi di luoghi e persone. 
Tali correzioni, come assicura il 
Barbèra, furono eseguite col con- 
senso di Menotti Garibaldi e di 
Adriano Lemmi, da cui era par- 
tita la proposta della stampa 
delle Memorie. 

Ad E. Nathan è sembrato che 
questo modo di pubblicare gli 
scritti del Generale non sia il 
migliore. La personalità di Ga- 
ribaldi va rispettata anche nei 
suoi difetti, e la sua prosa, per 



- 352 



(guanto rozza ed incolta, è meglio 
. mostrarla qnal'è e quale gli sgor- 
gava dal cuore e dalle remini- 
scenze di una vita avventurosa, 
che mascherarne le mende con 
una revisione da pedanti. 

Essendo, quindi, il Nathan, per 
una fortunata congiuntura,venuto 
in possesso del ms. originale, ha 
creduto opportuno, come omaggio 
all'Eroe in occasione del cente- 
nario, ristampare le Memorie in 
veste diplomatica : del che deb- 
bono compiacersi quanti, anche 
nella storia del Risorgimento, 
credono doverosa 1' applicazione 
di quei criteri rigorosi di metodo 
che in altri campi degli studi 
storici hanno dato ottimi risul- 
tati. 

Il prezioso autografo di Gari- 
baldi, ceduto al Nathan da Fer- 
ruccio Prina, è stato con altri 
manoscritti donato allo Stato e 
destinato al Museo del Risorgi- 
mento Nazionale in Roma. 

Menghini M., La spedizione 
garibaldina di Sicilia e di Napoli 
nei proclami^ nelle corrispondenze, 
nei diarii e nelle illustrazioni del 
tempo. Torino, Società Tip. Edi- 
trice Nazionale, 1907. 

Idea veramente geniale è stata 
questa del Menghini di racco- 
gliere dalle corrispondenze di 
giornali, dai proclami e dai diari 
del tempo tutto quanto si rife- 
risce alla spedizione de' Mille, 
dalla partenza da Quarto fino a 
quella di Garibaldi da Napoli, 
in modo da ripresentarci, colla 
voce stessa de' contemporanei, 



la storia completa di quel leg- 
gendario episodio del nostro Ri- 
sorgimento. 

Il materiale, in massima parte, 
è tolto dalle corrispondenze de' 
giornali ed è disposto in ordine 
cronologico. Tanto per la prima 
[Da Quarto al Faro), quanto per 
la seconda parte {Dal Faro a Na- 
poli) del volume, l' editore ha 
scelto, fra' giornali del tempo, 
le corrispondenze che meglio si 
adattavano allo scopo, e le ha 
collegate insieme in modo che lo 
svolgimento de' fatti procedesse 
unito e serrato. Dove poi l'im- 
portanza del fatto l' imponeva, 
non si è contentato di una sola 
redazione, ma ne ha date due, 
tre e persino quattro, se da cia- 
scuna di essa emergevano parti- 
colari nuovi tali da rischiarare 
e completare il quadro. I pro- 
clami sono intramezzati alle cor- 
rispondenze. I diari sono in fine 
del volume, in una sezione a parte. 

Il volume è riccamente illu- 
strato da incisioni di persone, 
di luoghi ed episodi guerreschi. 
Le incisioni sono quattro fuori 
testo e ben 175 nel testo, tolte 
in grandissima parte da periodici 
stranieri, e specialmente dall'7^- 
lustration, la quale aveva man- 
dato in Sicilia suoi speciali cor- 
rispondenti e disegnatori in di- 
retta relazione con lo Stato Mag- 
giore garibaldino. Fra le inci-' 
sioni troviamo quelle della Fa- 
miglia Cairoli (pag. 60), di Be- 
nedetto Oairoli (pag. 79) e di 
Gaetano Sacchi (pag. 229). 

Nella bella lettera diretta Ai 



353 — 



Giornalisti della libertà italiana, 
con cai, a modo di prefazione, 
si apre il volume, il Menghini 
dichiara che la sua pubblicazione 
ha intento schiettamente popolare 
ed educativo. E questo è vero e 
di ciò merita lode ; ma noi cre- 
diamo che la bella raccolta di 
materiali contenuti nel suo vo- 
lume possa servire anche a scopi 
diversi che non sieno, di solito, 
quelli di uu semplice libro di 
divulgazione. 

Dal Volturno ad Aspromonte. 
Memorie del col. Giacinto Bruz- 
zesi raccolte ed ordinate da Giu- 
lio Bruzzesi. Milano, A. de Mohr 
ed. 1907, pp. XXX-348. 

L' episodio illustrato in questo 
volume è la spedizione di Aspro- 
monte, nella quale il col. Bruz- 
zesi ebbe parte importante. Il 
libro si apre con poche pagine 
di cenni biografici del compianto 
colonnello scritte dal figlio Guido. 
Vengono in seguito : una narra- 
zione riassuntiva degli avveni- 
nienti occorsi dal 1860 al 20 giu- 
gno 1862 ; un diario del colon- 
nello Bruzzesi dal 20 al 28 giu- 
gno 1862, giorno dello sbarco di 
Garibaldi a Palermo ; una narra- 
zione dell' episodio di Aspro- 
monte sino alla prigionia del 
Varignano; in fine una nota sulla 
Famiglia Bentivegna di Corleone. 
In appendice sono 82 documenti 
diplomatici e dello Stato Mag- 
giore, relazioni, ordini del giorno 
ecc. Qua e là, intercalate nel 
testo, sono delle tavole illustra- 



tive di luoghi e persone, tra cui 
Benedetto, Enrico ed Ernesto 
Cairoli. 

Il volume è stato messo in- 
sieme in un modo un po' caotico; 
ma contiene dei materiali di 
buona provenienza e di utile con- 
sultazione. 

Abba G. G., Garibaldi. Nel 
1. centenario della sua nascita. 
Milano, F. Vallardi, 1907. 

Questo bellissimo volume illu- 
strato è dovuto all'iniziativa del- 
l' editore, il quale, volendo con- 
tribuire alle onoranze tributate 
a Garibaldi nell' occasione del 
primo centenario della sua na- 
scita, diede incarico al prof. Abba 
di riassumerne la vita in una 
sintesi la quale mirasse, più che 
a portare nuova luce sui fatti 
dell' Eroe, a raccogliere i tratti 
più caratteristici della sua figura. 

Non abbiamo alcuna difficoltà 
di dire che l'Abba, il quale fu 
uno dei Mille e, fra' seguaci di 
Garibaldi, uno di quelli che 
meglio conobbero e meglio sen- 
tirono la grandezza del Nizzardo, 
è riuscito assai felicemente nel 
suo compito, sicché le 47 pagine 
da lui premesse al volume pos- 
sono annoverarsi fra le migliori 
e più colorite e più efficaci che, 
in mezzo al dilagare di scritti 
diversi cui ha dato occasione il 
centenario garibaldino, sieno 
state pubblicate nel nostro paese. 
Ma veramente, più che dallo 
scritto dell'Abba, il quale sarà 
presto dimenticato come tanti 



- 354 - 



altri venuti a galla in questa ri- 
gogliosa quanto poco vitale fio- 
ritura di pubblicazioni garibal- 
dine, la parte sostanziale del vo- 
lume è costituita dalla bella rac- 
colta che esso contiene di ripro- 
duzioni in fototipia delle opere 
plastiche e pittoriche dedicate 
ad onorare la memoria di Gari- 
baldi ad illustrare alcuni so- 
lenni episodi della sua vita, 
opere sparse nelle varie città 
d'Europa e d'America, dove più 
vivo e più profondo dura il culto 
dell' Eroe. Sono in tutto 60 fo- 
totipie di monumenti e di quadri, 
nella maggior parte ricavate dai 
documenti che si conservano nel 
Museo del Risorgimento di Mi- 
lano e scelte con sagace criterio 
artistico. Fra i monumenti tro- 
viamo riprodotti due dei quattro 
bassorilievi laterali del monu- 
mento ai Cairoli in Pavia, quelli 
rappresentanti l'ingresso de' Ga- 
ribaldini a Palermo nel 1860 e 
la morte di Enrico Cairoli sui 
monti Parioli nel 1867. Peccato 
che essi sieno dati come episodi 
della Campagna romana del 1849! 

g. r. 

Abba G. C, Cose garibaldine^ 
Roma-Torino, Società tipografico- 
editrice nazionale, 1907. 

Questo nuovo volume del ge- 
niale autore delle Noterelle d^uno 
dei Mille contiene ricordi, episo- 
dii, biografie, materiali preziosi 
pel futuro poeta che canterà la 
storia ciclica garibaldina. 

Materiali dico per dir fonti : 



che nessuno abbia a credere che 
questo libro sia un'accozaglia di 
notizie! No: l'Abba è un artista 
possente che dà forma, cioè vita, 
a qualunque materia. 

Ai pavesi piacerà di leggere 
in questo volume la biografia del 
pavese Federico Tessera, gari- 
baldino e preconizzatore della 
gloria di Cesare Lombroso, e di 
trovare ricordi pavesi nella bio- 
grafia di Luigi Cantoni. 

g. n. 

Serafino Ricci, Un altro do- 
cumento inedito della Zecca di 
Correggio. Estratto dalla Rivista 
Italiana di Numismatica^ an. XX, 
fase. 2., Milano, 1907. 

11 documento illustrato dal R. 
fu trovato da Ercole Gnocchi 
dopo 18 anni di ricerche e do- 
nato al Museo di Brera. Esso 
presenta una quinta concessione 
(7 aprile 1620) che il principe 
Siro di Correggio fece allo zec- 
chiere Rivarola di Genova, per 
liberarsi dallo zecchiere Niccolò 
della Feste, francese, che non 
aveva soddisfatto ai suoi obblighi, 
senza pensare forse che anche il 
Rivarola avrebbe f^tto altrettanto 
o quasi. 

Il documento è diviso in due 
parti: nella prima presenta sette 
esemplari per le monete d' ar- 
gento, nella seconda ne presenta 
altri sette per le monete d'oro. 
Sotto ciascun esemplare, eccet- 
tuato il IV d' argento ed il II 
d' oro, perchè non approvati dal 
principe, è notato il valore, cosa 



— 355 



che non sempre avviene ed ha 
per noi un vero interesse. 

L' autore determina il dritto e 
il rovescio de' vari esemplari, li 
paragona tra loro e ne fa vedere 
la varietà e la somiglianza ; poi 
li paragona con quelli delle mo- 
nete estere, e dimostra ciie in 
gran parte i disegni sono di mo- 
nete straniere e specialmente di 
quelle della Germania e dell'Au- 
stria, e che spesso il disegnatore 
imitò contraffece elementi di 
varie monete e li fuse in un solo 
esemplare; perciò questa pubbli- 
cazione ha un certo valore anche 
per la storia della contraffazione 
delle monete nella zecca di Cor- 
reggio in uno dei suoi periodi 
più attivi. Per questa contraffa- 
zione le monete correggesi ebbero 
un grande scambio all' estero, il 
che, se da un lato diede un utile 
al principe, gli procurò poi anche 
un grande processo. 

Il lavoro, scritto con l'usata 
diligenza del prof. Ricci, si chiude 
con un lungo elenco bibliografico 
relativo alla Zecca di Correggio. 

l. r, 

P. Del Giudice, // centenario 
del Codice Napoleone a Milano. 
Estr. dai Rendiconti del r. Tst. 
Lomh. di se. e leti.., serie 2., 
voi. XL, 1907. 

Prendendo occasione dal primo 
centenario dell' introduzione in 
Lombardia del Codice Napoleone, 
l'A. rievoca le vicende per le 
quali, sì venne preparando ed 
attuando nel Reorno Italico l'im- 



portante avvenimento legislativo. 
Il D. G. lumeggia con rapidi 
tocchi il periodo storico in cui, 
tramontato in Lombardia come 
in ogni altra parte dell'Italia set- 
tentrionale l'antico regime si diede 
quivi, come dovunque, opera vi- 
gorosa all' attuazione di quei 
principi che la Rivoluzione aveva 
affermato. 

In quest'opera di rinnovamento 
legislativo l'A. distingue due 
momenti : si ha dapprima una 
serie di editti municipali e di 
parziali provvedimenti; poi segue, 
nel secondo periodo del governo 
cisalpino — dopo la restaura- 
zione del 1800-1801 — un vero 
e proprio disegno di codificazione 
completa contenuto in un discorso 
pronunciato in seno alla Con- 
sulta Legislativa il 30 nevoso 
anno IX: discorso, che il D. G. 
attribuisce all' insigne giurista 
Bonaventura Spannocchi, e che 
egli riporta quasi per intero nel 
testo italiano, trattandosi di un 
documento rimasto finora inedito 
e sconosciuto. 

Per la costituzione lionese, 
26 gennaio 1802, essendosi la Re- 
pubblica Cisalpina convertita in 
Repubblica Italiana, tale pro- 
gramma di codificazione divenne 
un obbligo costituzionale. Vi at- 
tesero lo Spannocchi, che com- 
pilò il codice penale, ed altri 
giuristi, tra' quali Alberto De Si- 
moni, che compilò il codice ci- 
vile, di cui fece, tenendo conto 
delle osservazioni di giurecon- 
sulti insigni, una seconda reda- 



356 



zione migliorata nella forma e 
nella sostanza. 

L'A. esamina minutamente 
questa seconda redazione, descri- 
vendone la partizione formale ed 
il contenuto specifico, dopo aver 
dato un breve saggio delle due 
redazioni, ponendole a fronte. 

E noto che la laboriosa opera 
di codificazione italiana rimase 
poi lettera morta, perchè Napo- 
leone, divenuto re d' Italia, non 
tollerò che quivi sorgesse una 
codificazione autonoma, ma volle 
imporre nella sua integrità il co- 
dice francese. 

A questo punto il D. G. si do- 
manda se fu un bene o un male 
che il codice civile francese sof- 



focasse i tentativi di una codifi- 
cazione nazionale, ed egli afferma 
che, prescindendo dall'elemento 
della nazionalità, per il quale il 
nostro codice sarebbe certamente 
stato più conforme all'ambiente, 
esso sarebbe indubbiamente riu- 
scito inferiore al codice francese, 
rappresentando non un'elaborata 
sintesi di diritto positivo, ma 
una combinazione inorganica di 
vecchio e di nuovo, ranuodantesi 
per r indirizzo e per il concetto 
generale piuttosto al sistema di 
codificazione del secolo decimot- 
tavo, che non a quello del deci- 
monono. 

a. l. 



NOTIZIE ED APPUNTI 



Impressioni e reminiscenze di una gita a Caprera di A. Gri- 
ziotti. — A. Griziotri, di cui ancora deploriamo la perdita, fu, 
tra' commilitoni pavesi, uno de' più affezionati a G. Garibaldi ed 
ebbe con lui lunga consuetudine di amicizia quasi famigliare, come 
è provato dalla copiosa corrispondenza epistolare conservata gelosa- 
mente presso gli eredi. La visita che egli fece al generale Garibaldi 
a Caprera nell' aprile del 1880 inspirò al Griziotti alcune note, che 
col permesso della famiglia abbiamo potuto trascrivere per portarle 
a conoscenza dei lettori. Sono impressioni dal vero, che spargono 
lu(ie sui sentimenti che animavano il Generale nella sua più tarda 
vecchiezza, quando, oppresso dai mali fisici, ritornava volentieri su' 
gloriosi ricordi del passato. Eccole : 



* 

* * 



u .... si sussurrava che Garibaldi in alcune circostanze aveva 
applaudito al regicidio e che forse non sia stato estraneo a consi- 
gliare attentati alla vita dei monarchi. 11 Generale, leggendo quella 
notizia, sorrise e ci disse : Questa gente non mi conosce. Io non ho 
mai istigato né il regicidio né qualunque altro fatto di sangue. Fin 
da fanciullo aborrivo il sangue, e purtroppo il destino volle che ne 
facessi spargere così tanto. Ho cercato di risparmiare la vita anche 
ai colpevoli di reati punibili colla morte, perchè ho sempre sperato 
nell' emenda. La guerra deve mettere orrore a chicchessia, e se per 
avventura la guerra fosse voluta per capriccio di pochi scettrati, oh! 
allora chi non sentirebbe in fondo al cuore di essere nichilista? Si, 
in questo caso un po' di nichilismo l'abbiamo tutti, non è vero? ». 



* 
* * 



« .... La battaglia di S. Antonio al Salto, nella quale 200 Ita- 

7 



- 358 — 

liani agli ordini di Garibaldi ed in difesa della Repubblica di Mon- 
tevideo riportarono una splendida vittoria contro Urquiza comandante 
di 1500 uomini di fanteria e cavalleria, era a preferenza d'ogni altra 
ricordata dal Generale e con trasporto rammentava di essersi in 
quell'eroico fatto caricato sulle proprie spalle il suo aiutante ferito, 
Gaetano Sacchi .... » 

* 

* * 

u . . . Per il suo Manlio e per la sua Clelia che non avrebbe 
fatto il Generale! Anzi un giorno, rammentando che nel 26 gennaio 
di queir anno aveva potuto conseguire la meta sua, di unirsi in ma- 
trimonio colla signora Francesca, soggiungeva le precise parole: u Se 
io non avessi potuto dare il mio nome a quei due ragazzi, a quest'ora 
sarei impazzito o morto ! » 

* 

* * 

«... Il Generale andava orgoglioso di essere Italiano e con com- 
piacenza ricordava che il marinajo italiano era il migliore del mondo 
e cosi apprezzato anche all'Estero, perchè alle doti di sagacia, di 
energia e coraggio, comuni al marinajo inglese, univa quella della 
temperanza^, sicché ben difficilmente tra i rissanti ed ubbriachi ma- 
rinaj sbarcati in paese estero si poteva rinvenire un italiano. 

Il Generale era convinto che l' Italia, sia per la sua posizione 
geografica, sia per la natura degli abitanti e per le sue tradizioni 
storiche, poteva diventare la prima nazione marittima d'Europa; ma 
soggiungeva tosto che onde conseguire tale primato fra le nazioni 
occorreva all'Italia una giornata come Trafalgar e Abukir. 

Dopo avere espressa tale convinzione, socchiudendo gli occhi quasi 
in segno di meditazione ed aprendo le labbra al sorriso, si rivolse a 
noi e disse : u Io spero di assistere ad una brillante battaglia navale, 
dalla quale l' Italia deve uscire vittoriosa, e sarei lieto di poter io 
stesso trovarmi su una fregata, perchè mi pare di aver la voce ab- 
bastanza forte pel comando. Mi farei legare sul ponte, e le mani an- 
cora mi servono per adoperare il cannocchiale, e sarei ancor buono 
di dire una parola all'equipaggio. Che ne dite? Io sarei proprio fe- 
lice di morire a bordo di una fregata italiana alla sera di una gior- 
nata come Trafalgar e Abukir! " 



— 359 - 

Queste solenni parole ci commossero profondamente, ta)ito più 
perchè le sue nobili aspirazioni, i suoi sogni di battaglia e di azione 
evidentemente facevano contrasto allo stato fisico miserrimo in cui 
versava il Generale, e non pareva vero che un uomo più che settan- 
tenne, fasciato in tutte le membra ricordanti vecchie e gloriose fe- 
rite, rattrappito e colle mani tutte deformate dalla podagra, incapace 
infine di metter piede a terra avesse nel cuore tanto bollore ed en- 
tusiasmo quanto pochi italiani ebbero a vent'anni. Il volto del Gene- 
rale si rischiarava di una luce tale ed assumeva una maestà e gran- 
dezza che non ci è dato descrivere; e dimentico dei dolori artritici 
ai quali era in preda, non sognava altro che nella battaglia navale 
la sua eroica fine e la grandezza della Patria. In quel momento il 
Generale diventava il Garibaldi delle battaglie e delle vittorie ! 



* 
* * 



«... poesie sue ci declamò il Generale, una delle quali dedicata 
a Felice Cavallotti che amava quanto sé stesso. In ogni strofa brilla 
il concetto di patria ed in ogni strofa segna nel prete il più formi- 
dabile nemico dell' Italia... Il Generale avrebbe voluto utilizzare i 
preti ed i frati nell' agricoltura, u Date loro una buona vanga in mano 
ed una scodella di minestra, e cosi vivranno rendendo utili servigi 
al Paese e non arrecando male agli altri v. 



* 
* * 



«... Richiesto suir efficacia morale e materiale nella spedizione 
dei Mille avuta dal Governo Italiano, ci disse queste precise parole: 
« Avevamo delle buone armi acquistate colla sottoscrizione pel mi- 
lione di fucili, e Cavour se ne impadroni, lasciandoci dei catenacci ». 



* * 



«... Spesso diceva: Io fui sempre repubblicano e più invecchio 
e più sento di esserlo ». Non ostante queste sue costanti e tenaci 
convinzioni, della forma di governo non faceva questione precipua, 
e qualche volta ci diceva che, se Umberto facesse il bene della patria, 
la rendesse prospera in via economica, rispettata all' estero e indi- 



— 360 - 

pendente e che al Governo vi fossero uomini ai quali veramente 
stesse a cuore il bene del paese, egli non si smanierebbe certo per 
avere la Repubblica. Diceva essere la Repubblica il governo degli 
onesti e che la uguaglianza dei diritti e dei doveri 1' intendeva solo 
nel senso che non avvenisse ciò che verificasi attualmente, e cioè che 
una metà del genere umano si affatica e si sacrifica per mantenere 
in agiatezza ed in ozio 1' altra metà v. 



* * 



u II grande Eroe voleva che il suo cadavere fosse abbruciato, e 
ci mostrò il luogo dove intendeva sorgesse il rogo, e ci indicò per- 
sino la qualità della legna costituente la pira, fra la quale eravi il 
ginepro. Ci diceva : « Io voglio essere bruciato e fra legna odorose, 
perchè mi pare che debba sentirne 1' aroma. Intendo essere posto 
sulla catasta a capo scoperto e guardando verso oriente ji... Eppure 
chi V avrebbe pensato ! La volontà di un cittadino qualsiasi è da 
tutti religiosamente rispettata e quella di Garibaldi no!.... L'Italia 
ha dato questo triste spettacolo di non rispettare la volontà del più 
grande de' suoi figli! » 

Il II Congresso storico del Risorgimento Italiano s'è tenuto 
a Perugia nei giorni 12, 13 e 14 di settembre, con discreto numero 
d'intervenuti e con risultati anche più discreti. Basti dire che lo 
scopo principale del Congresso, che era quello di discutere lo sta- 
tuto e procedere alla rinnovazione del Consiglio Direttivo, è venuto 
a mancare, essendo stato tale importantissimo oggetto rimandato al 
Congresso che dovrà tenersi a Torino l' anno venturo. 

E cosi, tolto di mezzo l'unico argomento che poteva appassionare 
l'assemblea e mostrare (ciò che non appare ancora chiaramente) la 
vera orientazione del Sodalizio, è rimasta la sola cosa «ihe poteva 
rimanere, e che pur troppo, in Italia, è una sopravvivenza dei nostri 
costumi scientifici: l'Accademia. Un'Accademia che, se vogliamo, ha 
avuto pure il suo lato piacevole e istruttivo, perchè nessuno vorrà 
negar che la memoria letta dal prof. Nelson Gay sull'offerta fatta 
dal governo degli Stati Uniti a Garibaldi nel 1861 del comando di 
un esercito, e quella del prof. Pariset sulla liberazione di Perugia nel 
1860, siano state, massime la prima, molto interessanti — come pa- 



I 



— 361 — 

rimenti è innegabile che la proposta di una bibliografia garibaldina 
meriti sincero incoraggiamento, anche più dell'altra relativa alla 
compilazione di un Dizionario storico del Risorgimento nazionale 
che, per molti rispetti, ci sembra prematura. Ma non possiamo na- 
scondere che le Memorie, anziché ascoltarle nei Congressi, le leg- 
giamo più volentieri nelle riviste, e, quanto alle proposte, a noi pare 
che rassomigliano un po' a quelle buone intenzioni di cui è lastri- 
cato l'Inferno, e a cui in ogni caso noi preferiamo l'efficacia con- 
creta dell'opera individuale. In fatto d'iniziative noi siamo ammira- 
tori di quel Giovanni delle Bande Nere, che, mentre nel campo fran- 
cese si discute circa la possibilità di espugnare un castello, va a 
vedere^ lo prende e risolve la questione. 

Tra gli ordini del giorno votati nel Congresso degno di partico- 
lare rilievo è quello riguardante i libri di testo adottati nelle scuole: 

« L'assemblea, udita la relazione del prof. Pariset, fa vivi voti 
che le superiori competenti autorità prestino opera vigile e costante 
a fine d' impedire che nelle scuole governative e non governative si 
introducano testi scolastici di storia ispirati da spirito ed intendi- 
menti antipatriottici ». 

Quest'ordine del giorno merita un breve commento. 

Che nelle scuole private, massime negl'istituti clericali, corrano 
per le mani dei giovani testi informati a sentimenti poco o punto 
patriottici, è fuori dubbio. Ciò che crediamo di poter escludere a priori 
è che libri simili sieno adottati anche nelle scuole governative. Se 
la competenza delle superiori autorità non ci affida molto, ci affida 
moltissimo quella dei professori italiani, i quali non permetterebbero 
a nessun patto che in una scuola mantenuta dallo Stato vi fossero 
testi, capaci d'infirmare apertamente i principii con cui è sorta l'I- 
talia, e offendere quei sentimenti che sono legittimo orgoglio della 
nazione. 

Il Congresso, a credere nostro, avrebbe dato prova di maggiore 
sincerità, se avesse detto come stanno realmente le cose ed avesse 
invocato dal Governo una più stretta vigilanza su quegl' istituti pri- 
vati, per lo più clericali, che, sottraendosi più facilmente al suo con- 
trollo, esercitano, coi libri e coli' insegnamento, la funzione educativa 
in modo non conforme al sentimento nazionale. Ma ciò sia detto 
in linea soltanto pregiudiziale. Giacche davvero noi non vediamo 
quale vantaggio possa venire agli studi- dal porre in un congresso 



~ 362 — 

storico questioni di questo genere, che non si possono affrontare 
senza sdrucciolare facilmente nel campo della politica e aprire il 
varco alle passioni di partito. La Società storica del Risorgimento 
(cosi almeno la vediamo noi) o sarà veramente una società scien- 
tifica inspirata alla maggiore libertà d' opinioni ed al più largo 
spirito di tolleranza ; o non sarà. 

R. 



NOTIZIE VARIE 



Per ottenere un parere autorevole circa il valore e la conserva- 
zione degli affreschi recentemente scoperti nella Basilica di S. Teo- 
doro, il Ministro della Pubblica Istruzione ha nominato una commis- 
sione composta del prof. Luigi Cavenaghi, dell'architetto Angelo 
Savoldi e del segretario della nostra Società, prof. Giulio Natali. 

La Commissione riferirà entro l'ottobre all'onorevole Ministro. 

Leggiamo nell' ultimo fascicolo della Rivista di filosofia diretta 
dal [)rof. G. Marchesini di Padova un notevole articolo di Angelo 
Crespi sul 'pensiero filosofico-giuridico di Cesare Beccaria. 



Graziosissima la Casetta del Campanaro, testé costruita a piedi 
della Torre di Città, tra la Torre e il Duomo, per ordinare e allogare 
i cimelii della vetusta Basilica di S. Stefano. Anche più ci piacerà, 
quando si vorrà togliere lo sconcio di una brutta finestra moderna 
e d'una bottega, che deturpano il lato guardante la Piazza. Speriamo 
che presto si trovi il modo di usufruire bellamente anche gli avanzi 
della Basilica di S. Maria del Popolo, che si vedono dall'altro lato 
della facciata del Duomo. 

Com'è noto, le basiliche di S. Stefano e di S. Maria del Popolo 
sorgevano l'una di fianco all'altra. Sin dal secolo X si trovavano in 
diretta comunicazione tra loro : la prima, più vasta, a cinque navi, 
era la basilica estiva; l'altra, a tre navi, la basilica jemale. Versò 
la fine del sec. XV, su l'area di queste basiliche minacciate da pros- 
sima rovina, fu incominciata la costruzione della nuova Cattedrale. 

Non crediamo inutile un po' di bibliografia per chi voglia studiare 
i preziosi avanzi delle due chiese madri della Cattedrale di Pavia: 

D. e G. Sacchi, Antichità romantiche ri' /^tì!/?fl, Milano, Stella, 1828; 
I, 27 e 90; 

L. Malaspina, Memorie storiche della Cattedrale di Pavia, Milano, 
Pirotta, 1816; 



— 364 — 

C. Brambilla, La Basilica di S. Maria del Popolo in Pavia, Pavia, 
Fusi, 1877; 

Gr. Bosisio, Notizie storiche del Tempio Cattedrale di Pavia dalla 
sua origine al 1857, Pavia, Fusi, 1858; 

P. MoiRAGHi, Le facciate di S. Stefano e di S. Maria del Popolo 
(cronaca delle scoperte nei mesi di giugno e luglio 1893), in Bollettino 
storico pavese, a. I (1893), p. 190 e segg.; 

A. Campari, La nuova facciata della Cattedrale di Pavia e le an- 
tiche basiliche di S. Stefano e di S. Maria del Popolo, Pavia, Fusi, 1896. 

A Macerata, il XX Settembre, nella già Chiesa di S. Lorenzo, è 
stato inaugurato il Museo patriottico marchigiano, che Macerata, 
sotto il patronato del suo Municipio e della sua Provincia, con no- 
bile pensiero, il domani dell'Esposizione regionale del 1905, volle 
istituito a ricordo della prima grande rassegna delle energie della 
gente picena. 

Intendimento della Commissione preposta al Museo era che esso 
fin' dal suo inizio fosse realmente il sacrario delle memorie patriot- 
tiche di tutte le Marche, Macerata non ambendo che ad esserne la 
gelosa custode. Le città sorelle" della regione e molte famiglie mar- 
chigiane hanno sollecitamente e degnamente risposto all'appello. 

Il XX settembre di quest'anno è stato solennizzato a Brescia 
colla inaugurazione di una lapide commemorativa in onore de' 
duumviri Luigi Contratti e Carlo Cassola, che nel 1849 diressero 
con intrepido valore la resistenza di Brescia contro 1' esercito au- 
striaco. Brescia ha pagato cosi il suo debito di gratitudine alla 
memoria di questi due uomini, il cui eroismo è scritto nella pagina 
più bella della sua storia gloriosa. 

Presente alla cerimonia fu il nostro socio avv. E. Mussini, il 
quale come rappresentante del Comune seppe farsi degno interprete 
dei sentimenti della cittadinanza pavese. 



ECROLOGIO 



I*IE>Tr liO 



JWE>SI 



Il 31 agosto di quest'anno s'è spenta in Asso (Valassina) una delle 
più operose e nobili esistenze che onorassero la città nostra e il nostro 
sodalizio: il prof. Pietro Pavesi. S'è spenta dopo una breve malattia, 
contro la quale nulla hanno potuto né 1@ cure più affettuose dei suoi 
cari, né i rimedi più efficaci dell' arte, né la forte resistenza di un 
organismo già provato alle sofferenze, ma tuttavia agile e vigoroso 
nell'età non ancora inoltrata di circa di 63 anni. 

Come uomo, cittadino e pubblico amministratore, come naturalista 
e professore insigne del nostro Ateneo, il Pavesi fu già degnamente 
commemorato dalla stampa cittadina e dall'illustre nostro vice -presi- 
dente prof. T. Taramelli nel giorno delle funebri onoranze. Qui il 
nostro compito é più modesto. Della complessa figura del Pavesi dob- 
biamo mettere in rilievo solo il lato che meglio corrisponde ai fini 
del nostro sodalizio, quello dello studioso delle memorie cittadine, 
che alla storia della sua città dedicò molta parte del suo pensiero, 
e lasciò negli scritti un'orma onorata della sua feconda e proficua 
operosità. 

Di ogni uomo può dirsi che, in fondo, tutte le azioni e imoltiformì 
aspetti della sua attività, anche i più disparati, mettano capo ad un 
punto centrale, che ne è come il principio generatore e il propulsore 
unico. Questo punto centrale era per il Pavesi 1' amore a Pavia, un 
amore caldo, intenso, quasi geloso; l'amore di un innamorato per la 
sua bella, u Io non posso » diceva u allontanarmi da Pavia, senza por- 



— 36') — 

tare con me il vivo desiderio di ritornarvi » ; ed anche quest' anno, 
partendo per Asso colla speranza di ritemprarsi in quelle aure salu- 
tari, s'era proposto di non rimanervi che soli otto giorni. Nessuno 
avrebbe detto, nessuno avrebbe pensato che egli ne partiva per l'ul- 
tima volta, e che non vi sarebbe tornato che per cercarvi la pace del 
sepolcro! 

Questo amore a Pavia che costituiva, a cosi dire, il fondo dell'a- 
nima sua, dominava tutta 1' esistenza del Pavesi, e spiega come di 
buon'ora, anche in mezzo agli studi più severi e alle occupazioni più sva- 
riate, egli si sentisse attratto a studiare le vicende della sua patria, 
per illustrarla nelle memorie, ne' monumenti, negli uomini insigni che in 
ogni tempo l'onorarono. Ed ecco come il zoologo, già venuto in alta fama 
per insigni lavori, si venne a poco a poco tramutando in archeologo, 
in paleografo, in erudito. Cercando e frugando negli archivi, spiando 
ogni casa^ ogni angolo, ogni pietra della sua città, fini col penetrarne 
cosi addentro le vicende passate, che Pavia, nelle sue piazze, nelle 
sue vie, nei suoi edifici, negli avanzi più sfigurati degli antichi mo- 
numenti, non ebbe più un segreto per lui, e quante volte sorgeva una 
questione, che appassionasse gli eruditi, era ben difficile che egli non 
vi portasse il suo contributo,, e quanti nei loro studi s'imbattevano 
in qualche punto oscuro o controverso, erano sicuri, andando da lui, 
di ricevere schiarimenti o consigli o utili indicazioni. Cosi egli riusci 
a formarsi una cultura frammentaria, si, ma vasta e penetrante nei 
più svariati territori della ricerca storica, come è provato dalla sua 
svariata produzione, che tratta per lo più argomenti minuti e di 
recondita erudizione: una produzione che raramente si eleva alle 
idee generali, ma che in compenso poggia sul terreno solido della 
osservazione diretta e della ricerca positiva e mira più a chiarire e 
correggere punti oscuri o mal noti, che non a ricostruire , in un' 
organica narrazione, gli avvenimenti del passato. 

Non è questo il luogo di passare in rassegna tutta la ricca fiori- 
tura dei suoi lavori, che costituiscono una delle più notevoli contri- 
buzioni all' erudizione cittadina : da quelli sul ponte Ticino e sul 
ponte Lusertino a quello sulla Strada delle Catene, scritto a proposito 
della dibattuta questione dell'uso civico del passaggio attraverso il 
palazzo universitario; da quello sul Broletto, cosi ricco di interessan- 
tissime notizie, all'altro sul Bordello di Pavia, bellissimo tentativo di 
ricerche originali sopra un punto scabroso, ma pur tanto importante 
della storia del costume; dai lavori sullo stemma di Pavia e sul pa- 



367 - 



ratico dei Pescatori a quelli sull'abate Spallanzani e sulla storia del- 
l'Università, ispiratigli dall' affetto che egli portò al patrio Ateneo, 
in cui insegnò ben trentacinque anni. 

Certo il Pavesi non fu uno storico nel senso vero della parola, né 
egli pretese mai di esserlo ; e chi l'ha conosciuto da vicino, sa com'egli 
ridesse piacevolmente di un certo stenterello della critica italiana 
che in occasione della sua nomina a corrispondente della deputazione 
di storia patria di Torino credette di propiziarselo con parole di 
sciocca adulazione. Il Pavesi sapeva che una buona e seria prepara- 
zione agli studi storici non s'improvvisa, e che per intendere e ripro- 
durre scientificamente la vita passata non basta frugare negli archivi 
e mettere insieme quattro notizie raccolte dalle pergamene. Perciò, 
assai più che in apparenza non sembrasse, egli era modestissimo e 
delle cose sue estimatore assai discreto. Nondimeno egli ebbe dello 
storico le qualità fondamentali : l'attitudine felicissima alla ricerca 
minuta e paziente, la capacità di penetrare nel fondo delle cose e 
l'andar cauto e misurato nei giudizi: qualità preziose che erano in lui 
ribadite dall'abito già contratto nei campi, a lui più famigliari, della 
ricerca sperimentale, e che distinguono lo studioso vero dalla turba 
dei mestieranti. 

Se non fu uno storico, egli fu dunque un erudito nel senso più 
vero e più nobile ; fu uno di quei genii locorum, come li chiamava il 
Gregorovius, la cui esistenza s'immedesima con quella della città, della 
.quale rappresentano la tradizione vivente. E però il suo nome resterà 
legato alla storia della città accanto a quelli onoratissimi di Siro 
Comi, Giuseppe Robolini, Pietro Carpanelli, Pietro Terenzio, Giovanni 
Vidari, come d'uno di quei cittadini benemeriti che cercarono cogli 
scritti di conservare ed accrescere il prezioso deposito delle patrie 
memorie. 

Né diremo quale ardore giovanile egli portasse nella difesa del 
patrimonio artistico della città e quale indefessa operosità egli spie- 
gasse ogni volta che la fiducia dei suoi concittadini lo chiamava a 
qualche pubblico ufficio. Di questa sua operosità nessuno può far 
testimonianza meglio di quelli che l'ebbero collega, poi presidente nella 
Commissione del Museo Civico di storia patria, ufficio che egli ac- 
cettò in un momento difficile e solo per dovere cittadino. E cosi pure 
noi che l'avemmo collega e collaboratore nella Società di storia pa- 
tria, sappiamo quanto preziosa riuscisse 1' opera sua, e quanto s'in- 
teressasse delle sorti del sodalizio, del quale per circa quattro anni 



368 



ebbe la carica di vice-presidente, finché la salute mal ferma non l'ob- 
bligò a declinarla. 

Ed ora la morte ha troncato d'un tratto tanto vigore di vita, get- 
tando nell'animo nostro un grande sconforto e quasi un senso di so- 
litudine paurosa. Noi ci guardiamo attorno e constatiamo con sgo- 
mento come ogni giorno si diradino le file di questi uomini generosi 
che, nel'incalzare delle tendenze utilitarie dei tempi nostri, conser- 
vano con nobile disinteresse il culto de' più alti ideali. Ed è perciò 
che, mentre noi, che alla storia di Pavia abbiamo dedicato gli studi, 
vediamo allontanarsi dal nostro sodalizio anche la bella figura di 
Pietro Pavesi, il nostro pensiero lo segue come una visione da cui 
non sappiamo staccarci, come se egli portasse via una parte, la mi- 
glior parte di noi stessi; e sull'animo nostro si stende un velo di me- 
stizia, che è espressione insieme di dolore e di desiderio. 

G. ROMAMO. 




it- 



ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI tsTORICHE 

DKL PROF. PIETRO PAVESI 



Comme mora s ione del conte A. P. Ninni. Padova, Proserpini, 1892. 

Discorso ai funebri del prof. Teodoro Prada. Pavia, Fusi, 1892. 

Ordini e Statuti del paratico dei Pescatori di Pavia. Milano, Rebeschini, 1893. 

Ordini e Statuti del paratico dei Pescatori di Pavia. Pavia, Fusi, 1894. 

Il ponte Lusertino (con 1 tavola). Pavia, Tip. [Popolare, 1895, in 8. 

La Strada delle Catene. Pavia, Bizzoni, 1897. 

Il Canale della Malora. Pavia, Tip. Popolare, 1897. 

Le forti jicazioni spagnuole di Pavia. Pavia, Ti(). Popolare, 1897. 

Il bordello di Pavia dal XIV al XVII secolo, e i soccorsi di S. Simone e 
S. Margherita. Milano, Rebeschini, 1897. 

Le fiere di Pavia. Pavia, Tip. Popolare, 1898. 

Scritti e parole del Sindaco di Pavia al congresso anatomico tedesco e zoolo- 
gico italiano, e nelle feste inaugurali del monumento ai Cairoli. Pavia, 
Bizzoni, 1900. 

Lo Stemma di Pavia. Roma, Ci ve Hi, 1901. 

Un antico piscicultore italiano dimenticato. Ricordo. Como, Ostinelli, 1901, 

L" Abate Spallanzani a Pavia. Milano, Rebeschini, 1901. 

Il Broletto. Pavia, Fusi, 1901. 

Il Ponte Ticino. Pavia, Rossetti, 1902. 

Stemmi e sigilli comunali della Provincia di Pavia. Pavia, B\i8Ì, 1904. 

Date riguardanti gl'istituti universitari di Pavia. Pavia, Ponzio, 1905. 

Orazione funebre sul prof. Leopoldo Maggi. Torino, Gerbone, 1905. 

Un autobiografia di Siro Carati. Pavia, Ponzio, 1905. 

Un'altra pagina di storia deli.' Università. Pavese. Pavia, Bi/zoni, 1906. 



Prof. GIACINTO ROMANO Direttore Responsabile. 
Pavia — Premiata Tipografia Successori Fratelli Fusi — Pavia. 



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EMIGRATI PAVESI 

NEI PRIMI ANNI DEL DOMINIO FRANCESE 



> 



L' anno 1796 ha importanza capitale nella storia di Pavia non 
tanto per i fatti luttuosi che in esso si svolsero, quanto perchè 
da esso ebbe origine quel disastro economico, dal quale la città 
potè penosamente sollevarsi soltanto dopo un lungo periodo di 
anni. 

Quando i Francesi vennero in Italia, portando sulle punte 
delle baionette quei principi di eguaglianza e di fratellanza che 
si erano affermati durante la rivoluzione, trovarono una forte 
opposizione da parte del popolo nostro, che, abituato da lungo 
tempo alla servitù morale e materiale, non era preparato ad 
accogliere quel rinnovamento liberale, che si voleva, d' altra 
parte, imporre colla violenza. 

Dal governo austriaco, che aveva favorito largamente la Lom- 
bardia, aveva imparato a detestare il popolo francese, come 
perverso e turbolento ; la morte del re, le gesta del Robespierre 
e dei suoi compagni, le stragi della Vandea, avevano fatto inor- 
ridire il popolo italiano, che aveva raccolto le orribili notizie 
dagli emigrati di Francia, ed era stato tutto giorno fanatizzato 
dai nobili e specialmente dai sacerdoti e dai frati, i quali ave- 
vano fatto del pulpito e del confessionale una tribuna di propa- 
ganda politica, inculcando 1' odio alle nuove idee e rappresen- 
tando gli invasori come nemici di Dio e degli uomini, persecu- 
tori feroci dei credenti e di ogni cosa sacra. Tale propaganda 
aveva trovato terreno propizio nel popolo, il quale nella no- 
biltà ravvisava un elemento strettamente indispensabile al be- 



— 374 - 

nesscre della vita cittadina ; attaccato ad ogni vieta idea del 
passato, esso era inoltre affascinato dall' antichità e dalla po- 
tenza della casa d'Austria, e sentiva una certa fierezza di dipen- 
dere da un cosi grande Stato. 

Questi sentimenti furono poi alimentati dalla politica errata 
degli invasori, che, mancando di ogni prudenza, gravarono di 
balzelli e requisizioni una città di poco più di ventimila abi- 
tanti (l) — già tassata e requisita fortemente dal governo austriaco 
per sostenere la guerra — e favorirono i più audaci colpi di 
testa dei giacobini, o partigiani del nuovo governo, che in quei 
primi momenti erano in non piccola parte elementi guasti e 
corrotti, guidati da demagoghi violenti e sanguinari. 

Bisogna inoltre tener conto del fatto che questi ultimi, di- 
stinguendosi ~ a detta del Rosa (2) — col nome di terroristi 
democratici, cercavano il disordine e provocavano i pacifici 
cittadini e gli aristocratici nella speranza di potere soddisfare 
le loro tendenze criminali in un sovvertimento generale. 

Per questo complesso di circostanze un grave fermento re- 
gnava nelle campagne ed in Borgo Ticino, tanto più che non 
si credeva duraturo il nuovo stato di cose, com' è provato anche 
dal fatto che molti pavesi, all' arrivo delle milizie di Francia, 
avevano abbandonato la città, seguendo, in parte 1' esercito, au- 
striaco nella sua ritirata (3) : 1' eccitamento era così vivo, che il 
vescovo stesso, temendo le conseguenze di una inconsulta ri- 
bellione, aveva, di iniziativa propria, scritto e raccomandato a 
voce ai parroci di mantenere il popolo tranquillo ed ubbidiente 
ai magistrati : anzi per impedire un soverchio accentramento di 

(1) Quando si trattò d' imporre la tassa di contribuzione militare, i parroci 
presentarono alle autorità T elenco delle famiglie loro sottoposte, col numero 
dei componenti ciascuna famiglia e colT indicazione del loro stato economico : 
da quelle liste risulta che gli abitanti di Pavia alla venuta dei Francesi erano 
20746 (Arch. civ. pac. 624). 

(2) Rosa Vincenzo. — La insurrezione ed il sacco di Pavia, Memorie, 
giornali. Pavia, Bolzani, 1797. 

(3) Molti fuggirono perché si erano compromessi nei processi incoati contro 
i novatori o perchè avevano coperto uffici pubblici e di polizia al servizio au- 
striaco. 



— 375 ~ 

popolo in città aveva ordinato che, per qiiell' anno, il giorno del 
Corpus Bomini, si facesse la solita processione contemporanea- 
mente in tutte le parrocchie, mentre era consuetudine per la 
miglior riuscita di quella in città, rimandare ad altro giorno 
le processioni dei paesi compresi nel circuito di cinque miglia (1). 

Nonostante però queste precauzioni, i contadini ed una pic- 
cola parte della cittadinanza, eccitati da false notizie di vittorie 
austriache, sparse certo ad arte, ed approfittando di un momento 
in cui la città era custodita da un piccolo distaccamento di Fran- 
cesi, che, malvestiti e peggio armati, non incutevano né rispetto 
né timore, si misero in aperta rivolta, benché vi si opponessero 
i cittadini più illuminati, che comprendevano quanto fosse folle 
una simile impresa. 

Nei primi momenti di tumulto, alcuni dei più cospicui citta- 
dini, specialmente nobili, abbandonarono frettolosamente la città 
per liberarsi da ogni responsabilità di fronte al governo fran- 
cese : essi comprendevano che la rivolta non sarebbe riuscita, 
ma, invece di usare della loro autorità per ricondurre la calma, 
volevano prepararsi un alibi nel caso fallisse, pronti a goderne 
i frutti nel caso contrario. 

Possiamo ricordare fra questi il conte Francesco Gambarana, 
membro della Municipalità, il quale, come il collega marchese 
Benedetto Corti, non si presentò neppure quando ai municipa- 
listi fuggitivi — sotto minaccia di considerarli emigrati — fu 
intimato il ritorno nelle ventiquattro ore, dovendo l' intero corpo 
rispondere della rivolta ad una commissione militare (2). Essi 
non furono perciò compresi nella sentenza di assoluzione, pro- 
nunziata da detta commissione ; per il Gambarana però fu poi 
fatta dal Comitato di polizia un' inchiesta dalla quale parve 
risultare non aver egli partecipato alla rivolta — come si 
dubitava — essendo appunto partito ai primi assembramenti 
di popolo (3). 

(1) Arch. vesc. di Pavia — Leggi ed atti^ n 68. 

(2) Arch. civ. (pac. 618). — I municipalisti fugi^itivi erano, oltre ai due 
accennati, Giuseppe Belcredi, Gaspare Maino e Pio Bellisomi. 

(3) Arch. civ. i^pac. 618). — L'opinione pubblica, come è noto, accusava 
come capo della rivolta il figlio di Francesco, Giuseppe. 



- 376 — 

La rivolta fu soffocata facilmente nel sangue e mentre il 
Bonaparte entrava vittorioso nella città, che abbandonava al 
saccheggio, coIot'o che avevano avuto una parte più o meno 
importante nei moti, e coloro che, senza avervi avuto parte, ne 
temevano le conseguenze fuggivano in varie direzioni e special- 
mente per Borgo Ticino sperdendosi nelle campagne; ilFavalli, 
nel suo diario ancora inedito, afferma che un terzo dei cittadini 
abbandonò in quei frangenti la città. 

Cosi dopo il saccheggio Pavia presentava un aspetto deso- 
lante : riporterò, a tale proposito, un passo della Relazione del 
Belcrediy (1) che è particolarmente interessante per la sua vivacità, 
e, in parte almeno, anche per la sua veridicità, per quanto sia 
un aristocratico che scrive, avversario accanito dei francesi, in- 
teressato quindi a gravare le tinte : ed infatti in tutto il mano- 
scritto si sente lo sdegno che guida la mano dell' autore, e che 
spesso lo conduce ad esagerare i fatti e le loro conseguenze : 

« Si calcola ad un milione di scudi, il danno, che in 
questo pileggio so/fri Pavia » scrive il Belcredi, « danno ra- 
guardevole per una città né grande, né ricca, né popolosa, 
massime in quelle circostanze, che molti benestanti, preve- 
dendo la procella, erano col loro peculio fuorusciti. Compas- 
sionex>ole spettacolo era a vedersi in questo giorno solenne- 
mente festivo » (era il Corpus Domini) « tante povere scar- 
migliate, e sparute donnicciuole, ed udir narrarsi a vicenda 
sulle soglie delle spezzate porte lo spavento e danno avuto, 
e che non aveano un pannolino da coprir le nudità de' lor 
figliuoli: mirar tanti negozianti pallidi istupiditi cogli occhi 
fissi ai vuoti scaffali, e i lor garzoncelli sgombrar il pavi- 
mento delle botteghe e de' magazzeni dalle carte, e dai cenci, 
in cui stavano involte le merci loro depredate: osservar 
tristi, ed oscuri... tanti signori pensosi sui rotti scrigni, e 
consultar fra i singulti lo spenditore sui mezzi di proveder 
il pranzo, e pagar i salariati. Stretti nel mantello, chini nel 

([) Arch. civ. (Rep. 365) Legato Bonetta. — Relazione della venuta de" 
Francesi in Pavia, e saccheggio dato alla città rivoluzionaria. 



— 377 — 

guardo, e gonfi nella gola pe' tratt erutti sospiri, dalle lor 
case alle rinchiuse chiese moveayio i vacillanti passi sbigot- 
titi i sacerdoti ». 

Data questa forte tensione di spiriti e la violenta interruzione 
della vita cittadina, è naturale che altri si allontanassero da 
Pavia nei giorni successivi, temendo la ripetizione del saccheggio, 
come si andava sussurrando fra i cittadini spaventati, o la ven- 
detta degli Austriaci, che si attendevano da un momento al- 
l' altro : è naturale pure che altri abbandonassero la città perchè 
compresi nella lista dei destinati come ostaggi dal comando mi- 
litare, perchè teaiessero di esservi aggiunti: e questo timore 
non era infondato poiché non mi pare da escludere intieramente 
r affermazione' del Belcredi (1), che la lista era stata presentata 
dai Giacobini, i quali avrebbero in tal modo sfogato i loro odi 
politici e personali : è infatti assai probabile che le autorità mi- 
litari appena entrate in città si siano rivolte ad essi — che erano 
stati fatti prigionieri dai tumultuanti — per conoscere i capi 
della rivolta e coloro che vi avessero avuto parte preponderante: 
esagerata invece è senza dubbio 1' asserzione che, se si fosse 
seguita completamente la loro lista non saria rimasto in Pavia 
un Nobile e Galantuomo libero e sciolto, poiché la classe nobile 
diede un minimo contingente agli ostaggi (2) e non figura af- 
fatto fra coloro, che, essendo destinati come tali, si erano dati 
alla fuga (3), mentre nelle due liste sono compresi numerosi 
fittavoli e ben diciassette ecclesiastici. 

Particolare questo degno di nota perchè mostra che, mentre 
il Bonaparte sospettava che la rivolta fosse opera diretta delle 
classi privilegiate, dovette poi ricredersi facendo arrestare invece 
gli ecclesiastici minori, che appaiono spesso nelle carte ufficiali 
come attaccati al vecchio regime e come temibili propagandisti 
— specialmente i forestieri — e che numerosi appaiono nelle 

(1) Relaz. citata. 

(2) V. la lista riportata dal Dott. Leopoldo Fontana, Gli ostaggi 'pavesi 
del 1796 in questo Bollettino, an. VI (1906) pag. 524 sg. 

(3) Ardi. civ. (pac. 616). 



«— 378 — 

tristi giornate di maggio fra i rivoltosi (1). È pur degno di nota, 
a questo proposito, che il milione imposto ai ricchi che avessero 
partecipato alla rivolta, non fu riscosso, per non essersi consta- 
tata la colpevolezza di alcuno (2). 

Per arrestare questa corrente emigratoria, che sempre piiì 
si intensificava, e per ricondurre la tranquillità e il buon ordine 
nella spaventata città, le autorità pubblicarono numerosi mani- 
festi nei quali smentivano le notizie tendenziose che continua- 
mente si diffondevano, richiamavano in città gli assenti, conce- 
devano un generale perdono e ponevano restrizioni alla conces- 
sione dei passaporti. 

Così, pochi giorni dopo la rivolta, il 27 maggio, fu pubblicato 
un manifesto col quale la Municipalità avvertiva i fuggitivi, che 
se non fossero rientrati nel termine di quindici giorni sarebbero 
stati considerati come emigrati (3), il che importava, come dice 
il Belcredi, la devoluzione delle loro proprietà alla Repubblica. 

E a questo avviso della Municipalità seguiva il 29 maggio un 
proclama del Commissario del Direttorio esecutivo Salicetti, il 
quale rimproverava il popolo lombardo della sua ingratitudine, 
concedeva un perdono generale, invitava al ritorno i dispersi, e 
li consigliava a lasciar lungi le perfide insinuazioni del fana- 
tismo, che tentava sedurli in nome della religione, e quelle del 
dispotismo, che non per altro si agitava che per avere a 
cuore quella servitù colla quale opprimeva i popoli (4). 

Lunghe pratiche si fecero pure per ottenere il ritorno dei 
destinati come ostaggi, anzi la Municipalità, per ordine supe- 
riore, dovette a più riprese e sempre con lo stesso risultato ne- 

(1) Questo attaccamento del clero pavese al regime austriaco è posto in ri- 
lievo anche nella Relazione dell' agente speciale francese Carlo^RuIhière incari- 
cato da Napoleone, V indomani di Marengo, di esaminare lo spirito pubblico 
delle città lombarde ; relazione riportata da E. Driault, Napoléon ler et V Italie 
in Revue historique, voi. 88 pp. 53-p4, e parzialmente riprodotta in questo 
Bollettino, VI, 158. 

(2) Arch. civ. (pac. 621). 

(3) Raccolta di tutti gli avvisi, editti, proclami ed ordini pubblicati in Pavia, 
1796. Anno I, quad. 1, pag. 27, 

(4) Ibid, an. I, quad, 1, pag. 42. 



— 379 — 

gativo intimare ad essi individualmente l'ordine di restituirsi al 
luogo di usuale dimora, minacciando, prima, di mettere in stato 
d'arresto le loro famiglie e di confiscarne le proprietà, e poi, 
provvedimenti più gravi da prendersi secondo le circostanze (1). 
Non so come sia terminata la pratica, perchè non ho trovato 
altri documenti nell'Archivio civico, ma è probabile che i disub- 
bidienti siano stati considerati come assenti e come tali trattati : 
posso dire soltanto che pochi si presentarono e che due di essi, 
Domenico Capelli, curato di Trivolzio, e Pietro Re ingegnere, 
costretti da Pietro Pizzocaro, uno dei capi della rivolta, a venire 
in Pavia il primo giorno dei tumulti, furono sbanditi dallo stato (2). 
L' emigrazione, però, anziché diminuire, aumentava giornal- 
mente, con grave preoccupazione, non solo dell'autorità centrale, 
ma anche della Municipalità, che ne vedeva le tristi conseguenze 
e si adoperava energicamente per porvi un freno. Essa cercò 
sempre di allettare al ritorno gli assenti e di sollecitare adeguati 
provvedimenti dal governo, e per questa ragione se nel proclama 
27 luglio 1796, pubblicato per ordine superiore, accennava di 
sfuggita ad un male così fatale (3)j il 9 ottobre, eccitata da 
uno dei suoi membri (4), pubblicava un manifesto, nel quale 
rappresentava le tristi condizioni di Pavia, e con ogni amorevo- 
lezza tentava di svegliare negli assenti 1' amor di patria assopito: 
« La prosperità d'un paese » diceva il manifesto « dipende 
in gran parte dalla maggior popolazione^ e dal numero delle 
persone facoltose^ che V abitano, perchè crescendo cosi gli in- 
terni bisogni, s'esercita l'industria della Nazione, ed i ricchi 
specialmente facendo circolare il denaro somministrano, e 
ne traggono un reciproco vantaggio. Le circostanze locali 
della nostra Patria quanto siaìio per sé stesse gravose voi 
lo sapete: non vogliate pertanto accrescerne il danno colla 
vostra assenza. Fatevi un dovere di restituirvi nel seno di 



(1) Arch. civ. (pac. 616). 

(2) Arch. civ. (pac. 618, 619). 

(3) Race. voi. 1, quad. 3, pag, 8. 

(4) Arch. civ. (pac. 618). 



— 380 — 

questa madre che amorevolmente per comun bene a sé vi 
invita: rallegrate col vostro ritorno l'animo de' concittadini 
che vi sospirano; concorrete alla pubblica felicità ; ed ani- 
mati dallo spirito di verace patriotismo date mano a destar 
Vantica energia del popolo pavese e la Patria vi riconoscerà 
per degni suoi figli e ve ne serberà eterna gratitudine » (1). 

Dobbiamo però, ad onor del vero, osservare che se V auto- 
rità cittadina avesse rigorosamente applicato le disposizioni go- 
vernative, r emigrazione non avrebbe forse preso cosi vaste pro- 
porzioni e che la Municipalità è perciò in gran parte responsa- 
bile delle dolorose conseguenze che ne vennero alla città. Il Co- 
mandante di piazza Villaret aveva infatti ordinato di non rila- 
sciare alcun passaporto senza un certificato della Municipalità, 
che garantisse delle buone intenzioni di colui che voleva assen- 
tarsi. Ora un tale certificato si otteneva con grande facilità 
tanto che il Villaret, prevedendo in parte ciò che poi avvenne 
realmente, se ne lagnava e scriveva : « fai jugé par le grand 
nombre de passeports qui m'ont etè presente, signé de vous, 
que vous n'aviez point etè avare de ma recomandation, et 
que vous aviez eu egard, a des craintes que la malviellance a 
jnspiré a une partie de vos concitoyens pussillanimes. 

« Deja une grande partie de vos compatriotes, sous de 
frivoles pretextes ne sont plus parmis vous; et fignore s*ils 
rentreront, pour faire face au reste de la contribution fixée 
a diverses epoques. Empressès vous donc de dissiper les ma- 
noeuvres de nos ennemis qui n'ont pas d'autres resources que 
de faire courir de bruits, devués de toute fondation et le 
tout pour egarer le peuple » (2). 

Probabilmente in seguito a queste lagnanze, e per ottenere 
il pagamento del secondo terzo della contribuzione militare, il 
27 luglio 1796 si richiamavano gli assenti, promettendo il rilascio 
di un nuovo passaporto ad ogni buon cittadino. 

Tutti questi sforzi delle autorità non raggiungevano però il 



(1) Race. voi. I, quad. 4, pag. 79. 

(2) Arch. civ. (pac. 617). 



-^ 3B1 -- 

loro scopo, perchè se la nobiltà non tendeva fors^e — come so- 
spettava la polizia — ad affamare il popolo per staccarlo sempre 
più dal nuovo governo, che sembrava animato da severi propo- 
siti di persecuzione per gli ex titolati, temeva certo però di ri- 
tornare in una città, dominata da pochi democratici. 

Questi favorivano ed aiutavano la diffusione delle nuove idee' 
e cooperavano agli intenti del governo, che mirava alla distruzione 
di ogni traccia del passato ; certo è però che, almeno nei primi 
momenti, essi erano guardati con disprezzo ed evitati dalla 
grande maggioranza del popolo minuto, ribelle per natura e per 
ignoranza da qualunque novità, e di più, non del tutto a torto, 
sospettoso, perchè nelle file della democrazia onesta e liberale, 
come suole avvenire in tutti i grandi sconvolgimenti politici, si 
erano insinuati elementi torbidi e corrotti e violenti demagoghi, 
i quali, nelle pubbliche feste e nei banchetti, inneggiando alla 
libertà, inveivano contro i fautori del passato e li minacciavano 
di morte (1). 

In appresso vennero però lentamente disciplinandosi e costi- 
tuendosi in partito più forte e più serio, che, pervenuto al pieno 
possesso degli uffici municipali, fini col lavorare energicamente 
al bene della città : allora gli elementi cattivi non furono più 
tollerati, e i loro atti condannati dai buoni patriotti, che com- 
prendevano come altrimenti avrebbero fatto il giuoco dei loro 
avversari. 

(1) Il Belcredi, il quale, come ho già detto, è naturalmente un accanito av- 
versario, così li descrive in una nota : « Sono i così detti Giacobini una classe 
di persone pericolose per ogni società. Odiano i Nobili perchè ne invidiano le 
sostanze e le distinzioni. Sprezzano gli Ecclesiastici perchè irridono ogni sorta 
di culto esteriore alla Divinità. Affettano di onorare i Dotti, perchè si credono 
d'esserne nel numero. Fingono di stimare i Negozianti per rovinarli non ne 
pagando le merci. Declamano generalmente contro l'ozio, e V ignoranza de' 
Nobili, de' Frati e degV Opulenti, ed essi tre quarté^parti del giorno oziano 
sulle pancacce de' Caffè anatomizzando chi passa, e raccontando gl'altrui fatti 
diurni, e notturni facendone senza pietà, e misericordi^ i più oltraggiosi co- 
menti. Se leggono qualche libercolo all' opposto dell'Api ne succhiano il solo 
amaro per comporne veleno. Passano infine la vita loro nel gioco e nel liber- 
tinaggio^ e da poclii anni singolarmente nella crapola seguendo piucche V in- 
troddotto Brovniano, il vecchio cinico, ed epicureo sistema », «► ^^ 



- 382 --- 

Con tutto Qiò però la condotta dei nobili si può facilmente 
giustificare : gli atti delle autorità non erano infatti tali da tran- 
quillizzarli, poiché se il grido di morte alla aristocrazia, viva 
il terrore era punito non meno severamente dell' altro viva 
r aristocrazia f morte ai giacobini (1), in tutti i proclami ari- 
stocrazia e classi privilegiate erano più o meno violentemente 
attaccate: di più si fondava il 26 ottobre 1796 un Comitato di 
polizia, emanazione della Municipalità, che doveva principalmente 
tutelare la sicurezza dello stato contro le trame dell' aristocrazia, 
e in seguito altre istituzioni furono organizzate, sempre con lo 
stesso scopo (2) : era d' altronde umano che essi non volessero 
rinunziare alle loro prerogative, nella speranza di un prossimo 
ritorno all' antico. 

Lo ripeto : 1' azione generale dei democratici e anche delle 
autorità, ispirata nei primi tempi ad un vero impeto di distru 
zione, parve una sfida ai sentimenti tradizionali del popolo : si 
abolivano tutti i distintivi nobiliari, si facevano, con grave spesa, 

(1) Bisogna però notare che quelle grida si temeva venissero o da persone, 
die celavano V amore del disordine sotto l'apparenza del patriottismo, oda altre, 
ispirate dagli aristocratici, che volessero compromettere i buoni patriotti, ren- 
dendoli odiosi al popolo (Arch. civ. pac. 620), 

(2) A proposito di questo Comitato il diarista Fenini (ms. dell'Arch. civ.) 
scrive : « Hanno formato il Commitato Diabolico di infamità, detto di Polizia: 
Commissario Falciola Giuseppe, Sotto Commissari Emanuelle Giuseppe e Sa- 
lustio Crivelli; non potevano far scielta migliore per quest'Ufficio che dei su- 
nominati tre Canihali! » Pure in altri luoghi attacca i membri della Municipa- 
lità : così sotto la data del 30 Vendemmiaio 5 (21 ottobre 1796) scrive: « Il 
Municipalista Ex Marchese Luigi Malaspina.... si sa che è andato in Svizerà^ 
e da tutti i sani di mente è stato lodato a. cavarsela e non stare insieme a 
dei Atteisti ; non hanno difficoltà nelle sessioni a cercare di gettare addietro i 
calamaj e continuamente si beccano un con V altro ». 

Il Belcredi, ancor più violento, scrive fra l'altro: « Miseri noi da quali 
Autorità costituite siam governati! Un pazzo da catena^ uno sciocco glorioso, 
un Impostore formano il Comitato di Pulizia di tanta importanza ». 

Altre molte sono le invettive e le satire, che troviamo in manoscritti di 
contemporanei, ma questi saggi bastano a dimostrare come fu accolta la for- 
mazione del Comitato di polizia dalla nobiltà e dai suoi adepti. 



^ 383 — 

scalpellare i pochi stemmi (1) rimasti dopo la distruzione M- 
tane dai nobili stessi per precauzione prima dell' arrivo dei 
Francesi (2), si mandava fin nei cimiteri a cancellare i titoli, che 
precedevano il nome dei defunti (3); si chiedeva* la distruzione 
dei processi istruiti in tempo di tirannide contro i patriotti (4), 
e un n^agazziniere dell' ospedale militare, di nome Fomenti, 
scriveva e pubblicava in poche copie una poesia, priva di ogni 
valore letterario ed estetico, e mancante di ogni ispirazione, ma 
interessante perchè intonata sull' aria della Marsigliese, che si 
voleva evidentemente rendere popoh\re, toghendo le difficoltà 
della lingua (5) : si profittava d' ogni pretesto per alzare l'albero 
della libertà e in questa ed in ogni altra occasione abbondavano 
i discorsi più o meno violenti : degno di ricordo fra tanti ora- 
tori, che ebbero allora il loro momento di notorietà, Gio: An- 
tonio Ranza vero demagogo, avversario accanito e quasi feroce 
delle classi privilegiate, uno scamiciato, che, in nome della li- 
bertà e dell' eguaglianza, incitava i popoli a calpestare questi 
santi principi. 

L' esilio, cui si era condannata la nobiltà, si giustifica d' al- 
tronde anche con ragioni economiche: essa era stata infatti col- 
pita in modo speciale da tutte- le gravezze imposte alla città dalle 
autorità civili e militari, per cui molte famiglie erano obbligate 
a vivere in campagna per economia (6) : bisogna poi tener conto 
del fatto che la maggior parte dei possidenti pavesi avevano le 
loro tenute nelle smembrate provincie dell' Oltrepò e della Lo- 



()) Arch. civ. (pac. 691). 

(2) V. mss. ed autori contemporanei. 

(3) Arch. civ. Cpac. 618, 691). V. anche le lapidi raccolte nel cortile del Mu- 
seo Civico. 

(4) Arch. civ. ('pac. 618). 

(5) Arch. civ. (pac. 620). 

(6) La stessa Municipalità andava cauta nel determinare la porzione di con- 
tribuzione militare da pagarsi dalle famiglie ex-nobili per non obbligarle colla 
smoderatezza del peso ad abbandonare la città, osservando che esse non pos- 
sedevano notabili ricchezze (Arch, civ. pac. 618, 627). 



- 384 — 

mellina (1), onde la loro dimora net territorio cisalpino era spesso 
resa impossibile dalle frequenti disposizioni che interrompevano 
le relazioni commerciali fra lo Stato Sardo e la Lombardia. 

E quest' ultimo fatto — dovuto alle speciali condizioni di Pavia 
— era notato, non solo dagli interessati nei loro ricorsi (2), ma 
anche dalla Municipalità, che protestò quando il Re sardo 
proibì (3) ai possessori pavesi V esportazione garantita col trat- 
tato del 4 ottobre 1751 (4) e giudicò plausibile la condotta dei 

(1) La questione del distacco di queste due provincie è di grande interesse 
nella fitoria di Pavia e nìeriterebbe uno studio speciale in relazione alle condi- 
zioni economiche della città. Per dare un' idea della questione riporterò alcuni 
documenti : « I ricordi popolari* della nostra città » così leggesi neìVArch. civ. 
Leg. Brambilla^ Schede Bussedi « lamentano tre smembramenti del territorio 
pavese. Il primo avvenne in dipendenza del trattato di Torino dell' 8 febbraio 
1703... In queir occasione ^assò, tra le altre terre, alla casa di Savoia la Lo- 
mellina, dote, dicono que' ricordi, della città di Pavia, e la porzione più vasta 
della provincia, 104 terre in tutto. La città protestò contro questa cessione, e 
mostrò di voler rifiutare le scrittu're relative... ma venne il principe Eugenio 
di Savoia... minacciando... e la consegna di queste fini coli' essere registrata per 
libera e volontaria. Il secondo smembramento, comprendente Tortona e Novara 
co' lor territori e i feudi delle Langhe, eseguito in forza del trattato del 6 giu- 
gno 1736, mise il re di Sardegna in possesso di quattro terre... Il terzo smem- 
bramento fu quello prodotto dal trattato di Worms del 13 settembre 1743. Oltre 
al Vigevan.asco e ad altre terre, Pavia perdette la parte di territorio tra il Po 
ed il Ticino,., o inoltre l'Oltrepò pavese, compreso Bobbio e il suo territorio. 
Quando si seppe il trattato, fu, dicono que' ricordi, nella città una malinconia 
che pareva la settimana santa. Non si sentiva altro che maledizioni !... » 

Anche il Ricci osservava ai comaiembri della Municipalità : La nostra Co- 
mune ha sofferto 1' ultimo colpo della bai'barie dal momento, che le furono 
tolte, staccate, ed alienate quelle due provincie, quali formavano una parte 
naturale, ed integrante della pavese provincia... » (Arch. civ. pac. 697). 

In altre carte poi, nelle quali sirivendica la restituzione di quelle provincie 
a Pavia, si deplora che la città sia stata sempre sacrificata all' interesse dei do- 
minanti, che r avevano così dannata a sicura decadenza. (Arch. civ. pac. 691). 

(2) Arch. civ. (pac. 618). 

(3) La circolare che dava tale ordine porta la data del 22 luglio 1796. 

(4) Con questo trattato, stipulato fra le due corti di Vienna e di Torino, 
era stato accordato agli abitanti della città e provincia di Pavia di poter estrarre 
dai loro possessi delle smembrate provincie quella quantità di generi di prima 
necessità che occorresse al loro sostentamento, più novemila some di frumento 



- 385 — 

nobili quando si proibì di ricovero tutti gii spezzati di denaro 
estero dallo scudo, in giù (1). 

Colla loro assenza però essi recavano un gravissimo danno 
alla città, la quale dopo il saccheggio era stata spogliata ancor 
maggiormente dalla contribuzione militare, dalle requisizioni di 
ogni genere, dai prestiti forzati, dalle restrizioni all' importazione 
e air esportazione, dalla tassa imposta al mercimonio e da gra- 
vézze di ogni genere, che, per usare le parole della stessa Mu- 
nicipalità « perfezionarono il totale spoglio di tanti citta- 
dini » ',2) : si devono inoltre aggiungere i danni incalcolabili 
derivati da una violenta epizoozia bovina, e, per alcuni, quelli 
dovuti a falliti raccolti, o all'arresto degli ostaggi, che aveva 
privato numerose famiglie dell'unico sostegno, derivante dal 
giornaliero lavoro del capo di casa, il quale al suo ritorno potè 
di rado riprendere il posto perduto (3); infine la stessa diminu- 
zione di impieghi e dei salari aveva, per i rimasti, portato la 
miseria in altre famiglie (4). 

Avendo i nobili rotta ogni relazione con la città, esportavano 
i prodotti che ricavavano dalle loro terre pavesi e licenziavano, 



dell' Oltrepò e diciottomila some fra melica e legumi dalla Lomellina (Arch. civ. 
pac. 618 e 691). 

(1) Il Ricci scriveva al Consiglio municipale : « La maggior parte de' loro 
beni stabili, ed anche capitali i nostri concittadini li tengono in Lomellina^ 
nelV oltre Po Pavese^ ed in fine per tutto Vex Stato Sardo, e Piacentino ecc. 
Ordinariamente, o ben da y,n pezzo si conserva la proibizione di trasportare 
i respettivi, e propri generi ricavati nei particolari possessi affine di obbligare 
questi Proprietari sia a vendere in que Dominj a molto minor prezzo le loro 
Derrate, sia perchè in cambio, o per pagamento si possa smaltire non solo la 
più bassa moneta, ina anche i buoni, o la carta monetata ; ma se questi cit- 
tadini si vedono interdetto l'esportare queste monete nella Comune de ri- 
spetivi Domicilj; ecco che per necessità di susistenza devono assentarsi dalla 
Cisalpina, o da questa Comune per far permanenza in estero vicino alle 
rispetive proprietà, quando si volesse sostenere V inspendibilità, e sin la det- 
tenzione di simili estere monete ». 

(2) Arch. cìv. (pac. 621). 

(3) Arch. c:v. (pac. 616, 618). 

(4) Arch. civ. (pac. 691). 



- 386 - 

non ostante i divieti in contrario, domestici e cocchieri sotto il 
pretesto di essere stati spogliati e ridotti ^,11' indigenza ; una 
gran parte della cittadinanza, che viveva lavorando per i nobili 
e per i ricchi, finì col trovarsi nella miseria : la circolazione del 
denaro diminuiva ; scemava il giornaliero guadagno dei bottegai 
e degli artisti, specie per gli articoli di lusso : frequenti erano 
i fallimenti e non pochi quelli che, vissuti fin lì in onesta agia- 
tezza, erano costretti a vendere quant'era loro rimasto e ad 
emigrare in cerca di miglior fortuna. 

Questa nuova emigrazione però, invece di volgersi verso le 
smembrate provinole, si sparge in varie direzioni, e, se in prin- 
cipio si dirige di preferenza verso gli Stati Sardi, il Genovesato 
e la Toscana, poi si sfoga verso il Veneto e la Germania (1). 

La città assunse così un aspetto di tristezza e di miseria, 
che preoccupava le autorità: il 18 gennaio 1798 la Polizia Am- 
ministrativa, costernata, scriveva alla Municipalità, che dopo di 
avere già da due mesi — dietro eccitamento del Consiglio della 
Guardia Nazionale — scelto i patentati per montare la guardia 
in luogo dei cittadini mancanti, da alcuni giorni era assediata 
da un flusso e riflusso di cittadini poveri, d'ogni età e profes- 
sione, che chiedevano con insistenza di essere scelti fra i detti 
patentati, per procacciarsi qualche sostentamento. 

« Si vede bene » scriveva « che è la fame, che li sprona 
ad essere, non solo importuni, ma anche minacciosi, perché 
ripetendosi dalla vostra polizia di non potersi ammettere, 
questi percuotendosi con [smania il petto pregavano raddop- 
piavano le esclamazioni, le suppliche, ed i scongiuri , che 

possonsi proferire da uomini ebbri dalla miseria, e dispera- 
zione; questa situazione affliggente per chicchessia, oltre di 
avere frastornata la polizia dalle sue operazioni.,., ed oltre 
d'avervi empito l'animo di commiserazione, e tristezza, ha 
sbalordito talmente i nostri delegati, che ancor per poco che 
continuino i reclami di questi poveri indigenti non sarà 
possibile in resistervi, né contenerli per disperazione dalle 

(1) Arch. civ. (pac. 681, 691). 



^ 38? — 

contumelie, o vie di fatto. Vi confessiamo ^ commemhri, che il 
caso devesi prendere in seria considerazione ^ perchè... se si 
dasse qualche momento, od occasione non perderebbero l'in- 
contro per fare imo scoppio terribile anche a fronte della 
certezza di essere poi schiacciati dalla forza ; ma intanto 
per quel momento chi 7%e sarebbe la vittima primaria ? Voi, 
cittadini colleghi, e tutte le altre autorità... Eccovi gli in- 
trighi dei ricchi perfezionarsi al segno voluto ; e per poco 
ancora che si lascino brigare ed affamare il popolo sia colle 
estrazioni delle entrate, che delle levate, essi r avranno gua- 
dagnato; se non che può darsi benissimo il caso, che chi ha 
promossa la disperazione del popolo, essi pure è del proba- 
bile che possano essere anche la vittima infamine, se non fos- 
sero in tempo di disertare nelle lor terre all'estero Voi 

foiose, cittadi7ii commembri, crederete che le cose siano esa- 
gerate ed ingrandite; ma per diana se doveste attendere in 
oggi alle cose dei poveri cittadini ed esaminarne da vicino 
lo stato restarete sbalorditi dalla inaudita indigenza che fa 
vergogna all'umanità (1). 

La mancanza di lavoro, da cui dipendeva questa estrema mi- 
seria, era naturalmente causa di una forte recrudescenza nella 
delinquenza (2) tanto più che la gendarmeria e le guardie di 
polizia non erano ancora istituite sulla fine del 1797 e quelle di 
finanza e di giustizia mal potevano adempiere il delicato ufficio, 
trattandosi in gran parte di gente corrotta, dedita ai bagordi, 
destra soltanto nel far violenza ai cittadini per ricavarne mancie, 
pronta alle vendette ove non le avesse ottenute (3) : le prigioni 
rigurgitavano di assassini, ladri e contrabbandieri (4) : le vio- 
lenze e le grassazioni continue : il disordine e V immoralità — 

(1) Arch. civ. (pac. 689). Ho corretto la grafia, ma ho riprodotto neUa sua 
integrità questo e il successivo documento perchè danno un'idea assai viva 
delle condizioni sociali di Pavia in quel tempo. 

(2) Arch. civ. (pac. 681). 

(3) Arch. civ. (pac. 691). 

(4) Arch. civ. (pac. cit.) 



— 388 — 

che la polizia stessa attribuiva alla m'ancanza di lavoro e alP oziò 
forzato — regnavano ovunque nella città (1). 

Ad aggravare queste condizioni ed a pescare nel torbido non 
mancavano forestieri in gran numero, i quali si facevano pas- 
sare per cisalpini finché e' era 'qualche vantaggio da sfruttare, 
ma rinnegavano tale qualifica quando si trattava di sottostare a 
qualche peso. La polizia — che li sorvegliava — si lamenta 
appunto a più riprese colla Municipalità per il rilascio ad essi 
dei certificati di residenza, perchè, non possedendo nulla ed 
avendo altrove patria e famiglia, contribuivano colla loro presenza 
ad accrescere la pubblica miseria (2). 

In altre lettere la stessa polizia rappresenta con molta effi- 
cacia le violenze e le prepotenze di questa poveraglia, che, se- 
condo i suoi calcoli, costituiva niente meno che un quarto circa 
della popolazione : così il 9 novembre 1797 scriveva fra 1' altro 
alla Municipalità : 

« P^r teì^^^a nelle contrade, come negli angoli delle vie, per 
le piazze, pei Tempi, alle botteghe, alle porte dei paj^ticolari, 
e dei regolari, da per tutto insomma voi osservarete dei po- 
veri, dei questuanti, e dei pitocchi, fra quali... pochi orbi, 
storpi e vecchi veri impotenti, tutto il restante della gran 
massa sono gioventù ben robusta dei due sessi, dati all'ozio, 
alla poltroneria, e stravizzi: questi ultimi nell'andare in 
massa a prendere le elemosine dal facoltoso^ dal negoziante, 
dai corpi regolari insultano, sprezzano ed arrivano fin 
anche a gettare la minestra, il pane, le monete a^ piedi dei 
benefattori esigendone di più, e non potendone avere, cari- 
cano d'improperi, e d'imprecazioni chiunque non gli accon- 
tenta; e con ciò si conduce negli altri poveri uno scandalo, 

(1) Arch. civ. (pac. 681). ^ ■ 

(2) Arch. civ. (pac. 670, 691). Erano in genere qnesti forestieri di povera 
condizione (facchini, montanari, cioccolatari, lattari ecc.) e la polizia consigliava 
di negar loro il certificato di residenza finche non avessero portato in città so- 
stanze e famiglia, poiché altrimenti non potevano ispirare fiducia, non pagavano 
tasse e si dovevano annoverare, non fra i cittadini attivi, ma fra i passivi e 
nocivi. 



— 389 — 

ed insiibor dinazione, che porta lo sconcerto al segno di ma- 
nifestarsi nei detti benefattori la decisa repugnanza nel soc- 
correre i poveri ulteriormente. Verso le autorità costituite 
si declama da costoro, che si danno le elemosine solamente 
alle belle, alle scuffine, alle loro put... Alle monache di 
Sant'Elena si è gettato il pane contro le finestre ove si è 
fracassato i vetri; ai religiosi di San Primo si sono gettati 
i ceci cotti per terra; ne direi una infinità di questi insulti, 
come degli improperi, che diconsi da questi oziosi, ma credo 
vi basterà cittadini commembri, di questo poco per redar- 
guire il molto, che quotidianamente si sente di costoro,., » (1) 

Queste colonie di questuanti erano per necessità tollerate 
dalle autorità locali, perchè mancava il modo di occuparle, tanto 
che si eleggevano dalla Municipalità dei caporali e dei sottoca- 
porali temporanei, scelti fra i probi cittadini per regolare la loro 
vita e per sorvegliarli (2). 

Certo le notizie che son venuto esponendo sono vere e si 
possono provare in vari modi ; esse sono date in gran parte da 
un certo Ricci, un pizzicagnolo, fornito di coltura molto super- 
ficiale, come provano i molti errori di cui infiorava i suoi scritti, 
ma attivo, intelligente, desideroso del pubblico bene : la smania 
di ostentare autorità ed acume lo conduce di quando in quando 
a conclusioni esagerate ed impressionanti, ma le sue lettere 
sono vivi quadretti della vita cittadina, e ci fanno provare un 
senso di pietà per le miserie che egli sente, e, come sente, ci 
descrive ; ingiusti perciò ci sembrano i dileggi di qualche con- 
temporaneo, accecato da ragioni di partito, contro questo membro 
della Municipalità. 

A sollievo di tante miserie non vi erano che rari sussidi, 
scarse elemosine, doti per nubendo povere e alcuni istituti (3), 
che però, per rispondere alle necessità del tempo, avrebbero 
avuto bisogno di ben altri capitali: il Monte di Pietà aveva 

(1) Arch. civ. (pac. 691). 

(2) Arch. civ. (pac. cit.) 

(3) Arch. civ. (pac. 621, 691), 



— 390 — 

cessato di esistere in seguito al sacco della città, con gravissimo 
danno dei poveri : lo Spedale Maggiore di San Matteo, gravato 
dalle contribuzioni e dalle requisizioni non poteva accogliere — 
come r annesso luogo pio degli Incurabili — che un numero 
esiguo d' infermi : in condizioni non liete erano pure 1' orfano- 
trofio di S. Felice e lo stabilimento Fertmati, destinato dal fon- 
datore a ricovero per i vecchi impotenti : lo stesso luogo pio 
degli Esposti, non bastando più le sue piccole risorse al proprio 
sostentamento, era stato assorbito dallo Spedale Maggiore. 

Queste tristi condizioni durarono a lungo, e non so come e 
quando si siano potute cambiare, non avendo esteso le mie ri- 
cerche oltre il 1798; lascio perciò ad altri o ad altro tempo 
questa parte di lavoro, tanto più che non ha diretta relazione 
coir argomento da me preso a trattare, e mi accontento di ac- 
cennare soltanto all' opera governativa e ai numerosi rimedi 
temporanei consigliati dalle autorità locali. 



* 
* * 



Fallito il tentativo di indurre gli esuli al ritorno o almeno 
di persuaderli a riaprire i loro stabihmenti, la polizia, nell'attesa 
di provvedimenti governativi, consigliava i disoccupati ad entrare 
nella truppa di linea, ma essi rispondevano di saper già che 
non sarebbero pagati, e per di più sarebbero soggetti alle ruberie 
degli ufficiali e dei camerati (1). 

La stessa polizia proponeva alla Municipalità che, coloro i 
quali mancavano dei requisiti necessari per montare la guardia 
in luogo dei cittadini assenti, avessero, lo stesso^ temporanea- 
mente, qualche giornata di stipendio dal Consiglio amministra- 
tivo della Guardia Nazionale fino a tanto che non si trovasse un 
rimedio migliore (2) : oppure che si imponesse una tassa ai più 
ricchi per sollevare i poveri, i negozianti ed i padroni, che dalle 
requisizioni erano stati ridotti in miseria (3). Si insisteva infine 

(1) Arch. civ. (pac. 681). 

(2) Arch. civ. (pac. 689). , ■ . . 
- (3) Arch. civ. (pac. 691). 



I 



' — 391 — 

per r annessione a Pavia delle smembrate provincie e perchè si 
idesse nuovo impulso allo industrie ed ai commerci (1), togliendo 
cosi al vizio e al delitto molti oziosi e vagabondi involontari, 
che erano, a detta della polizia, vergogna di un Comune « di 
suolo fecondo, pieno di facoltosi, e non povero, che in queste 
vittime e neW adultera procedura de' ricchi » (2). 

La preoccupazione delle autorità era tenuta viva anche dal 
fatto, che lo stato disastroso di tante famiglie determinava le 

(1) Valeadomi di alcuni documenti deirArchivio civico (pac. 697) credo bene 
dare una sommaria idea delle industrie e dei commerci in Pavia, notando come 
quasi nulla fosse V esportazione di fronte all' importazione, tenuto conto del 
fatto che la prima era costituita quasi intieramente di merci di transito. 

Il Genovesato forniva alla città olio d' uliva, sapone, salumi, agrumi, frutta 
secca, droghe, medicinali, corami, pelli, legni, gualdo per tintoria, vini, cotoni, 
lane, drapperie, zuccheri, caffè, cacao, vallonia e sete: dal Ferrarese, dal Bolo- 
gnese e dal Piacentino si importavano pesci marinati, canape d' ogni sorta, veli, 
corderia, vetriolo, stracci, vetro, ferro, rami rotti, olio d'uliva, sapone e vini, 
i quali tre ultimi articoli provenivano in parte, oltre che dal Genovesato, dalla 
Toscana e in parte dal Veneziano: dalla Gerinania provenivano chincaglierie, 
drapperie, telerie; dallo Stato Sardo stoffe di seta e calcine del Lago Maggiore; 
dallo Stato di Vene/Zia drapperie, cera lavorata e cristalli e dalla Svizzera infine 
i bestiami. 

L* esportazione poi — di molto inferiore all' importazione — era costituita 
di ferro, rame, drapperie, fustagno, telerie e chincaglierie, che si trasferivano 
nel limitrofo Oltrepò e nel Genovesato, e venivano dal Bergamasco, dal Lago 
di Como, dal Piacentino e dalla Germania. 

Nel dipartimento invece si fabbricavano e si lavoravano pelli, vetro e maio- 
lica, che si smerciavano nello Stato Sardo, nonché sete gregge, che si spedivano 
in Piemonte, in Francia e nel Genovesato: si abbondava di riso, segale, for- 
maggi e lino mentre si possedeva il solo necessario di melica, legumi, avena e 
fieno e scarseggiavano d' altra parte il frumento, il vino, la legna ed il carbone. 

Le fabbriche — ad eccezione di quella dei formaggi — erano scarse e di 
poca entità: quella dei cordaggi e delle navi aveva subito un forte colpo ed 
era stata quasi annientata dalle requisizioni di navi e cavalli, fatte subire ai 
padroni, che erano stati ridotti in miseria. (Arch. civ. pac. 691). 

Si consigliava dalle autorità 1' erezione di fabbriche di lino, bambagie, ca- 
nape, lane e seta, prodotti tutti della provincia, e per incoraggiare a ciò i pri- 
vati si concedeva gratis una casa del Municipio per un certo numero di anni. 

(2) Arch. civ. (pac. 689). 



- 392 — 

condizioni dello spìrito pubblico, mantenendo vivo il malcontento 
popolare: essi vedevano quanto fosse esiguo il numero dei no- 
vatori, attaccati per principio alla causa della libertà e del- 
l' eguaglianza, di fronte al gran numero di indifferenti e di 
contrari, ne cercavano le ragioni e consigliavano i rimedi le la 
Polizia amministrativa, che si era assunto l' impegno di volgere 
r affetto e 1' attaccamento del popolo dall'Austria alla Francia, in 
varie lettere notava come la tranquillità momentanea non fosse 
indizio di unanime consenso al nuovo stato di cose, ma un as- 
sopimento, dovuto al timore dei castighi, e alla condotta pru- 
dente e moderata dei patriotti (1). 

Le cause di questa avversione del popolo al nuovo regime 
erano molteplici e di carattere assai vario, e noi ne abbiamo 
già viste alcune : il popolo, sempre lento a liberarsi dai pregiu- 
dizi, lo era anche più in quel periodo di tempo nel quale la 
vinta nobiltà lottava energicamente per la propria resurrezione, 
ed i due cleri mantenevano vivo il malcontento popolare. Inoltre 
il contatto quotidiano con lo Stato Sardo era un mezzo di intro- 
duzione di tutte le false notizie, fabbricate dai nobili, che per 
questa via tenevano viva la fiducia del popolo in un ritorno al 
passato e lo disinteressavano del benessere del nuovo Stato : le 
mogli ed i figli dei servitori, che avevano seguito i loro padroni 
neir esilio, erano infatti un pericolo permanente per la quiete 
pubblica, perchè, mentre gemevano nella massima miseria per 
r assenza dei capi famiglia, sentivano da questi, nelle loro brevi 
visite in città, tutte quelle fandonie di vittorie austriache, che si 
fabbricavano nei salotti per provocare disordini (2). 

Questa forte avversione di tanta parte del popolo pavese contro 
i novatori trovava la sua espressione in numerose prose e poesie 
anonime, che allora correvano per le mani di molti, edite in 
fogli volanti o manoscritte : si tratta, quasi sempre, di componi- 

(1) Arch. civ. (pac. 691). 

(2) Arch. civ. (pac. 681, 69i,l). Erano anche sospettati i servitori licenziati, 
perchè vissuti in ambienti aristocratici si erano imbevuti di idee reazionarie e 
attribuivano V origine dei loro mali al nuovo sistema. 



1 



— 39B - 

menti privi di ogni valore letterario, ma che hanno una vera 
importanza sintomatica, perchè ispirati dal popolo e scritti per 
lui, rivelano i suoi sentimenti, le sue aspirazioni : non di rado 
son satire, compilate anche in rude forma dialettale, nelle quali 
si pronostica la prossima fine del governo francese, se ne attac- 
cano i partigiani, si minacciano di morte al ritorno degli Au- 
striaci, si inneggia al trionfo di questi ultimi ! 

Caratteristica a questo proposito una bosinata (1) in dialetto 
milanese, nella quale V autore inveisce coi termini più ingiuriosi 
contro i Francesi, che, a suo dire, furono detestati sempre in 
Pavia, che 

. . . . r aveva giusta rason 

D' ess attaccaa al so prim padron. 

Data questa situazione e tenuto conto di questi sentimenti 
assai più diffusi che non si creda, qual maraviglia che il ritorno 
dell'Austria fosse salutato anche in Pavia come una liberazione? 
E che dalla cittadina accademia degli Affidati uscissero versi 
come questi, che togliamo dal sonetto, forse inedito, d' uno de' 
suoi accademici? 

Alfin giungeste o sospirate tanto 

Germaniche Falangi a' nostri lidi 



Voi siete i prodi che de' lauri aviti 

Memori ancora dell' Italia al pianto 
Scendeste armati e nell' agon più arditi 
Vincitor le toglieste il negro ammanto (2). 

Due rimedi soltanto avrebbero potuto vincere od attenuare 
r avversione alle novità e cioè la diffusione dell' istruzione fra il 
popolo e il miglioramento delle sue condizioni economiche (3), 

(1) Bibl. Univ. Tic. 26, 5. 

(2) Arch. civ. Legato Bonetta, 17. 

(3) Arch. civ. (pac. 691). 



à94 



ma erano rimedi a lunga scadenza e i Francesi in quelP anno 
eran più intenti a spogliare V Italia che a guarirla dai suoi ma- 
lanni! 

* 
* * 

Viste cosi le principali ragioni dell' emigrazione pavese, e 
accennate rapidamente le conseguenze di un fenomeno così im- 
portante, vediamo l'opera dell'autorità centrale (1): essa è così 
strettamente legata alle vicende militari, che può dividersi in 
tre periodi nettamente distinti. 

Il periodo per noi più interessante è il primo che giunge 
fino ai preliminari di Leoben (18 aprile 1797) e nel quale si ri- 
chiamano gli assenti per ordine delle autorità militari, perchè 
non sobillino il popolo delle campagne durante 1' assenza delle 
truppe, impegnate contro l'Austria, e non mettano la loro attività 
al servizio del nemico. 

Questa ragione, d' indole strettamente militare, è manifesta 
nel proclama 21 brumaio 5 (11 novembre 1796), nel quale il 
compilatore tradisce la sua preoccupazione, intimando, con mi- 
nacce di sequestro e di confisca, il ritorno a tutti coloro, di 
qualunque condizione sociale, che avendo diciotto o più anni, 
ed essendo nati o domiciliati da cinque anni in Lombardia, la 
avessero abbandonata dal 1 aprile '96 e cioè dalla venuta dei 
Francesi : con esso si stabiliva inoltre che tutti dovessero mu- 
nirsi di un certificato di residenza e che, dalla promulgazione 
del decreto, i passaporti per uscire dalla Lombardia dovessero 
essere vidimati dalla Commissione Centrale di polizia e dal co- 
mandante militare : il sequestro e la confisca sono qui minac- 
ciati a scopo d' intimidazione politica e militare e non come un 
risarcimento dei danni che lo Stato risentiva per l'assenza di 

(\) Altra causa di emigrazione — causa momentanea e di poca importanza 
— fu la disposizione che tutti i cittadini indistintamente facessero parte della 
G. Nazionale e montassero la guardia, disposizione però che fu poi modificata, 
perdendo il suo carattere di obbligatorietà. 



- 395 — 

tanti cittadini facoltosi ; alle ragioni economiche é nel decreto 
appena una timida allusione, certo sollecitata dalla Municipalità (1). 

Questo concetto del risarcimento appare invece nei maniiesti 
successivi, come già era apparso in un proclama del governo 
austriaco del 23 marzo 1788 (abrogato il 30 giugno 1791), col 
quale si stabiliva per la prima volta la tassa d' assenza per tutti 
i proprietari, che si erano allontanati dalla città (2). 

Lo spirito di diffidenza e di sospetto, che animava 1' opera 
delle autorità militari, è palese ancor più nel fatto che mentre 
il 9 f rimale 5 (29 novembre '96) l'Amministrazione Generale 
concedeva ad ogni cittadino, che non si trovasse al servizio di 
potenze nemiche, di poter rimanere lungi dalla patria dietro 
pagamento di una tassa (3), a pochi giorni di distanza il 16 fri- 
male (6 dicembre) Napoleone stabiliva che tutti i nobili e bene- 
ficiati dovessero rientrare nelle ventiquattro ore (4) : anzi — es- 
sendo risultato che tutti coloro i quali non erano in precedenza 
muniti di certificato di residenza si erano presentati al Comitato 
di vigilanza per ritirarlo e quindi se n' erano di nuovo tornati 
in campagna, e che gli altri, che già 1' avevano, credendosi suf- 
ficientemente garantiti non si erano presentati, seguitando a 
soggiornare nelle loro tenute (5) — il generale Baraguey d' Hil- 
liers, comandante di Lombardia, ordinava il 28 frimaio (18 di- 
cembre 9^), che fossero messi in stato di arresto tutti coloro 
che in avvenire si fossero permessi di lasciare la città, condan- 
nandoli a sei mesi di carcere e ad una multa di tre mila lire 



(1) Race. voi. II, quad. 5, pag. 75, e Arch. civ. (pac. 619). 

(2) Gridarlo in Bibl. Univ. 

(3) Race. voi. II, quad. 6, pag. 29. Questo stesso manifesto stabiliva però 
che coloro, i quali avessero ottenuto il permesso di rimanere assenti, non 
avrebbero potuto coprire alcun pubblico impiego se non passati due anni dal 
ritorno né aver voce attiva o passiva nei convocati del popolo. 

(4) Race. voi. Il, quad. 6, pag. 42. Fra l'arresto del 9 e quello del 16 fri- 
male, per incarico avuto dalla Amm. Gen. la Mun'c. il 14 dello stesso mese 
richiamava coloro, che abitavano in campagna e che nel 1795 non avevano 
pagato il testatico, minacciando di multa i contravventori. 

(5) Arch. civ. (pac. 681). 



-.396— 

da dividersi in due parti eguali fra il delatore ed i poveri del 
comune (1). 

Ultimo decreto del genere in questo periodo é quello del 
17 nevoso 5 (6 gennaio '97), col quale l'Amministrazione Gen. 
concedeva ad ogni cittadino di assentarsi dallo Stato, purché vi 
fosse costretto da ragionevoli motivi di famiglia e di salute e 
pagasse una somma proporzionale alle entrate, la quale andava 
in piccola parte a favore del comune, e lasciava a questo il di- 
ritto di prescrivere la distanza dalle frontiere della Lombardia, 
che si doveva osservare dagli assenti durante la residenza in 
paese neutrale (2). 

Questo proclama fu accolto come una liberazione dagli esuli, 
i quali si affrettarono à presentare idonea sicurtà e a chiedere 
si levasse il sequestro posto alle loro case in virtù di disposi- 
zioni anteriori, ma destò la preoccupazione della Municipalità, 
che vedeva legittimata 1' azione dei ricchi possidenti dell'Oltrepò 
e della Lomellina senza alcun adeguato compenso, tanto più che 
pochi erano coloro, i quali avessero in Pavia una rendita, che 
raggiungesse il minimo soggetto a tassa (3). 

La preoccupazione era giusta tanto che l'Amm. Gen. senti 
in proposito 1' ufficio fiscale, il quale propose di ordinare che i 
cittadini pavesi, domiciliati a Pavia avanti il 12 germile 4 
(1 aprile 96) e possidenti contemporaneamente nel dominio sardo 
ed in Lombardia, ma aventi in questa una rendita inferiore al 
minimo soggetto a tassa, dovessero pagare un terzo dei loro 
redditi, aumentando poi proporzionalmente la tassa secondo il 
decreto 17 nevoso: oppure consigliava l'istituzione d'una forte 
imposta, esclusivamente a carico dei cittadini assenti, con facoltà 
di dispensarne coloro che fossero ritornati subito in città. 

Nella stessa lettera il fìsco si occupava di altre minori que- 
stioni, cui avevano dato luogo gU assenti nella interpretazione 



(\) Race. voi. Il, qiiad. 6, pag. 79. 

(2) Race. voi. Il, quad. 7, pag. 5. 

(3) Arch. civ. (pac. 618). 



>- à97 ^ 

del decreto (l), e la Municipalità, benché a malincuore, procedeva 
alla disuggellazione delle case dì tutti i cittadini indistintamente, 
dietro pagamento delle spesd occorse per il sequestro. 

Col proclama del 17 nevoso l'attitudine delle autorità politico- 
militari di fronte agli esuli muta radicalmente ; comincia così 
quello, che abbiamo chiamato il secondo periodo nella storia 
dell' emigrazione pavese, nel quale ogni cittadino ha piena li- 
bertà di abitare ove gli piaccia, perchè il nuovo governo si sente 
sicuro e cessato è ormai il timore che le imprese militari pos- 
sano essere compromesse da repentine sommosse : esso è carat- 
terizzato dalla abrogazione dei proclami 16 e 28 glaciale (24 fio- 
rile ~ 13 maggio 97) (2) e da un proclama, che concedeva un 
perdono generale a tutti coloro che avessero ostacolato o non 
avessero favorito la conquista della libertà (16 fiorile — 5 mag- 
gio 97) (3). 

E di questo periodo una lettera scritta direttamente al Bona- 
parte dalla Municipalità, la quale prima ancora di conoscere la 
promulgazione del proclama del 16 fiorile chiedeva un perdono 
generale, che riconducesse in patria i cittadini fuggiti in seguito 
alla rivoluzione (4). 

(1) Arch. civ. (pac. 681). GII assenti pretendevano fra l'altro che rendita 
netta portasse la deduzione delle passività della famiglia, mentre la Municipa- 
lità credeva che portasse solo la deduzione di canoni, carichi e riparazioni ri- 
guardanti i fondi. A questo problema il fisco rispondeva che « ritenute legit- 
time le deduzioni dei carichi^ canoni e riparazioni anche i debiti della famiglia 
possidente potessero concorrere a far deduzione... ma... calcolando V intero 
patrimonio del possessore ». 

(2) Race. voi. Ili, quad. 1, pag. 9. 

(3) Race. voi. 11, quad. 8, pag. 95. 

(4) Arch. civ. (pac. 618). La lettera porta la data del 18 fiorile 5. 

La Mun. di Pavia al Cittadino Bonaparte 

Generale in capo dell'armata d"* Italia. 

I continui reclami dei nostri concittadini esuli e lo stato infelice delle deso- 
late loro famiglie ci costringono non senza turbamento a presentarvi ancora il 
quadro funesto della Rivoluzione accad»)ta in Pavia. Sedotti questi ed ingannati 
si lasciarono dall' eccesso indegno di dichiararsi per pochi istanti nemici della 
vittoriosa armata d' Italia nostra Liberatrice ; ora però aspettano con impa- 
zienza il momento di dimostrare con virtuose azioni il sincero loro pentimento. 



-— à98 — 

Nel terzo ed ultimo periodo, costituito il regno d' Italia, il 
governo si occupa del suo consolidamento e del suo benessere 
e per questa doppia ragione richiaìna gli assenti : gravi danni 
risentivano infatti lo stato ed i comuni per la mancanza del 
capitale, per l' esportazione di parte della ricchezz'a nazionale 
e quindi per la diminuzione e per ^assoluta mancanza di indu- 
strie e di commerci : insomma lo stato fa propri i concetti, che 
prima aveva messi, senza capirne l'importanza, nei suoi proclami 
in seguito ad eccitamento di alcune città particolarmente colpite 
ó più probabilmente in seguito alle insistenze di Pavia : inoltre, 
tolti i pochi cittadini, che viaggiavano per interessi, si temeva 
che gli altri, in modo ' speciale i giovani, imparassero a detestare 
il nuovo governo, vivendo nei?li stati italiani ed europei ove le 
nuove idee non erano cosi diffuse come in Lombardia: per questo 
ai padri ed ai tutori è fatto divieto di mandare o lasciare i loro 
figli e pupilli in educazione fuori del regno ; devono anzi avver- 
tire il governo del luogo di loro dimora e determinare la 'data 
del ritorno. 

Invitto generale Voi siete troppo sensibile peu non essere penetrato delle 
flebili voci delle loro spose, dei loro teneri figli : e la vostra generosità non 
lascia luogo a dubitare del perdono. Voi sapeste vincere nuuierosi eserciti e 
sapeste approfittare delle vittorie per rendere liberi tanti popoli e vorreste Voi 
permettere che quei pochi traviati non rientrassero nel sei o delle loro famiglie 
e della loro F'atria a festeggiare le sempre gloriose vostre imprese e la Libertà 
Lombarda? Ah no. Eroe valoroso ed immortale; sarebbe per noi un delitto la 
sola imuìaginazione ; Voi in mezzo anche agli strepiti clamorosi della Guerra 
pensate a sollevare gli infelici e Voi ne avete forse preventivamente già segnato 
la loro Libertà. 

Cittadino Generale assicuratevi che gli esempi innumerevoli di vostra virtù, 
e di eroismo ci obbligheranno a serbare eternamente scolpita nel nostro cuore 
la dolce vostra immagine non tanto come Conquistatore, ma molto più come 
Padre amoroso dei Popoli ed amico dell' umanità. 
Salute e rispetto. 

Dalla casa del Comune. - 

La Muti. 

Sterpi presJ^ 

Beccaria Cazzani 

Rivolta segr.o 



— 399 -^ 



Sul risultato ultimo di queste disposizioni e sul modo come 
la città potè superare la terribile crisi economica determinata 
dall' esodo della sua nobiltà, sul tempo e le circostanze in cui 
avvenne il rimpatrio di questa, torneremo, se ai lettori non sono 
dispiaciute queste richerche, in un prossimo articolo (1). 



Eaffaello Scotoni. 



ELENCO DEGLI EX- NOBILI PAVESI 

aventi stabile residenza nella città (2) 



Beccaria Gaspare Bellagente Giuseppe 

id. Leopoldo e fratello 5^//zn^<??-/ Ang. Matteo Preposto 

id. Francesco alla Cattedrale 

id. Pio Bellisomi Pio e figli 

id. Pietro Martire id. Giovanni 

id. Giacomo Bellocchio Nicola 

Belcredi Gaspare id. Francesco 

id. Luigi ' Bercila della Torre Paolo 

id. Carlo Bertolasio Fisico 

id. Giuseppe Ber zi Carlo Cesare 

(1) Per chiarire diversi punti di que&to studio, credo utile di riprodurre qui 
appresso V elenco degli ex-nobili pavesi, tratto dagli atti dell'Archivio civico : 
sarebbe pure interessante un dialogo manoscritto, che si conserva fra le carte 
àeW Accademia degli Affidati (Arch. civ. Legato Bonetta 6) ma credo bene omet- 
terlo perchè troppo lungo, e perchè lumeggia piuttosto il periodo imQiediata- 
mente precedente a quello che è oggetto del mio studio. 

il dialogo si svolge a Padova, forse nel 1800, tra il conte Giovanni Mezza- 
barba, uno dei nobili fuggiti da Pavia, e il suo concittadino Carlo Calcedonio, 
già commissario austriaco, e appunto per questo, come risulta da diversi docu- 
menti dell' ai'ch. civ., fieramente perseguitato dai patriotti, che avevano decre- 
tato il sequestro de' suoi beni. Questo dialogo, che è satira e forse libello nel 
tempo stesso, e del qnale ignoro 1' autore è pieno di notizie curiose e di ricordi 
di cittadini dei due partiti. 

(2) Da nota inviata dalla Municipalità all'Amministrazione centrale del Di- 
partimento del Ticino, quando si ordinò che tutti dovessero rinunziare ai loro 
t'toli (Arch. civ. pac. 681). 



— 400 — 



Bonacossa Giacomo e figli 

id. Giovanni fratello di 

Giacomo 
Botigella Baldassare 
id. Agostino 
id. Carlo Preposto di San 

Michele 
Botta Adorno Luigi 
Caocialupi padre e figlio Luigi 
Calcedo7iio Malaspina Carlo 
Campeggi Francesco e figli 
Candiani Giuseppe e fratelli 
Cantafesta Ann. e fratello' 

id. Giuseppe 

Caponago del Monte 
Carena figli del fu Cristofaro 

id. ' Camillo ed Angelo 

id. Canonico 
Cellanova Carlo Siro Can.co 

id. Giuseppe 

Cervio Luigi 
Cigolini Francesco 
Conti Vincenzo 

id. Angela ved. Flessa 
Corti Matteo e fratelli 

id. ved. Zanardi 

id. Alfonso 

id. Benedetto 

id. Gaetano e fratelli 

id. Girolamo e Giambatta 
Bassi Giuseppe 
Dattili Giuseppe 
De Magistris Giuseppe 
Delconie Pio 

De Vegis Luigi e fratello 
Donna Francesco 
id.* Pietro 
id. Giovanni figlio di Frane. 



Fantone Giacomo 
Ferrari Filippo 

id. Agrado 
Fiamberti fratelli 
Fai per ti Bassano e fratelli 
Gallarati Gio. Batta 
Gambarana Francesco e figlio 

Giuseppe 
Gandini Giacinto 
Ghiringhelli Pio 
Giorgi di Vistarino Ant. figli e 

fratello 
Giorgi Marianna 

id. Girolamo 

id. Canonico Giovanni 
Grassi Soncino Antonio e figli 

Francesco e Carlo 
Kevenìmììer Emanuele 
Lachini Carlo e fratello 
Landriani Cesare 
Leggi Pietro 
Lunati Antonio 
Maestri Giuseppe 

id. Carlo 
Maino Giasone e figli 
Malaspina Luigi 
Mandelli 
Mangano Carlo 
Martinazzi fratelli 
Mezzabarba Birago Francesco 

id. Giovanni 

Molossi Vincenzo 
Monti Gio. Batta 

id. Ignazio 
Motteni Giuseppe 
elevano Francesco 

id. Bartolomeo 

id. Gaetano 

id. Alessandro 



— 401 — 



Paleari Camillo 

id. Carlo 

id. Annibale 
Parodio padre e figli 
Pecovara Girolamo 
Persilona Teresa 
Pertusi Domenico 
Pisani Minori 
Forcava Girolamo 
Provera Bellingeri Luigi 
Re Carlo 
Rema Benedetto 
Ridolfi ved. Teresa 
Robolini Luigi 

id. Massimigliano 
Rossi Pietro 
Rovarino Baldassare 

id. Giuseppe 

Ruta figli del fu Giuseppe 



Saì'tirana Giuseppe 

id. Giovanna ved. 

id. Carlo 

Selvatico Silvio 
Silva Bolognini ved. 
Speziani Alessandro e fratelli 
Torelli Francesco 

id. Marianna ved. 
To7*ti Carlo 

Treviggi Can.co e fratello 
Trovarti al a Siro 

id. Ottavio e fratello 

id. Can.co e fratello 

Valenti Francesco 

id. Paola 
Vigo Giuseppe 
Vinadi Antonio 

id. Grassi Sonoino ved. 
Vitali Galeazzo 

id. Can.co della Cattedrale 



E da notare però che alcuni di coloro, i quali compaiono in questa lista, 
protestarono, dichiarando che avevano già rinunziato ai loro titoli o che non 
erano mai stati nobili : la lista è poi molto differente da altri elenchi conser- 
vati in un cod. cartaceo del conte Cavagna Sangiuliani, compilati nel 1791 per 
formare la terna di coloro, che dovevano partecipare alla congregazione mu- 
nicipale (Zelada. palazzo Cavagna, sezione mss. miscellanea, race. stor. pavese) 
e tale diversità dipende dal fatto che nell' elenco da me riportato sono com- 
prese anche famiglie nobili non pavesi, le quali possedevano o abitavano nella 
città, mentre, come appare dalla intestazione, non sono compresi i pavesi re- 
sidenti nel contado. 

Per render chiara questa distinzione ho segnato con carattere corsivo i 
casati dei nobili pavesi, che compaiono anche nelle dette liste del '91 o in 
liste di poco anteriori o di poco posteriori. 



PER LA RIFORMA 

DEGLI Sili ECLESIASIICI ILI' ilfEllSIlì PAfESE 



AL TEMPO DI GIUSEPPE II. 



Combattere P orgniiizzazione feudale della Chiesa, vivente con 
diritto proprio al di fuori e al di sopra del diritto comune, svin- 
colarsi dall' ingerenza e dalla tutela del papato, correggere le 
deviazioni della Chiesa ufficiale dal primitivo spirito cristiano : 
questo fu il programma governativo nel quale si trovarono d'ac- . 
cordo quasi tutti i principi riformatori nella seconda metà del 
secolo XVIII. 

La materia di riforma era molto delicata e facile a suscitare 
incendi ; si trattava di rovesciare un cumulo di privilegi secolari, 
legalizzati dal tempo, protetti da un involucro sacro, riconosciuti 
anni addietro dalle stesse autorità politiche e civili. Come avreb- 
bero potuto i principi avventurarsi da soli in un impresa che 
offriva tante difficoltà e pericoli? Su quali forze essi avrebbero 
trovato appoggio, quando fosse venuto meno al loro potere il 
favore tradizionale della Chiesa, che esercitava un influsso non 
esiguo sullo spirito degli italiani ? 

Nessun fatto può compiersi in politica quando manchi un 
partito che se ne faccia portavoce, lo sorregga, lo caldeggi, lo 
difenda dai prevedibili attacchi e costituisca come il suo centro 
di gravitazione. Esisteva in Italia questo partito ? 

In Francia gli animi erano preparati alle più grandi inno- 
vazioni dal razionalismo che andava negando la fede in nome 
della ragione, e collocava la filosofìa sul trono fin allora occu- 
pato dalla dogmatica e dalla teologia. In Austria ed in Germania • 



— 403 - 

un nugolo di libelli aveva poste in discussione le prerogative 
temporali del pontefice, dietro V iniziativa di Yan Espen e di Fc- 
bronio ; e dalla cattedra rivendicavasi ai principi la facoltà di 
emanare tutte quelle disposizioni ecclesiastiche le quali non ur- 
tassero contro il diritto divino ; insegnavasi che lo Stato deve 
rispettare senza restrizione unicamente ciò che Dio e Cristo stesso 
hanno ordinato per la Chiesa; ma che, di contro, tutto quanto è 
invenzione umana dipende dal consenso del potere sovrano ; e 
che perciò il diritto ecclesiastico è sottoposto all' esame, alla 
critica, alla revisione del diritto pubblico, allo scopo di togliere 
ogni incompatibilità col benessere di tutto 1' organismo sociale. 

Ma in Italia, all' indomani della scomparsa del dominio spa- 
gnuolo, queste dottrine erano solo in potere di pochi solitari 
studiosi, avidamente cercati dalle Corti e protetti dai principi ; 
esse costituivano piuttosto una tendenza filosofica anziché una 
corrente viva di pensiero ; il grosso del pubblico mantenevasi 
estraneo alle voci nuove, per avere contratto alla scuola dei ge- 
suiti e dei casisti diversa abitudine di pensare ; mancava insom- 
ma la diffusione e la popolarità perchè diventassero un elemento 
di peso nella determinazione degli atti sovrani, ed una forza 
stabile di governo. Ai principi spettava di assecondare in ogni 
modo quelle tendenze latenti, di farle maturare, di imprimervi 
valore di legge, affinchè il pensiero italiano non fosse sviato al- 
trove, e non andassero dispersi dei germi che potevano riuscire 
di molta utilità per lo Stato. 

In prima linea presentavasi il problema della educazione del 
clero : come rendere migliori gli ecclesiastici e come stornare 
le influenze vaticane che distraevano l' attività di quelli verso 
Roma a danno del benessere comune. Era un problema di alta 
importanza politico - civile, perchè interessava il mantenimento 
della quiete interna, la. conservazione dell' autorità sovrana ed un 
rinnovamento di lutto il pensiero teologico, religioso, civile 
dell' epoca. 

Di qui la riforma delle scuole e degh studi ecclesiastici. Po- 
tevano i principi tollerare che il Seminario, in cui formavansi 
la coscienza morale e la coltura del sacerdozio, continuasse 



- 404 — 

a dipendere dall' autorità di un vescovo legato al Vaticano, o fosse 
in mano dei gesuiti sostenitori del pontificato e della centralità 
romana ? non dovevasi piuttosto considerare V educazione del 
clero come un ramo della pubblica amministrazione ed una fun- 
zione di Stato ? Il sacerdozio doveva intendersi come una pro- 
fessione qualsiasi, preferita da molti per agevolare le difficoltà 
della vita e procacciarsi lauti benefici, oppure come un aposto- 
lato, una missione morale da affidarsi a chi più vi era inclinato 
per sentimento di fede e per naturali disposizioni ? Il clero do- 
veva vivere all' infuori dei moderni problemi ecclesiastici, o in- 
vece istruirne i sudditi e procurare allo Stato gli elementi per 
risolverli con particolare riguardo della felicità sociale ? 

Queste le domande che i principi riformatori rivolgevano a 
se stessi, alla vigilia della lotta contro gli avanzi feudali della 
Chiesa. 

Domande e questioni abbastanza notevoli per chi sappia in 
esse vedere i primi tentativi di quell' accordo fra politica e reli- 
gione, che fu il carattere principale non solo del movimento ri- 
formatore del secolo XVIII in Italia, ma di tutto il nostro pen- 
siero rivoluzionario fino agli entusiasmi neo- guelfi del 1848. 
Accordo il quale incomincia nella persona di un monarca, e fini- 
sce nella persona di un pontefice ; passando attraverso a tutta 
la scuola romantica, mazziniana e giobertiana ; e formando un 
grande ciclo civile : il periodo dell' idealismo filosofico cristiano 
del nostro risorgimento. 

Mentre la Francia tende ad escludere dal quadro dell' enci- 
clopedia umana la teologia rivelata, l' Italia cerca non solo di 
attrarre quest' ultima nell' ordine della speculazione, ma di farne 
un focolare di incivilimento : la religione diventa l' involucro del 
pensiero e delle aspirazioni politiche. I nostri principi sono pru- 
denti e timorosi : favoriscono l' industria, ma professano sfiducia 
per i ceti borghesi ; combattono contro le tendenze retrive del 
patriziato per imporre le proprie riforme, ma non cessano dal 
considerare i nobili quali naturali funzionari del governo; cosi 
è che i principi, non osando dividere il potere colla classe più 
avanzata, cercano V appoggio nelle classi custodi dell'ordine o negli 



- 405 — 

antichi rappresentanti delle forze conservatrici ; essi moderano 
da una parte 1' attaccamento dei nobili ai vecchi istituti, dall' al- 
tra piegano il clero al rispetto delle leggi e fanno di esso un 
elemento di rigenerazione civile. 

I nostri principi sono scrupolosi osservatori della legalità : 
preme ad essi di mostrare che i loro atti contro il Vaticano sono 
conformi ad un principio di diritto precedentemente riconosciuto, 
sancito da qualche testo sacro, per togliere ai loro atti un'aria 
di pericolosa novità. Mancava forse in Italia, e specialmente in 
Lombardia, il mezzo per intraprendere colle stesse armi della 
Chiesa una crociata contro gli eccessi della sua azione tempo- 
rale ? L' unica vera tradizione filosofica che non si fosse mai del 
tutto interrotta fra noi, massime nel clero, era quella del plato- 
nismo cristiano dei Padri e dei Dottori, specie di S. Agostino (1): 
ossia la tradizione eretica di tutti i nostri riformatori, notevole 
per il suo carattere di moderazione e di legalità, commista ad 
un vivo amore di purezza evangelica e di trasformazioni sociali 
ispirate all' uguaglianza cristiana (2). I tempi non erano contrari 
ad un ritorno verso le fonti primitive del cristianesimo ; anzi 
pareva che solo aspettassero un impulso dall'alto per creare tutta 
una vasta fioritura di idealismo cristiano, come reazione contro 
le esorbitanze dei gesuiti ed il paganesimo del culto cattolico ; 
sarebbe bastato l' incoraggiamento dei principi per produrre una 
scissura nella Chiesa e formare una scuola di liberali con una 
Chiesa propria ; sarebbe bastato una riforma nell' insegnamento 
teologico per trovare subito una schiera di teologi, da Sigismondo 
Gerdil a Vincenzo Miceli, dal Tamburini al Ricci, dallo Zola al 
Palmieri, disposti a farsi promotori di quel rinnovamento a cui 
tendevano i principi. 

II settecento è il secolo d' oro degli abati ; un vigore giova- 
nile invade la parte più eletta del clero ; noi vi troviamo i più 
grandi uomini di pensiero. Mentre l' abate Galiani riscuote a 



(1) Giacomo Barzellotti — La filosofia in Italia^ in Nuova Antologia^ 
1879, 15 febb., p. 611. 

(2,) Ferri — Philosophie en Italie ecc.^ II, 138. 



- 406 — 

Parigi le simpatie dei più brillanti salotti, e Pietro Trapassi manda 
in solluchero V alta società viennese, P abate di Bosisio fa il 
giacobino "contro il lusso delle livree e la servitù dei poveri, il 
Genovesi illustra la filosofìa di Giovanni Locke, il Padre Soave 
divulga il sensismo del Condillac e numerosissimi sacerdoti atten- 
dono un"* invito dai governi per proclamare dalle cattedre uni- 
versitarie ardite dottrine di libertà. Perchè i sovrani non ne 
avrebbero tratto profìtto ? 

Anzi, gli stessi italiani, come notarono che 1 principi rifor- 
matori (e qui intendiamo riferirci particolarmente ai sovrani del- 
PAustria) avevano già nei loro stati d' oltr' alpe iniziato un movi- 
mento contro il Vaticano, si fecero innanzi con piani di riforme 
analoghe adattati ai bisogni ed alle esigenze dei paesi nostrani. 

Giovanni Bovara indirizzava ai supremi uffici di governo, nella 
Lombardia austriaca, con data 9 maggio 1767, un manoscritto in 
foglio dal titolo : Idea di vm piano generale dì riforma degli 
studi ecclesiastici dell' Università di Pavia (1). 

In questa memoria è svolto il concetto fondamentale che la 
sopraffazione della Chiesa si è allargata a tal segno da invadere 
il campo del diritto civile in causa del completo abbandono in 
cui sono cadute, dopo il Concilio di Trento, le scuole istituite 
dallo Stato ; e conseguenza di questo fatto è la creazione di una 
classe di cittadini (il clero) dimentica dei doveri civili, vivente 
nella società solo per danneggiarla. 

L'A. nota che al suo tempo i privilegi di conferir lauree si 
sono resi troppo comuni ai Conti Palatini ai Collegi pubblici 
privati, ai corpi religiosi ; quindi non accade se non di rado 
che un ecclesiastico ricorra a Pavia, all' Università, pel conse- 
guimento della laurea. Più singolare di tutti, egli osserva, è il 
privilegio del Collegio dei Teologi di Pavia che forma corpo 
separato e indipendente dei professori dell' Università. Questo 
collegio confi^risce le lauree dottorali nella facoltà teologica in 
nome proprio e non in quello dell' Università, coli' intervento 
soltanto di qualche professore più per percepire V emolumento 

(1) Bibl. Uìiivers. Pavese, ms. 334. 



— 407 — 

borsate che per rapp^^esentare la giurisdizione e la compe- 
tenza dell' Università. Gli ordini regolari formano i loro studi 
nelle rispettive case e provincie e per la maggior parte hanno 
gli studi generali in Roma, mantenuti colle tasse imposte sopra 
tutti gli altri monasteri, massime d'Italia; e cosi nella sede pon- 
fìcia si imparano i fondamenti e gli elementi di quella Corte 
che si vanno poi. a diffondere in tutte le altre parti del 
mondo cattolico. 

Questa varietà di scuole, il più delle volte in balìa del proprio 
capriccio, trae seco una grande disformità di dottrine, e pro- 
muove il sorgere di infinite controversie teologiche di carattere 
formale, ma di nessuna importanza intrinseca ; impedisce o ri- 
tarda la formazione dell' unità morale negli studi e la creazione 
di un diritto ecclesiastico sapientemente coordinato ai bisogni del 
tempo, alle esigenze dei governi, ai propositi delle moderne socie- 
tà. I nostri Vescovi, continua l'A., tutto fanno consistere nello 
studio della morale studiata nei Tomisti e Casisti, e la scienza 
che si professa nelle curie ecclesiastiche e negli esami dipende 
dalla moltiplicità e diversità dei casi di coscienza. Il concilio 
Tridentino non prescrive per gli esperimenti e concorsi ai par- 
fc rocchiali benefici che si faccia un esame sopra la teologia dog- 
matica il gius canonico, ma questo si può d' orinnanzi stabilire 
come provvedimento richiesto dal pubblico interesse. 
B' Bisogna riformare i seminari vescovili, queste « accademie 
^ dei casi di coscienza », tanto più che si è tolto da tempo « ogni fa- 
K colta ai vescovi per riservarla alla S. Sede o trasferirla alle con- 
gregazioni romane » ; e poiché si sono avviliti gii studi teologici 
^ un tempo fecondissimi per gli stati, ed i professori difettano, noi 
vediamo gli Atenei in mano di quegli stessi che sono legati per 
vari interessi agli ordini ed al volere del Vaticano. Orbene, dice 
l'A., è pericoloso che « in una Università Regia Cattolica vi sia- 
no i coadiutori ed i professori di un istituto che riconosce per 
base della propria dottrina la subordinazione alla potestà spiri- 
tuale, non ragionata, anzi cieca, delineata da Giovanni Gerson ». 
Con questi principi sovversivi degli stati, seguita il Bovara, rimane 
tutto da conquistare nel campo del diritto civile : oggi bisogna 



- 408 — 

restrìngere i dominii troppi larghi della potestà ecclesiastica e 
pontificia e tracciare le linee di confine tra le prerogative del- 
l' autorità religiosa e le prerogative dell' autorità civile. « Da noi 
non v\ è V idea del gius pubblico ecclesiastico, perchè fin ora 
non é stato dai secolari riconosciuto necessacio per la civile 
magistratura. Si riduce pertanto lo studio del gius canonico alle 
semplici cautele e formolo del foro ecclesiastico per i giudizi 
alla Chiesa competenti ». Il diritto ecclesiastico, secondo il parere 
del Bovara, dovrà stabilirsi sulle norme della sua storia passata e 
con riguardo alla sua evoluzione; per meglio giungere alla deter- 
minazione di esso dovrà introdursi fra le materie di studio una 
cattedra di teologia morale, non potendosi disgiungere la riforma 
del diritto dalla riforma del costume nel clero ; « importa educare 
quest' ultimo e restituirne la vita alle vere norme della morale 
cristiana, prevalendo oggi nelle curie ecclesiastiche le opinioni 
del probabilismo gesuitico secondo il quale può darsi coscienza 
moralmente sicura appoggiata ad opinione soltanto probabile ». 
Piuttosto che perderci in vane quisquilie, meglio è ai tempi nostri 
interessare il diritto canonico nello studiare ed esaminare « princi- 
palmente le leggi umane riguardanti la polizia ed il governo 
della Chiesa ». L'A. proponeva che la Facoltà teologica fosso 
composta delle seguenti cattedre : 

1. Logica ed arte critica. 

2. Teologia naturale. 

3. Filosofìa morale. 

4. Sacra Scrittura. 

5. Istituzioni teologiche e canoniche. 

6. Teologia dogmatica. 

7. Morale evangelica. 

8. Storia ecclesiastica.' 

9. Gius privato eccles. ossia delli giudizi e materie beneficiarie. 
Qualora però la sua proposta avesse ottenuto favorevole incontro, 

l'A. dichiarava che non avrebbe sortito nessuno scopo, se non si 
fossero obbligati a studiare o dipendere dall' Università Pavese 
tutti gli aspiranti a lauree dottorali ed a cariche ecclesiastiche 
oltre gli ordini minori. 



- 409 — 

Quando Giovanni Bovara, futuro ministro del Culto nella Re- 
pubblica Italiana di Napoleone, ideò siffatto piano di studi, le 
cattedre che da poco funzionavano nel Portico teologico di Pavia 
erano le seguenti : 

1. Diritto canonico. 

2. Istituzioni e paratisti. 

3. Storia ecclesiastica e teologia dogmatica. 

4. Teologia scolastica. 

5. Sacra Scrittura. 

La novità del programma messo innanzi dal Bovara consi- 
steva sopratutto nel voler formare una fucina unica di ecclesia- 
stici, indipendente da ogni autorità estranea al governo. E chiaro 
di per sé che qualunque cattedra si sarebbe prestata a far del- 
l' anticlericalismo purché affidata ad uno spirito laico ed ag- 
gressivo ; e che nessuna cattedra avrebbe servito agli scopi del 
governo se posta nelle mani di qualche curiale, sostenitore della 
supremazia pontifìcia o difensore della vecchia bolla In Coena, 
Domini. Adunque la riforma doveva toccare non tanto la costi- 
tuzione interna della Facoltà come complesso di cattedre, quanto 
il metodo dell' insegnare ; non tanto il numero delle discipline 
quanto lo scopo di esse; non tanto la cattedra quanto il docente; 
e innanzi tutto bisognava ridurre 1' educazione del clero ad una 
funzione civile. 

In questo senso appunto venne accolto ed approvato il Piano 
di Giovanni Bovara. 

La riforma però procedette con molta cautela. 

Giuseppe II preferi muovere dalla sostanza alla forma, dagli 
uomini alle istituzioni, anziché tenere un procedimento inverso; 
dapprima lasciò int^to 1' ordinamento degli studi, ma ad occu- 
pare le cattedre vigenti chiamò uomini in fama di liberali e di 
novatori ; indi, a poco a poco, mano mano che le idee di rifor- 
ma facevano dei vuoti nelle posizioni nemiche, introdusse catte- 
dre ispirate alla filosofìa del secolo : gli homines novi furono 
dapprima G. Zola e Pietro Tamburini per citare i maggiori ; le 
cattedre nuove, quelle di Teologia morale. Filosofìa morale, 
Diritto naturale e pubblico. Lo Zola coprì dal 1774 al 1794 la 



— 41Ò ^ 

cattedra di Storia ecclesiastica; il Tamburini insegnò Teologìa 
morale dal 1778 al 1786; negli anni che seguirono, fino al 1792, 
filosofìa morale con diritto naturale e pubblico; e la sua vecchia 
cattedra passò al Prof. Alpruni dal 1786 al 1787 ; più tardi al 
Prof. Natali ; nel 1791 insegnò teologia dogmatica Vincenzo Pal- 
mieri; nel 1792 lo Zola ed il Tamburini furono pensionati. 

Chi erano costoro ? Che cosa rappresentavano di fronte alla 
politica del governo austriaco inteso a combattere il vaticanismo? 

Erano teologi e uomini di Chiesa: ma teologi di stampo po- 
co comune ; teologi alla moda di Lutero e di Calvino ; teologi 
che combattevano la teologia mentre pareva che 1' insegnassero ; 
uomini di Chiesa che combattevano la Chiesa mentre pareva che 
la difendessero. Il loro ideale era semplice : restaurare la Chiesa 
di Cristo. Programma in apparenza mitissimo, in sostanza sovver- 
sivo poiché considerava ugualmente illegittimo ed arbitrario tutto 
quanto non fosse confórme alle regole ed ai principi del Vangelo ; 
quindi la centralità del Vaticano, 1' assolutismo e l' infallibilità 
papale, la gerarchia ecclesiastica, gli ordini regolari, il potere 
temporale, le forti rendite del clero, i lauti benefìci, le indul- 
genze, le immunità ecc. 

E tutto questo con una macchina di guerra molto primitiva 
e rudimentale : il principio della caduta originale, la dottrina 
della grazia, la fatalità del bene e del male. 

E bensì vero che gli enciclopedisti di P'rancia, dal Voltaire 
al Diderot, scuotevano il cattolicesimo dalle fondamenta facendo 
razzia di tutti questi ferravecchi della scolastica medievale; è vero 
che i filosofi della Rivoluzione sostenevano non potersi dare sal- 
vezza per r umanità se non movendo da un principio laico ; ma 
non ha dimostrato il Renan e, al di sopra d^ogni opinione filoso- 
fica, non ha dimostrata la Riforma la possibilità di un affratella- 
mento operoso, comune verso un unico fine sociale e nazionale, 
tra chi crede nella caduta e chi crede nel progresso, tra chi 
ripone ogni speranza di salute nella grazia e chi la pone nella 
giusta retribuzione degli atti, tra chi riguarda alla Terra come 
a soggiorno d' errore e di colpe fatali, e chi la considera come 
gradino sulla scala che conduce all' eterno Ideale ? 



- 4ll — • 

La dottrina della grazia, spodestando la Chiesa di tutte le sue 
facoltà più prodigiose incompresa la remissione dei peccati), e re- 
stituendo a Dio i potc.'ri e gli attribviti supremi che essa erasi 
via via abusivamente arrogati, trasportava la Chiesa dal Vati- 
cano a Betlemme e abbatteva tutto V enorme cumulo di dogmi 
e di credenze che rappresentava per la Chiesa la conqui- 
sta maggiore durante il lavoro assiduo di quasi diciotto secoli 
di lotta. 

A tutte le convinzioni religiose una sola sarebbesi sostituita: 
la grazia divina', ma dal deismo all' ateismo il passo era breve; 
la dottrina della grazia avrebbe seguita la sorte delle altre cre- 
denze novatrici. 

L'Università Pavese rimise in onore la filosofìa di S. Ago- 
gostino, come mezzo di purificazione morale per la restaurazione 
del Vangelo. Tutte le opere — e furojio moltissime — che usci- 
rono dalla penna di chi professava teologia in quell'Ateneo, i 
corsi delle lezioni annuali, le tesi per le discussioni di laurea, 
tutto fu improntato a quello scopo. La cattedra diventò posizione 
di combattimento ; là si elaborarono i principi generali dai quali 
i sovrani attinsero forza per ta promulgazione e V attuazione dei 
loro editti di riforma. L' Università pavese fu 1' occhio destro di 
Giuseppe II : questi forse non avrebbe potuto assahre il papato ed 
il feudalismo ecclesiastico, se le idee di Port Royal non avessero 
radicalmente trasformato lo spirito del cattolicesimo lombardo, 
ed istruito 1' opinione pubbhca sulla santità degli atti e delle di- 
sposizioni giuseppine; prima che fossero leggi queste diventa- 
vano massime religiose. 

E Leopoldo in Toscana ? Se con Giuseppe II era Pietro Tambu- 
rini, ai fianchi dell' arciduca Leopoldo stava il vescovo di Pistoia, 
Ricci, e la coorte dei suoi numerosissimi seguaci. 

La Facoltà teologica del Portico Pavese, divenuta quasi un 
organo del Governo, soverchiò per importanza ogni altra Facoltà 
dello stesso Ateneo; i suoi professori ebbero più volte, per ele- 
zione della classe studentesca, il rettorato : dal 78 al 79 lo tenne 
lo Zola ; dall' 82 all' 83 Pietro Tamburini. 

Sorretto dal ceto più intellettuale, riuscì facile a Giuseppe IT, 
nel 1781, estendere alla Lombardia Austriaca gli effetti di quel 



. — 412 - 

famoso editto col quale, emancipati dapprima i seminari vesco- 
vili da ogni sopraintendenza e vigilanza dei vescovi, chiusi di 
poi e incorporati nei così detti seminari generali sottoposti alle 
cure dei laici, prescrivevasi che nessun chierico venisse assunto al 
sacerdozio se prima non avesse compiuto il corso teologico nel 
seminario generale; secondo lo stesso editto, i professori venivano 
nominati dal governo, gli studi si compivano in 5 anni ; Pavia 
era sede di un seminario generale ; i chierici che volessero pas- 
sare agli ordini maggiori dovevano studiare all' Università Pavese. 

Pietro Tamburini chiamava questo decreto « colpo maestro 
della gran mente di Giuseppe II ». Ed era tale infatti, perchè 
con esso la pubblica istruzione passava dalle mani dei vescovi 
a quelle dello Stato : V anticlericalismo della cattedra ringagliar- 
diva 1' anticlericalismo del governo. 

Fu per tal modo possibile in Lombardia la creazione di un 
clero ligio alle leggi dell' autorità civile. (1) Roma perdette ter- 
reno ; r illuminismo entrò nei suoi domini ed invase le sue chie- 
se ; la nuova filosofìa trovò fra gli ecclesiastici i più caldi fautori 
ed i più vivaci proseliti ; la teologia si sforzò di accordare la 
ragione colla fede, il liberalismo collo spirito del Vangelo : inco- 
minciò quella mescolanza di elementi sacri e profani che carat- 
terizza tutta la filosofia liberale italiana fino agli albori del 1848. 

E questa, in breve, è P importanza, questi gli effetti della ri- 
forma introdotta negli studi ecclesiastici deR' Università pavese 
nella seconda metà del secolo XYIII; riforma che a tutta prima 
parrebbe non avesse toccato neppure 1' epidermide del nuovo 
pensiero filosofico d' Italia," ma che invece costituì il punto di par- 
tenza di un rinnovamento radicale nell'ordine delle idee e dei fatti. 

Ettore Rota. 

(1) Basterebbe a provare questa affermazione la natura delle tesi di laurea 
che venivano proposte dai professori e discusse dai giovani nelT Università 
pavese : nel 1787 un tal Giuseppe De Bolis sostenne che « i pastori della Chiesa 
peccano gravemente non eseguendo i voti dei principi per la riforma della di- 
sciplina ecclesiastica »; nel 1788 troviamo quest' altra di Carlo Maria Lanzoni : 
« i principi possono vietare che nei loro stati si promulghino non solo i decreti 
romani, ma le sanzioni ecclesiastiche di qualunque genere, senza il loro benepla- 
cito ed esecuzione »; per dare ancor un esempio: «la potestà civile che comanda 
che i chierici minori studino all' Università per essere promossi agli ordini mag- 
giori, né eccede i limiti della propria autorità né led« i diritti della Chiesa > : 
fu discussa guest' ultima da Giuseppe Niccolini nel 1785. 



L'ORATORIO DEL LAGO DE' PORZII 

E IL PRIORATO CLUNIACENSE DI S. MAJOLO 



Una pergamena del 1319 trovata e cortesemente comunicatami 
dal Prof. L. C. Bollea, tra le « carte Aldini » presso la Biblio- 
teca della R. Università di Pavia, conferma pienamente quanto, 
per supposizione, indicavo in una mia breve memoria sull'Oratorio 
del Lago de' Porzii pubblicata in questo « Bollettino » (1). 

In quelle poche pagine più volte accennai alla possibilità che 
quest' Oratorio dovesse la sua splendida costruzione alla nobile 
famiglia pavese dei Porzii. 

<.< Come si vede queste modeste proporzioni (misura circa 5 
metri per 5 metri) non avrebbero reclamata una così grandiosa 
ricchezza archichettonica. E questo un' altro argomento a farci 
meglio persuadere che soltanto alla munificenza di una famiglia 
ricca e nobile, come quella dei Porzii di Pavia, debbasi attri- 
buire la costruzione della chiesetta » (2). Vi dicevo pure « dalla 
sua architettura, come dalle due decorazioni dobbiamo trarre 
argomento a riputarla opera geniale e pura del secolo XIY o 
forse dei primi anni del secolo seguente » (3). 

Questa mia opinione, in modo per me assai lusinghiero, venne 
raccolta dal dotto critico d' arte, Cav. Dottor Diego Sant'Ambrogio 
che ultimanente scriveva in una sua memoria dedicata al nostro 

(1) « L'oratorio del lago de' Porzii » - Bollettino della Società Pavese di 
Storia Patria^ Anno VI, Marzo 1906, Fase. I — Estratto di pp. 12. 

(2) Estratto, p. 12. 

(3) Ivi, p. 6. 

3 



- 414 — 

Oratorio (1) : « rivelerebbe un' opera accurata della fine del se- 
colo XIV, al più del principio del XY secolo (2) ». 

Il Dottore Comm. Carlo Dell'Acqua, studiosissimo della storia 
pavese, traeva dalla memoria del Dottor Diego Sant'Ambrogio 
la conferma di quel mio giudizio e in un lavoro , pub- 
blicato nella Rivista di Scienze Storiche^ diretta dal Prof. 
Monsignore Don Rodolfo Majocchi, rettore dell'Almo Collegio 
Borromeo (3), la riportava integralmente, con mia intima soddi- 
sfazione. 

Argomentavo che si potesse attribuire ai Porzii la costru- 
zione dell' oratorio tanto interessante, appoggiandomi a quanto 
ci rivelavano alcuni documenti inediti della collezione Brambilla 
esistente presso il Museo Civico di Storia Patria di Pavia. Da 
essi risultava in- modo sicuro che i Porzii possedevano vari fondi 
neir Oltre - Po Pavese e precisamente ove sorgeva il nostro ora- 
torio. Così non mi trattenni dallo scrivere: « Probabilmente il' 
nostro oratorio avrà chiamato alle sacre funzioni i pochi abitantf 
del Lago. Vi sarà accorso spesso il signore del luogo che si 
compiaceva di tempo in tempo di ridarsi alla tranquillità campe- 
stre nel vicino e massiccio palazzo (4) >>. E poco dopo: « Rite- 
niamo che questo signorotto possa aver appartenuto alla nobile 
famiglia pavese dei Porzii » (5) . 

La nuova pergamena ci conserva 1' atto col quale il Capitolo 
del Monastero di S. Majolo di Pavia dava in affitto ai fratelli 
Porzii i beni da esso posseduti nel Territorio del Lago assieme a 
case, ad una chiesa, ad un palazzo, e ad un campanile. L'istro- 

(1) « L'obbedienza cUinacense di S. Mj^ria de Lacu in Territorio di Pavia»- 
Rivista di Scienze Storiche^ Anno IV, Fase. II - III, 1907. 

(2) A pag. 1 deir Estratto deU'op. cit. 

(3) « La Basilica di S. Salvatore presso Pavia rinomata fino dal secolo X per 
l'opera illuminata e concorde dell'Imperatrice L. Adelaide e del MonaccfS. Ma- 
jolo abbate di Cluny chiamato a reggerne il governo ». Rivista di Scienze 
Storiche^ Anno IV, Fase. X, p. 296. 

(4) Il palazzo esiste ancora, ma intieramente ricostruito. NeU' estratto dell'op. 
cit. a pag. 7. 

(5) Ivi, p. 8. 



— 415 — 

mento porta la data del 13 luglio 1319 e fu rogato dal notaio 
Giacomo de Ottonihus e trascritto dal notajo pavese Agostino 
de Landulfis. 

Il Priore del Monastero di S. Majolo concedeva in enfiteusi a 
Montenario, Fazone, Olmello e Bernardino Forzi, a Beltramino 
Bottigella, e a Uberto Rustioni, quanto il monastero possedeva 

nel territorio del Lago e cioè de infrascriptis castro, ferris, 

possesionibus'. pratis, gerbls, hoschis, canetis, paludibus et re- 
bus primo videlicet de castro uno cum turri, domibus, Eccle- 
sia, campanili et palacio positis et hedificatis in dicto loco 
Laghi cum foxatis, area, et sedimine, supra quo est hedifica- 
tum dictum castrum cum dictis Jiedificiis 

Dalla descrizione che si fa nelP atto di questi beni dati in 
enfiteusi per venti anni, essi risultano di grande estensione e insie- 
me al castello, alla torre, alla chiesa e alle case costituivano un 
dominio di smgolare importanza. Questa concessione divenne il 
nucleo di quella proprietà che nel 1379, nel 1428, nel 1440, nel 
1441, nel 1452 spettavano alla Famiglia de' Porzii, come risulta 
dai documenti da me citati (1), perchè consolidossi in essa il 
dominio di quei vasti terreni. 

Il monastero di S. Majolo, in modo preciso, si obbligò verso i 
Porzii, che ricevevano da esso quei fondi e quelle importanti costru- 
zioni murarie a restaurarle e a riedificare la torre e il campa- 
nile. Infatti neir atto si legge che i contraenti promiserunt 
dictis investitis realtari (2) et redificari turrim et campa- 
nile dicti castri, et dornum se tenentem cum dicto campanile 
et aliam domum bassam se tenentem cum dieta turri et mu- 

rum qui se tenet cum ecclesia et claustro dicti castri 

Alla loro volta i Porzii si impegnavano alle spese della colti- 
vazione e al miglioramento dei fondi, che eran in gran parte 
incolti (3). 

(1) op. cit., p. 8. 

(2) Per riadattare. 

(3) É indubbio che la pergamena è un' atto originale. Ma mi pare che abbia 
subito alcune alterazioni, più di forma che di sostanza in quanto riguarda l'o- 
ratorio. Ad esempio la ripetizione della parola annos, scritta su raschiatura 
forse per novem. Così pure il C (centum) et octuaginta papiensium pure su ra- 
schiatura, per alterare l'entità dell' affitto. 



— 416 - 

Ecco stabilito in modo sicuro che non prima del secolo XIV 
potevano i Porzii pensare alla ricostruzione della chiesetta di 
S. Maria al Lago. Ecco pur chiaro che nel secolo XIY al più 
tardi, i Porzii intrappresero la costruzione di cosi nobile edificio. 

Questo documento, cosi importante nella storia dell'Agro vo- 
gherese, viene anche a confermare pienamente quanto scriveva 
il Sant'Ambrogio nella sua apprezzata memoria sull'Oratorio del 
Lago. 

Egli appoggiandosi ad un diploma di Papa Urbano II, del 
1095, col quale il pio pontefice confermava ai monasteri dell'Or- 
dine di Cluny molti privilegi, ed ove è nominata Santa Maria 
de Lacu, con molta ragionevolezza, esclama : « Come non rico- 
noscere in questa remota istituzione clunaciense dell' XI secolo, 
la prima ed originaria fondazione dell'umile sacrario di Santa 
Maria del Lago dei Porzii ? » (1). Aggiunge pure : « Lo stesso 
Cavagna presume fosse dedicato nei prim ordii dell' istituzione 
sua a Maria Vergine » (2) come raccolsi realmente da antiche 
tradizioni locali (3). 

Il Sant'Ambrogio concludeva col ritenere per certo che « an- 
che queir oratorio (il nostro), come tutte le altre case annove- 
rate nel diploma di Urbano lì, passò in pieno possesso delP or- 
dine benedettino cluniacense, come dalla chiusa di quel pontifi- 
cale documento, in cui è detto al Priore Sant'Ugo che tutti quei 
beni tassativamente indicati, fra cui Santa Maria de Lacu, erano 
definitivamente annessi a Cluny e dati per sempre a lui e suoi 
successori ». 

E precisamente l' istrumento del 13 lugHo 1319 ci prova che 
ancora nei primi anni del secolo XIV la chiesa di Santa Maria 

(1) Sant'Ambrogio, op. cit., p. 5. 

(2) Ivi, p. 5. 

(3) A. Cavagna Sangiuliani, op. cit., p. 6. Il sapere che Antonina de' Porzii 
possedeva dei beni a S. Maria può essere altro argomento favorevole aUa nostra 
presunzione. 



— 417 — 

del Lago spettava al Priorato di S. Majolo di Pavia che era una 
casa cliiniacense, e che appunto ad esso era fatto 1' obbligo di 
restaurare la chiesa di Santa Maria, oltre il castello, la torre e 
il campanile nel territorio del Lago esistenti, e che, pare, fossero 
in rovina. • 

Così tanto il Dottor Sant'Ambrogio quanto io dobbiamo essere 
grati al Prof. L. C. BoUea per la scoperta fatta e per la cor- 
tesia di renderla a noi nota, restando io particolarmente debi- 
tore verso di lui per la speciale deferenza usatami. 

A maggior schiarimento non solo dei rapporti esistenti fra il 
Priorato Cluniacense di S. Majolo di Pavia e la ricca famiglia 
dei nobili Porzii, ma anche a dar maggiore fondamento alle due 
presunzioni credo doveroso di qui aggiungere il prezioso atto 
del 1319, tuttavia inedito. 

A. Cavagna Sangiuliani. 



II capitolo del monastero di S. Maiolo di Pavia accensa ai fratelli 
Porzii beni nel territorio di Lago insieme con case, chiesa, palazzo e 
campanile. 

(13 luglio 1319) 

Fonti. — A. Orig. in Bibl. Univ. Pavia, Carte Aldini^ Diverse^ bu- 
sta la , n. 43. — B. Copia fine sec. XV in Bihl. Univ. Pavia, Carte Al- 
dini, Pagensi, busta 5^ , n. 1. 

Met. di pub. — Si riproduce A, tenendo conto di B per qualche variante e 
per completare le parti lacerate di A. 

(S. T.) Anno A nativitate domini Millesimo Tricentesimo Decimo 
nono, Jndicione secunda, Die Veneris terciodecimo mensìs Julij Jn 
octauis, Jn Claustro Monasterij sancti Maioli papié, ibidem Capitulo et 
conuentu ipsius Monasterij conuocato et congregato prò Jnfrascripto 
negocio peragendo, ad quod quidera Capitulum conuenerunt dominus 
Donus Petrus prior dicti Monasterij, donus Fregellinus, donus 
Petrus, donus Martinus, donus Andreas, donus Johannes, donus 
Gyrardus monaci dicti Monasterij, dicentes et protestantes nullos 



— 418 — 

alios monacos esse presencialiter in Monasterio antedicto qui pos- 
sint uel debeant comode conuocari. Cum Jnfrascripte terre, pos- 
sessiones, castrum, E-es et bona, quas quod et quo dictum Monaste- 
rium habet in loco et territorio Laghi districtus papié, propter gue- 
rara, que temporibus retro actis extitit in partibus dicti loci, guaste 
et jnlaborate persisterint, jta quod dictum Monasterium modicam per- 
cepit et nunc percipit Redituum quantitatera, nec in dicto Monasterio 
seu penes capitulum et conuentum eiusdem sit pec(c)unia suficiens 
ad ipsas terras et possessìones et Res laborandas, col(l)endas et ad 
usum ponendas seu laborari col(l)i et ad usum poni faciendas, Cum- 
que dicti prior et Monaci non videant nec cognoscant aliquem alium 
raodum utilìorem dicto Monasterio ex quo dictum Monasterium maio- 
rem redditum consequatur de ipsis terris, possessionibus et rebus et 
bonis, quas per modum concessionis et Jnuestiture henfiteotice se- 
cundum quod ipsi Prior et Monaci asserebant ibidem et babito trac»- 
tatù vna vice et pluribus supra dicto negocio peragendo, jdcirco 
dictus dominus Prior, consensu et voluntate et affirraacione dictorum 
Monacorum suorum ibidem presencialiter existencium ipsique, Monaci 
vna cum dicto domino Priore nomine et a parte et prò vtilitate Mo- 
nasterij supradicti Jnuestiuerunt ad fìctum et nomine fleti Montena- 
rium porchum, Fa9onum (l) porchum, Olivellum porchum, Bergundium 
porchum, Beltramìnum butigellam, filium condam Goghi et [Jbertum 
Rustionum Mulinarium a feste sancti Michael(l)is proximo futuro usque 
adviginti annos (2) (annos) proximos venientes de jnfrascriptis castro, 
terris, possesionibus, pratis, gerbis, boschis, canetis pal(l)udibus et 
rebus. Primo videlicet de castro vno cum turri, domibus (3), eccle- 
sìa, campanil(l)i et palacio positis et hedificatis in dicto loco Laghi 
oum foxatis, area, et sedimine super quo est hedificatum dictum ca- 
strum cum dictis hedif(f)iciis. Jtem perticas trecentas vigìnti prati 
et caneti ; cui cohereta mane Facius butigella, a meridie dictum 
Monasterium, de ilio (4) campo perticarum centum trigintaduarum 
et tabularum vndecim et dimidie in parte et in parte symiliter ab 
ipso campo usque ad sedimen positas prope dictum Castrum, et in 
parte dominus Prior de campexiis, a sere Beltramus butigella in 
parte et in parte Facius (5) butigella, a nulla hora heredes con- 
dam Facij de comi te in parte et in parte Rufinus de sancto na- 
9ario (6) in parte et in parte Bernardus de campexiis in parte et in 
parte Facius butigella. Jtem perticas nouem sediminis positi ante 
januam deversus sere ; coheret a mane dictum Castrum, via me- 



— 419 — 

diante, a meridie via, a sero Prior de campexiis, a nulla hora dic- 
tum Monasterinm de suprascriptis pratis et canetis. Jtem perticas no- 
naginta quatuor terre jnter quas sunt pertico septem boschi jacentis 
vbi dicitur in Claiiso tenente (7) (tenente) cum dicto castro, foxatum 
mediante; coheret a mane dictum Monasterinm foxatum mediante, 
a meridie dictum Monasterium via mediante, a sero foxatum castri 
dicti Monasteri!, a nulla hora canetum dicti Monasterij. Jtem de vna 
alia pecia terre foxato mediante ipso non conputato quod est pertico 
quadraginta due et tabule decem et dimidia ; cui coheret a mane 
dictum Monasterium de Jnfrascripta terra, a meridie dictum Mona- 
sterium via mediante a sero suprascriptum Monasterium de supra- 
scripta terra, a nulla hora Canetum dicti Monasterij. Jtem perticis 
de (8) Centumtrìginta duabus et tabulis vndecim et dimidia cum 
pratis et Rechochis (et) jacentibus vbi dicitur in Ripa solis; cui co- 
heret a mane sols(s)um jmmens(s)um non computatum, a meridie 
dictum Monasterium de jnfrascripta terra, a sero dictum Monasterium de 
suprascripta terra, a nulla hora canetum dicti Monasterij. Jtem de 
perticis quadraginta novem et dimidia (9) et pedibus octo terre 
tenentis cum terra deversus nullam horam ; coheret a mane prata 
de solso foxato mediante a meridie dictum Monasterium a sero dic- 
tum Monasterium de ('de) jnfrascripta terra a nulla hora dictum 
'Monasterium de infrascripta terra. Jtem [de] perticis quadraginta 
duabus et tabulis decem et octo terre tenentis cum suprascripta terr^ 
deversus mane; coheret a mane dictum Monasterium de supra- 
scripta terra foxato mediante (10), a sero dictum Monaste- 
Irium, a nulla hora dictum Monasterium via mediante. Jtem de per- 
ticis viginti nouem et tabulis quindecim terre ubi dicitur ad longoras; 
• coheret a mane dictum Monasterium de suprascripta alia terra, a 
meridie via boschi pirochi, a sero dictum Monasterium de Jnfra- 
scriptis duabus peciis terre, a nulla hora dictum Monasterium de 
campo clauso, via mediante. Jtem de perticis viginti sex terre tenentis 
^ cum suprascripta terra deversus mane ; coheret. a mane dictum 
Monasterium de suprascripta terra, a meridie suprascriptum Monaste- 
rium de Jnfrascripta pecia terre, a sero (11) dictum Monasterium, a 
[nulla hora dictum Monasterium de campo clauso via mediante. Jtem 
de perticis quindecim et tabulis quinque et pedibus septem et di- 
midio terre tenentis cum suprascripta terra deversus meridie ; cui 
coheret a mane dictum Monasterium de terra que est pertico vi- 



I 



— 420 — 

dictum Monasterium de Jnfrascripta terra que est pertìce septua- 
ginta septem et tabule quindecim, a nulla bora dictum Monasterium 
de suprascripta terra que est pertico viginti sex. Jtem de perticis 
septuaginta septem et tabulis quindecim in duabus peciis tenentibus 
jnsymul ; coheret a mane dictum Monasterium de suprascripta terra 
(10) que est pertice quindecim et tabule quinque et pedes ceto et di- 
midius, coheret a meridie via boschi pirochi siue aliquantulum Ja- 
cobus salimbenus, a sero dictus Jacobus in parte et in parte dictum 
Monasterium de Jnfrascripto prato quod est pertice decem et tabule 
sedecim et dimidia, a nulla bora dictum Monasterium de campo 
clauso. Jtem de perticis decem et tabulis sedecim et dimidia prati ja- 
centis ubi dicitur pradolius lagi; coheret a mane dictum Monaste- 
rium de terra suprascripta, a meridie Jacobus salimbenus in parte et 
in parte dictum Monasterium foxato mediante, a sero et a nulla bora 
via. Jtem de perticis vndecim terre ubi dicitur vinacias; coheret a 
mane Jacobus salimbenus, a meridie et a sero via, a nulla bora dic- 
tum Monasterium de jnfrascripto prato. Jtem de perticis XLV (12) 
terre ubi dicitur ad campum de putheo. Coheret a mane dictum 
Monasterium via mediante in parte et in parte Jacobus salimbenis, 
a meridie dictus Jacobus in parte et in parte dictum Monasterium 
via mediante, a sero heredes condam Anselmi de campexiis in parte 
et in parte dictum Monasterium, a nulla bora via. Jtem de perticis 
triginta quatuor et tabulis duabus prati ubi dicitur pradellis de medio; 
coheret a mane boschum hospitalis de bronno jn parte et in parte 
Rolinus gambarus, a meridie Jacobus salimbenus, a sero heredes con- 
dam Anselmi de Campexiis in parte et in parte Jacobus salimbenus et 
in parte dictum Monasterium, a nulla bora dictum Monasterium via 
mediante. Jtem ubi dicitur terra alba de perticis quadragintanouem 
et tabulis duabus et pedibus quinque cum una (9) rechata que est 
deversus sero et versus nulla bora ; coheret a mane salimbenus, a 
meridie Carocius de caneuanoua, a sero via, a nulla bora heredes 
condam Anselmi de campexiis. Jtem de perticis sedecim et tabulis 
decem et octo terre jacentis ibi prope ; coheret a mane dictum Mo- 
nasterium a meridie et a sero heredes condam Anselmi de campe- 
xiis a nulla bora Jacobus salimbenus. Jtem de perticis quatuordecim 
et tabulis duodecim terre ; coheret a mane dictum Monasterium fo- 
xato mediante, a meridie dictum Monasterium strata mediante, a sero 
dictum Monasterium, a nulla bora dictum Monasterium via mediante 
Jtem de pecia vna prati, jacentis ubi dicitur prata de salsis dever- 



- 421 - 

sus pirochum et est pertice octo et tabule duodecim terre ; coheret 
a mane Johannes muricela, et nepotes a meridie beneue- 
nutus muricela (9) ju parte et jn parte Rolinus gambarus a 
sere dictum Monasterium de quadam' terra a nulla bora dictum Mo- 
nasterium de jnfrascripto prato. Jtem de perticis quadraginta vna 
prati tenentis in parte deversus meridie cum suprascripto prato ; 
coheret a mane Prior de campexiis et nepotes a meridie Johannes 
muricela et nepotes in parte et in parte dictum Monasterium de su- 
prascripto prato de perticis octo et tabulis duabus, a sere et a nulla 
bora dictum Monasterium. Jtem de perticis viginti prati tenentis cum 
suprascripto alio prato ; coheret a mane salsum, a meridie Prior de 
campexiis in parte et in parte dictum Monasterium de suprascripto 
alio prato, quod est pertice quadraginta una prati, a sere dictum 
Monasterium. Jtem de perticis septem et tabulis decem et octo terre 
prope pirochum ; coheret a mane Rolinus gambarus, a meridie muri- 
coli a sere similiter a nulla bora dictum Monasterium. Jtem de pe- 
cia vna terre que est pertice vndecim, jacentis prope piro- 
chum (9); coheret a mane heredes condam Conradi muricele in 
parte et in parte heredes condam Salij muricele, a meridie Monaste- 
rium sancti Sepulcri a sere Jacobus salimbenus, a nulla bora dic- 
tum Monasterium. Jtem de perticis duabus et tabulis decem et octo 
et pedibus novem gerbi tenentis cum suprascripta terra dever- 
sus nullam horam ; coheret a mane Beneuenutus muricela, a me- 
ridie dictum Monasterium de suprascripta terra que est pertice vn- 
decim a sero Gralvagnus salimbenus, a nulla bora symiliter. Jtem de 
perticis viginti septem et tabulis duabus terre jacentis ibi prope ; 
coheret a mane Salimbenvs a meridie Monasterium sancti Sepulcri, 
a sero muriceli siue E,olinus gamb'arus a nulla bora dictum Mona- 
sterium de jnfrascripta terra foxato mediante, Jtem de perticis sep- 
tem et tabulis quatuordecim terre tenentis cum suprascripta alia pecia 
terre, que est pertice viginti septem et tabule due, foxato mediante. 
Coheret a mane salimbenus, a meridie dictum Monasterium de supra- 
scripta alia pecia foxato mediante, a sero muriceli jn parte et in 
parte Prior de campexiis, a nulla bora dictum Monasterium de jn- 
frascripta alia pecia prati. Jtem de perticis octo et tabulis quindecim 
et pedibus septem prati tenentis cum suprascripta alia pecia terre 
deversus meridie ; coheret a mane muriceli, a meridie salimbenis 
jn parte et i)i parte' dictum Monasterium de suprascripta alia terra, a 
sero E-olinus gambarus, a nulla bora boschus dicti Monasterii. Jtem 



- 422 — 

de perticis triginta nouem et dimidia boschi ; coheret a mane dic- 
tum Monasterium, a meridie dictum Monasterium de ilio prato per- 
ticis octo, a sero hospitalis de bronno a nulla bora dictum Monaste- 
rium via boschi pirochi mediante. Jtem de perticis triginta terre 
jacentis deversus pirochum ; ooheret a mane dictum Monasterium 
in parte de pratis de salsis et jn parte muriceli, a meridie dictum 
Monasterium, a sero boschum dicti Monasterii, a nulla [hora] dictum 
Monasterium. Jtem de pecia vna terre jacentis ubi dicitur a la brera, 
que est pertice viginti ; coheret a mane et a meridie heredes con- 
dam Gyrardi butigelle, a sero (14), a nulla bora dic- 

tum Monasterium. Jtem d e (9) perticis duabus et dimidia prati te- 
nentis cum campo magno de piro fauarollo deversus meridie; cohe- 
ret a mane dictum Monasterium de jnfrascripta terra, a meridie et 
a sero heredes condam Gr3''rardi butigelle, a nulla hora dictum Mona- 
sterium de ilio campo magno quod est pertice nonaginta octo et ta- 
bule due. Jtem de perticis decem et nouem et tabulis quatuordecim 
-terre tenentis cum suprascripto prato devorsus sero , coheret a mane 
via a meridie dictum Monasterium, a sero heredes condam Gyrardi 
butigelle, a nulla hora dictum Monasterium. Jtem de perticis viginti 
vna et tabulis quatuordecim terre tenentis cum suprascripta terra de- 
versus meridiem ; coheret a mane Prior de campexiis, a meridie Ca- 
Tocius de caneuanoua, a sero butigella, a nulla bora dictum Mona- 
sterium de suprascripta terra. Jtem de perticis viginti sex et tabulis 
quinque terre tenentis cum jnfrascripto campo magno ; deversus sero 
coheret a mane dictum Monasterium de terra dicti campi, a me- 
ridie dictum Monasterium, a sero Prior de campexiis, a nulla hora 
via. Jtem de perticis nonaginta octo et tabulis duabus terre, jacentis 
ubi dicitur ad pirum Fauarollum ; coheret a mane Prior de cam- 
pexiis et nepotes, a meridie dictum Monasterium, jn parte et in 
parte butigella aliquantulum, a sero dictum Monasterium, a nulla 
hora via. Jtem de perticis sex et tabulis decem et octo cum picio 
terre jacentis ibi prope. Coheret a mane dictum Monasterium a me- 
ridie heredes condam Amselmi de campexiis, a sero Prior de campe- 
xiis, Jtem de perticis nouem et tabulis decem terre jacentis ubi di- 
citur a la fontana ; coheret a mane et a meridie strata, a sero 
Prior de campexiis. Jtem de perticis viginti sex et tabulis duodecim 
et dimidia prati, ubi dicitur in pradellas; coheret a mane Prior de 
campexiis a meridie via, a sero et a nulla hora heredes condam 
Gyrardi butigelle cum vna rechoca. Jtem de perticis quinque et ta- 



- 423 — 

bulis quindecim prati, jacentis in pradellis iuxta montexellum vìa 
mediante tenentis cura jnfrascripta terra ; coherent a mane butigella, 
a meridie (10) Carocius de caneuanoua, a sero via montexelli, a 
nulla hora jnfrascripta alia terra que tenetur per dictum Carocìum ad 
dictum fictura (9) omni anno reddendum. Jtem de perticis viginti 
septem et tabulis decem et septera et pedibus duobus et dimidio 
[terre], tenentis cum suprascripto prato deversus mane ; coheret a 
mane Laureucius butigella filius condam Johannis, a meridie dictum 
Monasterium de suprascripto prato, a sero via, a nulla hora dictus 
Laurencius et tenetur per dictum Carocium. Jtem de perticis octo 
et tabulis sedecim terre jacentis ubi dicitur capud agnelli iuxta 
montexellum ; coheret a mane Rolandus canis de valegio, a meridie 
Laurencius butigella filius condam Johannis, a sero via a nulla hora 
heredes condam Rufini butigelle et tenetur per Bernardum campe- 
xium, cum accessibus et jngressibus et omnibus juribus et pertì- 
nenciis eidem Monasterio spectantibus et pertinentibus jn jntegrum. 
Eo modo fecerunt presentem jnuestituram, quod a dicto festo sancti 
Michaelis proxime futuro usque ad diotos viginti annos (2) (annos) 
proximos venientes dicti Jnuestiti et eorum heredes legiptimi ab eis 
dessendentes siue eorum fratres existentes eorum heredes et non qui- 
bus dederiut habeant, teneant, gaudeant, (15) et possideant et quasi 
predicta omnia et singula jnuestìta , sino contradicione dictorum 
Monacorum et Prioris et eorum successorum et cum eorum eorumque 
successorum deffensione nomine et a parte dicti Monasteri! ab omni 
persona et vniversitate cum racione. Et jta dicti dominus prior et 
Monaci dicto nomine eisdem Jnuestitis promiserunt attendere et 
observare debent. Antedicti Prior et Monaci dicto nomine per 
pactum expressum adhibitum Juter dictos contrahentes [preterea'j 
(16) promiserunt dictis Jnuestitis realtari (17) et redificari turrim 
et campanile dicti castri et domum se tenentem cum dicto 
campanili et aliam domum bassam se tenentem cum dieta tur[r]i 
et murum qui se tenet cum ecclesia et claustro dicti castri. Jta tamen 
quod jpsi jnuestiti teneantur et debeant facere expens(s)as nec(c)es- 
sarias circa laboreriorum predictorum, eo tamen saluo quod vnus 
•nuncius dicti domìni Prioris debeat superesse dictis laborerijs et ex- 
pensìs, que nunc ipsi Jnuestiti in cibo et potu alere teneantur 
usque ad laborerium predictum finitum. Si vero dictus dominus Prior 
non miserit seu mittere noluerit ipsum eius nuncium ad superstandum 
ipsi laborerio, quod si esse denunciatura (18) per dictos jnuestitos uel 



- 424 - 

aliqnem eorum procuratorem (9) dicto domino Priori de ipso nuncìo 
mittendo per ipsiim Priorem ad dictum castruin occaxionibus pre- 
dictis. Jn ipso casu dicti domiuus Prior et Monaci de expens(s)is 
que facte fuerint in predictis sacramento ipsorum Jnuestitorum stare 
et credere teneantiir, quas expensas omnes dicti dominns Prior et 
Monaci debeant et teneantur eisdem jnuestitis computare in tantam 
quantitatem ficti jnfrascripti (9) quia sic extit[i^] inter eos; et de ipsa 
conpensacione rogare teneantur fieri publicum jnstrumentum de pre- 
dictis quantum assenderint ipse expense. Jtem hoc acto inter eos ex 
pacto, videlicet quod sì dicti jnuestiti fecerint alias demos vltra 
illas que sunt in castro tam in dicto castro quam extra et finito dicto 
termino uel etiam in casu apcionis seu refutacionis predictarum 
proprietatum et rerum dicti, dominus Prior et Monaci teneantur et 
debeant eisdem jnuestitis dare et soluere tantam quantitatem dena- 
riorum quantum ipse domus extimate fuerint valere per duos legales 
homines prò laborerìo deructo. Et hoc si dicti Prior et Monaci ipsas 
demos emere uel habere voluerint et si habere uel emere noluerint, 
in ipso casu liceat dictis jnuestitis ipsas domos et hedificia pro- 
sternere et portare quo (9) voluerint. Et versavice dicti jnuestiti 
et quilibet ipsorum jn solidum conuenerunt et promiserunt dictis 
Priori et Monacis dicto nomine dare et soluere fictum et nomine ficti 
a feste sancti Michaelis proximo futuro usque ad unum annum pro- 
xime futurum libras octuaginta papiensium jn denariis numeratis et in 
festo sancti Martini tunc proxime subsequenti et capones vigintì bo- 
nos et sufficientes in laude bonorum hominum. Si discordia inde fuerit, 
et deinde omni anno semper in festo sancti Mychaelis libras Oc- 
tuaginta papiensium et in denariis numeratis et semper in festo sancti 
Martini capones viginti bonos et ydoneos in laude bonorum homi- 
num ut predictum est. Et hoc tempore pacis tantum et non tempore 
guerre talis scilicet propter quam dicti jnuestiti uel eorum heredes et 
consortes non laborarent uel gauderent seu in dictis partibus labo- 
rare non possent. Et hoc Priori ipsìus Monasterii fuerit denuuciatum 
tempore ipsius talis guerre et denunciatio prefacta domino Priori uel 
monacis in dicto Monasterio ad solucionem dicti ficti minime tenean- 
tur, set ipso tali tempore dicti Jnuestiti teneantur et debeant ipsi uel 
eorum heredes dare et reddere ipsi Monasterio quartam de omnibus 
fructibus et redditibus que tunc perciperentur et gauderentur de pre- 
dictis jnuestitis, conducta et consignata parte dicti Monasterii de 
predictis omnibus ad rypam pa(u)di, ubi naves melius et comodius 



I 



- 4à5 - 

poterint carezari, per medium locum Lagì. Jtem hoc acto expressim 
dicto et apposito inter dictos Priorem et Monacos dicto nomine ex 
vna parte et dictos fictuales ex altera, videlicet quod omni anno 
tempore messium debeat et possit superesse messibus dicti poderis. 
vnus ex Monacis nuncius dicti Monasterii expensis proprijs dicto- 
rum fictualium ; qui fictuales teneantur ei facere expensas tempore 
ipsarura messium in cibo et pò tu (9) et tenere hospitatum eum 
in dicto castro, quousque dicti fictuales deposuerint nomine dicti 
Monasterii in ciuitate papié, ubi voluerit dictus dominus Prior ipsius 
Monasterii, in loco tuto tantam blavam uel denarios nel aliquam aliam 
rem ex qua dictum Monasterium sit bene securum de toto (9) ficto 
ipsius anni temporis tunc preteriti. Et hoc nomine ipsius Prioris et 
Monacorum quodquidem depositum ut dictum est dicti fictuales fa- 
ciant et facere debeant et teneantur syngulis annis jnfra Kalendas 
septembris cuiuslibet anni sub pena librarum decem papié prò quali- 
bet vice, rato manente pacto. Jtem hoc acto jnter eos, videlicet quod 
ad peticionem dicti Monasterii et conuentus fructus et redditus dicti 
poderis possint jmpune eciam ante terminum sequestrari et saxiri 
eciam sine aliqua condepnacione possessionis uel hanno, non obstante 
consuetudine uel statuto comunis papié facto super saximentis nec 
aliquo alio Jure canonico uel ciuili, et sine contradicione ipsorum 
fictualium uel eorum heredium et cuiuslibet alterius persone et seque- 
stratos et saxitos tenere usque ad solucionem integram tocius ficti 
ipsius anni propriis expensis dicti Monasterii, si contingerit deposi- 
tum uel solucionem non (10) esse factam ad terminum assiguatum. 
Jtem quod dicti fictuales uel eorum heredes non possint nec eis li- 
ceat- prò eis uel aliquo ipsorum uel per alium jncidere uel evel- 
ler(r)e aliquas gabas seu arbores alicuius maneriey, nisi fuerint syce 
uel marcide et, si quam sycam uel marcidam inciderint uel euulse- 
rint per aliquem ipsorum uel alium prò eis, quod loco vniuscuiusque 
syce uel marcide teneantur aliam plantare sub pena solidorum quin- 
que papiensium prò vnaquaque ipsarum gabarum uel arborum, rato ma- 
nente pacto ; possint tamen ipsas gabas et arbores scalvare libere et 
impune. Jtem quod dicti fictuales teneantur et debeant et conuene- 
runt et promiserunt dictum castrum et domos castri et ecclesiam 
manutenere bona fide eorum posse, silicet in eo statu quo fuerint 
aptate, ita quod non diruantur, immo eciam meliorare et predictas 
custodire habitare, uel habitari facere, et mondari facere dictam ec- 
clesiam et mondatam tenere, et nichil in ipsa Ecclesia turpe facere 



— 426 — 

uel tenere. Et hec omnia et syngula sub pena librarum quinque 
papiensium prò qualibet vice, rato manente pacto. Jtem quod predicti 
Jnuestiti uel eorum heredes non possint nec eis liceat predicta jn- 
uestita in toto uel in parte aliqua alicuì vendere, donare, alienare, in 
dotem uel ìnsolutum dare, permutare, cambiare, nec aliquem eis ad- 
sociare, uel affictare jn perpetuum uel ad tempus, nec ab eis modo 
aliquo remouere nisi dando ad massariam certis bonis massarijs. 
qui laborent eorum propriis manibus. Et si contrafecerint in aliquo, 
quod quicquid contrafactum fuerit non teneatur ipso, set ipso iure 
et facto sit irritum et jnanem et predicta omnia et syngula ipsi Mo- 
nasterio aptata sint sine interpellacione uel denunciacione aliqua < 
facienda, et sine eo quod Prior et monaci denunciacionem aliquam 
facere teneantur. Jtem quod si cessatum fuerit a solucione dicti lieti 
per sex menses continuos, post aliquem terminorum in toto uel in 
parte quod tunc in eo casu dieta proprietas tota cum omnibus 
melioramentis tunc sit et ex nunc esse jntelligatur ipso jure et 
facto aperta ipsi Monasterio et in ipsum Monasterium pieno jure 
perventa, denunciacione de hoc facta uel non facta, et sine eo quod 
denunciacionem aliquam facere teneantur alieni, et in predictis casi- 
bus apercionis et quolibet ipsorum liceat Priori et cuilibet nuncio 
seu syndico dicti Monasterii sua propria auctoritate sine alicuius 
Rectoris uel officialis licencia jntroductione uel jmposicione et sine 
alicuius persone requìxicione in tenutam corporalem possessioni» et 
quasi predictarum rerum omnium et syngularum intrare et ipsas om- 
nes et syngulas habere, tenere, gaudere et possìdere et quasi velud 
res proprias ipsius Monasterii sine contradicione ipsorum fictualium 
et eorum heredum et cuiuslibet alterius persone et quod nichiiomi- 
nu3 ad solucionem jntegram tocius lieti temporis tunc preteriti jn- 
tegraliter teneantur. Et in [dictis] casibus et quolibet ipsorum dicti 
Prior et monaci retinuerunt et semper retinent jn se omne domi- 
nium et omnem possessionem et quasi de omnibus et syngulis supra- 
scriptis concedentes eisdem fictualibus in dictis casibus et quolibet 
ipsorum de predictis solam precariam possessionem tantum. Eo tamen 
saluo quod si vnus uel aliquis ipsorum non soluerint ad terminum 
suprascriptum quod pars sua perveniat in illis qui soluerint. Jtem 
et quod in capiti dicti termini huius jnUestiture et ante eciam si 
qua jura uel causam predicta omnia et syngula aperirentur ante ter- 
minum ipsi Monasterio, dicti fictuales debeant et teneantur et prò- 
miserunt predicta omnia et syngula cum omnibus melioramentis si 



- 427 — 

ap(p)erirentur ante terminum ipsi Monasterio libere et pacifice et quiete 
dimittere et relinquere et coiisignare et relassare ipsi Monasterio 
libera et expedita, sine aliqua turbacione nel molestia, ad volnntatem 
Prioris ipsius Monasteri! quocienset quandocumque denimciatuinfuerit 
predictis fietualibus, uel eorum heredibus, a parte ipsius Monasterii 
seu syndici eiusdem. Et hoc sub pena et banno librarum centum 
papiensium prò qualibet vice qua eis denunciatum fuerit si hoc non at- 
tenderet, rato manente pacto. Jtem hoc acto jnter dictos contrahentes 
ex pacto, videlicet quod quociens et quandocumque Prior Monasterii 
antedicti miserit ad dictum castrum vnum eius presbiterum seu Mo- 
nacum prò diuinis officiis exercendis in Ecclesia dicti castri, ipsi 
fictuales eumdem presbiterum seu Monacum benigne recipere tenean- 
tur, et ei in cibo et potu donec ibi permans(s)erit subuenire festiuis 
diebus, principalibus tantum (9). Jtem hoc acto jnter eos ex pacto 
quod quandocumque dominus Prior eius Monasterii miserit aliquem 
suum nuncium ad predictum Castrum, ipsum recipere teneantur et 
ei abitaculum prestare in dicto castro, donec dicto domino Priori 
placuerit. Et predicta omnia et syngula dicti contrahentes jnter se 
vicissim, videlicet dictus Prior et dicti eius monaci nomine dicti Mo- 
nasterii eisdem jnuestitis ipsique jnuestiti et quilibet ipsorum in 
solidum eisdem domino Priori et Monacis dicto nomine rata, grata 
et firma habere et tenere promiserunt et contra non facere, uel venire 
aliqua racione uel causa de jure nec de facto, sub pena restitu- 
cionis dampnorum jnteresse et exponsarum litis et extra Inter dictas 
et predictas partes et per vnam partem ad alterare vicissim, sol(l)em- 
pni stipulacione promissa et soluenda in denariis numeratis, credendo 
parte parti vicissim in suo dicto, sine sacramento faciendo de expen- 
sis que inde fierent prout pars parti dixerit prò quibus omnibus et 
syngulis firmiter atendendis soluendis et observandis. Dicti Prior et 
Monaci dicto nomine eisdem jnuestitis obligauerunfc omnia bona dicti 
Monasterii et dicti jnuestiti et quilibet ipsorum in solidum obliga- 
uerunt dictis domino Priori et Monacis dicto nomine omnia eorum 
bona. Que bona unaqueque dictarum partium constituit se ex nunc 
alterius partis precario tenere et possidere et quasi eo modo quo si 
per aliquam dictarnm partium predicta omnia et syngula superius 
pacta et promissa non fuerint obseruata secundum quod superius 
coutinetur, seu contra ea in aliquo predictorum fuerit contrafactum, 
tunc liceat alteri parti attendenti et attendere volenti jntrare sua 
propria auctoritate in corporalem possessionem et tenutam ipsorum 



428 - 



bonorum alterius partis non attendentis seu contra modo aliquo ^a- 
cientis, et ipaa bona in se tenere, vendere et alienare et de ipsis 
quicquid voluerit facere usque ad solucionem integram predictorum 
ipsi parti attendenti et attendere volenti superius pactorum et pro- 
missorum. Et prò hac jnuestitnra fuerunt confessi dicti Prior et 
Monaci dicto nomine versus dictos fìctuales se accepisse et habuisse 
ab eis vnum crascitinum, renanciando excepcioni non accepte jnue- 
stiture ; et dicti fìctuales renunciauerunt versus dictos Priorem et 
Monacos epistole diui Adriani et nouis constitucionibus, vna qua- 
rum dicit quod ne quis ex E,eis conueniatur jn solidum, donec alter 
sit presens soluendo altera vero denotatur quod prius debitor 
prius conveniatur, quam fideiussor et termino quatuor mensium et 
juri dicenti, quod si principalis non tenetur nec secundarius et omni 
juri exceptioni et def(f)ens(s)ioni quibus Jnde se tueri possent modo 
aliquo. Et renuntiaverunt utraque pars omnibus probacionibus et pro- 
ducionibus testium et def(f)ens(s)ìonibus contra predicta omnia et 
syngula. Et inde dicti contrahentes hanc cartam et plures vno tenore 
fieri jusserunt. Jnterfuere dominus Guillelmus Prior fontanelle perga- 
mensis diocesis, dominus Guicardus Prior Monasterii sancti Valeriani 
de Bedolio Vercellensi, dominus Petrus de landulfis Judex et Lau- 
renghus de syclerio Judex jnde testes. 

(S. T.) (19) Ego Jacobus de ottonibus notarius hanc cartam mihi 
jussam fieri trad(d)idi et subscripsi. 

(S. T.) (20) Ego Augustinus de landulfis notarius publicus papié 
jussu suprascripti notarij hanc cartam scripsi. 

(1) B. fazonum. — (2) A. Il primo Annos è espunto su raschiatura proba- 
bilmente della parola noiiem. — (3) A. manca della lettera à per guasto alla 
pergamena - B. ha domibns. — (4) A. manca per guasto - B. ilio. — (5) ^• 
Facius sta per Bonifacius. - B. Fabricius. — (6) B. nazaro. (7) A. espunto - B. 
manca. — (8) A. Lo spaziato è in sopralinea con richiamo fuori posto : meglio 
B. de perticis. — (9) A. Lo spaziato è in sopralinea con richiamo. — flO) A, 
Lo spaziato è in sopralinea. — (11) A. rotto - B. A sero. — ('12) A. fu ra- 
schiato. ' B. XLV. — (13). B. manca. — (14). A. B. Spazio in bianco. — 
(15). A. rotto-, vi si legge g..dGanc - B. gaudeant. — (16). A. illeggibile - B. 
spazio bianco. — (17) A. Realtari - B. Realciari. — (18). A. quasi illeggibile 
- B. spazio bianco. — (19) A. Di altra mano. — (20) A. Bi nuovo della mano 
precedente. 



LA gue:rra 




(1^22 - X^2a) 



1 Prima campagna diplomatica sabauda per V isolamento politico 
del Visconti (ottobre 1422 - aprile 1423). 



Colla sottomissione di Asti a Filippo Maria Visconti, avvenuta 
— sia pure colla riserva dei diritti della Casa Orleanese — il 
2 ottobre 1422 (1), il figlio di Giovan Galeazzo toccava l'apogèo 
della sua grandezza. Tutto il territorio a settentrione del Po, 
eccettuate le città d'oltre Mincio abbandonate a Venezia, e Crema 
che non doveva tardare a cadere anch' essa nelle mani del Vi- 
sconti, di cui era già vassalla (2), era stato felicemente ricupe- 
rato ; a mezzodì del gran fiume, gli obbedivano Alessandria, Tor- 
tona, Voghera, Piacenza e Parma, cui ora si aggiungeva il nuovo 
acquisto di Asti : inoltre Genova e tutta la Liguria fino a Sarzana 
~ lasciata all' ex doge Tomaso Fregoso. Il Carmagnola, suo prin- 
cipale condottiero, aveva ricacciato dall' Ossola e dall'Alto Ticino 

(1) Cfr. il mio lavoro Contributo alla storia delle relazioni tì^z Amedeo Vili 
di Savoia e Filippo Maria Visconti (1417- 1422), in questo Bollett. Soc. pav. 
st. patria, ed a parte, Pavia, Successori Fusi, 1903. A proposito di questo la- 
voro, colgo r occasione per rettificare, accanto a qualche errore di stampa (come 
Chdlons per Chalon, più volte; Genovese per Genevese [p. 177]; Paleogo per 
Paleologo [p. 153] ; etc), le osservazioni fatte a p. 239 in base a dati insuffi- 
cienti circa la data della morte del conte di Vertus, Filippo, che va proprio 
assegnata al 1420, onde anche in tal anno va posta al più tardi la lettera del 
4 agosto s. a. agli Astigiani. Riguardo ad altra questione cronologica, v. infra. 

(2) Fino, Storia di Crema, I, 3. 



-^ 430 — 

i formidabili Svizzeri in quella memoranda giornata di Arbedo 
(30 giugno 1422) che aveva infranta la fama d' invincibili dei 
montanari di Sempach (1), e sorrideva nell' Italia meridionale e 
centrale la fortuna ai suoi alleati Luigi III di Angiò e papa Mar- 
tino V, di Casa Colonna, con cui era appunto in doppia pratica 
di nozze (2). Ma la politica conquistatrice di Filippo Maria e lo 
stesso successo ond' era stata fin allora coronata gli preparavano 
dolorose sorprese in un avvenire omai vicino. 

Due Stati in Italia tenevano fìssi gli occhi sospettosi ed invidi 
sulla risorta potenza lombarda. A sud - est, Firenze, che aveva 
conchiuso un trattato col Visconti nella speranza di arrestarne 
la marcia vittoriosa verso Romagna e Toscana (3) e prevenirne 
possibilmente V acquisto della Liguria, vedeva frustrate le sue 
intenzioni in entrambi le parti, poiché, caduta Genova nella sog- 
gezione del Duca, si poteva indovinar facilmente che non avrebbe 
tardato a lungo a trovare speciose ragioni d' ingerirsi anche nei 
paesi negati alla sua influenza. Tuttavia Firenze attendeva a muo- 
versi che vere violazioni della pace avvenissero : sorvegliava, 
spiava, cercava di svegliare altre diffidenze e prepararsi amici 
per r ora del bisogno senza compromettere ne precipitar nulla, 
tanto più che nei Consigli della Republica non mancavano 
ascoltati cittadini opinanti che si dovesse lasciar correre, — e 

(1) Battistella, Il conte Carmagnola^ 57 seg., Genova, 1889. 

(2) Osio, Documenti diplomatici tratti dagli arcliivi milanesi, I, 98 segg. 
nn, 56, 58, 59, Milano, 1869. Non è però da escludere che la procura per con- 
trar nozze con Maria di Angiò, sorella di Luigi III, fosse solo un mezzo per 
migliorare le condizioni del contratto nuziale con Caterina Colonna. Certo non 
ebbe luogo né un matrimonio né 1' altro. 

(3) li trattato dell' 8 febbraio 1419, stile fiorentino (cioè 1420 stile attuale) 
con ratifica 16 stesso mese, in Commissioni di Rinaldo degli Alhizzi, il, 232 
segg., Firenze, 1869. Ma il Lupi, Delle relazioni fra la repubblica di Firenze 
e i conti e duchi di Savoia, 105, n. 34, Firenze, 1863 (estr. Giorìi. stor. arch, 
tose, voi. VII.), cita invece un atto analogo del 16 febbraio 1420 stile fioren- 
tino (1421 stile attuale). In questo Amedeo Vili figurerebbe tra gli aderenti del 
Visconti, ciò che non accade nel doc. del 1419 [1420]- Qui é un punto oscuro 
che dovrebbe essere chiarito da qualche studioso a Firenze. 



431 



tale era quindi T opinione generalo in Italia (l). Ad occidente, 
peggio comportava Savoia, rivale antica e tenace, V occupazione 
viscontea di Genova e, sopratutto, di Asti ; anzi, sebbene distratto 
molto in altri campi, come dalla guerra del Valentinese e dalle 
intricate cose di Francia (2), Amedeo Vili non aveva atteso il 
2 ottobre 1422 per dare nuove basi a quella lotta diplomatica 
contro Milano che fin d' allora giudicava saggiamente assai più 
efficace che le piccole dimostrazioni militari in Piemonte contro 
il fortunato trionfatore dei tiranni lombardi, degli Svizzeri e della 
Liguria (3). 

Fra i nemici dichiarati del Visconti era in quel tempo anche 
Sigismondo, re dei Romani e di Ungheria, che divideva i suoi 
odi italici fra Milano e Venezia, collegate insieme contro di lui (4). 
Riappaciare Sigismondo con Venezia, staccando questa da Filippo, 
e muover P^irenze contro il medesimo, vendendole, anziché com- 
prandone, r alleanza, con 1' adoperare appunto per richiamo il 
riavvicinamento fra la città delle Lagune ed il re di Ungheria : 
tale doveva essere T oggetto principale della politica sabauda di 
qua dei monti, senza perciò trascurare i complessi affari d' Ol- 
tralpe (5). 

(1) Perrens, Histoire de Florence, VI, 276, Parigi, 1883, dove però la velle- 
ità del «quadro» ha trascinato l'autore a fondere insieme dati di momenti 
diversi. Può esser utile però rilevare che fin dal maggio 1422 Firenze, a mezzo 
del Gonzaga, aveva mostrato desiderio di contrarre una lega decennale con Ve- 
nezia, ma questa aveva lasciato cadere la pratica, stante V alleanza rinnovata 
il 21 febbraio innanzi con Milano (Romanin, St. docum. di Ven., IV, 4). 

(2) Contributo alla st. delle relaz. etc., 245 segg. Aggiungansi altre notizie 
in Ardi. Camer. Ter., Conti Tes. gen. Sav., voi. LXVIII, ff. 345 i?. - 346 r. : 
8 settembre 1422: Amedeo Macet iiiviato, con Giovanni di Lanthenay, da Tho- 
non « ad partes Francie seu Byturie », al Delfino ; di ritorno dopo 43 giorni a 
Montuel, presso il Duca, che il 30 ottobre lo rimanda in Fiandra al duca di 
Borgogna. Cfr. anche De Beaucourt, Histoire de Charles VII, li, 315, 318 segg., 
Parigi, 1882. 

(3) Contributo etc, 251. 

(4) Cfr. sopra, n. 1. 

(5) Della politica di Anjedeo Vili in Francia fino alla pace di Arras mi pro- 
pongo trattar altrove diffusamente, ripigliando indietro il racconto ; e perciò 
sarò anche più sommario al riguardo che nel Contributo e nei precedenti lavori 
di storia subalpina. 



- 432 - 

Con Sigismondo Savoia era in ottima relazione,, benché le 
buone grazie imperiali costassero assai care alle finanze non 
sempre floride di Amedeo Vili. (1), a cui di recente, nell'agosto 
1422, il re dei Romani aveva richiesto 3500 ducati in acconto 
di maggior somma che diceva doverglisi a vario titolo dal Sabau- 
do (2). Con Venezia del pari era questi, anche negli ultimi anni, 
in rapporti cordiali, per non dir intimi (3), e nonostante l'alle- 
anza della Serenissima col Visconti, la Corte savoina non a torto 
faceva assegnamento sopra di quella. Ma ben altrimenti stavano 
le cose fra Savoia e Firenze. 

Qui bisogna riprendere alquanto addietro le mosse. Tra Fi- 
renze e Savoia erano state in passato pratiche di alleanza : al 
tempo del Conte Rosso e nei primordi di Amedeo Vili, durante 
il reggimento di Oddone di Villars e di Ibleto di Challant (4); 

(1) Sulle finanze della monarchia di Savoia a qnest" epoca è sempre da con- 
sultare lo speciale lavoro del Cibrario, Opuscoli, 161 segg., Torino, 1841. 

(2) Arch, Camer. Tor., l. e. f. 1881 : « Sigisinondus Dei gratia Romanorum 
rex semper Augustus, ac Hungarie, Boemie, Dalmatie, Croatie, etc. rex, illustri 
Amedeo, duci Sabaudie, princìpi. Consaguinee carissime, dilectioni tue commit- 
timus qnatenus de huiusmodi snmma pecuniarum Nobis per te ad presens per- 
solvenda, tria millia et quingentos ducatos Anthonio Tallanderii alias domino 
Burre, familiari nostro sincere dilecto, Nostri nomine des, expedias et persol- 
vas. Nam cum hoc feceris. ex tunc de huiusmodi tribus millibus et quingentis 
ducatis de predicta pecunarium summa Nobis per te solvenda te quictum, (e^» libe- 
rum dicimus vigore presencium et solutum, presencium sub Nostri regalis sigilli 
appensione testimonio. Datum Nuremberge, anno Domini millesimo quadrigente- 
tesimo vicesimo secundo, die xxvi mensis augusti, regnorum nostrorum anno 
Hungarie etc. {sic) trigesimo sexto, Romanorum duodecimo et Boemie tercio ». 
Gli fu pagato senz' altro tutto il dovuto, grazie ad un prestito del banchiere 
fiorentino Lazzaro de' Medici, residente a Ginevra, e ad altri prestiti e cambi 
di moneta di mercanti bernesi {ibidem, ff. 289 ?;.- 302). La lettera di Sigismondo 
manca nel regesto dell'Altmann {Die Urkunden Kaiser Sigmunds, Innsbruck, 
1896 segg.). 

(3) Contributo etc, 220. Però T ambasciata di Nicolò Contarini nel 1420 è 
un grossolano equivoco del Segre, Relaz. tra Sav. e Ven., 12 e 15, che mi 
trasse altra volta in errore, ma che ora sono in grado di correggere ed anche 
di spiegare più innanzi come nato. 

(4) Lupi, Op. cit., 20 segg., 102 segg. (nn. 25-29), con molte inesattezze 
per quanto riguarda la storia della Casa di Savoia. Per il colleganiento delle 



> 



ì 



— 433 - 

e in queste ultime aveva avuto gran parte V ambasciatore Bonac- 
corso Pitti. Singolare figura, questa, di avventuriero e di mer- 
cante, di diplomatico e scrittore, che tante volte appare nelle 
pagine più luminose o più torve della storia fiorentina sulla fine 
del secolo XIV e sul principio del successivo ! Egli, com' era 
stato un legame fra Savoia e Firenze, fu anche per lungo tempo 
il precipuo autore di discordia fra i due Stati. Racconta egli 
stesso nella sua Croìiica come durante la famosa spedizione di 
Amedeo VII in Fiandra contro gli Inglesi, nel 1385, avesse occa- 
sione di conoscere il conte di Savoia e di prestargli più volte 
denaro fino alla somma copiscua di 3500 franchi d'oro (1). Da 
questo credito del Pitti verso il Conte Rosso derivarono grossi 
guai, perchè Bonaccorso si adoperò inutilmente in più riprese per 
conseguirne il pagamento (2), finché tra il dispetto delle promesse 
inadempiute e la voglia di riavere il suo deliberò di chiedere, e 

notizie fornite dal Lupi con questa, e per nuovi dati, cfr. il mio libro Gli ultimi 
principi di Acaia e la politica subalpina dal 1383 al 1407^ pp. 107, 112, 113, 
115segg., 141, 230, 284, Pinerolo, 1897. Però al tempo del Conte Rosso T alle- 
anza non fu conchiusa, anzi nel 1390 truppe savoine combatterono in aiuto del 
Visconti contro la lega di Bologna e Firenze (cfr. anche Eporediensia, 505 segg., 
in Bibl. Soc. Stor. Stibalp., IV, Pinerolo, 1900.) 

(1) B. Pitti, Cron., 36, Firenze, 1720: [1385] « E nello stare che noi fa- 
ciemo a le Sch use prestai al conte di Savoia circa franchi 500 d'oro a giuocho, e 
dipoi a Brugia gliene prestai ce fuori di gioco, e dipoi a Arazio gliene prestai 
franchi 400 d'oro per paghare sue spese, e così per tutto il cam[wi]ino inaino 
a Parigi lo servi[/] in più volte di tanti, che quando giugnemo a Parigi mi 
doveva dare circha di franchi 2000 d' oro ; e stato che egli fu a Parigi tutto 
il verno, quando se n' andò, gli prestai franchi 1500 d* oro, sicché in tutto fran- 
chi 3500 gli prestai. Mandai con lui uno in Savoia, conie disse eh' io faciessi, e 
che per lui me gli manderebbe. Non me li mandò. Prese un termine da sé : al 
termine io v'andai, e stetivi più d'uno mese, e in fine di nuovo prese un altro 
termine di sei mesi ». 

(2) Ibidem: « [1390]. E feci la via dal conte di Savoia, e niente potè' ri- 
trarre da lui, se non promesse e termini.... — L" anno 1400 mi parti[e] per 
andare in Savoia per riscuotere la maledetta prestanza ch'io feci al Conte; e 
arrivando a Padova, e detto al Signore dove voleva andare, egli mi disse : Tu 
non puoi passare in Savoia, che tu non sia preso a petizione del duca di Mila- 
no, e questo io so di cierto per l'ordine che egli ha dato..,. Il perchè deliberai 
tornarmi indietro ». 



— 434 — 

facilmente ottenne dalla sua Republica, la concessione di rap- 
presaglie contro Savoia ed i suoi sudditi. 

Ed ecco, in epoca imprecisata, capitare a Firenze, ambascia- 
tore di Amedeo Vili, il dottor di legge Giovanni Marchand, di- 
plomatico provetto, ma in tale circostanza sfortunatissimo : nono- 
stante, infatti, la protezione dei governi di Venezia e di Bolo- 
gna, che gli avevano rilasciato apposito salvacondotto, il Pitti lo 
fa arrestare e mettere alle Stinche, dove gli toccò rimanere 
fin quando il cardinale d' Ostia (1) ebbe sborsato per lui 1000 
ducati a due banchieri rappresentanti di Bonaccorso. Ne segui- 
rono lunghe vertenze per il rimborso di tal somma al Cardinale 
da parte del Marchand, ed a questo da parte di Savoia, che li- 
quidò la pendenza soltanto molti anni più tardi, in dicembre 1422, 
in occasione dei negoziati che stiamo appunto per raccontare (2). 

(1) Questo cardinale d'Ostia è probabilmente Angelo Acciainoli, cardinale 
dal 1384 e vescovo di Firenze, ma di Ostia solo dalla fine del 1397 al 12 giugno 
1409, giorno in cui morì. 1' fatto di cui nel testo dovrebbe quindi appartenere 
al periodo 1400- 1409. 

(2) Ardi. Camer. Tot., Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXII, ff. 247 v. - 248r. 
« Sequuntur expense facte per venerabilem virurn dominum lohannem Marchian- 
di, legum doctorem, -pro facto suo Florentinorum* Et primo prò refForciamento 
mille ducatorum, de quibus se reddemit ipse dominus Johannes erga Bonacur- 
sum de Pictis, quia illustris dominus iioster Dux non solvit ipsi domino lohanni 
nisi sexdecim grossos prò quolibet ducato dictorum millium ducatorum. et dictus 
dominus lohannes dedit de quolibet ducato dictorum millium ducatorum xviii 
denarios [et] obolura grossorum : ccviii fior., mi den. gross. — Item, durante 
tempore quo stetit captus Florencie, prò expensis factis mittendo Yenicias et Bo- 
noniam prò habfndo litteras requisitorias a dominis Veneciarum et Bononie, sub 
quorum domiiiacione et salvaconductu fuit captus ipse dominus lohannes, quas 
obtinuit, quo d-r(r)igebantur Dominacioni Florencie, et tamen parum ei profue- 
runt , XXX duce, auri: — Item prò expensis factis per quendam nuncium, quem 
misit dictus dominus lohannes, cum fuit captus, ad has partes Sabaudie, ad 
notifhcandum illustri domitio nostro Duci qual.ter ibi Florencie erat captus, et 
item reversus fuit ad dictum dominum lohannem cum litteris requisitionum ip- 
sius domini nostri directis Dominacioni Florentinis (sic), prò quibus tamen ni- 
chil fecerunt : e duce. auri. — Item prò expensis per ipsum dominum lohannem, 
una secum duobus famulis, factis in civitate Florencie per tefupus quo ibi fuit 
captus, una etiam cum tribus equis : e duce, auri. — Item prò expensis factis 
per ipsum dominuui lohannem cum fuit extra carcerem, tam in hiis que tra- 



— 435 — 

Intanto il Conte concedeva a sua volta contro tutti i Fiorentini 
lettere di « marca » a favore del Marchand, che se ne valse 
per catturare a Meldun il legista Antonio Baldinotti, salvo a ve- 
derlo poi rilasciato dal suo signore ad istanza del marchese di 



didit notariis, niagistris, custodibus et porteriis carcerurn Stinctorum (sic), ubi 
stetit captiis, qiiam etiam notarlo Mercaiicie prò oopia processus agitati in dieta 
curia Mercancie iuter dictum dominum lohannem et dictum Bonacursum de 
Pictis, videlicet l duce. auri. — Item tam plunbus et diversis nunciis per 
eundern dominum lohannem missis ad reverendum patrem dominum Cardìnalem 
Ostiensem eo quia ipse dominus lohannes non solverai ipsi domino Cardinali 
dictos mille ducatos de quibus supra, quos idem dominus Cardinalis solverai 
mercatoribus, silieet Stolino (sic) de Spina et Anthonio lacobi, sociis, diete civi- 
tatis eampsoribus, quam prò dampno et interesse dicti domini Cardinalis et 
dictorura mercatorum : ccl flor. — Item prò expensis factis per ipsum dominum 
lohannem a die xiii mensis decembris anno Domini mcccc vigesimo secundo, qua 
die separavit a Chamberiaco eundo Burgum, ubi fuit mandatus per Dominum, 
ibi tunc existente tali ambaxiatore fiorentino, usque ad dìem xxn dicti mensis, 
qua applicuit Chamberiacum, qualibet die duos florenos : xx fF. pp. — Item 
prò expensis factis de anno mccccxv (sic), tam prò sequendo, quam prò sequi 
faciendo a loco Constancie usque versus Meldunum vigore marche per prefatum 
Dominum nostrum eidem concesse contra dominum Anthonium Baldinotti, legum 
doctorem, quem postea capi fecit ipse dominus lohannes Melduni, quam iorne- 
ando cum ipso donano Anthonio coram prefato Domino nostro; quem dominum 
Anthonium prefatus illustris Dominus noster postea ad requisicionem marquionis 
Ferrarle abire permisit : cv ff. ». Il pagamento del debito ducale ebbe però luogo 
ancora posteriormente agli eredi del Marchand, nel 1427. E a notare inoltre che, 
nella stessa circostanza di Giovanni Marchand, od in altra consimile (ciò che 
seiijbra meno credibile) fu anche preso e detenuto dai Fiorentini Amedeo di 
Challant, come risulta dal seguente mandato di pagamento, ibidem, voi. LXXVUI 
ff. 213r. -214r., in data 24 novembre 1428: « Libravit domino Amedeo de 
Challand, militi, cui Dominus in recompensacionem perde quam fecit quando 
fuit captus per Florentinos et detentus per eosdem prò quodam debito Domini, 
necnon et in solutum ccl fior, debitorum slbi per bone memorie illustrem do- 
minum principem Achaye prò facto hereticorum Querii, ad eius humilem suppli- 
cacionem semel graciose douavit ». Ai fatti che si ricavano dai documenti ora 
[riferiti ò anche un accenno, assai vago, nelle istruzioni del Comune fiorentino a 
■Bonaccorso di Piero corazzaio, 30 agosto 1422, in Lupi, Op. cit. 106, n. 36 : 
« Né delle cose fatte già sono più anni passati per ottenere il suo Bonaccorso 
[Pitti] nulla s'è seguito », 



436 



Ferrara [Nicolò III] (1). Si capisce come in mezzo a queste reci- 
proche violenze gli animi si inasprissero (2), e poiché altre rap- 
presaglie erano già state ordinate contro Firenze e Pisa per altre 
cause (3), corse un periodo di molti anni durante il quale la 
rottura diplomatica fra il governo fiorentino ed il sabaudo fu 
Completa, sebbene con qualche banchiere di Casa Medici non 
cessasse ogni rapporto, anzi Amedeo YIII ne ottenesse nuovi 
prestiti nelle sue occorrenze (4). 

Tale la situazione quando nell'aprile 1422 — se non v'ha 
errore di data — ricompaiono ambasciatori savoini in Firenze, 
accoltivi con molto onore insieme con quelli del re di Arago 
na (5), e certo poco stante vediamo il Papa farsi mediatore per 
r abolizione di tutte le rappresaglie tra Firenze e Savoia (6). Si 
può ritenere che anche per tale pratica si recava a Roma, il 26 
luglio 1422, d' ordine di Amedeo, il suo scudiero Giovanni Mar- 
tin (7), e pensando — non senza deliberato proposito — per 
Firenze, si abboccava coi « Signori », con cui dal 1 di quel 
mese era gonfaloniere di giustizia precisamente Bonaccorso Pit- 
ti (8). Da una parte e dall' altra, si aveva gran voglia di com- 
porre ogni dissenso : per ragioni politiche nei due Stati ; per 

(i) Cfr. nota precedente. 

(2) U Pitti, Cron., 102, racconta come nel 1414, dovendo portarsi rapida- 
mente da Marsiglia a Napoli per tornare in patria dov' era stato richiamato di 
urgenza, sotto pena di bando, « sendo presso a Niza due leghe, mandai per 
salvacondotto. Fummi deneghato ». 

(3) Lupi, Op. cit.^ 106 seg., n. 37. 

(4) Cf. sopra, p. 432, n. 2. 

(5) Lupi, 105, n. 35. Si tratta probabilmente dell' ambascieria di Pietro Beg- 
giamo, milite e consigliar ducale, mandato a Roma ed a Napoli, alla regina 
Giovanna II ed al re Alfonso di Aragona, pagata soltanto il 1 gennaio 1424 
(Conti Tes, gen. Sav., voi. LXIX, f. 225 u.), ma certamente di molto anteriore, 
anzi da porsi con sicurezza prima della cessazione delle rappresaglie fra Savoia 
e Firenze, perchè vi si nota una spesa « prò habendo unum salvumconductum 
a Florentinis ». 

(6) Lupi, 105, n. 35. 

(7) Arca. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav.^ voi. LXVlIl, f. 337. 

(8) Pitti, Cron., 131. Cfr. Ammirato, St. florent., libro xviu. 



— 437 — 

isperanza di ottener colle buone il saldo del suo restante avere, 
nel Pitti. Il Martin fu assai ben ricevuto, ed accolta con entusiasmo 
la proposta da lui messa innanzi di trattar direttamente col suo 
Duca la cessazione delle rappresaglie ed il ripristino dell' antica 
amicizia, che, ad onta delle medesime, si protestava conservata 
sempre nell'animo di Amedeo Vili (1). Secondo l'invito dell'am- 
basciatore sabaudo, che proseguiva intanto per Roma (2), un 
altro Bonaccorso di Piero, corazzaio, veniva destinato dalla Re- 
publica in Savoia con istruzione di « offrirsi presto a quelle 
cose venire che sieno iuste et honeste e alla sua S/^*" grate ^>, 
perorando però la « iustitla » della causa del Pitti, che dal canto 
suo doveva dargli « nota particolarmente delle sue ragioni e di 
tutte le cose come sono seguite » (3). 

Mentre così s' iniziava e proseguiva da una parte un nego- 
ziato, altro appiccavano da un'altra l'attivissima diplomazia sa- 
voina. Quei mesi autunnali del 1422 furono davvero per essa 
movimentati e fecondi, se non di effetti immediati, di futuri van- 
taggi. Se, verso la Francia, le pratiche di pacificazione fra Carlo 
VII e il duca di Borgogna, tante volte avviate, abbandonate, ri- 
prese, furono, fino al trattato di Arras, un' opera sisifea, non è 
a dimenticare che da quel lato il successo finale doveva conver- 
tirsi a breve scadenza in un male irreparabile per Savoia, pro- 
curandole entro men di vent' anni, dalla Francia risorta a gran- 
dezza, le umiliazioni di Feur e di Cleppié. Ma verso 1' Italia il 
fervido lavoro era di utilità somma : si preparava il cerchio in 
cui serrare il Visconti e, castigandolo della sua passata politica, 
costringerlo a mutarla a tutto profìtto dello Stato sabaudo. 

Erano tuttora in Germania Pietro Marchand e Giovanni Ma- 
réchal, inviati a Sigismondo fin dal maggio precedente (4), quan- 
do, il 7 settembre 1422, vediamo indirizzato al re dei Romani, 
in Ungheria, un altro ambasciatore savoino in persona del pro- 

(1) Lupi, 106, n. 36. 

(2) Tornò a Ginevra solo V 11 novembre (Arch. e l. citt.) 

(3) Lupi, l. e. 

(4) Contributo etc, 246 seg. 



- 438 - 

curatore Amedeo di Dompierre. non solo per averne « certe sen- 
tenze utili al Duca » , ma anche per « altri ardui affari » a lui 
commessi dal medesimo (1). Quali fossero questi « affari » non 
è detto ; ma non è a dubitare che già il Marèchal ed il Marchand 
avessero informato il loro signore di quanto avevano operato 
presso Sigismondo. Ed era cosa di molta entità. Trovandosi in- 
fatti in Alba Reale (2) con essi e con Filippo Del Bene, amba- 
sciatore fiorentino alla sua Corte, il Re aveva invitato Firenze e 
Savoia ad interporsi mediatrici di pace tra lui, Venezia e Mila- 
no (3) ; e pare assai probabile che tale invito gli fosse stato 
stato suggerito dagli stessi ambasciatori sabaudi, se si tien conto 
che r epoca coincide colle prime aperture di riavvicinamento tra 
Savoia e Firenze. 

Intanto che il 21 settembre medesimo si preparava 1' elimi- 
nazione di quelle altre questioni di rappresaglie che intercede- 
vano fra questi due Stati all' infuori del più grosso affare del 
Pitti (4), e in un' assemblea dei rappresentanti del clero, della 
nobiltà e dei Comuni di Piemonte, tenuta nella prima metà di 
quel mese, si addiveniva alla votazione di un sussidio per le 
spese non meno delle numerose ambasciate che dall' occupazione 
di Valence e di Die (5). il Marèchal ed il Marchand tornavano 
a Thonon, dove giunsero il 29, e si trattenevano parecchi giorni 
in colloquii con Amedeo Vili e col suo Consiglio. Il Duca era 
proprio in quei giorni colpito da un grave lutto famigliare (6) ; 

(1) Arch, Camer, Tor., l. e, f. 334 r. : « prò quasdam sententias habendo 
facientes ad opus domini nostri Diicis, et prò certis aliis ardiiis negociis per 
dictum Dominum nostrum eisdem procuratori commissis ». 

(2) Ted. Stuhlweissemburg ; ungh. : Szekes Fejervar. 

(3) Lupi, 107 seg., nn. 38, 41, 44, 45, 47. Cfr. anche Canestrini, Discorso 
sulle relazioni di Firenze coli' Ungheria, in Arch. stor. ital., [, iv, 202 segg. 

(4) Lupi, 106 seg., n. 37, 

(5) Bollati di Saint - Pierre, 1, 141 segg. (M. h. p.). A quest' epoca tro- 
viamo pure in Savoia forti spese per riattare la bombarda « Dame Amedée » 
e costrurne altre nuove {Arch. Camer. Tor., Conti Tes. gen., voi. LXVIII, flf. 
369 V., 420 r.) 

(6) La morte di Maria di Borgogna, sua moglie, avvenuta in séguito a 
parto (CiBRARio, Cronol. prim. Sav. rettif., in Opuscoli, 386 segg.). Nei Conti 



-- 439 - 

ma le afflizioni domestiche non arrestarono un istante la sua 
attività politica e diplomatica. Il 6 ottobre il cancelliere Giovanni 
di Beaufort, il presidente Lamberto Oddinet ed Enrico di Colom- 
bier si recavano a Lione a conferire col cancelliere del Delfino 
— Carlo VII solo dal 30 ottobre seguente (1) — riguardo alla 
pace di Francia (2 ; il 10, veniva rispedito in Germania ed in 
Ungheria, a Sigismondo, il corriere Corrado di Nuremberg (3), e 
due giorni dopo erano ordinate contemporaneamente due grandi 
ambascerie : Giovanni Marèchal, di nuovo al re dei Romani (4); 
Amedeo di Challant e Pietro Marchand, a Milano e Venezia (5). 

Tes. gen. Sai\, Voi. LXVIII, f. 4ìl y., si legge: « L.t magistro Andree, 
phisico Domini,.. .prò expensis ipsiiis et uniiis famuli... eundo a Thononio ad 
partes Vaudi ad providendum unam nutricem prò domina nostra duchissa Sa- 
baudie, gravida, Deo previo parieada... : ii fif. pp. (settembre 1422) », e ff. 221 r. 
e 239, sono molte notizie sui funebri celebrati in Altacomba (3-17 ottobre). 

(1) De Beaucourt, Op. cit., II, 55. 

(2) Arch. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav., Voi. LXVIII, ff. 342 v., 412: 
\n Libravit ad expensas Henrici de Coluraberio, consiliario Domini, famil(l)ie sue 

et sex equorum suorum, factas eundo a Thononio apud Lugdunum cum do- 
mino cancellarlo Sabaudie et domino Lamberto Oddineti, presidenti Consilii 
Domini Chamberiaci residentis, ad dominum Cancellarium domini Dalphini vien- 
nensis prò pace Francie tractanda ; ad que vacavit tam eundo, stando, quam 
inde redeundo ad Domiuum apud Thononium undecim diebus cum dimidia fini- 
tis XV octobris anno Mccccxxiido ... : xxxiiii ff. et dim. pp — — Dictus domi- 
nus Lambertus expendit eundo de Chamberiaco Lugdunum, ibi mandatus de 
mense ottobris proxirae lapso ad Cancellarium Francie cum dicto domino Jo- 
hanne de Belloforti, cancellario Sabaudie, et Henrico de Colomberio, consiliariis 
Domini, et ibi stando ac inde Chamberiacum redeundo ; ad que vacavit decem 
diebus... ». 

(3) Ibidem, f. 353 v. 

(4) « Pro nonnullis Domini nostri arduis negociis » {Ibidem, f. 344 v.). 

(5) Ibidem, ff. 335 v. - 336 r.: « Libravit.. .domino Amedeo de Challand, militi, 
consiliario Domini, prò expensis ipsius domini Amedei de Challant, et domini 
Retri Marchiandi, legum doctoris, eundo in ambaxiatam prò dicto Domino 
nostro ad illustrem principem dominum Ducem Mediolani et ad Venecianos, et 
inde redeundo ad dictum Dominum nostrum, prò certis arduis negociis...: ccc 
duce, ianuin, ». Notisi la frase sempre identica « prò certis arduis negociis », 
mentre sappiamo che quest' ambasciata era certo per la mediazione (Civ. Lupi, 
111, n. 43, e Commiss. Rin. degli Alb., I, 392), 



440 



Né tatto ciò si può considerare soltanto come V effetto d' irre- 
quietezza di tendenze che potevano parer semplicemente paci- 
fiste agP illusi contemporanei, che sopranominarono appunto 
Amedeo Vili « il pacifico » : non è così facile l' inganno della 
mono ingenua posterità. In molti casi, senza voler sofisticare, la 
cronologia è di per se suggestiva e dimostrativa. D' altra parte, 
negli individui, e tanto più negli Stati retti essenzialmente da una 
sola intelligenza e volontà, tutti gli atti, in apparenza meno con- 
soni, si conformano in realtà ad un complesso organico di pen- 
sieri e di vedute che fanno capo ad un fine supremo, di cui sono 
come le varie faccie e mauifestazioni. Adoperandosi alla ricon- 
ciliazione di Carlo VII col duca di Borgogna, ben sapeva il 
Sabaudo di rendere un grande servizio ad entrambi : egli spe- 
rava di averne in premio, dopo la pacificazione di Francia, un 
efficace aiuto diplomatico e militare per la sua politica di rivin- 
cita verso il Visconti e la sua aspirazione d' ingrandimenti terri- 
toriali in Lombardia. Che cosi fosse, e che non male si apponesse 
Amedeo, vedremo meglio discorrendo dell' ambasciata di Alain 
Chartier e di Artaldo di Grandval a Venezia per riavvicinar la 
Republica a Sigismondo, nel 1425, sebbene in definitivo atten- 
desse Savoia una tragica disillusione della sua opera in prò' della 
Francia. Per il momento, tutto volgeva agli stessi fini, e i labo- 
riosi neofoziati che dovevano condurre alle vivaci conferenze ed 
agl'inutili preliminari di Bourg in Bressa (1), non erano estra- 
nei neir animo del Duca all' azione esercitata nello stesso tempo 
a Venezia, a Firenze, alla Corte del re dei Romani. 

Ritornato in patria il Del Bene, riferiva tosto alla « Signoria » 
fiorentina l' invito di Sigismondo, ed essa pertanto redigeva una 
nuova « informazione » in quel senso a Bonaccorso di Piero 
Bonaccorsi, destinato il 20 ottobre 1422 ambasciatore a Savoia. 
Si volevano indagar le intenzioni di questo principe circa la me- 
diazione proposta, mettersi d' accordo con lui per operarla effi- 

(1) Su di ciò V. De Beaucourt, li, 314 segg. Veramente Amedeo Vili aveva 
avuto sollecitazioni ad interporsi per la pace di Francia anche da papa Mar- 
tino V {ibidem, II, 315), ma s' egli vi diede ascolto, fu perchè la pratica en- 
trava nelle sue vedute. 



— 441 -- 

cacemonte, e nello stesso tempo dar fine al negozio deir abolizione 
delle rappresaglie, già tolte dalla Republica, ma non ancora 
dal governo sabaudo (1). Senza distogliere affatto lo sguardo da 
altri interessi del suo Stato (2) - del resto forse neppure di- 
sgiunti interamente dagli obbiettivi capitali. — Amedeo YIII te- 
neva fìssa la sua attenzione principalmente alle due pratiche, in 
quel torno parallele, ma destinate in avvenire ad incontrarsi, della 
pace di Francia (3) e della mediazione fra Venezia ed il re dei 
Romani, che gli dava pure speranza ed occasione di rinserrare 

(1) Lupi, 107 segg., n. 38 (cfr. n. 36). 

(2) Arch. Camer. Tor., l. e, f. 352 v. : 16 ottobre 1422: Nicodo Pesti, se- 
gretario ducale, mandato a Berna a proseguire « cum illis de Liga et de Berno » 
negoziati già in corso dal luglio, cioè subito dopo la rotta di Arbedo (cfr. sopra 
p. 430) ; f. 343 r. : fine ottobre st. a. : Antonio de Chiel, consigliere, in Piemonte 
« prò nonnuUis arduis Domini nostri negociis ». E nel Biellese in quel torno, 
come vedremo meglio fra poco, pendevano questioni fra terre savoine e terre 
viscontee, aggravate dalla diffidenza reciproca dei due Stati. Né erano sciolte 
le difficoltà diplomatiche o militari derivate dall' occupazione del Valentinese, 
per cui era sempre lite fra il duca di Savoia, per il conte del Valentinese stesso, 
da una parte, ed il vescovo di Valence e Luigi di Poitiers sire di Saint-Valéry, 
dall'altra, dinanzi al Camerario del Papa in Avignone (ibidem^ 2bl v., 335r., 
347 V., 407 r., 413 r., etc). 

(3) Pur rimandando la narrazione particolareggiata ad apposito lavoro, non 
credo inutile raccoglier qui alcune indicazioni sommarie in ordine cronologico 
dai Conti Tes. gen. Sav., voli. LXVIII, tf. 357 v., 4\2v., 416v., 417r., 425r., 
426v., 427v.-428r.; LXIX, ff. 205 t?. - 206 r. ; LXX, f. 249 r.; LXXl, f. -185^. 
tanto più che il De Beaucourt, 11, 318, pur segnalando negoziati anteriori, 
sembra credere che la pratica che fece capo alle conferenze di Bourg abbia 
avuto principio solo dopo la morte di Carlo VI. Oltre il doc. già citato a p. 439, 
n. 2, troviamo dunque: avanti 15 ottobre 1422, Darbon, messo dal duca di 
Savoia, mandato da Thonon a Pont-d'Ain con lettere chiuse al sire di Tholon- 
geon ed al Tesoriere di Borgogna, e poi a Lione al Cancelliere di Francia; 15 
ottobre : Giovan Andrea, altro cavallaro savoino, mandato da Thonon a Parigi, 
a Filippo Andrevet, « prò novis sciendis de dictis partibus », prosegue indi in 
Fiandra, verso il duca di Borgogna, dietro il Tholongeon e l'Andrevet, e poi 
di nuovo, fino al 2 dicembre, incontro al Cancelliere di Borgogna e ad altri 
ambasciatori, che trovò a Chàtillon ; av. 24 ottobre : ambasciatore del re d' In- 
ghilterra alla Corte di Savoia ; 31 ottobre - 20 dicembre : Amedeo Macet, in- 
viato in Fiandra al duca di Borgogna « pour le traictié de la pais de France »; 



i vincoli con Firenze. Composte del tutto in novembre, in questa 
città, le minori questioni particolari per mezzo di convenzioni 
dirette degl'interessati {]) , l'ambasciatore Bonaccorsi trovava 
naturalmente la migliore accoglienza in Savoia : il Duca, chiamato 
a sé Giovanni Marchand, lo induceva coli' autorità e con pro- 
messe a rinunziare alla vendetta delle offese e dei danni patiti 
dai Fiorentini (2), e rivocava quindi ogni lettera di « marca » 
e di « rappresaglia » contro di essi (3), come preludio a relazioni 
piò strette. Riguardo alla pace fra Sigismondo e Venezia, la 
« Signoria » di Firenze aveva risposto al Re che, « non sapen- 
do le condizioni della pace, né il luogo destinato a praticarla, 

4 novembre : giornata tenuta a Saint - Claude fra i rappresentanti di Savoia e 
di Borgogna ; 6 novembre : Pietro de Grolée mandato da Tournus a Bernardo 
di Armagnae ; st. giorno : Gaspare di Montmajeur, maresciallo di Savoia, e 
Lamberto Oddinet, inviati da Bourg a Lione, al Cancelliere di Francia; 2 di- 
cembre : Pietro di Grolée di nuovo a Trevoux, a Bernardo di Armagnae ; 8 
dicembre; il Montmajeur e T Oddinet, da capo da Bourg a Lione, al Cancel- 
liere di Francia ; 15 dicembre : Rodolfo, cavallaro, va a cercar notizie del Tho- 
longeon, dell' Andrevet e del Macet, che erano in Francia, e da cui il duca Ame- 
deo « diu est nova non habuit super tractatu pacis Francie » ; 16 dicembre : 
Giovanni di Beaufort si reca a Lione a conferire col Cancelliere di Francia, 
come il Montmajeur e L Oddinet ; 20 dicembre : certo Maladvisà, sergente du- 
cale savoino, diretto da Bourg al vescovo di Clermont (cancelliere di Francia) 
con lettere chiuse al Duca ; 21 dicembre : Giovan Andrea, cavallaro, mandato 
a Chalons a condurre Giacomo di Courtiamble ed il Tholongeon ; 28 dicembre : 
il medesimo, da Bourg a Clermont, con Filiberto Andrevet, al Cancelliere di 
Francia ; st. giorno : messo da Pont d'Ain a Chambéry per aver denaro « prò 
iornata tenenda in villa Burgi prò pace Francie tractanda ». 

(1) Doc. in Lupi, 108, n. 39. 

(2) Vedi sopra, p. 434 n. 2 (435). Fu fatto venire negli stessi giorni 14-22 di- 
cembre 1422 da Ginevra a Bourg anche quel Martin che aveva iniziato le trat- 
tative a Firenze. Cfr. Arch. Camer. Tor., l. e, f. 337 bis v. : « Les despens 
fays par Jehan Martin deis le londi matin qui partit de Genève pour venir à 
Bourg par devers Monseigneur, qui 1' avoit mandé par ses letres, le quel londi 
fut le xiiii jour le fait de disembre [1422], et venit au dit lue (sic) de Bourg le 
mercredi à dìner et y demora pour le fait de V ambasserie de Floreneie du 
comandement du dit Monseigneur jusques le mardy xxii jour du dit moys...». 

(3) ScARABELLi, Paralipomeni di storia piemontese, in Arch. stor. ital., \, 
XIII, 210 seg., Firenze, 1847. Cfr. Lupi, 108, n. 40 (cenno). 



— 443 — 

non sì potevano mandare ambasciatori alla ventura » t però in- 
terrogava il governo sabaudo intorno al da flirsi. Amedeo di- 
chiarò che per vero egli non ne sapeva di più ; ma consigliò 
tuttavia i Fiorentini a mandare ambasciatori a Venezia. Al che 
Firenze si mostrò da principio restìa (1). 

A questo riguardo giova avvertir bene che la politica dei due 
Stati non era uguale. Entrambi ostili a Milano ; ma Savoia si 
proponeva di condur Firenze ad ostilità contro il Visconti, mentre 
la Republica dell'Arno aveva, piuttosto la tendenza e l' interesse 
a conservare finché fosse possibile la pace con lui, solo mirando 
a frenarne — e con tale intento pacifico appunto — le cupidigie. 
Durante lo svolgimento della legazione del Bonaccorsi in Sa- 
voia, i Fiorentini avevano mandato altri ambasciatori a Milano, 
come per iscandagliar 1' animo di Filippo Maria, ed anche per 
cercar modo di rimuovere amichevolmente le questioni omai ver- 
tenti fra essi (2). Quest' ambasciata s' incontrò con quella del 
Challant e del Marchand, i quali esposero V oggetto del loro invio 
dicendo aver commissione del proprio signore di adoperarsi a 
rimuovere ogni « dissensione e discordia fra il duca di Milano 
e la Sacra Maestà del Re ». L'astuto Filippo indugiò a lungo la 
risposta ai Savoini — a quanto pare, fin dopo la partenza degli 
oratori toscani (3) : dichiarò quindi che alcuna questione o discor- 

(1) Lupi, 108, n. 41. 

(2) Erano costoro Nello di Giuliano e Averardo de' Medici, di cui si conserva 
in Arch, St. Fìr., Legaz., l'istruzione in data 30 agosto 1422. 

(3) Per il tempo, si osservi che in doc. 29 marzo 1423 si dice che erano 
trascorsi « circa quattro mesi * da tale risposta. Non è da escludere, del resto, 
che nel frattempo gì' inviati savoini avessero ad intrattenersi anche di altri 
affari, come, ad es., delle differenze fra terre savoine e viscontee nel Biellese, 
su cui Arch. Camer. Tor., Conti Castell. Santhià, Rot. XI : « L,t Cuidam 
nuncio de Arborio, qui portavit quamdam literam Salizoliam domino Luchino 
de Bealeciis, ducali vicario mediolanensi, occasione lit(t)igii fìnium locorum Ne- 
bioni et Salizolie, super quibus finibus Nebioni fuerunt capti certi boves dicto- 
rnm de Nebiono, videlicet die xviii mensis novembris (mccccxxii) : ii den. gross. ». 
È notevole che in quel momento appunto V Arch. Com. di Piner., Atti consol., 
marzo IV, fase. Ili, ff. 51 r. - 51 v., dà tutta una serie di notizie su varie se- 
dute degli Stati generali di Fieuionte. Cosi il 14 novembre 1422 il Consiglio 



- 444 ^ 

dia non aveva col gloriosissimo re dei Romani, e se alcuna 
scadesse n' avesse, più tosto desiderebbe l' acconciasse il duca di 
Savoia, che altro principe che viva (1). Questa risposta fu sùbito 
trasmessa dal Sabaudo a Sigismondo per mezzo dello scudiero 
Guglielmo Rigaud, inviato in Ungheria il 20 dicembre 1422 (2); 
data che non è inutile rilevare, perchè anteriore alla dipartita 
del Bonaccorsi dalla Corte di Savoia. A giudicare dallo stato at- 
tuale delle nostre cognizioni, sembra che Amedeo YIII abbia 
tenuto nascosto al fiorentino la risposta del Visconti, e soltanto 
parecchi mesi dopo ne abbia fatto informare i loro rappresen- 
tanti in Venezia da' suoi, avendo ben cura questi ultimi di avver- 
vertire che le due mediazioni con Milano e con Venezia, dove- 
vano, per volere espresso di Sigismondo, esser tenute distinte, 

pinerolese eleggeva quattro deputati a trovarsi la domane col capitano di Pie- 
monte, ed il 20, altri a convenire con gli altri « ambaxiatores patrie > , cioè 
Antonio Bersatore ed Amedeo Capono. Il 26, nuova lezione, stavolta di Gio- 
vanni Vercellino : la seduta era fissata per il lunedì seguente a Vigono, « ubi 
adesse debcnt de qualibet Comunitate patrie unus ambaxiator prò conferendo ad 
invicene » intorno all'invio di rapjìresentanti di tutto il paese al Duca, di là dei 
monti. Altri quattro delegati di Pinerolo dovevano pure recarsi presso il Ca[)itano di 
Piemonte per rispondere alle sue domande (quali fossero, non è detto, nia pro- 
babilmente di sussidi) cogli altri, ambasciatori della regione. A Vigone, però, il 
Vercellino e gli altri, convenuti senza inandato del Capitano stesso, vennero arre- 
stati come faziosi illegalmente adunati ; onde il 2 dicembre si proponeva nel 
Consiglio di Pmerolo i' invio di una nuova ambasciata al predetto Capitano per 
ottenerne il rilascio. Capitano era Giovanni di Montluel, sire di Chantaigne, 
che il 14 dava credenziali a Pietro Marsaglia perchè venisse fatto « gridar l'e- 
sercito » di Pmerolo e fosse mandato a Polonghera, cioè in tutt' altra parte che 
nel Biellese, per quali ragioni e con quale effetto s'ignora (Cfr. anche Turletti, 
St. di Savlgl., I, 443). Certo un'ambasciata in Savoia, al Duca, dei rappresentanti 
di Torino, Moncalieri e Pinerolo, era ancora deliberata ivi il 23, e degli eletti, 
Antonio Truchietti e Giacomo Macagnano, il secondo ricusava 1' ufficio per 
timore d' incorrer la sorte del Vercellino, ancora detenuto. Questi fu poi liberato 
prima del 10 febbraio 1423, ma per lo spavento e le sofferenze cadde ammalato, 
pur acquistando sempre maggior credito presso i suoi concittadini. Di tutto 
ciò non è cenno nei il/, p. A., Comit., I e li. 

(1) Commiss. Riti. Alb., 1, 302, ( Cfr. Lupi, 111, n. 45). 

(2) Arc/i. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav., voi. ff. LXVIII, 335 r. e 
364 V. - 365 r. Fu di ritorno in Savoia soltanto il 22 aprile 1423. 



I 



- 445 — 

in quanto la discordia del medesimo con Filippo Maria era nella 
propria qualità di « re dei Romani », e la lotta con Venezia in 
quella « re d' Ungheria », onde V ultima si connetteva alla ri- 
serva di arbitrato perpetuo di Casa Savoia stabilita nella pace 
di Torino del 1381 (l). 

Comechessia di- ciò, dopo aver consacrato il gennaio 1423 alle 
conferenze di Bourg in Bressa (2), il 30 di quel mese Amedeo 
Vili destinava una grande ambascieria a Venezia ed a Sigi- 
smondo nelle persone di Pietro Marchand e Nicodo Festi (3), 
accreditati anche, con credenziali 7 febbraio seguente, presso i 
rappresentanti della « Signoria » di Firenze che si contava do- 
vessero trovar colà per V affare della mediazione (4ì. Noi non 
possediamo disgraziatamente il testo delle istruzioni del Duca ai 
suoi inviati, ma da vari documenti possiamo raccogliere indizi 
sufficienti a ricostrurne nelle linee principali la sostanza. Capo- 
saldo era la presunzione che Firenze avesse già mandato a Ve- 
nezia i suoi ambasciatori per la pratica fra questa Republica 

(1) Commiss. Rin. Alh., e Lupi, II. ce. 

(2) De Beaucourt, II. 319, segg. Notizie complementari importanti in Arch. 
Camer. Tor., Conti Tes. yen. Sav., voli. LXVIII, ff. 271 r., 338 r., 359 v., 4l7v.; 
LXXI, ff. 485 seg. Il 3 gennaio 1423 il cavallaro Giovan Andrea era stiedito da 
Bourg a Laon, al Cancelliere di Borgogna ed agli altri ambasciatori borgognoni, 
con lettere chiuse del duca di Savoia ed accompagnò poi per due giorni, da 
Chalons, i signori di Courtiamble e di Tholongeon, mentre Gaspare di Mont- 
majeur e Lamberto Oddinet raggiungevano a Lione il Cancelliere di Francia 
( Martino Gouge ). Le due ambasciate di Borgogna e di Francia rimasero 
a Bourg, spesate da Anìedeo Vili, dal 5 al 19 gennaio stesso. 11 24 tro- 
viamo rinviati in Fiandra, al duca di Borgogna, Filiberto Andrevet, e a Carlo 
VII, (nel Berry), Pietro di Grolée. A guardia della terra di Bourg durante la 
presenza degli ambasciatori era rimasto il vicecastellano Lorenzo di Brenax, che 
per le spese straordinarie sostenute al riguardo ebbe il 25 gennaio 1423 fiorini 25. 

(3) Documento i. Cfr. Arch. Camer. Tor., l. cit., voi. LXVIII : 7 febbraio 
1423 : mandato pagamento di 240 scudi d* oro al Marchand, con lettere ducali 
da Evian, prò expensis...Petri (Marchiandi), cum quatuor personis et quinque 
equis, ac expensis Nycodi Festi, cum duabus personis et tribus equis, fiendis tam 
eundo apnd Venissiam, et de Venissia ad serenissimum principem dominum Im- 
peratorem, quam etiam redeundo nd dominum nostrum Ducem ». 

(4) Commiss. Rin. Alb., I, 391. 

5 



— 446 — 

ed il re dei Romani, e che nei discorsi fatti dal Bonaccorsì alla' 
Corte di Savoia fosse stata proposta dal medesimo un' alleanza 
tra i Fiorentini ed Amedeo YIII, in vista — si capisce, benché in 
ninna parte sia detto — di ostilità più o meno prossima col 
Visconti (1). Da Venezia, poi, il Fosti ed il Marchand dovevano 
passare presso Sigismondo e riferirgli le conchiusioni dei nego- 
ziati di Venezia, non senza occuparsi anche di altri interessi 
transalpini del Duca (2). Mossisi soltanto dopo il 7 febbraio (3), 
i due inviati savoini, attraverso la Svizzera ed il Tirolo, scesero 
a Trento, e quindi a Scala di Verona, donde già avanti la fine 
del mese erano passati a Venezia. Accolti con molto onore dalla 
Serenissima, che mise a loro disposizione persino un cuoco ed 
un barcaiuolo (4), ebbero però il disappunto di non trovare alcun 
ambasciatore fiorentino ; di che tosto spacciarono un corriere a 
far lagnanze a Firenze (5). Di là era stato scritto nel frattempo 
a Savoia che non pareva conveniente inviare ambasciatori a Ve- 
nezia, come Amedeo desiderava, « prima di conoscere le inten- 
zioni del Re » (6) ; ma appena ricevute le lettere del Fosti e del 
Marchand, i « signori » si affrettavano ad annunziare il 7 marzo 
la spedizione di apposita ambascieria per operare di concerto con 
essi la mediazione (7). 

La situazione politica generale d' Italia si era infatti negli 
ultimi tempi alquanto modificata. Il Cardinal legato di Bologna 
si era ristretto di più con Filippo Maria, e questi, tormentato 
dalle lagnanze degli Astigiani — non troppi contenti del nuovo 
governo — contro gli aggravi di presidi' mercenari (8), ne aveva 

(1) Ibidem, 1, 385, 391, 393 (Cfr. Lupi, 109 segg., nn. 43-45; nonché 26 

segg.). 

(2) Documento i. 

(3) Cfr. sopra p. 445, n. 3. 

(4) Documento i, 

(5) Ibidem. Cfr. Commiss. Rin. Alb., I, 365 seg; 

(6) Doc. 24 gennaio 1423, in Lupi, 108, n. 41. 

(7) Commiss. Rin. Alb., I, 385. 

(8) Arch. Com. Asti^ Arm. Ili, cass. 11. due lettere: in data rispettivamente 
28 gennaio e 1 febbraio 1423. Eccone il testo. La prima: « Egregie frater, 



— 447 - 

tolto pretesto ad inviare truppe da Asti in Romagna (1) dove gli 
affari di Castel Bolognese — tenuto contro il Legato dai Benti- 

recepimus literas vestras ultimate datas Mediolani, die xxiiii huius mens(s)is, 
per quas vidimus vestram boiiam diligenciam adhibitam circha ea prò quibus 
il[^]ic estis, ac etiam vidimus sicuti requiritis denarios prò expens(s)is vestris 
etc. (sic.) Et cons(c)iderato quod actenus non habuistis expedicionem super 
hiis que sunt maioris ponderis, que forsitan ita cito non poteritis obtiiiere 
propter dif(/')icultatem non possendi habere presenciam Domini, et quod hec 
civitas est multuin gravata diversis (h)oneribus et sumptibus, prò tanto delibe- 
ravimus quod si aliam expedicionem non habueritis, (quod) incontinenti retro- 
cedatis, salvo quod si essetis securus obtinere expedicionem infra duos vel tres 
dies ad plus, (quod) iterum tardetis per duos vel tres dies, et maxime si vide- 
ritis posse obtinere factum feui quod discipant (sic) isti armigeri {segue can- 
cellato : Quantum vero ad factum castrorum requisitorum etc. (sic), non stetis 
ibidem aliqualiter prò dictis]. Avisantes vos quod tradidimus domino Guillelmo 
de Henriotis flf. xx Regine ad bonum computum. Valete. Datum Ast. die xxviii 
ianuarii mccccxxiii. — Duodecim Sapientes civitatis Ast. — Egregio Catalano 
de Rotariis {Segue cancellato: concivi] fratri hono ». E la seconda: « lll.nie 
princeps et ex. me doniine domine, post humillimas et debitas recomendaciones. 
Quoniam, ut novit Dominacio vestra, ad ipsam Dominacionem prò ambaxiatore 
transmisimus nobilem concivem nostrum Catalanum Rotarium, cui aonnulla 
eidem Dominacioni reseranda dedimus ; inter quorum cetera, ut eidem Domi- 
nacioni humillime supplicarci quatenus circa stipendiarios in astensi territorio 
commorantes dignaretur taliter providere ne homines in ipso territorio 

!moram trahentes deteriorentur (sic) immense, et i)recipue quia fena ultra de- 

[bitum consumere nituntur, satisfacionem ipsorum fenorum hiis, quorum sunt, 
facere postergantes; quod minime eiusdem Dominacionis creditur intendo. Et nisi 
Dominacio vestra provideat, erit necesse ut quamplurime terre inculte remaneant, 
et bestie bovine vendantur ; recus(s)antque ipsi stipendarii stare declaracioni 
alias facte per ipsam Dominacionem, (quod) ap[p]ellacione stramorum fena non 
intenditur contineri. Eadem re ipsi Dominacioni humiliter supplicamus qua- 
tenus dignetur ipsa Dominacio dictis stipendiariis scribere ut fena quecumque 

[voluerint pecuniis emant, et de preteritis fenis hiis, quorum erant, satisfacere 
vel(l)int. (et) seu aliter prouideri circha indemnitatem astensis territorii, prout 

.ipsam Dominacionem non ambigimus facturam. Quam Dominacionem conser- 
vare dignetur qui regnat in secula benedictus. Datum Ast, die lune primo fe- 
bruarii mccccxxiii. — Eiusdem Dominacionis humillimi subditi et servitores, 

'Sapientes et Adiuncti civitatis Ast. — IH. "io principi et ex'^o d. d. duci Me- 
diolani etc. (sic), domino lanue et gubernatori astensi, domino metuendissimo ». 
(1) Commiss. Rin. Alb., I, 396 : « Item ci disse [il Cardinal Legato agli 
ambasciatori fiorentini] che i 200 cavalli tolti di nuovo per la sua rev."^» pa- 
ternità sono gente che vengano d'Asti ». 



- 448 — 

Vogli amici di I^irenze ~ e la morte di Giorgio Ordelaffi, signore 
di Forlì, avvenuta il .25 gennaio (1), aprivano la via ad inter- 
venti milanesi contro il tenore preciso del trattato 8-16 febbraio 
1420 (2). Di fronte a queste paurose novità non è meraviglia che 
i Fiorentini uscissero dal riserbo, ed accogliessero più volentieri 
che in passato le sollecitazioni sabaude. In conseguenza, il 19 
marzo predetto [1423] veniva rilasciata dai « Signori » a Rinaldo 
degli Albizzi e ad Alessandro di Salvi Bencivenni una partico- 
lareggiata « informazione » che prevedeva e studiava tutti i casi; 
il 22, gli ambasciatori si mettevano in viaggio, e dopo un inu- 
tile colloquio col Cardinal -legato in Bologna — ricco di buone 
parole; ma, al solito, scarso di conchiusioni efficaci — giungevano 
il 28 a Venezia (3). 

Era ornai troppo tardi ; né, d' altronde, una venuta più solle- 
cita avrebbe probabilmente condotto a miglior esito il negoziato. 
Il Festi ed il Marchand già si erano presentati al Doge ed alla 
Serenissima (4), i quali dopo tre dì avevano risposto « che 
aveano confederatione e conventioni col duca di Milano ; che 
non potevano tractare di pace e concordia col re dei Ro- 
mani, né quasi udire chi tractar ne volesse, senza licentia di 
esso Duca, né il Duca senza di loro » ; che quindi « lo notifi- 
cherebbero per messo proprio » a lui, pregandoli di aspettare, 
« se volessero >^, quanto il medesimo direbbe. Attesero gli am- 

(1) Muratori, Ann., ad annum. 

(2) Cfr. sopra, p. 430, n. 3. 

(3) Commiss. Rin. Alb.^ I, 386 segg. 

(4) Se crediamo il Cibrario, Operette e frammenti storici, 175, Firenze, 
1856, la base della mediazione proposta da Amedeo Vili per mezzo dei suoi 
ambasciatori sembra fosse che, mediante una grossa quantità di denaro, Sigis- 
mondo investisse la Signoria di Venezia (che se ne contentava », dice il Cibra- 
rio) del vicariato imperiale di Padova, Verona e Zara »; e così ha creduto il 
Lupi, Op. cit., 26, n. 6. Ma la frase accennante al consenso di Venezia, che 
non si confà con quanto sappiamo della risposta data da questa al Marchand 
ed al Festi, sembra escludere che la pratica a cui accenna il Cibrario sia quella 
di detti ambisciatori nelT inverno e nella primavera del 1423, eccettochè egli 
non abbia fatto confusione tra il momento della proposta e quello dell'accet- 
tazione della base sovraccennata. 



1 



- 449 - 

basciatori savoini ; ma tornato l' inviato a Milano, la Signoria 
veneta fece loro conoscere che, « per le conventioni suddette 
avevano col duca di Milano, per buone et honeste ragioni non 
potevano attendere per bora a quanto si cercava per lo duca di 
Savoia », « e dette lor licentia ». I due rappresentanti di Ame- 
deo Vili erano quindi già a Mestre, per passare alla Corte di 
Sigismondo. Nondimeno, sollecitati di colloquio dall'Albizzi e dal 
collega, consentirono di trovarsi con essi la domane a Marghera, 
dove, riassunta la pratica fino a quel momento, fu combinato che gli 
oratori fiorentini avrebbero rinnovata dal canto loro la proposta 
di mediazione, ma senza un nuovo intervento degli ambasciatori 
sabaudi, cui pareva « non sarebbe loro onore tornare a Venezia 
dopo l'avuta licenza ». In questo convegno, però, il Marchand 
ed il Fosti mostrarono di meravigliarsi che il Bencivenni e l'Al- 
bizzi non parlassero della « confederazione e lega » fra Savoia 
e Firenze, di cui dicevano aver trattato il Bonaccorsi, rinvian- 
done la pratica speciale agli ambasciatori che si sarebbero incon- 
trati a Venezia. A tale uscita, i fiorentini ribatterono che ne essi 
né Bonaccorso avevano avuto commissione al riguardo, e ch'egli 
probabilmente « non aveva avuto intendimento di lega, ma per 
adventura di buona et intima amicitia et fratellanza ». La mat- 
tina seguente, poi, gP inviati di Amedeo Vili mandarono ancora 
a pregare quelli di Firenze di far loro nota la risposta che a- 
vrebbe data Venezia ; intanto si mettevano in cammino verso la 
Germania e l'Ungheria (1). 

Quanto accadde in seguito è ben noto. Alle comunicazioni 
dell' Albizzi e del Bencivenni Venez^ia rispose prima con dilazioni 
e riserve, poi dichiarò per bocca del vice doge Roberto Morosini 
che « avendo più volte cerco la pace collo 'mperadore, e rimasa 
da lui », « feceno [essi Veneziani] lega col duca di Milano, per 
la quale non possano trattare alcuno accordo sanza lui ». Ag- 
giunse « la lega esser solo contra lo 'mperadore, non generale »; 
e con questa magra soddisfazione gli oratori fiorentini se ne tor- 

(1) Commiss, Rin. Alb., I, 391 segg. (Cfr. Lupi, IH seg., n. 45). 



450 



narono per Bologna, senz'ottenerne quivi alcuna più positiva (1). 
L' insuccesso era dunque completo, e in sul momento Firenze 
tanto si svogliava di quel negoziato che, tornati in patria l'Al- 
bizzi ed il Bencivenni il 12 aprile 1423, qualche giorno dopo si 
preparava bensì una nuova ambasciata alla Corte sabauda per 
significarle tutto 1' ordine di esso, e declinando la lega partico- 
lare come passibile di « effetto contrario alla comune intenzione » 
col destar « sospetto ed ombra » in Venezia, proporre invece 
un trattato in tre, compresa la medesima, di cui Amedeo Vili 
doveva farsi egli promotore ; ma poi V ambasciatore non veniva 
nominato, e la pratica era lasciata cadere senz' altro (2). Intanto 
i rappresentanti savoini s' indugiavano lunghi mesi in Ungheria 
ed in Germania, da Presburgo a Kassa, da Gran a Kaesmark, 
da Buda a Vienna, a Rastibona, ad Ulma, non sensa scambi di 
messi col proprio signore, di cui, oltre alla fallita mediazione 
con Venezia, avevano a trattare presso re Sigismondo altri sva- 
riati interessi (3). A farla breve, questa prima campagna diplo- 



(\) Ibidem, I, 393 segg. Il Lupi trascura questa parte dell' ambascista fio- 
rentina perchè la ritiene non più direttamente riguardante Savoia. 

(2) Doc. fra 26 e 30 aprile 1423 in Lupi, 113, segg., n. 47. 

(3) Documento i. Cfr. Arch. Camer. Tor., Conti Tes. gen. *S'ai?.,VoL LXVIII, 
f. 430 V. : « L.t Angelino Alamanno, commoranti Gebennis, prò ipsius et equi 
sui expensis fiendis eundo a Gebennis ad partes Alamagnie usque ad ChaufFuse, 
ubi reperiit Conraudum, cavalcatorem Domini, qui ipsum reciire fecit a dicto 
loco ad Dominum, licet deberet ire ad dominum Imperatorem, ad partes Ala- 
magnie et Hungarie, et qui Henricus {^sicj missus fuit in eius regressu a Ge- 
bennis apud Venisiam ad dominum Petrum Marchiandi et Nycodum Pesti, am- 
bassiatores Domini...». Tornò il 17 aprile, dopo 50 giorni di assenza. In marzo 
1423 si doveva mandare una grossa somma (14400 ducati d' oro) al re dei Ro- 
mani « prò facto comitatus Gebennensii ». Perciò si mandarono a riscuoter 
somme fin in Piemonte e nel Vaud, e si contrassero mutui ivi, a Berna ed a 
Friburgo {ibidem^ flf. 356, 429 v., 431 r.) Queste operazioni finanziarie non era- 
no ancora terminate nel giugno. E dal 28 maggio al 26 giugno stesso andava 
uri" altra volta in Germania e in Ungheria, e ne tornava, Corrado di Nurem- 
berg, latore di lettere ducali a Sigismondo ed agli ambasciatori savoini presso 
di lui (f. 354 r.): intanto, il 20 giugno predetto, giungeva alla Corte di Savoia 
un certo Arces, cavallaro del re dei Romani (f. 404^1.), e il 10 luglio veniva 



- 451 - 

matica di Amedeo Vili per isolare il Visconti non raggiungeva 
immediatamente il suo fine, come non riusciva tutto il suo lavo- 
rìo per dar seguito e corpo ai preliminari di Bourg (1) : però 

mandato nuovo denaro al Pesti ed al Marchand, presso il medesimo (L 423 v.). 
Notisi che per le occorrenze finanziarie del Governo si tennero in quei mesi 
parecchie sessioni degli Stati di Pieiuonte, mancanti — al solito — nei voli. 
Comitioruììì dei M. li. p., ma che risultano dall' Arch. Corri, di Piner., Atti 
CoHS., mazzo IV, fase. Ili, ff. b8v., 62, 64 y., 75 r., 78 r., 88 r. : 10 febbraio 
1423: elezione di rappresentanti del Comune, da trovarsi nel castello di Pine- 
rolo cogli altri ambasciatori del paese ; 12 febbraio : lettera di Amedeo Vili 
con cui invia Bertolino Chabod quale commissario ad esigere le rimanenze dei 
sussidi dovutigli ; 15 marzo ; elezione di ambasciatori per trovarsi cogli altri 
ambasciatori del paese ad udire ciò che esporrà il Chabod ; 19 marzo: elezione 
di uu ambasciatore che vada al Duca « modo et forma quibus fìerent alii de 
patria » ; 23 marzo ; ricerca di 20 fiorini per pagare detto ambasciatore ; 3 
maggio : congrega degli ambasciatori di tutti i Comuni, indetta dal Capitano di 
Piemonte per il 6, nel castello di Pinerolo ; 11 maggio: altra come sopra per 
quel giorno stesso, e relazione di Andrea Fantini e Giovanni Chiavelli, rappre- 
sentanti di Pinerolo; 18 giugno: congrega ambasciatori patria per il 21, nel 
predetto castello ; 2 luglio : pagamento da farsi della prima rata del Comune 
pel sussidio di 3000 fiorini d'oro « noviter » concesso al Duca dagli amba- 
sciatori del paese. 

(l) Arch. Camer. Tor., l e, voli. LXVllI, fi". 338 r., 343 r., 345 r., 404, 
421 «., 428 V., 429r., 433, 436r/., 437 r. ; LXX, fif. 258 r., 485-486 : 17 febbraio 
1423 : il messo viene Brisebarre mandato da Evian a Lione a portar lettere 
ducali a Bernardo di Armagnac ed al maresciallo di Francia ; avanti 20 febbraio : 
il messo Italien, mandato e. s. a Bourges, a portar lettere chiuse a Carlo VII ; 
24 st. mese : Bertrando Mellin inviato a chiedere astinenza di offese da parte 
degl* Inglesi nel paese di Dombes ; 26 st. mese : Brisebarre inviato al duca di 
di Borgogna, in Fiandra, e a vari ufficiali borgognoni, con lettere ducali chiuse ; 
22 marzo : denaro rimesso a Pietro di Menthon per darlo a Gaspare di Mont- 
majeur e all' Oddinet, che dovevano recarsi a Bourges presso il redi Francia; 
19 aprile; il cavallaro Pelloux porta lettere colà ai medesimi ed a Carlo VII; 
24 st. mese : Giovan Andrea, altro cavallaro, rispedito da Evian al duca 
di Borgogna, in Fiandra ; 25 st. mese : Italien rinviato a Bourges, con lettere 
al re di Francia ed agli ambasciatori savoini presso di lui; 29 st. mese: Pietro 
di Menthon va da Evian ai medesimi, nello stesso luogo di Bourges; 19 mag- 
gio : messo a portar denaro a Lione, a Pietro di Grolèe, avviato nuovo amba- 
sciatore a Carlo VII ; 20 maggio : altro messo a portar colà lettere al Mont- 
majeur ; 28 st. mese : messo a Chalons, al sire di Tholongeon ; 4 giugno : 
Rufiy, messo, da Poncin a Bourges, al re di Francia, con lettere ducali chiuse ; 



- 452 ~ 

questo vantaggio certo era ottenuto che, ristaurati con Firenze, 
i rapporti di buona amicizia, con Sigismondo e con Venezia ri- 
stretti (l), germogliava l'idea di una futura eventuale alleanza 
di tutte le potenze italiane contro la minaccia deir invadente Bi- 
scione lombardo, di cui il conte di Savoia, anche in mezzo ad 
altre preoccupazioni più urgenti (2), non trascurava di sorvegliare 
i progressi e i disegni (3). 



§. 2. Nuove complicazioni politiche; prodromi di una lega antiviscontea 

(aprile 1423 - novembre 1424). 

Durante la lunga dimora degli ambasciatori savoini in Un- 
gheria ed in Germania nuove complicazioni andavano maturando 
ed affrettando V ora vagheggiata dalla politica di Amedeo Vili. 



st. giorno: Italien, con altre a Lione, al simiscalco lionese Umberto di Grolée; 
5 giugno: altro messo al sire di Valiiffin,Jn Borgogna ; 8 st. mese: Italien a 
Lione, agli ambasciatori francesi, e da Lione a Dijon, al maresciallo di Bor- 
gogna ; etc. Cfr. anche De Beaucourt, II, 335 seg., che però ignora tutto que- 
sto séguito di negoziati, e Arch. St. Tor., Tratt. ant. e Prott. duce, (consegna 
Trevoux : giugno 1423). 

(1) Congedando gli ambasciatori Marchand e Pesti con un fin de non recevoir, 
Venezia donò loro per Amedeo preziose reliquie (Cfr. Documento i). 

(2) Alludo alla continuazione degli affari del Valentinese, per cui già prima 
del febbraio 1423 andò due voUe Giovanni di Lenthenay alla contessa del Va- 
lentinese stesso, e il 10 aprile si recavano a Valence, in solenne missione, il 
cancelliere Giovanni di Beaufort, Guigo di Montbel sire d' Entremont, Enrico 
di Colombier ed il segretario Guido Coulomb per tenervi giornata coi rappre- 
sentanti del re Luigi 111 di Atigió (Conti Tes. gen. Sav., Voi. LXVIII, f. 351); 
a questioni fra Savoia e Borgogna per confini e per la cattura di mercanti a 
Montreal, donde altre conferenze in fin di marzo ed in principio di aprile, e ul- 
teriori negoziati in maggio e giugno {ibidem, fi". 358 r., 436 r., 486 z'.) ; ad af- 
fari con Berna {ib.y f. 435 v.), etc. 

(3) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXVIII, ff. 431 r., 433 r. : 3 aprile 1423: 
lanino di Montella, d' Ivrea, abitante di Chambéry, mandato di là a Manfredo 
di Saluzzo, in Piemonte; 28 st. mese: « L.t die xxviii aprilis Thome Marchaci, 
qui apportavit ex parte domini Gubernatoris Nycie domino nostro Duci de novis 
occurrentibus in illis partibus, et de armata lanuensium, que cessat, ut dicitur ». 



- 453 - 

La diffidenza di Firenze verso Milano cresceva di giorno in gior- 
no, e la Republica cominciava a pensare a' suoi casi con savi 
negoziati, che potevano essere di pace o di guerra secondo le 
occorrenze [fine aprile 1423] (1). A provocare la crisi sopravve- 
nero i casi di Forlì, dove il popolo insorto il 14 maggio contro 
Lucrezia degli Alidosi, madre del piccolo Tebaldo Ordelaffi, la 
cacciava violentemente dalla città, e chiamava a proteggere il 
giovinetto signore una schiera di genti viscontee sotto Luigi 
Grotto e Secco da Montagnana (2). Dinanzi a cosi potente viola- 
zione dei trattati, i Fiorentini non potevano rimanere indifferenti. 
Sebbene Nicolò III d' Este, marchese di Ferrara, si mettesse in- 
nanzi egli come autore dell' occupazione di Forlì, decideva tosto 
Firenze di ottenerne lo sgombro dalle armi effettivamente lom- 
barde, cacciamele per forza d' armi, e il 20 maggio stesso 
eleggeva i « Dieci di Balia » ; il che, come fu ben notato, nel 
linguaggio diplomatico del tempo equivaleva a dichiarazione di 
guerra, od era almeno una seria minaccia di procedervi entro 
breve tempo (3). 

A questo punto era naturale che 1' attenzione della « Signoria » 
sì volgesse là dove sembrava possibile suscitare più potenti ne- 
mici al Biscione. Non era omai da pensare soltanto ad Antonio 
Bentivoglio od a Tomaso Fregoso, come alla fine di aprile : altri 
ben più validi alleati occorrevano ; e poiché il Papa inclinava 
'verso Filippo Maria, la reggente di Faenza tradiva, Venezia non 
si voleva staccar da Milano, e poco potevano gii Alidosi ed i 
Malatesta (fuorché come condottieri), era a Sigismondo, al re di 
Aragona, agli Svizzeri ed a Savoia che dovevano pensare i Fio- 
rentini in quella paurosa distretta, se mai non fosse possibile 
ristabilire ancora la pace secondo i patti del 1420. 

(1) Commiss. Rin. Alt., I, 409. 

(2) Ann. foroliv., in R. I. .S., XXII, 210-21 L Altri scrittori parlano di 
Guido Torello (Ammirato, St. fior., 1. xviii) o di Angelo della Pergola (Muratori, 
Ann. d' It.^ ad an. 1423) ; ma il Torello passò il Po, per andare a Parma, sol- 
tanto verso il 18 maggio {Commiss. Rin. Alb., I, 432), ed Angelo, che doveva 
pure passare in Romagna in quei giorni (ibidem), è segnalato da altre fonti 
documentarie a Mortara in principio di giugno (Cfr. infra, p. 454, n, 3). 

(3) Commiss. Rin, Alb., I, 413. 



- 454 - 

Un indice della tensione, per quanto mascherata, dei rapporti 
fra Milano e Savoia in questo momento ci è fornito dal rin- 
novarsi e dallo spesseggiare di quelle piccole vertenze di fron- 
tiera e di mercanti, non insuete anche fra Stati amici (1), ma 
tanto più frequenti e più acute quanto meno i governi sono di- 
sposti a tollerare od a comporre incidenti per se stessi di scarsa 
entità. In principio di giugno 1423 era il sequestro di tre paia 
di buoi, coi relativi boari e carri carichi di legname, operato da 
ufficiali viscontei di Vercelli a Crova, sul finitimo territorio sa- 
baudo (2) ; sùbito dopo erano altre offese recate da uomini d'ar- 
me della compagnia di Angelo della Pergola, al servizio del Vi- 
sconti in Mortara, a sudditi savoini di Arbore (3) ; un po' più 
tardi vediamo arrestati a Crescentino — di cui il signore, di 
Casa Tizzoni, era aderente di Filippo Maria (4) — alcuni nobili 

(1) Come fra Savoia e Borgogna (v. sopra, p. 452, n. 2). 

(2) Arck. Carne?'. Tor., Conti Castell. Santhià, rot. XI : « L.t die secunda men- 
sis iunii [1423: Tanno è certo, perchè il rotolo va dal 2 ottobre 1422 al 2 
luglio 1423] Dominico Drageti, collaterali dicti Capitanei [Sancte Agathe: Fran- 
cisci de Castelliono], qui portavit quandam litteram ill.i domino duci Medio- 
lani occTsione captionis parium trium boum, cum plaustris oneratis lignis, su- 
per finibus Crove, iurisdicionis ill.'^ domini nostri Sabaudie ducis, facte per 
otfieiaies Vercellarum, qui ipsos boves cum plaustris et boveriis conduxerunt 
ad civitatem Vercellarum, ubi ipsos boverios tenuerunt carceratos pluribus 
diebus ; et ad predicta vacavit cum uno equo tam in eundo, stando, quam re- 
denndo, septem diebus: ii fF. pp. — L.t die xi eiusdem mensis dicto Dominico, 
prò revertendo Mediolanum, ad prefatum ill.em dominum ducem Mediolani, quia 
officiales sui noluerunt relaxare predicta; et vacavit cum uno equo...: xix 
dd. gg. ». 

(3) Ibidem : « L.t die xiia eiusdem mensis [iunii mccccxxiii] Eusebio de 
Sancto Germano, prò portando certas litteras speclabili Angelo de la Pergola, 
capitaneo ducis Mediolani, Mortarii, prò quodam insultu facto per eius armi- 
geros hominibus de Arborio, subdictis ill.is domini nostri ducis Sabaudie; et 
expendit cum uno equo... : xx dd. gg. — L.t die xvii dicti mensis predicto 
Eusebio, prò eundo Bugellam causa responcionem portaudi dicti Angeli de la 
Pergola domino Capitaneo Pedemontis, tam prò salario, quam expensis : viii 
dd. gg. ». 

(4) Giacomo Tizzoni è nominato appunto fra gli aderenti del Visconti « prò 
castro et terra Crescentini » nella dichiarazione 16 febbraio 1420 (cfr. sopra, 
p. 430, n. 3). 



— 455 — 

ed ecclesiastici che venivano da Rotna (1). Certo, non da questi 
miseri fatti potevano uscire vere ostilità aperte fra Milano e Sa- 
voia; troppo accorto Amedeo, per gettarsi da solo in perigliosa 
avventura contro il Visconti. Ma è chiaro che l'animo suo do- 
veva essere più che mai disposto a riannodare contro Filippo la 
fila della campagna diplomatica troncata a mezzo nei mesi avanti 
dal rifiuto di Venezia alla sua mediazione coli' Ungheria e dalla 
freddezza di Firenze alle aperture dirette di lega. 

Anche gli Svizzeri pareva dovessero sopportar male la igno- 
minia della sconfitta di Arbedo e desiderare una rivincita sulle 
armi loQibarde, come ad Alfonso re di Aragona riuscir grata 
un' alleanza contro il più caldo sostenitore degli Angioini nel 
reame di Napoli ; mentre di Sigismondo sarebbe stato giovevole, 
se non altro, il prestigio non ancora affatto dissipato dell' auto- 
rità imperiale, ne mancava la speranza, riavvicinandolo a Ve- 
nezia, di staccare anche questa dal Visconti. Agli Svizzeri per- 
tanto troviamo ancora nel luglio ambasciatore di Firenze un 
Antonio Salvetti, con istruzione di trarli a guerra contro Milano 
mediante un cospicuo sussidio di denaro: primo pensiero di ado- 
perare quei valorosi in qualità di mercenari, o quasi, nelle guerre 
d' Italia. Verso la metà di agosto il Salvetti si era già portato 
anche alla Corte di Savoia, ed aveva fatto proposta formale di 
alleanza al Duca. Ad Amedeo pareva omai la sua alleanza con 
Firenze sicura, e indispensabile alla Republica ; onde volle te- 
nersi sul tirato : gradi V offerta che fossero suoi tutti gli acqui- 
sti si farebbero in Lombardia, dove Firenze « non voleva aver 
a fare » purché non fosse timore o sospetto dello Stato di Mi- 
lano; ma chiese pur egli un sussidio come si offriva agli Sviz- 
zeri (2), tra i quali in principio di settembre attendeva a metter 

(1) Conti Castell. Santhià, rot. XII : « L.t [dopo 2 luglio 1423) Anthonio 
dicto Fer, misso ad Cressentiuum, ubi dorainus Cressentinì [sic) arrestaverat 
certos nobiles et can(ii)onicos de Ges, venientes de Curia romana, prò quorum 
relaxacione fuerat ad dominum dicti loci, qui noluit eos deliberare : in dd., 
ob., gg. pp. » 

(2) Doc, 17 agosto 1423 cit. , in Scarabelli, Paralipomeni, 209 ^eg. [d^oo,. 2^0 
settembre). 



- 456 - 

pace (1), a quel modo appunto che le istruzioni fiorentine pre- 
scrivevano al Salvetti. E quindi assai probabile che l'azione della 
diplomazia sabauda in Tsvizzera andasse d' intesa con quella 
della « Signoria », sebbene di ciò non si abbia finora documento 
diretto. 

In tutto questo, però, Amedeo non procedeva senza doppiezza. 
Fallite tutte le pratiche di accordo, la rottura tra Firenze e Mi- 
lano era omai definitiva, e affidato il 23 agosto il bastone del ge- 
neralato « per punto di astrologia » a Pandolfo Malatesta, le 
ostilità erano già cominciate in Romagna con un primo scacco 
del nuovo capitano a Ponte a Ronco il 6 settembre 1423 (2). 
Invece, il 14 di quel mese stesso, il Governo savoino mandava 
a Milano, ambasciatore, Pietro di Grolée (3), in apparenza per 
risolvere gV incidenti di confine fin d' allora insoluti, ma proba- 
bilmente anche per trattare col Visconti di più gravi negozi, 
seppur r animo di Savoia non era di cogliere il Biscione nei 
lacci ad esso consueti. La diffidenza di Filippo era per vero as- 
sai grande, se il Grolée non osò procedere oltre Vercelli senza 
previa facoltà di avanzare e sicure lettere di passo (4); ma poi 

(1) Arch. St, Tor., Proti, duce: docc. 11 settembre 1423. 

(2) Ann. foroliv., 211 seg. Cfr. Commiss. Rin. Alò., I, 468 seg. Sul confe- 
rimento del bastone del generalato « per punto di astrologia » in uso a Fi- 
renze, V., oltre Ammirato, libro xviii, specialmente Casanova, in Arch. star, 
ital. V. Ili, Firenze, 1891. 

. (3) Arch. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav., voi. LIX flf. 214v. -215v. 11 
Grolée partì da Bourg « pour aler audit lieu de Mylan le xiiii jour de septem- 
bre r an Mil ccccxxiii, et a vaqué tant on alant comme demorer (sic) à Mylan 
et en atteiidre les journées que on(t)isée (sic) tenues entre les gens de mon dit 
Seigneur et les gens du due de Mylan depuys le xiii jour du moys de septem- 
bre jusque le xi^ jour de moys de fevrier, qu' il arriva (à) Evians vers mon 
dit Seigneur ». Era con lui, per ordine del Duca, Cagnone de Vische. Cfr. pure 
ibidem, flf. 213 r. - 214 r. 

(4) Ibibem, f. 215 r.: « A la trompéte de Versey pour aler à Mylan pour 
savoir s' il saroit du playsir du dit Due que nous pas(se)sions oultres..., et pour 
une lettre de pas qu' il nous apporta : in ducats. Item au menestrier du due 
de Mylan : i ducat. Item à les trompétes et ménestriers de Angel de la Pergolla 
et de plusieurs capitaynes et posta, et (de) ceulx de la ville de Mylan... ». 
Così a quelli di Vercelli, di Novara e del marchese di Ferrara. 



•^ 457 -- 

a Milano soggiornò lungamente (1), e per opera sua si tennero 
varie conferenze fra rappresentanti savoini e viscontei sulle que- 
stioni vertenti nel Vercellese ed a Crescentino (2). Però le gior- 
nate si seguivano, si rassomigliavano e non concludevano ; e 
intanto gli attriti ricominciavano e si acuivano, specialmente per 
la protervia dei sudditi milanesi di Salussola, che più volte gua- 
starono e distrussero un canale d' acqua indispensabile al fun- 
zionamento di mulini del territorio sabaudo (3). 

(1) Cfr. sopra, p. 456, n. 3, 

(2) Conti Capii. Pieni., voi. X : « L.t die xxiii mensis septembris anno 
Domini mccccxxiii egregio legum doctori domino Georgio de Albano, eius locum- 
tenenti, prò suis expensis quinque dierum quibus vacavit cura quatuor equitibus 
iorneando in absentia dicti Capitanei (Pedemontis inferioris : Aimone di Chdteau- 
vieilj sire di Verioux nella Bressa) cura gentibus domini diicis Mediolani 
iuter Saluzoliam et Carixium super differentiis existentibus inter illos de Ver- 
ruca et Crexentino, Saluzolia, Nybiono, Arbori© et Landioiio... — Itera l.t pre- 
fato doraino Georgio, die xix octobris, prò undecim diebus quibus vacavit eundo, 
stando et redeundo, iorneando in absencia dicti domini Capitanei cura gentibus 
dicti domini ducis Mediolani occaxionibus suprascriptis », esisendo con lui A- 
medeo Murisot, segretario del Capitano. — « L.t die xx mensis noverabris nobili 
Percevallo doraino de Versay, prò suis expensis xi dierum quibus vacavit cura 
tributi equitibus una cura dicto Georgio de Albano, in absencia dicti domini Ca- 
pitanei, iorneando cura gentibus domini ducis Mediolani locis et occasionibus 
suprascriptis...». 

(3) Conti Castell. Santhià, Rot. XII; « Anthonio dicto Strambi, quem una vice 
(Airaonetus de Brocio, capitaneus Sancte Agathe) misit Salu(c)zoliam, videlicet 
secunda et tercia die mensis noverabris (mccccxxiii) eo quia illi de Salu(c)zolia 
destruxerunt rugiam molandinorura, ut dorainus Capitaneus SaIu(c)zolie procede- 
ret : ni dd. gg. pp. — L.t die sexta mensis noverabris predicto Anthonio Stram- 
bi, misso Burgura Al(l)icis, Ciliauura et Sanctura Germanum prò habendo de 
quolibet loco sex ex sapientibus cura illis de Sancta Agatha, prò habendo con- 
silium cura ipsis prò certis excessibus factis per gentes domini ducis Medio- 
lani, tara prò facto diete rugie, quara alias : in dd. gg. pp. — L.t die decima 
noverabris Anthonio dicto Fer, prò eundo Salu(c)zoliam, ad dominura Luquinura 
(de Bealeciis), ut scripsit (Capitaneus) prò facto diete rugie: ii dd. gg. pp. — 
L.t die XII noverabris dicto Anthonio Fer, prò eundo Visquis de precepto l'etri 
de Grolee (sic) ad notittìcandura Caguiono, filio domini Berthodi, quod Petrus de 
Grolea venerat in Sancta Agatha : in gg. — L.t dicto Anthonio Fer, prò eundo 
Vercellas ad portandura unam litterara quia illi de Salu(c)zolia iterata vice ru(p)- 
perant et totaliter destruxerant clusara rugie dictorura molendinorum : ii dd., 



- 458 --^ 

fossero informati di guest' armeggio a doppio giuoco, ben- 
ché non ne facciano parola nei loro dispacci, o sdegnati soltanto 
delle pretese di Savoia, che giudicarono subito immoderate, i 
Fiorentini rispondevano il 25 settembre al Salvetti che, avendo 
essi a sostenere il carico di 7 ad 8000 cavalli e 2000 fanti, mentre 
il Duca aveva « chi lo serviva certo tempo senza sua spesa », 
doveva contentarsi che fosse suo « tutto quello lui s' aquistasse » 
in Lombardia. Unendosi i due Stati, scrivevano, e « dando opor- 
tunità l'uno e l'altro del dare impaccio a un tempo al duca di 
Milano, lui di là, et noi di qua », « in breve tempo si debbe et 
può credo'si la destructione d' esso duca per modo che gli ara 
caro d' essere lasciato stare et lasciare stare altrui », Al Sal- 
vetti era ordine di non partirsi di Savoia senza licenza, ma di 
mostrare intanto al Sabaudo « che se lui lascia passare questa 
oportunità, che, forse la cercherà, a otta non la troverà », per- 
chè Firenze era molto sollecitata di pace dal Visconti; e, facen- 
dosi, questi « ara il destro con tutte le sue forze a fare op- 
pressione a degli altri di cui cercha la distruzione ; di che il 
duca di Savoia ci debbe fare stima, non tanto per sé, quanto 



ob., gg. — L.t (dicto) Aiiihonio dicto Follet (sic) de Ypporrigia, quera {misit), 
attenta responsione per officiarios de Vercellis facta, et eoiam destruxione diete 
exclose, quia in Sancta Aghata(ta), Sanato Germano, Troiizaiio, Nibiono, 01(c)- 
zone(w)go, Carisio et in Burgo Alicis non sunt molendina preter dieta rugia, 
propter quod fuit necesse, et prò certis aliis novitatibus per gentes ipsius do- 
mini Ducis factis, premissa notifRcacione dicto domino duci Mediolarii ; ad que 
vacavit tam eundo, stando, quam exinde redeundo, undecim diebus, quia per 
ante non potuit esse expeditus propter quamplurimas ambaxiatas que tune ibi- 
dem erant... : v ff. et dim. — L.t Anthonio Strambo die unta mensis decem- 
bris prò eundo Veroellas ad dominum Luquinum, capitaiieum et potestatem 
Vereellarum, prò dando sibi dietam prò ar(r)estando cum eo de plurimis des- 
batis ; qui ceperutit dietam ad diem septimam dicti mensis : ii dd., ob., gg. — 
L.t Martino Chauga, de Sancta Agatha, prò mietendo VerceUas, ad dominum 
Luquinum, prò accipiendo unam dietam prò debatis Cressentini et Verruce : ii 
dd., ob. — L.t Anthonio dicto Fer, prò eundo Vercellas causa apportaudi quas- 
dam litteras parte domini Capitanei Pedemoncium Petro de Grolea, qui ibidem 
erat prò facto Domini : u dd., ob., gg. ». Si noti che le cifre dei pagamenti ai 
messi in questo rotolo sono tutte su raschiatura. 



— 459 - 

per gli amici et vicini suoi ». Sollecitavasi puro una qualche 
risoluzione cogli Svizzeri (1); ma né con essi, nò con Amedeo, 
era modo di concludere efficacemente, sebbene un'altra vertenza 
verso TAstiiiiana — dove si era formata un' accolta di ribelli e 
banditi a Torre Valgorrera — finisse per costringere Giovanni 
di Montluel, Capitano del Piemonte Superiore per Savoia, a ri- 
correre alla suprema ragione delle armi (2). 

Preoccupava forse il Duca l'intimità manifestatasi d'un tratto 
fra Carlo Vili di Francia e Filippo Maria, il primo dei quali ri- 
ceveva appunto in quel torno di tempo dal secondo un aiuto di 
truppe lombarde e gli delegava a sua volta ambasciatore il 16 set- 
tembre Artaldo di Grandval, abate di Sant'Antonio di Vienna (3) ; 
ovvero anche questi alti erano opera sua e parte di un pro- 
gramma raffinato d'intrighi? Certo, forze milanesi non pote- 
vano passare Oltralpe senza suo consenso, e che il re di Francia 
potesse fare una politica ostile al Sabaudo in un tempo in cui 
aveva tanto bisogno di lui, non par troppo probabile. Ma d'altra 
parte non si scorge alcun interesse da parte di Savoia ad un'al- 
leanza franco - viscontea, e niente esclude che a Carlo VII il soc- 
corso venisse offerto ed inviato spontaneamente dal duca di Mi- 
lano con iscopo d' ingraziarselo e di conseguir cosi un' amicizia 
atta, se non ad intimorire, almeno a rattenere Amedeo Vili. 
Inoltre, accanto all' azione non mai pretermessa di Savoia per 

(1) SCARABELLl, 209 Seg. 

(2) Arch. Coni, di Piner., Atti consol.. l. e, f. 103 v.: 24 novembre 1423: 
lettera del iMontlue!, da Chieri : « Cum ill."s dominus noster Sabaudie dux 
quondam nobis pridem com(m)iserit exequcionem fiendam in castro turris Vallis 
Correrie et eius feudi, nonniilliqiie pedites intra eundem castrum existeiites in 
rebelliotiem se ponentes, castrum illud penitus relassari renuerint et recus(s)ent, 
id tamquam rebelles vi occupare niteutes contra mandata statumque pacificum 
et honorem Domini nostri, ac iusticie lesioiiem », manda al Coiuune di Pine- 
rolo d' inviare 50 clienti e balestrieri bene armati, con viveri ed ogni cosa ne- 
cessaria per otto giorni, a Poirino, per il 2 dicembre prossimo, soggiungendo : 
« Et in premissis non defficiatis per quantum statum prefati Domini diligitis 
et honorem ». Provvedimenti simili a Monoalieri ed a Chieri, nei rispettivi 
Archivi. 

(3) De Beaucourt, li, 341 segg. 



- 460 - 

la pacificazióne di Francia, esistevano fra i due Stati particolari 
vertenze per il Valentinese (1) ed altri affari, e la politica savo- 
ina coi vari principi francesi nella seconda metà del 1423 ha 
ancora bisogno di esser chiarita, specialmente in relazione con 
questa intimità fra il Re ed il Visconti (2). Comechessia, le esi- 
tanze sabaude ebbero presto la loro ripercussione nel negoziato 
col Salvetti. Nonostante 1' offesa recata da Filippo Maria agli ora- 
tori fiorentini a lui mandati per un ultimo tentativo diretto di 
accomodamento, non voluti ricevere personalmente perchè veni- 
vano da luoghi sospetti di peste (3), la Republica fini per istan- 
carsi : il 20 novembre il Salvetti era richiamato (4), e la pratica 
sembrava anche stavolta del tutto caduta. 

(1) Del perdurare «Iella questione pel Valentinese, con relativa lite ad Avi- 
gnone, non mancano le prove in Ardi. Camer. Tor., Conti Tes.gen, 5av., voli. 
LXVIII, f. 347??., e LXIX, tf. 220 segg. Per essa, il 2 settembre 1423, il Tesoriere 
« libravit... domino lohanni de Fonte, legum doctori, consiliario Domini, prò 
expensis ipsius ad quatuor equos et totidem personas, mandato per Dominum 
nostrum ad nobiles dominum de Montheyson et bastardum de Valentinesio, 
iuxta sibi dieta ex parte dieti Domini nostri, prò certis ipsius Domini nostri 
arduis negociis : xxxii tf, pp. ». Fu quindi ad Avignone. 

(2) Mi limito per ora ad elencare i nuovi dati dell'Arca. Camer Tor., l. e, 
voi. LXIX, ff. 205 r., 216 r., 312 r. 328 r. -329 r., 337, 345, etc, cioè: 30 set- 
tembre 1423 : Pietro di Menthon viene inviato al Cancelliere di Francia, a Lione; 
7 ottobre : il Cancelliere di Savoia anch'egli a Lione cogli altri ambasciatori 
ducali e col Cancelliere delfinasco ; 15 novembre : messo del duca di Brettagna 
in Savoia; 18 stesso mese: Giacomo Garret mandato da Bourg alla duchessa di 
Borbone ; 21 stesso mese : Lamberto Oddinet, Nicodo di Mcnthon e Gualtiero Tho- 
rein vanno a colloquio a Lione con ambasciatori di Carlo VII ; fine novembre 
-principio dicembre: preliminari colloquio Amedeo Vili col duca di Borgo- 
gna e col conte di Richemont a Chalons, e colloquio predetto, con molti nuovi 
particolari ; 13 dicembre : Giovanni di Genost mandato a prendere a Lione am- 
basciatori del re di Francia ed a ricondurveli quindi da Bourg; 18-23 stesso mese: 
Giovanni de Fontaine mandato a Lione a negoziare coi medesimi. Sul colloquio 
di Chalons cfr. per ora De Beaucourt, II, 352. 

(3j GiuLiNi, Mem. stor. Mil., VI, 263, Milano, 1853. U Visconti, com' è noto, 
temeva realmente la peste, onde si è esagerato nel fargli carico di questa con- 
dotta cogli oratori fiorentini, in questo caso impolitica e paurosa, ma non dop- 
pia. E che spesso molte ambasciate si affollassero a Milano senza poter otte- 
nere udienza da lui, cfr. sopra, p. 446, n. 8 (p. 447). 

(4) Lupi, 115, n. 49. 



1 



— 4t)ì — 

Cosi non era, o, piuttosto, le pratiche per la formazione di 
una lega antiviscontea con partecipazione di Savoia prendevano 
altre vie. Erano ben noti da per tutto i fieri sentimenti che al- 
lora nutriva il re Alfonso di Aragona contro il Visconti soste- 
nitore degli Angioini (1) : in Aragona aveva Savoia mandato dal 
18 novembre Giovanni de la Tour (2), e con Alfonso negoziava 
anche Firenze, rinfrancata ogni di più in tal senso dall' autore- 
vole parere di Rinaldo degli Albizzi (3). In gennaio 1424, in 
mezzo alla prosecuzione degli affari di Francia (4), Amedeo Vili 
rispediva a Sigismondo Guglielmo Rigaud (5), cui faceva seguire 
un po' più tardi, nella seconda metà di febbraio, da Giovanni 
Marècbal (6). Era allora tornato da Milano, dopo lunga dimora, 
Pietro di Grolée ; ma né la sua paziente aspettazione, né nuovi 
solenni conferenze presso San Germano, e poi a Biella, fra rap- 
presentanti sabaudi e viscontei riuscivano a metter fine alle 
questioni sempre recrudescenti fra i due Stati (7), che si guarda- 

(1) Commiss. Rin. Alb.y 11, 6 : « quem (ducem Mediolani) proditorem vocat in 
omnibus ». 

(2) Arch. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav., voi. LXIX, f. 340 r. 

(3) Commiss. Rin. Alb.. l. e. 

(4) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXIX, ff. 205, 206 v., 35(), e te. : 13 gennaio 
1424 : il messo Rousset inviato a Bourges, al Re ed al suo cancelliere ; stesso gior- 
no : Giovanni di Compey, scudiere ducale, mandato ai duchi di Borgogna e di 
Brettagna, va da Thonon in Fiandra, passando per Parigi, vtoi a Rennes e 
quindi a Bourges, presso Carlo VII, tornando a Thonon solo il 23 aprile ; 14-19 
gennaio: Pietro di Belley, segretario, a Lione, alla dieta stabilita « in curia 
Regis » per udire la risposta del balivo di Macon all' appello dell' abate di 
Chassaigne ; ete. 

(5) Ibidem, voi. LXXI, ff. 465v. -466v. : 24 gennaio 1424. 

(6) Ibidem, voi. LXIX, f. 349 v. : fra 22 e 26 febbraio 1424. 

(7) Conti Capit, Piem., rot. X : « L.t die lercia februarii mccccxxiiii sibi ipsi, 
prò suis expensis xv dierum quibus vacavit (ipse Aimo de Castroveteri, Capita- 
neus Pedemontis inferioris) cum duodecim equitibus, una secum cum (predicto) 
domino Georgio (de Albano) et domino lusto de Fiorano, cum sex equitibus, ac 
Cagnione de Vischis, cum quatuor equitibus, qui stetit quatuor diebus, et An- 
thonio de Ripparolio dioto Cuchino, cum tribus equitibus, qui stetit tribus die- 
bus, prò iorneando cum egregio domino Tadeolo de Vicomercato, consil(l)iario, 
et lohannf» de Arezio. secretarlo, ambassiatoribus domini ducis Mediolani, in loco 



-- 462 --^ 

Vano con sospetto e si spiavano tuttodì per mezzo di agenti se- 
greti (1). Il 1 febbraio stesso anche Imola era caduta in potere del 
Biscione (2) ; un' ambascieria fiorentina a Ferrara falliva comple- 
tamente (3) ; infine, il 17 di quel mese, si firmava in Abbiate- 
grasso un trattato fra il re di Francia, rappresentato dall'abate 
Artaldo di Grandval, e Filippo Maria, per cui, stabilita fra le 
parti « alleanza e confederazione », i contraenti si promettevano 
vicendevole assistenza armata (4). Sebbene in esso non fosse 
indicato dal Visconti fra i suoi amici, non è improbabile che di 
quest' atto appunto si affrettasse il Sabaudo a mandar notizia in 
Ungheria per mezzo del Marèchal. Di là appena tornato il Ri- 

Cassanarum (sic) prope Sanctuns lermanum, prò differentiis existentibus inter 
geiites ili. mi domini nostri et domini ducis Mediolani, ex mandato domini nostri 
Diicis...» ; Conti Castell. Biella^ rot. XXIV : « L.t (Petrus Bertodaniis, ciava- 
rius Biigelle) domino Castriveteris, prò suis expensis per ipsum factis in iorne- 
ando cura egregio domino Tadiolo de Vicomercato et aliis arabaxiatoribus illustris 
domini ducis Mediolani... [mandato 3 dicembre 1424) : e ff. pp. ». Altra diffe- 
renza era insorta allora allora per le pretese di Manfredo Barbavara, sostenuto 
dal Visconti, su alcuni luoghi del Biellese. Vedi Conti Capit. Pieni., loco cit. : 
« L.t Anthonio Ferl(l)eti' de Yporrigia, die x dicti mensis (februarii mccccxxiv), 
prò portando quasdam litteras missorias predicto Domino nostro parte predicti 
domini Capitanei super facto domini Manfredi Barbavera, ad causam Tenne (5ic) 
et quorumdam aliorum locorum sibi donatorum per ill.em quondam dominum 
dueem Mediolani, prout diete littore faciunt mencionem, videlicet ab Yporrigia 
Thononum, ubi vacavit eundo, stando, red(d)eundo, decem diebus.... — Item l.t 
Petro de Boces, die nona marcii, prò portando quasdatn litteras missorias pre- 
fato domino nostro Duci parte ipsius domini Capitanei causa suprascripta, ac eciam 
Triverii, Castelleti et Rovaserii, cum copiis instrumentorum locorum predicto- 
rum factorura predicto domino Barbavera, existentium penes lohannem Cutelle, 
de Bugella, (et) que instrumenta habere volebat, ut eidem domino Capitaneo 
suis litteris scripsit ; ubi ipse Petrus vacavit eundo, stando ed red(d)eundo ab 
Yporrigia Thononum xii diebus...... 

(1) Co7iti Capit. Piem.^ l. e, : « L.t die viii februarii mccccxxiui cuidam ex- 
ploratori sibi recomisso per dictum Dominum nostrum, videlicet xx ff. pp. ». 
Più tardi, in aprile, vi fu anche una chiamata delT esercito generale » di Torino, 
di cui il Comune cercò scusarsi (Arch. Cam. Tot., Ordin,, voi. LXII, f. 134). 

(2J GiuLiNi, iMuRATORi, etc. 

(3) Commiss. Rin. Alb., K, ii, 7 segg. 

(4) Du MoNT, Corp. diplom., II, ii, 175, e Lunig, Codex Italiae diplom . ^ I, ii, 



- 463 - 

gaiid, vi era tosto rispedito il 24 marzo per Baviera ed Austria (1); 
e benché il governo sabaudo appaia in quel tempo occupatis- 
simo nel pagamento delle spese per acquisto di territori del 
duca di Borbone (2), in aggiustamenti col principe di Grange 
per la vecchia causa della successione del Genovese (3), e so- 
pratutto neir eterna mediazione di Francia (4), nondimeno la 
frequenza delle ambasciate savoine a Sigismondo rimane, per 
così dire, il fatto caratteristico del momento. Non si attende il 
ritorno di un ambasciatore per inviarne un altro : i vari legati 
di Amedeo al re dei Bomani s' incrociano fra di loro ; il che, 
per quanto possa e debba ammettersi una plurahtà di affari e 
d' interessi, dimostra però sempre un rigoglio di negoziati della 
più alta importanza per Savoia. Il 24 aprile va a Norimberga il 
provetto diplomatico Pietro Marchand, e non ritorna che il 24 
agosto (5) ; il 23 maggio riparte per la stessa Corte imperiale 
Giovanni Marèchal (6); un po' più tardi è la volta di Nicodo 
Festi e di Enrico di Colombier (7). Intanto, il 23 maggio pre- 
detto, un altro inviato sabaudo si reca in Aragona (8), e del 

(1) Conti Tes. gerì. Sav., voi. LXIX, ff. 216v, -2\lv. Tornò solo il 3 luglio. 

(2) Ibidem, ff. 220 segg. : saldo mutui per acquistare « terram Borbonii 
citra Sagonam ». 

(3) Docc. 14 e 19 maggio, 5, 9, 24 e 25 giugno 1424 in Arch. Stato Tor, 
Tratt. antt., Proti, duce. Luigi di Chalon, principe di Grange, dopo le sentenze 
imperiali a lui contrarie, finiva per rinunziare alla successione del Genevese 
contro alcuni feudi del Vaud ed altri minori vantaggi. Cfr. anche Guichenon, 
Hist. généal., I, 479 segg. 

(4) Arch. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav., voli. LXIX, ff. 223, 224 i;. - 
225r., 351 ; LXX, ff. 257 v. -258 r., 319 r. : 9 aprile 1424; Francesco di Com- 
pey, scudiere e consiglier ducale, mandato al cardinale di Bar, «consanguineo » 
del Duca; 16 stesso mese: Guglielmo Martel, ambasciatore « par devers le Roy 
pour le fait du tratié de la paix de France », deve partire avanti il 1 maggio; 
i2 maggio: Bertrando Mellin inviato al duca di Bedford, a Trevaux sur Loire, 
pour les affaires de Monseigneur»; stesso mese : Faucon, messo, con lettere chiuse 
al duca di Brettagna. 

(5) Ibidem, voi. LXX, f. 255 r. 

(6) Ibidem, voi. LXIX, f. 218 v. 

(7) Ibidem, voi. LXIX, f. 216 r.; avanti 28 giugno 1424. 

(8) Ibidem, f. 223 v. L' inviato era Guglielmo de la Forest, adoperato già 
in altre missioni nella peaisola iberica (Il 30 settembre 1423 era stato mandato 
in Portogallo : ibidem, voi. LXX, f. 254). 



-~ 464 -^ 

principio medesimo di quel mese è V andata di Rinaldo degli Al- 
bizzi come ambasciatore di Firenze a Venezia colla famosa istru- 
zione d'invitar questa ad « aprir gli occhi » e « far pensieri » 
sui portamenti del Visconti « e dei suoi cercamenti in volere 
occupare le libertà d' Italia e farsi signore di tutto », ammo- 
nendo la Serenissima del pericolo a cui andrebbe incontro per 
le terre state già del padre di Filippo, se a questo arridesse la 
vittoria in quella guerra (1). 

Tutto questo viluppo politico e diplomatico non può esser 
casuale e senza rapporto di ogni parte di esso colle altre ; ma 
r aggroviglio ci appare tanto maggiore e men districabile se si 
nota che nel tempo stesso Savoia continuava a negoziar con Mi- 
lano le piccole vertenze e le grosse, e un nuovo viaggio di Pie- 
tro di Grolée presso il duca FiUppo (2) coincideva non solo con 
altre conferenze di ufficiali savoini e viscontei per le solite con- 
troversie di terriciuole vercellesi (3), ma colla disegnata venuta 

(1) Commiss. Rin. Alò., Il, 53. 

(2) Che il Grolée andasse una seconda volta a Milano nella primavera del 
1424 risulta tassativamente dai Conti Capit. Piem.f rot. X : « LJ nobili Petro 
de Grolea, in duabus vicibus, videlicet quando ivit ad ill.em dominum ducem 
Meiiolani ex parte dicti domini nostri Ducis : xxx duce, auri ». 

(3) Conti Castell. Santhià, rot. XII : « Allocantur sibi (nel conto regolato 
il 20 settembre 1424). ..quos dictus Capitaneus libravit prò expensis sui ipsius, 
quinque personarum et sex equorum suorum, factis euiido apud Bugellam ad 
dominum Capitaneum Pedemoncium, de eius maiidato, quia domiuus Luquinus 
de Bialeciis, vicarius domini ducis Mediolani sibi scripxerat quod erat paratus 
se intendere in tollendo desbata que erant super riperiam Cicide, specialiter 
Arborii et Landione, qui dominus Capitaneus F^edemoncium aliis negociis Do- 
mini erat occupatus ; ad que vacavit idem Capitaneus Sancte Agathe, tam 
eundo apud Bugellam, quam in Arborio, prò dictis differentiis tolleiidis, et post 
multas altercationes fuit arrestata alia quedam iornata ad octo dies proximos, 
[et) cum dictis quinque persouis et sex equis vacavit predictus Capitaneus Sancte 
Agathe quatuor diebus integris...: vinff. pp. — Item libravit die tercia mensis 
iunii anno prediclo, prò expensis sui ipsius Capitanai Sancte Agathe, dictarum 
quinque personarum et sex equorum suorum, factis eundo apud Arborium pre- 
dictum prò iorneando cum dicto domino Luquino ; post quam iorneationem fuit 
arrestata et capta alia iornata ad tercium diera, quam post idem dominus Lu- 
quinus contramandavit usque ad diem xxiii mensis iuUii ; et ibidem vacavit 
una die...: i fi. et dim. pp. », 



— 465 - 

di un'ambasciata borgognona alla Corte lombarda (1), proprio 
in quella che Filippo Maria dichiarava a Carlo VII (24 giugno 
1424) l'obbligo di assisterlo entro quattro mesi se fosse attac- 
cato da Sigismondo (2), evidentemente in ricambio di consimile 
reciproca promessa. 

Ma già l'opera costante di Amedeo Vili per la pacificazione 
di Francia, a vantaggio bensì del Re, ma anche, e specialmente, 
nelle sue intenzioni, del duca di Borgogna, suo proprio nipote, 
stava per, recare i suoi frutti immediati, distruggendo gli effetti 
delle recenti stipulazioni franco-viscontee, e riconducendo la po- 
litica di Carlo VII verso il re dei Romani e V Italia nella dire- 
zione più conforme alle vedute ed agl'interessi di Savoia. Già a 
Nantes, in Brettagna, il 18 maggio, si erano gettate le basi di 
un riavvicinamento tra Francia e Borgogna mediante surroga- 
zione del conte di Richemont nella direzione degli affari di Carlo 
VII, in luogo degli antichi armagnacchi compromessi nell'assas- 
sinio di Giovanni Senza Paura, neppur molto graditi a Savoia, 
che avevano sempre guardato con difHdenza per la stretta pa- 
rentela fra Amedeo Vili e il duca di Borgogna (3). Or questa 
pratica procedeva abbastanza rapidamente, non senza partecipa- 
zione del Sabaudo, specialmente nelle intricate e laboriose tratta- 
tive presso il nipote borgognone (4), finché ebbe compimento 

(1) Conti Capit. Pieni., l. e: « L.t Anthonio Firl(l)eti, de Yporrigia, quem 
misit ad illustrem dotninum ducenti Mediolani prò habendo salvumconductuni 
prò ambassiatoribus domini ducis Burgoiidie, et de quo idem dominus noster 
eidera Capitaneo scripserat ; qui vacavit a loco Ripparolii usque ad civitatem 
Saone, eundo, stando et red(d)eundo, decem diebus...». 

(2) De Beaucourt, II, 341. 

(3) Ibidem, II, 71 segg., 353 segg. 

(4) Oltre le notizie già date dal De Beaucourt, II. ce, cfr. Ardi. Camer, 
Tot., Conti Tes. gen. Sav., voli. LXIX, f. 225 r ; LXX, ff, 256 r., 257 v. - 258 
V., 274 r,, 319 r., 321 r., 322r., 344 r ; LXXI, f. 458 v. : luglio: negoziati 
in Bressa con ambasciatori del duca di Borgogna ; 2 agosto : Bertrando Mellin 
mandato allo stesso duca per ratifica tregue col re di Francia; 18 agosto-19 
settembre: dieta di Bourg fra ambasciatori Francia e Borgogna; Amedeo Vili 
rappresentato ivi dal Montmajeur e dall' Oddinet ; Amedeo Macet atteso invano 
otto giorni ; intanto (23 agosto) invio di Giacomo di Mouxii a Grenoble ai con- 
siglieri di Carlo VII ; numerosi particolari, che troveranno altrove mig-lior 
sede. 



— 466 — 

il 20 ottobre in Angers (1). Né la nuova situazione gallica po- 
teva a lungo rimanere sfornita di efficacia anche nelle cose 
politiche d'Italia. 

Qui Venezia aveva risposto nel maggio all' oratore fiorentino 
che « mai per essa non si era trascurata la libertà d'Italia » e 
che lodava Firenze « della difesa della sua libertà e dell'offen- 
dere il proprio nemico », ma avendo lega col duca di Milano 
contro il re dei Romani, non si poteva mettere contro di lui; 
anzi, se Sigismondo si unisse ai nemici del Visconti per assa- 
lirlo, doveva a questo dar aiuto: del rimanente, nel dar i passi, 
negarli, osserverebbe la più scrupolosa neutralità (2). Ma 
dalle molte festose ed oneste accoglienze all'Albizzi ben si poteva 
comprendere che la Serenissima, pur non volendo romperla col 
vicino, cominciava a prenderne qualche ombra, trattenuta spe- 
cialmente dal timore dell'Ungheria. Bisognava dunque tornare 
al punto di partenza: riavvicinare anzitutto il re dei Romani e 
la Republica di San Marco. A ciò si adoperavano evidentemente 
i vari ambasciatori savoini alla Corte imperiale ; ma la necessità 
apparve tanto maggiore dopo la rotta dell'esercito fiorentino a 
Zagonara (28 luglio 1424), che mise quasi tutta l'Italia centrale ai 
piedi del duca di Milano (3). Con amichevole ironia, significavala 
tosto il Visconti a Savoia, che rispondeva regalando generosa- 
mente il messo (4), ma affrettandosi pure a rimandare a Sigi- 
smondo il solito Rigaud, con ordine di passar stavolta al ritorno 
per Venezia ; ciò ch'egli non mancò di fare (5). Dato titolo di 
« principe di Piemonte » e di « conte del Genevese » ai due 
figli Amedeo e Lodovico con solenne cerimonia iti Thonon (6); 

(1) De Beaucourt, II, 76 seg. 

(2) Commiss. Rin. Alb., II, 62. 

(3) Perrens, Hist. de Fior., VI, 280 seg., e le fonti ivi citate. 

(4) Conti Tes gen. Sav., voi. LXX : « L.t cuidam nuncio ducis Mediolaiii, 
qui Domino apportavit nova cuiusdam victorie per suas gentes habite centra 
eius inimicos, dono sibi per Dominum facto xi augusti (mccccxxiv) : x ff. pp. ». 

(5) Ibidem, voi. LXXI, ff. 466 t;.-467 v. 

(6) Ibidem, voi. LXIX, f. 354 : « L.* Guigoni de Ravoyra, apud Thononuni, 
die xvii mensis augusti (1424), prò solvendo carpentatoribus et manuoperariis 
qui fecerunt logiain in platea Thononi in qua Do'iiinus dedit titulus dominis 



- 467 — 

ricevuto nuovo omaggio dal marchese di Saluzzo a guarentigia 
di fedeltà nelle prossime evenienze (1); in ottime relazioni col 
marchese di Monferrato suo cognato (2) —, Amedeo Vili atten- 
deva a procurarsi denaro dalle terre subalpine in frequenti ses- 
sioni dei loro deputati (3) ; e a tener a segno i vassalli riottosi 
e i vicini molesti per fidanza nella protezione lombarda, comin- 
ciava a chiamare in armi le milizie comunali del Piemonte (4). 
Tutto ciò accadeva ancora di agosto 1424. Poco stante, in 
settembre andava da capo a Venezia un' ambasciata fiorentina : 
Giovanni de' Medici e Palla Strozzi, dei più ragguardevoli citta- 
dini. Ritentavano di trarre a se quella Republica proponendole 
una lega in quattro — Venezia, Firenze, Papa e Milano —, se 

principi Pederaoncium et corniti Baugiaci, eius liberis, die xv augusti anno 
predicto : vii tìf., viu dd., ob., gg. — L.t mauu lohannis de Fontana F^eroneto 
Le Sage, dorerie, prò duabus marchis, septem denariis, argenti, implicatis in 
garnisione duorum ensium de quibus Dominus investivit dominos nostros prin- 
cipem Pedemoncium et comitem Baugiaci, eius liberos, die xv mensis augusti 
anno Domini mccccxxiv, apud Thononum : xxxii ff., vii dd. ». Cfr. pure Oibrario, 
Specchio cronol., 191, Firenze, 1869. 

(1) Conti Tes. gen. Sav.., voi. LXX: 25 agosto 1424: « Libravit lohanni Vua- 
gnardi prò spita sua qua Dominus investivit marquiouem Salutiarum, homagium 
suum faciendo dieta die : in ff. pp. ». 11 marchese Lodovico I di Saluzzo era 
ancora alla Corte di Savoia il 20 novembre seguente {ibidem^ f. 325 r.). 

(2) 11 13 giugno 1424 il tesoriere di Savoia (Conti, voi. LXIX, f. 300) «li- 
bravit Poncy de Aquiano, servitori illustre (sic) sororis dicti Domini nostri 
domine raarchionisse Montisferrati, quos dictus Dominus noster gratiose donavit 
prò iocundis novis per eum dicto Domino nostro apportatis de uno tìlio quem 
dieta domina Marchionissa noviter peperit...: x ff. pp. »; il 9 settembre, «libravit 
realiter, apud Gebennas, Rondelleto, menestrerio domini marchionis Montisfer- 
rati (die ix septembris) prò suis expensis fìendis eundo a Gebennis ad dictum 
donjinum Marchionem : mi fF. pp. » (ibidem^ voi. LXX, f. 321 r.) ; il 23 no- 
vembre, Giovanni Morel, falconiere ducale, è mandato a portar in dono due fal- 
coni al marchese di Monferrato (ibidem, f. 330 r.) ; etc. 

(3) Arch. Com. Piner., Atti Cons., voi. IV, fase. Ili, ff. 134-136 : relazioni 
dei deputati pinerolesi a sessioni degli Stati il 7, il 14, il 20 agosto ed il 4 
settembre 1424. In quest' ultima si espone essersi stabilito di mettere per iscritto 
ciò che si doveva riferire al Duca. 

(4) Arch. Com. Tor. Ordin., voi. LXII, f. 192v. : 28 agosto 1424: lettera 
del Capitano di Piemonts che indice 1" esercito generale. 



468 



si facesse col Visconti la pace che allora trattavasi a Roma ed 
un po' da per tutto, ma senza grandi speranze, o, meglio, in tre 
— Venezia, Firenze e Papa, — se Filippo si ostinasse nelle sue 
violente pretese. Anche stavolta la Serenissima non volle uscire 
dal riserbo impostosi, gradendo la prima via — anodina — e 
rigettando la seconda — risolutiva (l); — ma intanto si comin- 
ciava nei Consigli veneti a far parole contro la sfrenata ambi- 
zione del duca Filippo, si ascoltavano e si discutevano gì' inviti 
di Firenze, e le nuove offerte di mediazione pr(^so Sigismondo 
da parte di Savoia. L' idea di una grande lega antiviscontea ogni 
giorno faceva strada.... E benché nelle fonti fiorentine fin qui 
note non ne sia cenno, è a ritenere che nel settembre stesso 
qualche agente della « Signoria » fosse diretto per la via ma- 
rittima di Nizza alla Corte sabauda. La sua cattura a Borgo San 
Dalraazzo da parte dei marchesi di Ceva, aderenti del duca di 
Milano, per iscoprirne il mandato, o ritardarne 1' azione (2), diede 
luogo infatti ad una prima guerra intorno a quel luogo, quasi 
prodromo della lotta generale nell'Alta Italia. Certo, il 14 set- 
tembre suddetto era già ordinato l'esercito dei Comuni subalpini, 
e la riunione fissata a Cuneo indica dove e contro chi era di- 
retto (3) : del resto, un' altra congrega di quel giorno parla 
espressamente di truppe che dovevano andare a campo ad esso 
Borgo San Dalmazzo (4). 

Filippo Maria non rimaneva però dal canto suo inoperoso : 
espertissimo nelle arti della politica e della diplomazia, tutte le 
adoperava a' suoi fini. Oltre i negoziati multipli a Mantova, a 

(1) Commiss. Rin. Alb., II, 247-248 n. 

(2) Conti Capit. Piem., rot. X : « Iteni I.t dicto exploratori siiprascripto 
quando supervenerunt nova quod illi de Burgo Sancti Dalraacii ceperant am- 
bassiatores Florentinorum euntes ad dorainum nostrum Ducem ; qui explorator 
ivit Mediolanum ad scienduni de occurreiitibus : x ff. pp. ». 

(3) Arch. Coni. Piner., Le, ff. 138v-I39r. 

(4) Arch. Com. Tor., 1. e, ff. 204, 206. Il 22 novembre, poi, guardia alle 
porte di Torino e cernita di 100 fanti. Verso lo stesso tempo (metà novembre;, 
fortificazioni anche in vari altri luoghi del Piemonte {Arch. Com. Cavallermagg., 
Ordin,, voi. 1). 



469 



Ferrara, a Bologna, a Roma, per guadagnar tempo, farne per- 
dere a Firenze e, lusingandola col paretaio della pace, proseguir 
rapido le imprese militari, tenendo addormita Venezia, egli pen- 
sava pure alla convenienza di comporre il dissidio con Sigis- 
mondo ed evitare una rottura con Savoia. Alla Corte del re dei 
Romani, con cui era ornai già entrato in relazione anche Carlo 
VII, sia pure per altri motivi o sotto altri pretesti (1), il Vi- 
sconti mandava Corrado Del Carretto e Morello de' Calmi (2), 
mentre a Venezia dirigeva — forse un po' più tardi, nell' otto- 
bre soltanto, — Taddeo da Vimercato (3). Ambasciatori di Sigis- 
mondo troviamo alla loro volta nell' ottobre medesimo presso 
Amedeo Vili (4), e poi a Milano (5) : tra essi era Brunoro 
della Scala, pieno d' odio contro i Veneziani spogliatori della sua 
famiglia, e consigliere presso il re di Ungheria di una politica 
di riconciliazione con Milano contro Venezia (6). La presenza 
di questo personaggio in Savoia, ed una contemporanea dimo- 
strazione militare milanese verso i confini dello Stato sabaudo 
in Piemonte (7), mossero Amedeo ad inviare ancora una volta 
a Filippo il Grolée ,8), ma probabilmente senza vera intenzione 

(1) De Beaucourt, II, 345 seg. Cfr. Arch. Carner. Tot., Conti Tes. gen. 
Sav., voi. LXX : 1 gennaio 1425:« Libravit cuidam persequenti regis Francie ve- 
nienti de partibus Hungarie, dono per Dominum sibi facto: ii ff. ». Evidentemente, 
se costui fu il latore della prima lettera di cui parla il De Beaucourt, egli do- 
vette partire di Francia all'epoca accennata nel testo. 

(2) Osio, Docc. diploni., 11, 134,n. QQ. 

(3) GiuLiNi, VI, 269, e le fonti ivi citate. 

(4) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXX, f. 252 r. : 13 ottobre 1424: due coppe 
d'oro del valore di 70 scudi donate da Amedeo Vili agli ambasciatori del re 
dei Romani. 

(5) Osto, loco citato. 

(6) Cfr. Piva, Venezia, Scaligeri e Carraresi, Rovigo, 1899. 

(7) Arch. Cam. Ivrea, Ordin., voi. XIII, f. 91 r : 17 ottobre 1424: ricevuta 
nuova dal Capitano di Santhià, per mezzo del camparo di Bolengo, dell' avvi- 
cinarsi di genti d'arme. 

(8) Arch. Camer. Ter., Conti Tes. gen. Sav., voi. LXX, f. 324 r; « L.* 
Petro de Grolea, scutiflfero Domini, misso per Dominum ad ducem Mediolani 
prò cei'tis negociis Domini ibidem peragendis die xxv octobris : lx scutos 
auri regis ». 



~ 470 — 

d' intendersi con lui (salve eccezionali concessioni che non erano 
sperabili prima di una guerra vittoriosa e di grossi guai pel 
Visconti), nonostante V incalzar da Milano d' istanze dello Scali- 
gero, ornai interamente guadagnato (ed era cosa facile) alla causa 
lombarda (1). In questo momento la fuga del conte Carmagnola 
veniva a destare una nuova vampa nel fuoco covante dell' ac- 
corta, e diciamo pur subdola, politica savoina. 



§ 3. La fuga del Carmagnola e la guerra di Borgo San Dalmazzo 
(novembre 1424 — ottobre 1425). 

Le ragioni del disgusto e della rottura fra il Carmagnola ed 
il Visconti sono state molto volte ricercate, discusse, trovate, in 
qualche incidente isolato od in un complesso di fatti, e la disa- 
mina più recente e più autorevole sembra conchiudere che il 
condottiero, richiamato dal governo di Genova dal duca di Mi- 
lano per metterlo a capo di una spedizione nell' Italia meridio- 
nale contro Alfonso di Aragona, vedendo d' un tratto abbando- 
nato questo disegno, chiedesse ed ottenesse la sua licenza, non 
senza qualche contrasto particolare che ne sarebbe stata, non la 
causa, ma 1' occasione (2). Senza addentrarci in una questione 
per cui mancano nuovi elementi, certo è che il 5 ottobre 1424 
egli lasciava Genova, dove ancora il 14 gli si decretavano ono- 
ranze ufficiali ; onde per anco non era colà verun dubbio eh' e- 
gli fosse caduto in disgrazia del suo signore (B). Il licenziamento 
del Bussone dovette aver luogo dopo quel tempo : nondimeno 
la sua fuga, che va forse connessa col pensiero di trovar « con- 
dotta » e fortuna presso Amedeo Vili in vista delle nuove mi- 
naccio viscontee di quel momento (4), dev' essere ad ogni buon 

(1) Ibidem, f. 32iv.: « L.t cuidam nuncio domini Burnonis (^/c) de Scala, 
dono sibi per Dominum facto xiii novembris, Morgie: xxiii dd. gg. ». 

(2) Battistella, Il conte Carìnagnola, 72 segg. 

(3) Ibidem, 68 segg. 

(4) Cfi". sopra, p. 468, testo e nn. 2 e 4. 



— 471 — 

conto anticipata di qualche giorno. Infatti il 20 novembre egli 
non solo era già nel Canavese, ma aveva avuto tempo di far reca- 
pitare un avviso ad Aimone di Chàteauvieil, Capitano del Pie- 
monte inferiore, per chiedergli un salvacondotto ed un colloquio 
in cui fargli gravi rivelazioni politiche, ed il Chàteanvieil, pre- 
avvisato con un corriere, aveva delegato alla bisogna il Capita- 
no di Santhià, Aimonetto di Brosso, con ordine di non lasciare 
il Carmagnola finché rimanesse nei domini di Savoia (1). 

Il condottiero si era propriamente portato a Yolpiano, terra 
in diritto dell' abate di Fruttuaria, ma in realtà del marchese di 
Monferrato : fu là che lo raggiunse il Di Brosso, restando poi 
con lui dieci giorni, ora in Volpiano stessa, ed ora in Leyni, 
feudo dei Provana. Ma vedendo che troppo s' indugiava, mentre 
egli non poteva rimanere tanto tempo assente dal suo Capita- 
nato, il Di Brosso tornò al Chàteauvieil, pregandolo di dar la 
commissione a Giovanni di Agliè ed a Basso Provana ; ciò che 
fu fatto. Prima però di lasciarsi, il 29 novembre, il Bussone, 
stando in Leyni, aveva invitato il Di Brosso a ritornare presso 
di lui fra cinque o sei giorni, in Carmagnola, dove faceva conto 
di recarsi, con promessa di dirgli allora cose segrete di alto 
momento. Il Chàteauvieil, forse per trattenerlo, gli spacciò un 
altro messo a Chivasso, e poi due, un dopo V altro, a Carma- 
gnola (2), dove infatti il 4 dicembre si recava anche il Capita- 
no di Santhià (3). Per consiglio del profugo vediamo allora uno 

(1) VeHi i docc. riferiti nelle note seguenti. 

(2) Forse per esser più vicino a Carmagnola, il Chàteauvieil erasi intanto 
recato ad Avigliana. Cfr. al riguardo la n. seguente. 

(3) Arch. Camer. l'or., Conti Castell. Santhià, vot. XIll : « Primo libravit die 
vìcesima mensis novembris anno Domini m°cccc''xxiiii*'' prò expensis suis et eius 
famuli prò eundo Vulpianum parte dicti domini Capitanei Pedemoncium in- 
ferius ad comitem Carmagnole, tum causa portandi eidem unum salvumcon- 
ductum, quam ipsum associandi dum staret super territorio Domini nostri in 
dicto Capitaneatu, et sibi dicendo certa verba parte dicti domini Capitanei ; 
et vacavit, tam in Vulpiano, quam in Leynico, causa predicta, per decem dies, 
cum sex equis et totidem personis ; et videns quod nimis stabat, et quod non 
poterat tantum tempus officium suum assentare, retrocessit ad dominum Capi- 
taneum Pede:nontium ad hoc quod daret comraissionem lohannide AlladioetBossio 



- 472 - 

sguinzaglio di spie sul territorio milanese — a Novara, Pavia, Mi- 
lano e in altri punti, — per indagare se si macchinasse qualche 
trama a danno dello Stato sabaudo (l). Qui, disgraziatamente, le 
notizie finora trovate vengono a mancare, e altro non risulta 
documentato della politica di Savoia sul finire del 1424 fuorché 
la conferenza di Macon col duca di Borgogna e col conte di 
Richemont, terminata il 5 dicembre (2), e qualche insignificante 
scorreria di partite inglesi sui confini verso Borgogna stessa, 
con richiami e negoziati relativi fra Amedeo Vili e suo nipote (3). 
Ma è caratteristico che proprio il 31 dicembre 1424, dopo il 
ritorno del Richemont presso Carlo VII, era destinata a Sigi- 
smondo queir ambasciata francese di Alain Chartier, Artaldo di 
Grandval e Guglielmo Saignet sulla quale avremo fra poco a 

Provane, prout fecit... : xx fif. pp. — Itetn l.t die quarta .-uensis decerabris anno 
predicto, prò expensis suis prò eundo Carmanolam, ad comitem predictum, 
quia sibi dixerat in Laynico ut infra quinque vel sex dies iret ad ipsum, et sibi 
diceret aliqna secreta tangentia statum prefati domini nostri ducis; et vacavit 
in eundo, stando et red(d)eundo per quinque dies, cura sex equis et totidem 
personis, qualibot die duos florenos : x fF. ». Queste notizie vanno integrate con 
Conti Capii. Pieni., rot. X: « Item l.t predicto Anthonio FriUeto, quem niisit 
ad comitem Carraagniole quando venit et se reduxit super territorio predicti 
Domini nostri, qui vaoavit eundo, stando et red(d)eundo duabus vieibus, vide- 
licet ab Yporrigia Viburunum {sic) et ad locum Carmagnolie, octo diebus : iii 
fF. pp. — Item l.t lohanni de Ferreriis, de Bugella, quem misit duabus vieibus 
ad dictum comitem Carmagnolie, videlicet prima ab Yporrigia Clavazium, et 
alia ab Avilliana Carmagnolie, prò senciendo de sua intencioup, quia raanda- 
verat dicto Capitaneo quod sibi signifficare volebat quedam utilia Domino no- 
stro, et quod ad eum mitteret aliquem de sua famiKDia ad hoc expertum ; ubi 
vacavit eundo, stando et red(d)eundo, et dictum Comitem associando, novem 
diebus, cura tribus equis : xiii ff., vi gg. pp. ». 

(1) Conti Capii. Piem.^ l. e: Itera libra vit tribus exploratoribus, quos, motu 
dicti Carmagnolie quando venit super territorio Domini nostri, misit ad partes 
mediolauenses, ad sciendum si tractaretur de aliqua machinatione, videlicet ad 
loca Novarie, Papié, Mediolani et alibi ; qui vacaverunt eundo, stando et re(d)- 
deundo, unus novem diebus, alter septem, et alius quinque diebus: x fif., vi gg, 

PP »• 

(2) Su di ciò V. per ora De Beaucourt, li, 359 seg. e le fonti ivi citate. 

(3) Arch. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav., voi. LXX, ff. 323 v. 324 v. 



fermar 1* attenzione (1). E questo pure è certo, che nessun col- 
loquio ebbe luogo ad Ivrea nel gennaio 14'25 fra il Carmagnola 
e il duca di Savoia (2), che rimase tutto quel mese al di là dei 
monti, occupatissimo di nuovo nelle pratiche per la pace di 
Francia (3) ; sebbene dal convegno e dai capitoli di Montluel, 
ossia dalle accoglienze fatte e dal servizio prestato al nuovo diri- 
gente la politica francese — il conte di Richemont — dovessero 
scaturire effetti importanti anche per la politica savoina in Italia. 
Mentre la fortuna continuava a dispensare al Visconti i suoi 
sorrisi — gli ultimi, o quasi, pur troppo per lui — colla scon- 

(1) De Beaucourt, II, 346. 

(2) llimane cosi, di fronte a documenti ineccepibili, sfatato tutto il tessuto 
di favole dei vecchi cronisti e degli storici posteriori fino al momento presente 
circa la dimora del Carmagnola in Piemonte. Gli unici particolari attendibili, 
oltre quelli esposti nel testo e relativi documenti, sono forse la dimora nel 
castello della sua patria, qualche chiacchiera (più che proposta seria) col mar- 
chese di Saluzzo, troppo povero signore per assoldare il coudottiere (d'altronde 
procedente in pieno accordo eoa Savoia, contro cui si vuole offrisse di servire 
il Marchese), e la protezione a frate Urbano di Montaldo ed al convento degli 
Agostiniani, di cui parla G. Bucci, Memoriale, I, 10, e II, 2, in Battistella, 
Op. cit., 507, confrontando anche Menocchio, Mem. stor. di Carmagn., 74, To- 
rino, 1890, che però non fa alcuna menzione del condottiero. 

(3) Oltre le molte notizie già date dal De Beaucourt, 11, 83 segg., 360 
seg., vedi Ardi. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav.; voli. LXX, ff. 328-330 v. ; 
LXXI, f. 645 V., 16 gennaio 1415: Giovanni di Compey, scudiero di Aniedeo 
Vili, inviato con lettere di credenza a Lione, al conte di Richemont ; 21 stesso 
mese: Giovanni di Genost e Luigi Francois, da Bourg a Lionp, agli ambascia- 
tori del re di Francia; stesso mese: Amedeo Macet va con lettere di credenza al 
duca di Borgogna; 29 stesso mese: trombetto di questo presso il duca di Savoia, 
a Bagé; 31 : Ytalien, messo, a Giovante Louvet, presidente di Francia, h Bourges, 
con lettere ducali, e Giovanni di Genost e Luigi Francois di nuovo a Lione, 
agli ambasciatori di Carlo VII (seppure non si tratta della notizia precedente 
ripetuta con data posticipata) per condurli a Bagé E. forse a quel momento 
si riferiscono pure pagamenti più tardi, del maggio 1425 medesimo, per gite 
a Lione, a prendere ambasciatori francesi, fatte da Giovanni de Saxe e da F'ietro 
de Grolée {ibidem, voi. LXX, f. 332), come certo riguardano quei fatti i viaggi 
del commissario Antonio Beczon dal 15 gennaio al 4 febbraio {ibidem, f. 346 r.) 
A Lione andò pure da Montluel, dopo la partenza dei rappresentanti di Carlo 
VII, Pietro de Creux, ma per cose relative al Valentinese {ibidem,, f. 329 v). 



- 4l4 -- 

fìtta delle genti fiorentine in Val Lamone (1), il Carmagnola, - 
lasciati i suoi bagagli a Saluzzo (2), passava anch' egli al di là 
delle Alpij alla Corte di Amedeo Vili, da cui ricevette una spe- 
ciale missione a Venezia (3). Era sempre la stessa politica che 
il Sabaudo proseguiva con tenacia montanara: pacificar la Serenis- 
sima col re d' Ungheria, mettendo V uno e l' altra contro Mi- 
lano, già in guerra con Firenze, la quale sarebbe quindi entrata 
naturalmente nella lega an ti viscontea, acconciandosi a sostenerne 
in buona parte le spese, tostochè apparissero aff'atto vane le 
trattative di accordi con Filippo Maria allora in corso a Bolo- 
gna (4). Il Bussone doveva ofi'rire la mediazione di Savoia fra 
Sigismondo e la Republica, tuttora in armi nella Dalmazia e 
nel Friuli (5), semprechè ad essa tornasse gradita, e proporre 
anzi a dirittura un' intelligenza fra Amedeo Vili e Venezia (6). 
Quivi si portò egli infatti attraverso la Svizzera ed il Tirolo, ridi- 
scendendo in Italia per la via di Trento, Feltro e Treviso, e il 
23 febbraio entrava nella città di San Marco con una ventina 
di famigliari e circa 80 uomini d' arme, che gli avevano servito 
di scorta nel viaggio (7). Contemporaneamente Amedeo, sem- 
pre in relazioni dirette col re dei Romani (8), gì' inviava Gio- 
vanni dei conti di Valperga, accompagnato dall' esperto cavallaro 

(ì) Perrens, Hist. de Fior., VI, 289. Cr. Muratori, Giulini, etc. 

(2) Arch. Camer. Tor., Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXI, f. 465. Il doc. sarà 
dato integralmente più avanti. 

(3) Docc. in Battistella, Op. cil., 105 e 478. Vedi pure Raulich, La prima 
guerra fra i Yenez. e F. M. Visconti, in Riv. stor. it., V, 460, n. 3. 

(4) Commiss. Rin. Alb., 11, 414. Cfr, Raulich, Op. cit., 448. 

(5) Però dal 1420 la guerra effettivamente languiva (Gir. CoGO, La sotto- 
missione del Friuli al dominio della republica veneta, Udine, 1896). 

(6) Doc. in Battistella, 478, doc. 12. 

(7) Ibidem, 93. 

(8) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXl, f. 645 i?. : 23 gennaio 1425: messo 
con lettera del re dei Romani alla Corte di Savoia. Cfr. ibidem, f. 349 r.: s. 
d.: « Item à Angellin Alaniant, le quel venoit par devers l'Empereur et non 
(sic) avoit plus d'argent pour ak-r de Genève à Montluel, vers mon dit Sei- 
gneur: ii tf . » . L'accenno a Montluel coUoca il documento verso quest'epoca. 



- 475 — 

Corrado di Nuremberg (1); e si avviavano pure in Germania 
ed in Boemia, alla volta di Sigismondo, gii ambasciatori fran- 
cesi Grandval, Chartier e Saignet, con istruzioni palesi relative 
esclusivamente all'estinzione dello Scisma — che in verità ormai 
si spegneva d' inedia col sedicente Clemente Vili nei castelli 
della Navarra e dell' Aragona (2), — ma anche per il vica- 
riato imperiale del Delfinato (3), e - a quanto pare - non 
senza segrete istruzioni del Richemont di procedere d' intesa 
cogli ambasciatori savoini in un' altra pratica per cui avevano 
plenipotenza : la solita azione compositrice, in nome di Carlo VII, 
fra Venezia ed il re d' Ungheria (4). A Venezia, finalmente, si 
dirigeva il 7 marzo, attraverso la Germania, un altro inviato 
sabaudo — Giovanni Màrechal — a fine di sollecitare le pratiche 
iniziate dal Carmagnola (5), il quale, accettata una modica con- 
fi) Ibidem, voU. LXX, f. 263; LXXI, flf. 455 e 484 r. Il Valperga, chia- 
mato presso di sé dal Duca, aveva lasciato il suo castello il 10 gennaio 1425: 
il 9 febbraio doveva già partire per la Germania, ma non si pose in viaggio 
che il 13, col Nuremberg, restando entrambi assenti fino al 1 novembre. Per 
le spese gli furono poi conteggiati 224 scudi d' oro e 2 fiorini pp. Corrado 
saldato a parte. 

(2) Valois, La France et le grand Schisme d' Occidente VI, 352 segg., Pa- 
rigi, 1901. 

(3) He Beaucourt, U, 349. Che le istruzioni ufficiali, però, riguardassero 
solo lo Scisma, sembra risultare dai tre discorsi pronunziati dal Chartier di- 
nanzi a Sigismondo, in Delaunay, Elude sur Alain Chartier, 218 segg., Pa- 
rigi, 1876, che non parlano di altro. Ma il Chartier era solo V « oratore » uma- 
nista dell' ambasciata, di cui il vero capo diplomatico era il Grandval. 

(4) F^ERRET, L' ambassade de V abbé de Saint- Antoine de Vienne et d" Alain 
Chartier à Veiiise, in Revue historique, XLV, 306. Cfr. pure l'opera maggiore 
(e posteriore) dello stesso autore, Hist. des relations de la France avec Venise, 
l, 132 segg., Parigi, 1896. 

(5) Conti Tes. yen. Sav., voi. LXX, f. 262 : « Cy aprés s' ensuyve(n)t la 
dispense faite par lehan Maréchal, escuier, à trois personnes aveq lui, et 
quatre chevaulx, tramis par Monseigneur à Venise tant en alant, comant en 
soy retornant, comant il s'ensuyt. Premièrement partist de dit lean Maréchal 
de Morge le vii jour de mars [1425] enclus, pour aler à Venise...». Ch'egli 
sia il « quidam nuntius » del duca di Savoia venuto a Venezia, al Carmagnola, 
« prò habendo responsionem nostram in predictis » del documento 14 aprile 1425, 
in Battjstella, 478, è assodato dallo stesso « conto », in cui si legge : « Item 
livré à deux trompétes de conte Carmagnole: i escu d'or ». 



^ 476 -- 

dotta della Republica, insisteva vivamente per una risposta alle 
aperture fatte in nome di Savoia. Il 14 aprile 1425 una grossa 
maggioranza vinceva in Consiglio una deliberazione nel senso che 
si ringraziasse il duca Amedeo, considerando le sue offerte come 
dimostrazione di antica e sincera amicizia, e promettendo di 
prendere in seria considerazione le proposte concrete che venis- 
sero fatte da un suo apposito ambasciatore ufficiale (1). Il Ma- 
rèchal, non essendo accreditato in tal qualità presso la Serenis- 
sima, mandato un messo a Firenze — ciò che prova il perdu- 
rare di relazioni intime e di vedute politiche comuni fra i due 
Stati, — ritornò in maggio per la Germania (2), in quella ap- 
punto che giungevano alla loro volta a Venezia per lo stesso 
oggetto i rappresentanti del re di Francia (3) , e quando 
già da Firenze erano andati a Sigismondo altri oratori, non sol- 
tanto più colla vecchia proposta di mediazione presso Venezia, 
ma si anche per sollecitare la sua discesa in Italia contro il 
« tiranno » lombardo, coli' assistenza — è detto espressamente 
neir « informazione » — del duca di Savoia e degli Svizzeri (4). 

(\) Doc. cit. in Battistella, l. e. Deliberazione analoga era già stata presa 
il 28 marzo, e fu presa di nuovo il 26 aprile (ibidem, 105). 

(2) Conti Tes. yen. Sav., l. e: « Item livré à Venise à un raessagier tramis 
à Florence: x escus d'or ». Era di ritorno in Savoia il 19 maggio. Così nel- 
l'andata come nel ritorno passò per Costanza, e nel ritorno è pure segnato 
un pagamento « pour passer le mont Aldelberch (6^/c)...pour rompre les ava- 
lanches ». Vedi anche infra, n. 

(3) Cioè il Grandval ed il Chartier, perchè del Saignet non è più fatta 
ujenzione nel corso di questa missione (Perret, II. ce). 

(4) Il Lupi, 115, n. 50, pone V « informazione», verso la metà di maggio 
1425; ma il 12 di quel mese Sigismondo scriveva già al Visconti: « Preterea 
venerunt ad Nos etiam nuncii Florentinorum tractantes nobiscum qualiter inter 
Nos et Venetos treugas et pacem valeant instaurare »; e che non si tratti 
dell'antica ambasciita del 1422, oltreché in questa l'offerta non era mossa 
dai I^'ioreiitini e che siamo omai troppo lontani di tempo, è chiaro dal seguito 
della lettera imperiale: « Quibus respondimus, sicut videbis ex cedula presen- 
tibus interclusa; sic quod sine scientia tua ad nullam conclusionem cum eis 
voluimus accedere, et si tregue pacis essent fìrmande, te et tuos huiusmodi 
treugis vellemus habere inclusos » (Osio, Docc. dipi.. Il, 135, n. 66). Ed infatti 
il Canestrini, Relaz. Firenze-Ungh., 22b seg. àssegns^ slÌV ottobre 1424 lo stesso 



— 477 — 

tn Piemonte T agitazione era grande. Naturalmente, il Governo 
sabaudo non trascurava le relazioni con Francia e Borgogna (1), 
donde traeva indirettamente vantaggio, come dimostra l'amba- 
sciata del Grandval e del Chartier a Venezia, per la politica ita- 
liana; ma nella primavera del 1425 cominciava a rivolger l'at- 
tenzione principale alla cose subalpine, in rapporto specialmente 
colla probabilità di una prossima guerra contro il Visconti. L'il 
aprile era indetta dal Capitano di Piemonte una congrega degli 
Stati (2), probabilmente per domandar loro fortificazioni, soldati 
e denari per la guerra. E fortificazioni e soldati erano richiesti 
direttamente ai Comuni (3), mentre pareva omai tempo di finirla 
colla rivoltosa protervia di Borgo San Dalmazzo, di cui i signori, 

doc. (non datato) che il Lupi pone nel maggio 1425. Certo, nell'aprile 1425 era 
sfato g à presso Sigismondo, per Firenz'*, Nanni Strozzi, mettendosi colà in 
relazione col Grandval {Comm. Ein. Alb., II, 325), forse per mezzo dell'amba- 
sciatore savoino Giovanni di Valperga, colle consuete proposte di pace fra 
Venezia ed il re dei Romani di cui si parla nella lettera di quest' ultimo al 
Visconti. Non è però da escludere che nel maggio si ripensasse in Firenze a 
sollecitare la discesa di Sigismondo, forse in seguito al messaggio ricevuto dal 
Marèchal; a proposito del quale è notevole che proprio il 21 maggio la « Si- 
gnoria » fiorentina S'^riveva ad Amedeo Vili pregandolo di saldare il debito 
verso Bonaccorso Pitti, di cui era presso di lui procuratore Amerigo Benzi 
(I^UPi, 115 se?., n. 51). Cfr. anche Kagelmacher, Ph. Maria Visconti und Konig 
Sigismund (d413-i43i), Greìsv/Siìd, 1885, sebbene nulla aggiunga ai documenti 
recati dal Canestrini, dalFOsio, dal Lupi. Ma il libro è tedesco, e per ciò fa 
testo. 

(1) Conti Tes. gen. Sav,, voli. LXX, ff. 259 t?., 261 r., 262 r.; LXXI, flf. 
462 V. -463 V. 470 V.: principio febbraio 1425: Lamberto Oddinet e Gaspare di 
Montmajeur, vanno anabasciatori a Carlo VÌI; 1 marzo : Claudio di Saxe inviato 
al duca di Borgogna; 18 aprile : Amedeo Macet, al medesimo duca ; maggio : il 
Di Saxe, agli ambasciatori del re di Francia, a Lione (cfr. però sopra, p. 473 
n. 3) 21 maggio 10 agosto: Nicodo Festi, ambasciatore in Francia ; 3 giugno : 
« dieta Domini Ruppis »; etc. 

(2) Arch. Com. Tor.., Ordin., voi. LXIU, f. 24 v. Questa congrega non è 
segnata in M. h. p., Coniit.^ I, 145 seg., che accennano solo ad altra del 4 
maggio successivo. 

(3) Arch. Com. Ivrea, Ordin.^ voi. XIV, fF. 11 v., 15 v.: 12 aprile ; 18 mag- 
gio (1425). Cfr. Arch. Com, Cavallermagg., Ordin., voi. I, 21, 23, 26 maggio 
1425. 



— 478 — 

dei marchesi di Ceva, avevano fatto ricettacolo per Milano con- 
tro Savoia. Mancano pur troppo notizie particolareggiate, ma 
un'espressione documentaria, per quanto isolata, lascia intrave- 
dere che gli ufficiali savoini, prima di intraprendere le nuove 
operazioni contro Borgo San Dalmazzo e Roccadebaldi — ch'era 
degli stessi signori — ebbero conferenze coi rappresentanti vi- 
scontei, ad oggetto — è credibile — di assicurarsi almeno la neutra- 
lità ufficiale di Milano, con mostrar loro che l'impresa non era 
diretta contro lo Stato lombardo, ma si trattava di una semplice 
misura di polizia, indispensabile per il prestigio del Governo e 
per la sicurezza e tranquillità del territorio cisalpino di Savoia. 
Alla loro volta, gli ufficiali milanesi dovettero dare le più ampie 
e soddisfacenti risposte al riguardo : giuoco reciproco d'inganno, 
e perché tale, appunto, senza risultamento efficace per ninna 
delle parti, com' era facile prevedere. 

In principio di maggio ~ questo è certo — il Capitano del 
Piemonte superiore — sempre Giovanni di Montluel — chiamava 
in armi l'esercito generale dei Comuni per il 18, con viveri per 
15 giorni (1). La concentrazione dei contingenti era fissata a 
Cuneo, luogo da molti anni in conflitto giurisdizionale coi mar- 
chesi di «iCeva per il Borgo, che i Ouneesi rivendicavano come 
del loro « distretto » (2). Ma le truppe non si erano ancora 

(1) Arch. Com. Piner., Atti consol., voi. V, fase. l,f. 34 v.: Lettera del 6 mag- 
gio 1425, ricevuta il 10, che indice l'esercito corae sopra « contra castrum 
Burgi Sancti Dalmacii et Rochedebaudi ». Cfr., per il contingente della contea 
di Nizza, Cais di Pierlas, La ville de Nice pendant le premier siede de la 
domination des princes de Savoie, 152 seg., Torino, 1898, da docum. deìVArch. 
Cam. Tor., Conti Ricev. gen., voi. V, f. 48. 1/ illustre scrittore, troppo imma- 
turamente rapito agli studi, ritiene però che qaesta spedizione, ordinata il 9 
maggio, pronta il 23, già finita il 21 giugno, sia la stessa di cui parla il GioF- 
FREDO, St. delle Alpi mariti., in M, h p., SS., II, 1040, come del luglio 1425. 

(2) Vedi la mia Storia di Cuneo dalle origini ai giorni nostri, 94 segg., 
Cuneo, 1898. Cfr. anche Arch. Cam. Tor., Conti Cancell. Sav., voi. XXXV : 
« Recepit a Comunitate Cunei prò sigillo littore commissionis facto a domino 
Johanne de Confleno super debatis et querelis existentibus inter ipsam Comu- 
nitatem et marchiones Ceve, date Burgeti, die et anno supradictis {10 ottobre 
i404) : vili dd. gg. ». 



— 479 — 

messe in moto, che gravi notizie suscitavano un immenso pei^- 
turbamento in tutto il Piemonte sabaudo (1). Era l'arrivo in 
Asti di numerose schiere viscontee, le quali andavano di giorno 
in giorno crescendo, che provocava, coi più vivi timori dei reg- 
gitori savoini di qua dei monti, una rapida ed energica azione 
dei medesimi, con provvedimenti difensivi dovunque sembrassero 
necessari (2). Comandava le genti milanesi, spintesi già sino a 
Bene un famoso condottiero. Angelo della Pergola, e perciò il 
Capitano del Piemonte inferiore Aimone di Chàteauvieil, mandò 
in gran fretta a chiamare ed a trattare con lui Luigi Costa, che già 
si era diretto verso Borgo San Dalmazzo, forse per esaminare il 
sito dove stabilire il campo per dar principio all'assedio (3). 



(1) Perciò forse, giuntane 1' eco in Savoia, V invio in Piemonte ed a Nizza, 
appunto in maggio 1425, del milite Antonio di Chiel (Conti Tes. gen. Sav., 
Voi. LXXl, f. 478 r.). 

(2) Arch, Com. Piner.^ l. e, fF. 35 v., 37 r.: 12 maggio 14?5: riparazioni e 
fortificazioni alle porte ed ai ponti « propter nova presencialitei* occurrencia ; 
custodia notturna; 14 maggio: lettere del Capitano a tutti i castellani ed uf- 
ficiali publici : « Scivimus quud post co[w]loquium habitura per aliquos ex con- 
siliariis nostris cum gentibus armorum domini ducis Mediolani, [diete gentes] 
tam equitum quim peditum ap[p]licuerunt et sunt tam in Ast, quam in aliis 
locis ipsius ter[r]atorii, comminantes se offensuros ter[r]itoriutn et subditos 
prelibati domini nostri Ducis ; de quo nos eciam diibitamus, at[«]ento ma- 
xime qnod gentes ipse continuo plus roultiplicantur ». Ordina perciò fortifi- 
ficazioni, barriere, buone guardie di giorno e di notte ; non si riceva alcun 
forestiero che non si sappia chi sia e donde venga ; si ritirino vettovaglie, 
bestiame e robe nei luoghi forti. Cfr. Arch. Com. Tor.^ Ordiìi.^ voi. LXIII : 
12 maggio 1425: congrega dell'esercito; 13 lettera del Capitano per guardia 
città per paura dei Milanesi; 14 : altra sul radunar l'esercito; 16: altra, che 
i Torinesi si tengano pronti a marciare. Vedi pure Arch. Com. Ivrea e Arch. 
Com. Cavallermagg., II. ce. a p. 477, n. 3. 

(3) Conti Capii. Piem., rot. X : < Item lib.t Henrico, famulo, quem misit 
ad Ludovicum Coste, ad locum predictum [Burgi Santi Dalmacii], quando 
scivit nova qnod Angelus de Pergu'a veniebat prò succurrendo, ut fcrebatur, 
dictos de Burgo; qui famulus vacavit eundo, stando et red(d)eundo, ab Ypor- 
rigia ad dictum Burgum, decem diebus : in ff., mi dd. gg. pp. ». 11 documento 
è senza data, ma il conto termina col 1 luglio 1425, ed il Pergola, come ve- 
dremo or ora, in principio di giugno era già diretto in Romagna. Cfr. Chron, 
Cuneiy in Misceli, st. ital., X, 274. 



— 480 — 

Ma si trattava di un folso allarme, o, piuttosto, di una dimo- 
strazione militare per intimidire gli ufficiali di Amedeo Vili e 
rattenerli dall' impresa contro Borgo San Dalmazzo, mentre ve- 
niva dato invece coraggio al valoroso difensore del castello, il 
marchese Oddone di Ceva (1), senza prorompere però a vera e 
propria guerra. Filippo Maria, sempre ben informato da molte 
spie, non poteva ignorare ciò che si praticava in Ungheria ed a 
Venezia dagli ambasciatori fiorentini e francesi ; e nonostante il 
contegno sempre corretto e prudente della Republica in quest'- 
affare, la sua prima proposta di mediazione tra lui e Firenze per 
mezzo di Paolo Correr (2) doveva impressionarlo vivamente. 
Se per allora la Serenissima, pur assentendo genericamente alle 
proposte degl' inviati di Carlo VII, metteva la condizione espressa 
che il duca di Milano fosse in ogni caso partecipe degli accordi 
con Sigismondo (3), e questi ornai si andava riavvicinando al 
Visconti per influenza dei Carraresi e degli Scaligeri, profughi 
presso di lui (4), gli era ovvio però l'accorgersi che l'orizzonte 
cominciava ad abbuiarsi a suo danno, e che sarebbe stato un'i- 
nutile imprudenza procedere in quel momento ad ostilità contro 
Savoia, a cui il re dei Romani e Brunoro della Scala erano 
tanto legati da simpatia e da interessi. Cosi la missione del 
Costa presso il Pergola consegui facile riuscita, e il condottiero, 
dopo un colloquio con lui, si ritrasse addietro senz' altre 
offese (5). 

Dissipati adunque i sospetti e i timori della concentrazione 
di genti milanesi nell'Astigiana, e della loro avanzata fino a Bene, 
gli ufficiali savoini di qua del l'Alpi ripresero la spedizione con- 
tro il Borgo, risoluti di espugnare per forza d'armi quel covo di 
banditi e di ribelli (6). Le milizie comunali uscirono in campo, 

(1) Storta di Cuneo, 94, 96. 

(2) Comm. Rin. Alb., II, 325. 

(3) Perret, Ilist. des relations, I, 133. 

(4) Osio, Docc. Diplom., II, 134 scg., n. 66. 

(5) Chron. Cunei, l. e. 

(6) Arch. Com. Piner., l. e, f. 41 r. : Lettera del Capitano Giovanni di 
Montine], da Pinerolo, al Comune stesso in data 31 maggio 1425: « Ex co[m]- 
missione per ill.em dominum nostrum Sabandie ducem nobis expresse facta, si- 
cuti iam pridem vobis scripsimus, execucionem sentenciarum dudum latarum 



- 481 ^ 

secondo gli ordini, verso la metà di giugno (1), e le operazioni 
continuarono nei mesi seguenti con sempre maggiore energia. 
La villa del Borgo e le altre di Roccavione, Robilante, Andonno, 
Roaschia, con tutte intere le valli del Gesso e del Vermenagna 
(di Roccadebaldi non è più parola^ erano già state rapidamente 
occupate dai Savoini sotto il comando di Manfredo dei marchesi 
di Saluzzo, di Lodovico bastardo di Acaia e di Luigi Costa di 
Carrù (2). Ma il castello resisteva sempre, per l' indomita valentia 
del marchese Oddone di Ceva, per V abnegazione dei difensori 
e degli amici esterni (3), sovratutto per la speranza di un pros- 

ad caiisam Burgi Sancti Dalmacii et ipsius castri adiraplere, nonuuUosque pre- 
dones intra dictura castrum existentes illudque occupantes, ac memorati Do- 
mini nostri subdictos et rebelles, multifarias roberias, iniurias, gravamina, 
violencias et oppressiones super ter()*)itorio eiiisdem Domini nostri tiirpiter 
comictentes, de eorum forefntibus, inobedienciis et rebellionibus punire et iu- 
sticiam ministrare, ipsosque et dictum castrum ad obedienciam et subiectio- 
nem eiusdem Domini nostri potencia, ut convenit, reducere et subicere, ac 
obsidionem et exercitum contra dictum eastrum propter ea necessario firmare 
disposuimus »; perciò indice l'esercito generale per il 18, con vettovaglie per 
15 giorni. Cfr. Arch. Com. Tor., Ordin., voi. LXIII, f. 43. 

(1) Oltre il doc. riferito nella n. precedente, vedi Arch. Com. Tor., l. e, 
ff. 44, 47 : 4 e 9 giugno, nonché Arch. Camer. Tor.^ Conti CastelL Biella^ rot. 
XXXV: « L.t Philippe de Guaschis, commissario Domini, ...ad causam exercitus 
Rurgi Sancti Dalmacii, ut per literara eiusdem commissarii de testimonio... 
et recepta data die xxv iunii anno Domini Mccccxxquinto..,: e ff. pp. ». Sca- 
lenghe, per non aver mandato 1' esercito, dovette poi comporre in 18 flf, pp. 
{Conti Cap. Piem., rot. XllI). 

(2) St. di Cuneo, 96 seg., ma correggendone e integrandone qualche par- 
ticolare secondo i documenti qui riferiti. Tra i personaggi notevoli che presero 
parte all'assedio di Borgo San Dalmazzo è pure da ricordare F^ietro Reggiamo 
{Conti Tes gen. Sav., voi. LXXIX, f. 427). Inoltre, si capisce, il Capitano del 
Piemonte Superiore, Giovanni di Montluel. 

(3) St. di CttneOy 98. Cfr. Conti Capit. Pieni., voi. XVII : « Recepit a Con- 
stancio (et) Gollorotondo {sic) de Burgo Sancti Dalmacii, ex remissione banni- 
menti contra ipsos dati eo quia in castro Burgi Sancti Dalmacii, cum Domi- 
nus teneret ipsum castrum obsessum, fuerunt intrusi, pugnantes contra gentes 
et obsidium Domini, licet per prius fecisset fidelitatcm Domino, de quibus 
habent literas a Domino..., datas die xxii februarii anno Domini mccccxxx... : 
Lx tf. — R.t a Jacobino Falchi, bannito a territorio Domini eo quia stetit in ca- 



- 482 — 

Simo aiuto militare e diplomatico del Visconti. Né questa speranza, 
anche dopo gli ultimi eventi, appariva invero del tutto fallace. 

Nel campo sabaudo, sotto le mura della forte rocca, si ad- 
densavano contingenti di tutti i Comuni piemontesi, piccoli e 
grandi, vicini e remoti : Cuneo (1), Savigliano {'2), Pinerolo (3), 
Torino (4), Moncalieri (5), Cavallermaggiore (6), Caramagna (7), 

stro Burgi Sancti Dalmacii tempore quo obsessum erat; quod banrmm Domi- 
nus sibi remisit et omnem penam quam com( m'iississe potuit, per literas suas... 
datas die xxii mensis februarii anno Domini mccccxxxi...;xv ff. — R.t a lo- 
hanne Biet et lohanne eius filio, bannitis a territorio Domini eo quia stete- 
runt in castro Burgi Sancti Dalmacii tempore quo erat obeessum, contra inhi- 
bieiones Domini ; quod bannum Dominus sibi remisit, et quietavit omnes penas 
per eos propterea commissa, ac eos restituit ad eorum patriam per licteras 
suas,.. datas die xvii mensis februarii anno Domini mccccxxxi...; xxv ff. ». 

(1) C/iron, Cunei, in Misceli, st. ital., XII, 273 segg. 

(2) Arch. Com. Savigl., Libar praecep. i425. Il Turletti, St. di Savigl, 
Savigliano, 1879, passa completamente in silenzio quest' episodio. 

(3) Arch. Com. Piner., Atti Coìis., Voi. V, fase. I, ff, 47 v., 49, 53 v. 
72 v.\ 17 agosto 1425: nuovo ordine di mandar l'esercito a Borgo San Dal- 
mazzo; 19 stesso mese: lettera del Montluel, da Borgo San Dalmazzo, che chiama 
al campo i ritardatari sotto pena di 50 fiorini ciascuno, oppure 100 clienti. I 
Pinerolesi cercarono invano di scusarsi, e furono poi mandati i clienti, che il 
29 ottobre si trattava ancora di pagare. Né a torto, perchè risultò che si 
erano mal condotti ed erano stati condannati a multe, per cui ebbero poi qual- 
che sussidio per deliberazione 26 aprile 1426. 

(4) Arch. Cam. Tor., Ord., voi. LXIII, ff. 50, 55, 58, 64, 72, 236 : 2 lu- 
glio 1425: si manda a chieder scusa dell'esercito generale, offrendo invece 
clienti ; 13 stesso mese : si decide una convocazione straordinaria del Consiglio 
per vedere se sia meglio mandar l'esercito generale o 100 clienti: 18: siano 
costretti quei di Beinasco a far la guardia a Torino stante la partenza dei 
Torinesi per l'esercito; 3 agosto : lettera del Capitano richiedente 70 olienti; 
18 stesso mese : nuova chiamata dell' esercito generale, e doglianze del Consiglio 
perchè contro le franchigie della città ; 4: offerta di clienti in luogo dell'eser- 
cito ; 30 ottobre 1426: si ordina siano esatti i crediti per l'esercito di Borgo 
San Dalmazzo. 

(5) Arch. Com. Moncal., Conti, voi. XV, e Serie gener. tàBC. ài quitanze 
per pagamento clienti ed esonero Moncalieri dall' esercito. 

(Jò) Arch, Com. Cavallermagg., Ordin., voi. l: 28 luglio e 11 settembre 1425 : 
soldati per 1' esercito di Borgo San Dalmazzo. 

(7) Arch. Camer. Cararn., Ore/., voi. I, f. 27 r.: luglio 1425: soldati come 
sopra. 



~ 483 — 

Ivrea (1), forse persino Nizza (2); e più tardi venivano man mano 
colà con loro genti il Chàteauvieil, Giovanni di Valgrigneuse, 
iMarchetto di Aglié, Giovan Filippo di Loranzè, Bosso e Sala- 
dino Provana, Giacomo Canali (di Cumiana), Antonio De Jor- 
danis di Montaldo, i signori di Borgaro e di Settimo Vittone, 
Enrietto di Yalperga, Besso ed Antonio dei conti di Castella- 
monte, Tomaso della Torre, Berteto di Strambino, Ippolito di 
Aigueblanche, Pietro di Borgomasino, Giorgio ed Enrico di Bu- 
ronzo, Filippo della Motta, Antonio di Yerrone, Bonifacio di 
Roasenda, parecchi Avogadri di Colobiano e di Valdengo, e in- 
finiti altri nobili, insieme coi connestabili Corrado Vittone di 
Cirié, Eustachio di Balocco, Padovano di Cigliano; e non questi 
soltanto (3). Ma anche a Milano non si dormiva : se 1' atteggia- 
ci) Arch.^ Com. Ivrea^ Ord.^ voi. XIII, f. 106 r.: Lettera di Aimone di 
Chàteauvieil che chiede si mandino immediatamente i sussidi dovuti al campo 
sotto Borgo San Dalmazzo. Cfr. Ay-ch. Corner. Tot., Conti Castell. Ivrea, rot. 
XLIX : « L.t Martino magistro, qui aptavit bombaidam que frangerai in Burgo 
Saucti Dalmacii : ff. viii pp.». 

(2) GioFFREDO, St. delle Alpi mariti. , in M. li. p., SS., II, 1040. Però i 
balestrieri della contea di Nizza, giunti il 22 luglio a San Martino di Latito- 
sca, protestarono che non erano tenuti a servir fuori della contea, e perciò an- 
davano non per obbligo, ma per loro buona volontà. Però cfr. sopra, p. 478 n. 1. 

(3) Documento ii. Vedi anche Arch. Camer. Tot., Conti Tes. gen. Sav.^ 
voi. LXXI, ff. 432 e 528 ?;. : « Ego Petrus Masuerii, com[m]issarius Domini, 
confiteor me habuisse et recepisse realiter a nobili viro Guigoneto Maresealci, 
de Chamberiaco, thesaurario Sabaudie generali, ih pluribus et diversis parti- 
culis...receptis ab eoderii per manus eius filli, quam alias per manus lohannis 
Maresealci, scutifferi Domini, et Philipi de Vua(5)chi(6), procuratoris Pedemon- 
cium, et plurium aliorum nomine ipsius thesaurarii solvencium, a die penul- 
tima inclusive mensis iunii anno Domini mccccxxv citra, videlicet sex millia 
octiescentum tresdecim florenos, quatuor denarios et obolum gg. pp., et hoc 
prò solvendis stipendiis gencium armorum, brigandorum et aliorum onerum 
supportandorum et solvendorum necessarioruro ad opus obsidionis Burgi Sancti 
Dalmacii, de mandato Domini, et tenuti de mensibus iunii, iullii, augusti et 
septembris nuper lapsis, captique et ad manus Domini reducti », e « L.t Petro 
Masuerii de Sancto Raguiberto, in quibus Dominus sibi tenebatur prò rema- 
nencia sui computi quarumdam receptarum et libratarum per ipsum Petrum 
prò Domino et de ipsius mandato factarum ad causam exercitus nomine Do- 
mini positi et firmati de mensibus iunii, iulii, augusti et septembris nuper lap- 



- 484 — 

mento di Venezia, di giorno in giorno più sospettosa del Bi- 
scione sotto il continuo assillo dei nemici di Filippo Maria, e 
specialmente del fiorentino Ridolfì (1), faceva cauto il Visconti 
a non romperla del tutto con Savoia, gli pareva perciò appunto 
buona politica impaurirla con minaccio, darle molestia e intanto 
non abbandonare completamente gli amici affidatisi in lui (2). 
Così se fin dal giugno aveva rimandato in Romagna Angelo 
della Pergola (3), dando al temuto condottiero prove di molta 
stima (4), ma lontano dal Piemonte, non trascurava però in ninna 
guisa di far assoldare altre milizie nel Monferrato colla conni- 
venza del marchese Giovan Giacomo Paleologo (5), che si de- 
streggiava alla meglio tra Milano e Savoia, pauroso di entrambi 
gli Stati, cercando di averli ugualmente amici (G) : politica in- 
felice che doveva condurlo fra qualche anno ad aver V uno e 
r altro contro di lui. In luglio, poi, durante il ritorno del Grand- 

sì{s) de anno Domini mccccxxv ante caslrum Burgi Sancti Dalmacii, vi et po- 
tentia ad manum Domini positi et retenti certis de causis...: Lvii ff., ii dd., 
I qr. et ^2 *• Dal canto suo, il Capitanato di Santina diede alla guerra di 
Borgo San Dalmazzo » prope Cugneum » un concorso di 750 fiorini (Conti 
Castell. Santhià, rot. XVj. 

(1) Raulich, La prima guerra^ 448 segg. Lorenzo Ridolfi era a Venezia 
dall'aprile 1425, ma, a quanto sembra, la sua azione cominciò ad acquistar 
forza soltanto dopo fallita la missione del Correr, cioè alla fine di giugno. Cfr. 
Comm, Rin. Alh., 11, 331 segg. 

(2) Docc. citati infra. Cfr. pure sopra. 

(3) Osio, Docc. diplom., 11, 137 seg., confrontato con II, 157 (docc. 70 e 89J, 
e, perla loro retta interpretazione, Ammirato, Ist. /?or., libro xix (V, 108, ed. 
Torino, 1853), e Commiss. Rin. Alh., li, 476. 

(4) Osio, Op. cit., II, 143, docc. 77. 

(5) Ibidem, II, 139, doc. 72, 

(6) Della politica incerta del marchese di Monferrato, o, maglio, del suo 
destreggiarsi fra Milano e Savoia, è prova da una parte V istruzione da lui data 
il 5 novembre 1425 ad un suo inviato a Sigismondo, tutta in favore del Vi- 
sconti, per conciliargli il re dei Romani (Osio, II, 159 segg., doc. 91), dall'al- 
tra r invio di suo figlio Guglielmo presso Amedeo Vili, in settembre di quello 
stesso anno, mentre duravano ancora 1' assedio di Borgo San Dalmazzo e le 
relative minacc'e lombarde a Savoia (Conti Tes. gen. Sav.,\o\. LXXl, ff. 382?;. 
610 i;., 616 V.). 



— 485 — 

vai presso Sigismondo (1), coincidente con altri andirivieni di 
ambasciatori sabaudi in Borgogna ed in Francia (2) e col nuovo 
atteggiamento di Venezia in qualità di mediatrice armata fra il 
Visconti e Firenze (3), si acuivano le consuete piccole verten- 
ze di frontiera fra Milano stessa e Savoia, e sorgevano nuovi 
incidenti ad irritar gli animi, ma anche ad impaurire gli ufficiali 
di Amedeo VII! di qua dei monti, che non avevano ordini di 
guerra grossa, e non vi si sentivano pronti. 

Il duca di Savoia andava infatti intessendo dal canto suo la 
fitta rete degli avvolgimenti diplomatici, in cui serrare irresisti- 
bilmente il rivale lombardo, nessuna via di scampo lasciandogli 
fuorché per un' unica maglia : T alleanza con lui ad alto prezzo. 
Ma non voleva, precipitando gli eventi, dar modo a Filippo di 
sfuggire in altra guisa ; ne, tanto meno, limitarsi a compiere su 
di lui un' inutile vendetta senza proprio vantaggio. Bisognava 
che la partecipazione dello Stato sabaudo alla lotta diventasse 
indispensabile, od almeno di primaria utilità, ad una Lega già 
formata, in maniera che gliela si dovesse pagare molto cara, 
colle più larghe concessioni di sussidi durante la guerra, di spo- 
glie nemiche a vittoria riportata (4). Di qui la sua cura di evi- 
tare per il momento una rottura completa ed aperta con Milano, 
e la remissività dei suoi ufficiali subalpini nelle piccole questioni, 
per cui si negoziava, si discuteva, si faceva da ambe le parti la 
voce grossa, e si finiva sempre per transigere, comporre o la- 
sciar correre quando non vi era di meglio da fare. Cosi il seque- 

(\) Perret, Hist. des. relat.y I. 153. 

(2) Conti Tes, gen. Sav,^ voi. LXX, f. 333 r. : II luglio 1425: messo a 
Nicodo Fosti, eh' era ambasciatore in Francia ; 14 stesso mese : altro alla du- 
chessa di Borgogna con lettere chiuse (e cosi p^'i da capo il 21 settembre, ibi- 
dem, voi. LXXI) f. 616 V.). 

(3j Raulich, 449 segg. Cfr. Romanin, IV, 106 seg., e sopra, n. 

(4) Tutto ciò risulta non solo dalla condotta di Amedeo Vili, ma da esplicite 
testimonianze documentarie. Cfr. Lupi, 116 e 122, docc. f^S e 67, nelF ultimo 
dei quali, a proposito delle lungaggini di Savoia a conchiudere è detto espres- 
samei.te: « Et benché dubitassimo come per altra vi scrivemo, che queste 
pratiche non si tenessimo per vantaggiare la conditione sua et fare merca- 
tantia di ciò, etc». 



- 486 - 

stro di una certa quantità di sale, che veniva portata da Vercelli 
nei contigui domini piemontesi di Amedeo YIII in pregiudizio 
della sua « gabella » di Cuneo, dava occasione non solo ad un 
lungo scambio di messaggi fra il Capitano savoino di Santhià e 
quello visconteo di Vercelli stessa, durante tutto V agosto 1425, 
ma persino a negoziati in Milano, con invio del processo a Fi- 
lippo Maria e risposte in forma giuridica alle sue pretese, aspre 
ed incalzanti, ma senza che ne seguissero seri guai (1). 

Parimenti, nella più rilevante questione di Borgo San Dal- 
mazzo, il Visconti s' intrometteva in veste di paciere, inviando 
colà il suo vicario di Vercelli, Luchino Bealecio; ed Amedeo Vili 
ed i suoi rappresentanti di qua dell' Alpi, pur non desistendo 
dall' assedio, mostravano di gradire la mediazione milanese. Qui 
però, intanto, a suffragare 1' azione diplomatica colle armi, Fi- 

(1) Conti Castell. Santhià, rot. XIV; « Lib.t-... ad causam prosequucionis et 
capcionis certe salis quatitatis que conducebatur et portabatur a territorio pre- 
tati Domini nostri ad et siipra territoriuiii ducis Mediolani in preiudicium iuris 
gabelle salis Cuney dicti Domini nostri, et quam quantitates (sic) salis vehi et 
conduci faciebat incantator seu gabellator salis gabelle Vercellarum... Et primo 
l.t die prima mensis augusti anno predicto mccccxxv Perrodo de Monteformoso, 
cavallerio, misso apud Quintum cum duobus aliis prò ar(r)estando et capiendo 
unum currum oneratum sale cum duobus paribus boum, quod conducere facie- 
bat Henrietus de Tizonibus, incantator gabelle salis civitatis Vercellarum a dieta 
civitate Sia. ..{il resto è guasto completamente). — Item l.t die ultima augusti 
Perrodo de Monteformoso predicto, per dominum Capitaneum misso apud Medio- 
lanum quia dominus dux Mediolani sibi scripserat unam litteram quod ipse 
indebite ceperat et detinuerat illud sai cum bobus et curru, et quod ipsum de- 
beret relaxare, quoniam de hoc informatus veridice erat, et tunc, prò sibi osten- 
dendo et eum informando de veritate premissorum, dictus Capitaneus, de Consilio 
et consensu domini Georgii de Albano, prelibato domino (nostro) duci Mediolani 
misit processum prò et super premissis agitatum et formatum una cum ordina- 
cione facta per dictum Dominum nostrum super conductu salis gabelle predicte, 
ut piene videre posset et sibi constare ut et quod dictus Capitaneus iuste et 
racionabiliter dictum sale acceperat et detinuerat, et quod male erat informatus ; 
qui quidem dominus dux Mediolani predicto Capitaneo Sancte A^athe scripsit 
quod ordinaciones facte per prefatum Dominum nostrum, prout erant, non pote- 
rant fieri, quia erant centra ordinaciones inter ipsos dominos factas, et propte- 
rea quod deberet remittere et relaxare dictum sale ; ad quod dictus Perrodus 
vacavit, tam eundo, stando et red(rf)euudo, decem diebus...: v ff pp.». 



487 



lippo Maria faceva sfilare ostensibilmente numerose truppe a ca- 
vallo ed a piedi verso i confini sabaudi sulla destra del Po, in- 
cutendo enorme appressione nei dubbiosi ufìflciali savoini, spe- 
cialmente per la fama che a capo di quelle genti fosse di nuovo 
il temuto Angelo della Pergola. Fu all' istante un correre di 
messi attraverso il Piemonte : a portar lettere del Monluel al 
Duca (1), e del Duca al Montluel od al Chàteauvieil (2) ; a in- 
dagar le forze e gì' intendimenti precisi del condottiero ; a rife- 
rir quindi al campo di Borgo le notizie raccolte, raccomandando 
attenzione e vigilanza (3). Si diceva che il Pergola faceva massa 

(1) Conti Tes. gen. Sav.^ voi. LXXI, f. 488; 17 agosto 1425; «Bernardino 
Nazari.. ..prò suis expensis factis veiiiendo ad Dominum, niissus per Capitaneum 
Pedemoncium siiperius prò nonnullis factis et ne^'ociis Domini,., xxii ff. ». 

(2) Ibidem^ f. 616?-. « L' Rodulpho, cavalcatori Domini, realiter, die xxi 
augusti eodem anno ii425), misso per Dominum Avillaniam, et deinde Burgum 
Sancti Dalmacii, cum litteris prefati Domini clausis, Capitaneo Pedemoncium, 
directis,..: V. ff. pp.». 

(3) Conti Castell. Santhià, rot. XIV : « Lib.t Anthonio dicto Ferro, misso 
a loco Sancte Agathe apud Tartoiiam, et deinde apud Burgum Sancti Dalmacii, 
prò sciendo veritatem, quia notificatum fuit sibi Capitaneo quod Angelinus de 
Pecora [sic) in dicto loco Tartone congregaverat suas gentes ad fìnem quod 
si dominus Luchinus de Bealiciis, qui ad dictum Burgum iverat prò parte do- 
mini ducis Medio'.ani pi'o concordia tractanda, non posset coucordiam impoiiere, 
(quod) ipse Angel{l)inus cum suis gentibus iret contra campum Burgi Sancti 
Dalmacii, et nova que illic haberet, refierret dicto domino Capitaneo Pedemon- 
ciufu superius, qui dictum campum ibi tenebat ; qui vacavit tam eundo, stando 
et red(d)eundo, quia via est long(u)a, decem diebus ; videlicet tam prò salario, 
quara expensis ; videlicet mi ff. pp. — Lt die quarta mensis septerabris anno 
predicto Periuo Gramegna, de Sancta Agatha, nuncio, misso apud Burgum Sancti 
Dalmacii prò uotifficando dicto domino Cai-itaneo quod haberet bonam et vigilem 
diligenciam, quia gentes armorum pedestres et equestres de territorio domini 
ducis Mediolani transiebant ad illas partes in magna quantitate, et crat vox 
quod ibatit ad succursura Burgi predioti Sancti Dalmacii ; prò suis salario et 
expensis dierum septem quibus vacavit eundo, stando et red(d)eundo...: ii ff. pp, 
— L.t die octava septembris lacobino, famulo suo, misso ad prefatum domi- 
num Capitaneum prò sibi iterum notifficando predicta et quamplurima alia 
tangencia honorem (et statum Domini nostri)...: ii tf. ». Pur troppo, nello stesso 
rotolo sono ora rovinate altre notizie che seguivano e che qualche parola su- 
perstite fa conoscere che parlavano dell' assedio di Borgo San Dalmazzo. 



— 488 — 

in Tortona, per trarre di là in soccorso della piazza assediata se 
il Bealecio non riusciva ad imporre un accordo di gradimento 
del suo signore (1) ; e sebbene egli fosse in quel tempo in 
tutt' altra parte d' Italia ('2), la commozione era tanta, che dalla 
Savoia si spediva in fretta a Milano un ambasciatore straordi- 
nario in persona di Pietro di Grolée (3). Dovunque erano ordi- 
nate nuove fortificazioni e guardie (4) ; venivano inoltre man- 
dati sollecitamente rinforzi di cavalieri e di fanti all'esercito, e 
fu appunto allora, tra il 23 agosto e l'il settembre, che vi si 
concentrò il maggior numero di gente — nobili e brigandi — 
sotto il comando supremo del Chàteauvieil (5). Ma proprio in 
agosto, i moti di Yal Polcevera contro la dominazione milanese 
in Genova, sebbene prontamente repressi (6), e una nuova in- 
vasione svizzera neir Ossola, provocata forse dalla diplomazia 
sabauda, salutata certo con grande gioia dalla fiorentina (7), 
rivolgevano a tutt' altre parti 1' animo di Filippo Maria, che in 
settembre vedeva addensarsi un nembo minaccioso dalla parte 
di Venezia. Scossa dall' infiammata parola del Ridolfi (8) e dai 
consigli istigatori del Carmagnola (9), la Serenissima accettava 
il principio della « Lega », salvo a differirne ancora per qualche 

(1) Vedi noti precedente. 

(2) Tornò di Romagna soltanto in novembre (Comm. Riti. Alb., II, 476). 

(3) Conti Tes, gen. Sav., voi. LKXI, f. 456 r.: 25 (27) agosto 1425. 

(4) Arch. Coni. Tor., Orditi- , voi. LXIil, ff. 72, 84. Notizie consimili nei 
vari Ordinati degli Archivi comunali di Moncalieri, Chieri, Caramagna, etc. 

(5) Cfr. sopra, p. 483, e Documento ii. 

(6) Comm. Rin. Alb., II, 377, 380 seg. 

(7) Ibidem^ I, 389, 474. Degli storici svizzeri, alcuni accennano erronea- 
mente a questa spedizione sotto Fanno 1424. Così il Mallet, St. degli Elvezj, 
I, 374, Milano, 1823, e lo Zschokre, Hist. de la Suisse, II, 24 seg., Torino, 
1829. Esattamente, invece, e con nuovi docc, il Bianchetti, L'Ossola inferiore, 
I, 358 seg., e II, 313 segg., Torino, 1878. 

(8) Riferisce TAmmirato, libro xix (V, 114), aver detto: « Signori Veneziani 
i Genovesi, non aiutati da noi, fecero Filippo Maria signore. Noi, i quali non 
troviamo ne' nostri grandi bisogni aiuto alcuno da voi, il faremo re. Ma voi, 
quando vinti tutt: no] altri, sarete restati soli, ne potrà alcuno, benché volesse, 
aiutarvi, il ^arete imùei'adore ». 

(9) J.\TT.STELLA. Op. cit., 115. 



- 48d - 

tempo r applicazione colla prova suprema degli ultimi negoziati 
per ridurre il Visconti ad onesta pace con Firenze; e tutte le 
arti del Biscione apparivano omai vane a fermare il corso ine- 
luttabile degli eventi. La missione del Bealecio era fallita; ma 
sebbene le trattative fra Milano e Savoia continuassero per quella 
ed altre minori differenze (1), Borgo San Dalmazzo ed i suoi 
difensori vennero abbandonati alla loro sorte. Espugnata a forza 
d' armi la torre, ultimo propugnacolo del marchese Oddone (2), 
forse il 26 settembre 1425 (3), le rovine del castello e ciò che, 
dopo tanto battagliare, restava della villa del Borgo vennero re- 
stituite ai Cuneesi mediante nuovo contributo di denaro al Go- 
Terno sabaudo (4). 

La guerra suscitata dalla cattura degli agenti fiorentini era 
finita, e Bartolomeo da Montegonzi — forse uno di essi, o un 
inviato nuovo — giungeva alla Corte di Amedeo a ristringere 
la pratica della Lega (5). Contemporaneamente, il Carmagnola, 



(1) Àrdi, Camer. Tor., Conti Castell. Santina^ l. e, in cui, nonostante il 
guasto, s'intende che il 27 settembre Antonio, detto Ferro di Santhià, fu man- 
dato a Ginevra, ad Amedeo Vili, per recargli una lettera inviata dal duca di 
Milano al capitano di Santhià (sempre Aimonetto di Brosso). Notisi pure il 21 
settembre 1425 un dono di 3 fiorini fatto dal duca di Savoia, in Ginevra, a 
certo Bartolomeo di Milano {Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXI, f. 616 v). Cfr. 
anche il § seguente. 

(2) St. di Cuneo, 98. Ricordo perfettamente di aver preso allora un ap- 
punto di una piccola ricompensa data a persona distintasi nell'espugnazione di 
detta torre, ma non mi è più riuscito di ritrovarlo. Vedi del resto anche Chron. 
Cunei, 21 ò. 

(3) Cfr. Documento ii. Però Bertela Campagna, posto il 22 settembre 1425 
dal Montluel a custodia di Roccavione, vi rimase fino al 26 dicembre (Arch. 
Camer Tor., Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXIX, f. 283 v.). 

(4) St. di Cuneo, l. e. Cfr. Conti Capit. Pieni. ^ rot. XV: « R.t a Comuni- 
tate Cuney, manibus Iohanni(5) Bocablancha et lohannis Placencie, in dedu- 
cionem mille florenornm pp, in quibus Domino nostro tenebatur, dono sibi 
facto ut subiugaret et submitteret Burgum Sancii Dalmacii sub iurisdicione 
Cuney...: cccx ff., iii dd., i qr., gg. pp. ». Altri pagamenti e. s., di 435 ff . e 6 
d(l. gg. pp., e di 155 ff., 2 dd. e 3 qq. (1428-1429). 

(5) 11 Montegonzi è segnalato in Savoii solo il 6 dicembre 1425 (Lupi, 184, 
App., n. I Tia dal tenore stesso del uojumento risulta che vi ex'a già da 
qualche tempo. 



-- 490 — 

ritenendo ornai inevitabile e prossima la guerra ai confini lom 
bardo-veneti, e quindi fissata per lungo tempo la sua dimora 
in quelle parti, si faceva mandare dal Piemonte, per la solita 
via di Savoia e Germania, le sue robe lasciate a Saluzzo, e fu 
lo stesso commissario ducale spedito a Borgo San Dalmazzo alla 
fine dell' assedio, che, d' accordo con un nipote del Bussone, il 
quale accompagnò il grosso bagaglio a Venezia, provvide a faci- 
litarne il trasporto (1). Dalle ostilità indirette della guerra di 
Borgo San Dalmazzo era — o pareva — omai imminente il pas- 
saggio alla lotta aperta fra Milano, isolata, o quasi, e Savoia, in 
alleanza con mezza Italia e il possente duca di Borgogna, se non 
anche il re di Francia, a rincalzo (2). 

(Continua). FERDINANDO GaBOTTO 

(1) Conti Tes. gen. Sav., voi. LXXl. f. 465; « Debentiir per dominum no- 
strum Sabaudie ducein lohanni Marescalci, eiiis scutiffero, prò suis expensis 
per eiim factis eundo de mandato prefati Domini nostri in Burgo Sancti Dal- 
niacii et Salutiis prò facto cotnitis Carmaniole; ad que vacavit tam ciindo, stando, 
quam inde Thononum red(d)eundo, spacio viginti dieriira integrorum inceptorum 
die XXI inclusive raensis septembris anno Domini Mccecxxv et finitorum die xviii 
inclusive mensis octobris: liiii fF. pp. -Item prò portu qiiatuor chargiarum de ro- 
ba Comitis Carmagnolie a Saluciis Thononum, ad racionem quatuor florenorum 
prò qualibet chargia : xvi ff. pp. - Item prò thela cir(i)ata, cordis et paneriis ad 
infardellandum predictam robam : ni ff. pp. -*Item prò ex| ensiss nepoti dicti 
Comitis, cum uno equo, factis veniendo a Saluciis Thononum ; ad que vacavit 
spacio XV dierum inceptorum die prima inclusive mensis octobris anno Domini 
Mccccxxv et finitorum die xvi esclusive eodem anno {sic)\\i ff. pp. -Item prò 
locagio uniua equi per ipsum lohannem locati apud Chamb'^riacnm prò por- 
tando mille florenos per ipsum portato^ Retro Masuerii, qui custodivit spacio 
xviii dierum, ad racionem trium grossorum per dìem, inclusis expensis ; un ff., 
VI dd. gg-. pp. Summa ; iiii^^iii ff., vi dd, gg. pp. — Allocantur sibi, que dictus 
Thesaurarius realiter expedivit de mandato Domini lohanni Marescalci, scutif- 
fero scutifferie Domini, prò conduci faclendo a Gebennis Venetias nepotem Co- 
mitis Carmaniole cum certis iocalibus et aliis rebus ipsius Comitis » (lettera 
di mandato 9 novembre 1425;. 

(2) Ibidem, ff. 380v.-381 r., 440 r., 460?;., 612 «., 616 v., 617 r., sono nnovi 
docc. sulle relazioni di Savoia con Francia e Borgogna nei mesi da settembre 
1425, cioè: 26 settembre-4 ottobre: ambasciatori francesi alla Corte sabauda, 
a Ginevra; 4-13 ottobre: Lamberto Oddinet, ivi, « prò pace Francie *; 21 stesso 
mese: Amedeo Macet mandato da Ginevra agli ambasciatori francesi a Lione; 
SO ottobre-7 novembre: Pietro de Creux, come sopra, da Thonon a Lione, ai 
medesimi; 5 novembre: Dague, « fatuus » del duca di Borgogna, regalato a 
Ginevra del duca di Savoia di 10 ff. Cfr. anche De Beaucourt, li, 368 segg. 



RECENSIONI 



Ernesto Bernheim. — La storiografìa e la filosofia della storia, 
traduzione di P. Barbati. — Milano - Palermo, Sandron, 1907. 

II più completo manuale del metodo storico che si conosca, è il 
Lehrbuch der hìstorischen Methode del Bernheim, pubblicato la prima 
volta a Lipsia dal Duncker nel 1889 (1). E un trattato diligente e 
minuzioso, di lettura poco piacevole, come ne scrivono i Tedeschi, 
con capitoli che sono volumi, e con paragrafi e sotto -paragrafi, dirò 
cosi, di primo, di secondo e di terzo grado, che sono capitoli ! I capi- 
toli sono propriamente sei: 1) Concetto ed essenza della scienza sto- 
rica — 2) Metodologia — 3j Euristica — 4) Critica — 5) Compren- 
sione — 6) Esposizione. L' illustre prof. A. Crivellucci tradusse già 
i due capitoli più praticamente utili, il III" e il IV" (2) ; il Barbati 
à ora tradotto il I" e una parte del V", che trattano della storiografia 
in generale e della filosofia della storia. Possiamo dire perciò di pos- 
sedere pressoché intera, in italiano, la mastodontica opera del pro- 
fessore tedesco. 

Sul metodo della ricerca e su la critica delle fonti i più si trovano 
d'accordo: i dissensi sono molti e gravi su la materia di questo 
volume, cioè sul concetto della storia. Gioverà esporre con la mas- 
sima brevità possibile il pensiero del Bernheim, per poi discuterlo : 
il che non è male si faccia, anziché in una rassegna di filosofia e di 
metodologia, in una rassegna storica. 

Il B. dà alla parola storia tre significati : 1) il fatto — 2) la rappre- 
sentazione letteraria del fatto — 3) la notizia del fatto, o a scienza 
della storia ??. u La scienza storica è la scienza degli sviluppi degli 
uomini nella loro attività come esseri sociali ». 

(1) Altri noti e utili manuali sul metodo stor.co : V. Langlois e Cu. Seignobos, 
Introduction aux etudes historiques, Pavìs, Hachette, 1898; e R. Altamira, La 
ensenanza de la historia, Madrid, Fortanet, 1891. 

(2) Manuale del metodo storico, Euristica e Critica ; Pisa, Spoerri, 1897. 



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Nello svolgimento del sapere storico distingue tre stadii princi- 
pali : la storia narraHva, quella che riferisce avvenimenti particolari 
interessanti; la storia istruttiva o prammatica] la storia evolutiva o 
genetica^ che riconosce la continuità dello sviluppo storico. Quest' ul- 
timo è lo stadio scenti/ìco : qui la storia non è soltanto racconto di- 
lettevole, ammaestramento etico e politico, ma addirittura V autoco- 
scienza razionale del genere umano (un realista della storia direbbe, 
più esattamente: delle società umane). 

Dal suesposto concetto scaturisce 1' altro della limitazione della 
scienza storica: quanto appartiene all'uomo sociale, tutte le mani- 
festazioni dell' uomo come essere sociale sono materia di conoscenza 
stor